la felicità

la felicità è eversiva

la felicità non ha definizioni

la felicità è priva di causa

la felicità ha effetto

la felicità contraddice il secondo principio della termodinamica

la felicità è termodinamica

la felicità si trova dentro e la si legge fuori

la felicità è complicata

la felicità è semplice

la felicità non ha optional

la felicità è funzione di chi la prova

la felicità oltrepassa la soddisfazione del momento

la felicità è possedere sé

la felicità è priva di aggettivi

la felicità convive col suo contrario e lo contiene

la felicità ha un perlage molto fine

la felicità è inversamente proporzionale all’età mentale

la felicità non discute

la felicità è invasiva, pervasiva, essudativa

la felicità guarisce

la felicità colma e trabocca senza asciugare

la felicità espande il contenitore

la felicità è un eccitante non ammesso dalla legge

la felicità scade

la felicità rinasce

la felicità si condivide, ma non è la stessa

la felicità è un’opinione che non ammette opinioni

la felicità è un luogo comune per chi non la prova

la felicità è un possente motore d’invidia

la felicità supera qualsiasi principio fisico

la felicità si riceve anche se nasce dentro

la felicità altera l’economia fondata sul bisogno

la felicità è a temporale

la felicità si abbatte con un’assenza

la felicità vola con una presenza

la felicità contiene felicità

la felicità possiede il tempo e lo gestisce a suo piacimento.

p.s. potete aggiungere come credete 🙂

aggiungo, Voi mandate

wildestwoman:

la felicità è un momento di pura incoscienza
la felicità è una parentesi
la felicità arriva se non la cerchi

Ondina22:

LA FELICITA’ E’ POSSIBILE SOLO QUANDO VIENE CONDIVISA

missminnie:

ognuno ha la sua felicità, che è come la ricetta del tiramisù

Bianca 2007:

FELICITA’ E’ L’INATTESO DONO CON GLI OCCHI CHE S’ABBASSANO PER NON FAR RUMORE

FELICITA’ E’ LA “RETTITUDINE” DI UNA COSCIENZA CHE NON INGANNA

FELICITA’ E’,INFINE,IL TEMPO CHE NON HA CONTRARIO NEL SUO SPAZIO TEMPORALE QUANDO LA NOTTE SCENDE O IL SOLE E’ NEL SUO MEZZOGIORNO DI FUOCO.

passiflora:

la felicità è una condizione nell’intimità dell’anima

aspettatore (interpreto):

la felicità si fa già sentire ancor prima di arrivare

scie di buio

Improvvisamente la luce se n’è andata. Si sono accese le luci d’emergenza all’esterno. Il frigo, la caldaia, la pompa dell’acqua hanno taciuto. Così è cominciata l’attesa. Nell’oscurità si capisce che il tempo è soggettivo, rallenta, rarefa quando l’attesa di qualcosa d’imminente diventa il pensiero principale. I gesti quotidiani, le sequenze preordinate, così automatiche, diventano difficili. Capisco perché nelle difficoltà le persone s’aggrappano alle abitudini, invertono le priorità, si dedicano al marginale. Mettere a posto un orologio, sistemare una cosa fuori posto, cercare un oggetto, il tutto per rifugiarsi in uno spazio a-temporale dove non accade ciò che sta accadendo. L’ho visto nei momenti di pericolo, e mi torna in mente adesso, mentre cerco di capire che fare al buio. Il cellulare funziona, ci scambiamo notizie, ma la luce non torna. Comincia a far freddo. Il buio non governato è nemico, oppure bisogna accettarlo senza correzione, e non ho a disposizione un gesto di volontà che lo rischiari come vorrei. Accendo una candela. La sfera di luce genera ombre, rassicura, ma non permette di fare nulla di quanto programmato. Attendo. Mi siedo e lascio che il tempo rimodelli quanto dovevo fare, sposto appuntamenti. Spengo il cellulare. Attendo  e mi adatto al tempo. Penso. Quietamente penso. Un tempo era sempre così ed il mondo si muoveva con questo ritmo, sotterraneo e silente. 

Verrà l’ooooh liberatorio dal vicolo, ma adesso non ho fretta.  Quasi mi dispiace, è diventato prezioso questo spazio.

