anche gli uomini scrivono lettere che non spediscono

Qualche anno fa, un romanzo parlava del perché le donne scrivono delle lettere che poi non spediscono, accade anche agli uomini o meglio accade anche a me. Eppure non dimentico le lettere, le lascio sulla scrivania dopo l’ultima parola che ha esaurito la spinta a scriverle, può essere che poi, passato il tempo di spedirle, finiscano nei cassetti. Una loro funzione comunque l’hanno avuta, su di me, almeno, per capirmi di più e se qualcuno non ha letto, ha perso il pensiero del momento, non ciò che penso davvero. Mi riprometto -e molto spesso lo faccio- di riprendere quella comunicazione, di farlo quando ho capito meglio.

Dovrei seguire l’attimo, forse, spedire e non pensare, come si fa per le mail che magari un attimo dopo vorremmo precisare, invece rileggo ciò che ho scritto a mano, di getto, e il riscrivere è davvero nuovo e posticipa.

Ma poi, non tutte, le lettere partono; per uno che scrive con la stilografica, il piacere di scrivere esiste, eccome, e lo scrivere a mano fa parte della cura e dell’intimità che riservo a chi mi è caro, quando posso farlo. Nello scrivere a mano c’è un denudarsi, un mostrare a chi sa leggere, le caratteristiche del momento, ma anche quelle profonde. Oltre le parole si rivelano tratti del carattere, propensioni, una lettera è come un testo a doppia lettura, dice con le parole rivela con lo scrivere. 

Non è per romanticismo, ma per piacere personale che guardo le lettere, le parole allinearsi sulla carta, penso che chi le riceve le legga con disponibilità attenta e mi pare che le parole acquistino profondità, che il loro sapore verrà, almeno come eco, trasfuso in chi legge.

Alcune lettere non partiranno mai (di solito quelle dei giorni dell’ira), altre verranno cambiate, le lettere di dimissioni da qualcosa, saranno pesate, espunte dei sentimenti profondi, al più mostreranno amarezza. Mi ha ferito che qualche lettera non sia stata aperta  forse per timore del contenuto, l’ho sentito come un rifiuto ed una incomprensione ingiustificabile e totale, ed a questo s’aggiungeva il mio non aver compreso i limiti dell’altro, la sua distanza dall’immagine che m’ero fatta di lui. E’ accaduto tre o quattro volte, ed anche se le lettere sono state dopo tempo, aperte, non mi interessava più, ne era nata una cautela, un alzare barriere interiori e ciò (sentivo) mi impoveriva. Non sono riuscito a dimenticare e quando non si dimentica non si perdona mai davvero.

protetto dall’anonimato

Una delle caratteristiche di questi luoghi è di essere come Venezia nel ‘700, ovvero si può andare in maschera per 200 giorni all’anno. Questo testimonia il vezzo antico, forse il bisogno, di essere altri, che non è il far emergere l’altro che abbiamo dentro e che è comunque noi, ma proprio l’avere un’altra vita che riscatti (?) quella vissuta.

Devo dire che gran parte dei miei interlocutori li conosco, anche se conosco è una parola importante, diciamo che ci frequentiamo e stimiamo, sia pure virtualmente. Faccio invece fatica a parlare con qualcuno che non c’è, per questo, pur non cestinando i commenti anonimi, quelli che mi arrivano senza indicazione di mittente o mail, mi sento a disagio. Non mi interessa sapere chi sia il mio interlocutore, ma se abbia o meno un volto. In fondo il mio è qui, sulla piazza, con le mie idee, le storture e i limiti e non c’è da proteggere nessuno. 

All’anonimato preferisco la tracotanza, almeno finisce a ceffoni.

dialogo sulla comunicazione golosa

willy

le parole siamo noi, da come le usiamo mostriamo quanto, chi le riceve, sia importante per noi. E le parole hanno una superficie dura ed un contenuto succoso, pieno di significato, se chi le riceve, le accoglie allora sente che le sensazioni sono molto più intense.

N

Però spesso io faccio fatica a tradurre con parole esatte quello che provo, la mia paura è che arrivi falsato quello che voglio dire…   falsato, cioè non corrispondente alla mia realtà, a quello che provo effettivamente  o che sia interpretato in modo sbagliato.

willy
Se ti fidi della persona con cui parli, lasciati andare, non farti troppi problemi, se non capisce ti chiederà. A volte si vuol dire dire e anche no, si chiede al nostro destinatario di capire oltre le parole. E’ un azzardo, può accadere e non accadere, d’altronde questo sfumare fa parte del fascino del comunicare con i silenzi. Anche per mail, o in tutte le altre diavolerie moderne del comunicare tecnologico.

N

Vero, si comunica anche con i silenzi, ma secondo me, devi averla davanti la persona che sta in silenzio. Solo così puoi capire il senso del silenzio.  Altrimenti non è possibile. Il silenzio a “distanza” può voler dire tante cose: non approvazione, disinteresse, noia, stanchezza, … E  non puoi interpretarlo, a distanza.

willy

Non è solo così, bisogna raggiungere uno stadio più alto, che superi il mezzo. Il bisogna è pleonastico, se si vuole si può fare. E i silenzi, quando si attiva una comunicazione si sentono sempre. Quelli che a volte non si incontrano sono i bisogni reciproci, le vite distanti scorrono, hanno zone enormi di non condivisione, eppure si pretenderebbe la stessa attenzione che si conosce quando si è vicini, ci si può vedere, toccare, sentire a naso ed espressione.  Sai che questo è in realtà il bisogno di avere di più, di essere più sentiti ed è dimostrazione di interesse grande, ma è diverso rispetto al passato dell’uomo, quando aveva meno mezzi a disposizione per comunicare.
Affinare il sentire l’altro è una qualità che tutti abbiamo ma che lasciamo perdere perché è difficile, eppoi crea nuovi bisogni, domande, ecc. Per questo credo, la comunicazione verbale e fisica sembra essere l’unica concreta, la più importante, ma è una, non l’unica.

In realtà vorrei parlare di più sul significato dell’usare le parole, quando si scelgono per restare vicini a quello che si vuol dire, quando non si sparano perché tanto vale la sensazione. Questo esige una sintonia profonda, oppure ci si accontenta. Ed oggi, molto spesso, si dice che è indispensabile puntare al concreto, ma in realtà ci si accontenta di quella che sembra la realtà. Basta sapere che non è possibile comunicare profondamente con tutti, anzi nel mio caso, lo faccio veramente con pochi e se ne ho un riscontro negativo mi ritraggo, mi chiudo. In una comunicazione la maggior fatica e soddisfazione (proprio nel senso di piacere) è quando le porte si aprono, non quando si capisce o si sente meno. Io parlo di una comunicazione golosa, non di una comunicazione bulimica, in questo anche il silenzio ha un suo modo forte di parlare.

N

In fondo siamo tutti esigenti, resta da capire se i tempi e i modi coincidono, altrimenti la golosità è un piacere a senso unico. Condividere, mi pare necessario, anche le modalità e i limiti. Ne parleremo e i silenzi saranno eloquenti :-).