 

io suono da solo

Vedo la lista dei miei vecchi post riletti. A parte torta margherita, evidentemente un hit del genere, adesso è riemerso baccalà mantecato. Curioso, lo consideravo di nicchia e locale, e per pochi intimi. Non c’è attenzione per la barbagliata. Forse cosa da gourmet d’altri tempi. Peccato, non sanno cosa si perdono.Chissà se invece funzionerebbe lo zabajone ovvero el zavaion, altro reperto della mia infanzia, autentico pezzo di cultura veneta ed inizializzazione all’alcool. Mah, comunque sia, il mangereccio prende. Anche tacco 6 o tacco 8 non demorde nell’attenzione, come pure l’amante perfetta 3 (chissà perchè solo la terza puntata). Segno che l’allusivo tocca attese, che purtroppo andranno deluse. Mio padre è morto a 18 anni conosce impennate in relazione alla situazione politica, ma è un post di copia, senza alcun merito da parte mia, è il testo recitato da Proietti che fa tutto. Anche prato ha un’attenzione francamente inspiegabile, credo sia una ricerca da giardinieri in “erba”. Per l’appunto. Il pullular resto di parole affonda, riemerge, riaffonda come foglia nel torrente. Le cose a me più care sono passate senza lasciar traccia, e non può essere altrimenti, perché troppo personali e strane. Resta la curiosità se i titoli valgano più dei testi oppure se parlar del coniglio come lo fa la mia mamma ed indegnamente ripeto, sia più importante di ciò che penso. Se fosse questo il genere, anche la caponatina a modo mio non è male, soprattutto è leggera perché non è fritta, ma che fare? Non è pensiero politico e neppure sentimento brado, tantomeno riflessione sul vivere. Forse trasformandola in narrazione, come si usa oggi per sentirsi raccontare come si è,  potrebbe assurgere a genere. Chessò, un coniglio di lotta e di governo, la caponatina come prefigurazione dell’orgia vitale, la polenta simbolo del potere. Il filone personalpoliticulinario può diventare un divertissement da esplorare.

Vedremo. Il non prendersi sul serio, è così bello che, trovarlo dentro, lo considero un regalo. Ed il sorriso conseguente è liberatorio.

p.s. io suono da solo, ma ascolto il pubblico 🙂

l’ho amata questa mattina

 

L’ho amata questa mattina. Quando l’ho sentita entrare nel tiepido del letto, ancor prima che nascesse.

L’ho amata nel cielo grigio senza luce, nella prima pioggia dopo il freddo della notte.

L’ho amata, nella sua luce d’ acquario, nel profumo del caffé che sale, nel sottofondo di radio 3.

L’ho amata col senso di inermità che mi rende forte, con la pelle scoperta pronta ad essere ferita, con i sentimenti senza filtro.

L’ho amata perché cancellava i sogni, toglieva gli alibi, mi parlava di me e non d’altri.

Quando pensavo d’essere un guerriero le mattine le vestivo d’un drappo da battaglia, le accompagnavo con canzoni amate. Adesso, invece, questa, la tengo stretta al giorno, le scrivo un mantra che m’accompagni, glielo sussurro finché l’attraverso e sarò un viandante con una meta ed uno scopo.

non farà male, non così tanto da piegarmi.

Passerà se non rifiuterò di percorrerla, passerà con un pensiero, una carezza ed uno sberleffo. Passerà ed io me ne ricorderò.

 

 

io odio

Io odio gli auguri di natale, i sorrisi di convenienza, i baci senza bocca, le domande senza interesse.

Io odio le conversazioni senza oggetto, i luoghi dove far passare il tempo, i saluti da recapitare.

Io odio le barzellette sentite troppe volte, le risate per far gruppo, le parole tra le righe.

Io odio gli uomini che ti toccano parlando, le donne che mostrano il corpo senza allegria.

Io odio la convenienza, le finte amicizie, il dover essere per esercitare il ruolo.

Io odio il cibo e il bere senza compagnia, le cene che aspettano solo il conto.

Io odio chi rende tristi i musicisti e i comici alle feste.

Io odio troppe cose senza aver mai odiato.

Per questo bisbiglio:lasciatemi solo, sono un animale, educato, ma animale, e a volte mordo ed azzanno.



una questione privata

C’era un cinema estivo vicino a casa. All’aperto, col rischio del temporale, gelati mezzi sciolti, e sedie a listarelle di legno. Lì vidi per la prima volta : la grande guerra. La sera dopo ci portai mia nonna. Non gradì, si offese. Lei, così ironica, non riusciva ad immaginare che si potesse ridere sulla tragedia che le aveva portato via il marito e sconvolto la vita. Le serviva una ragione per mitigare il dolore, ma la ragione non c’era. Dal mio canto, forse per la prima volta, capii che si poteva ridere anche dopo la morte, che la tragedia si univa all’uomo anche attraverso il sorriso, che così il dolore ritrovava la sua dimensione e rendeva possibile la vita.

Delle polemiche di questi giorni non parlo, chi ha rispetto per la vita deve rispettare chi se la toglie, magari rispettare meno chi butta via quella degli altri, ma i nostri moralisti tacciono su questi ultimi ed alzano la voce sulla coscienza alta. Paura? Forse. Di chi rifiuta, che al pari di chi resiste, e ha una dignità sconosciuta ai più, guarda in faccia con il libero arbitrio e non cala lo sguardo.

Penso a Monicelli, al suo incarnare la definizione di pessimista, ovvero l’ottimista che sa come vanno a finire le cose. Penso al termine alto di comedia dove l’uomo si rappresenta, non viene rappresentato. Penso all’essere di sinistra di Monicelli, così tranchant, privo di fronzoli e con la libertà di dire, insofferente perchè la sofferenza non è uno stato della normalità, perché in accordo con la convenienza, col tornaconto. Già, sinistra dovrebbe essere libertà di dire e di essere, rispettando il soggetto, ovvero l’uomo.

Era Lui, con i suoi privilegi di cui era cosciente, con la fortuna d’aver fatto un mestiere che gli piaceva, con i silenzi che venivano interrotti dalle battute al vetriolo, dai giudizi senza appello. Eppure lo immagino guardare ironico, il disputare di questi giorni, e dire con la faccia seria: mi fate un po’ da ridere.

Lui, un presunto cinico, era esattamente il contrario del cinismo, così lo percepivo nei suoi film mai chiusi alla speranza. In Lui, i difetti degli italiani si riscattavano in qualcosa di più alto e serio, pur restando evidenti e veri. Partivano dal grottesco per approdare all’uomo. E’ stato un interprete alto dell’unità del paese, perché le sue diversità territoriali erano forti e condivise, ma ciascuno rimaneva sé stesso con un paese per tutti.

Era vecchio, ma non pareva, mancherà proprio perché rimane.

E adesso silenzio.

una carognata

 

 

Si potrebbe pensare che succede, è il caso, ma lo stesso è una carognata. Nel bar da Anna si vede il corso, le ragazze che chattano al cellulare, i 40-50 enni che hanno accumulato strati di consapevolezza e che parlottano in cerca di amori a breve. E’ un posto bello, di quelli che dovrebbero essere finanziati dal comune, perché hanno un ruolo nel mantenere identità che non poggiano sul denaro. E’ un porto, si attracca la barca, si prende il campari, lo spritz e poi si riparte, la vita è dentro e fuori. Non si alza la voce, la mattina si spacciano cappuccini per ragazzi e anziani in cerca di caldo, la sera forniscono da bere, una parola, un luogo: è una funzione sociale. Ma Anna non pensa che basti fornire un posto, una vetrina da cui guardare, e il venerdì regala musica e poesia. Qualcuno capita per caso, altri lo sanno, alcuni sono amici di chi canta e recita, però … Ecco, però, se qualcuno che non hai mai visto attacca al microfono dicendo: ho visto le menti migliori della mia generazione, allora sei perduto. Eri andato per uno spritz e ti trovi con Ginsberg, Ferlinghetti,Corso, Kerouac.

Cazzo, questi sono l’incompiuto, quello che hai lasciato indietro, con i sogni, i capelli, lunghi, tutto quello che avresti voluto essere e non sei stato. I tentativi di distruzione, le paure, le codardie, i giorni gloriosi, tutto in un giro di chitarra, un accordo che colpisce al cuore. Quello che è venuto poi è stato un succedaneo, un treno pieno di signori, quando volevi piedi nudi e notti sterminate. Con la vita, ti sei raccontato che è arrivata la consapevolezza.

Piano, in testa, emerge l’ateo che tagliava dogmi e gole, era lui che dominava allora? o era un compagno con cui confrontarsi e basta. Come ci siamo ridotti, che miseria per chi non ha più un sogno decente da sognare. Dio, dio, dio, per noi che non crediamo, dov’è l’uomo adesso? Sangue non ce n’è più e non si vive di parabole interrotte, di possibilità mancate. Pensieri da vecchi. I vecchi non dovrebbero pensare, dovrebbero coltivare vizi, miserie e pensione, non dovrebbero guardare il mondo che non capiscono.

Due ragazze scambiano messaggi, parlottano, al primo accenno di pausa, (era un silenzio tra versi di una poesia di Corso) si alzano, e vanno verso altri rumori, altra vita.

Si conclude, tra applausi e yuuu, cosa si conclude? Cazzo, io c’ero, c’eravamo e dovevamo guardate l’altro lato. Cosa abbiamo fatto?  Dove ci siamo perduti?

 

Ciò che ci sta attorno è quello che abbiamo espulso,

senza digerire,

ci siamo girati per non sentir l’odore,

e lo stupore dell’incomprensione è in questi cumuli che non riconosciamo,

sono nostri, noi, che giocavamo ai dati pensavamo di fregare dio,

non il nostro stomaco.

Noi.

 



mettiamo le cose al singolare per andare verso il noi

Penso, a volte, che se anche ho poca acqua, non sono un pesce da fango, che le cose non mi vanno bene così, che se sono un privilegiato non mi basta essere di sinistra per tacitare le domande. Un tempo aiutava non poco l’ideologia, ed anche i comportamenti conseguivano; c’era un futuro condiviso, si discuteva sul presente, e pur non bastando le sole chiacchere, il futuro sembrava amico. Adesso non basta essere di sinistra, occuparsi di qualcosa, pensar bene e poi attendere.

Comunque l’oggi ha dei vantaggi: questo mondo dà occupazione ad un sacco di persone, mai come adesso qualche diritto individuale è spendibile in gran parte del mondo, è più difficile occultare la realtà. Un tempo si andava in un paese ed era folclore guardare le teste mozzate, la legge di quel paese era sacra e ciascuno si teneva le sue abitudini. Oggi si pensa di esportare la democrazia. E’ una balla, ma se si guarda alle parole e non agli interessi, qualche passo verso l’uomo s’è fatto. Quando penso ai maggiori diritti, naturalmente lo faccio per differenza rispetto ad un prima e non mi sogno di pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili. Eppure mai come adesso l’ingiustizia emerge, circola, le differenze sono acute, il male fa più male a chi lo sente. Mi chiedo quale via esista oltre il capitalismo, per dare un senso al cambiamento, quale direzione prendere, dove fare per non sbagliare troppo.

In questi giorni, nel mio territorio, il Pd si sta spaccando sul revamping di una cementeria; gli abitanti dicono: abbiano già dato, basta! Hanno ragione, anche se la vita media è cresciuta, da 40 anni respirano aria inquinata. Sono con loro, ma mi devo anche porre il problema di 500 famiglie che resteranno senza lavoro. Sono gli stessi che dentro e fuori al mio partito, sono favorevoli al revamping, sanno che senza lavoro c’è povertà anche nel ricco Veneto.

Ecco, non posso dire mi oppongo e basta, pensare che la soluzione riguarda altri, perché così facendo, sposto la spazzatura ma non risolvo il problema del modo di vivere. Devo offrire il pacchetto intero, troppo comoda la solidarietà.

C’è una linea che vedo ogni volta che mi sposto in l’Africa. E’ la linea dello sporco, sotto quella linea si devono abbandonare le abitudini, i concetti di pulizia personale, i cibi e la loro confezione diventano precari. E’ la linea della diarrea, degli anticorpi che mancano, ma non è questo il mondo che voglio, non penso allo stato di natura come l’età dell’oro. Quella linea c’era anche in europa, anche in Italia negli anni ’50, faticosamente si è spostata verso il basso. La civiltà è stata fatta coincidere con la pulizia, come bastasse importare sapone e detergenti, ma non è solo così; civiltà sono le abitudini che mutano e il darsi da fare, l’ intraprendere sé stessi, prendere il mano il proprio futuro per un progetto condiviso.

Quando penso ad uno sviluppo differente, compatibile ovunque, senza spostare le lavorazioni nocive dove non protestano, penso ad uno sviluppo che riguarda il pianeta, non il singolo territorio. A che mi serve non avere centrali nucleari se queste sono appena oltre le alpi? E solo perché posso, perché spreco energia? E’ l’uso dell’energia che posso gestire come deterrente per le centrali nucleari. Il nemico non è l’impresa o la globalizzazione che, comunque sia, dà più consapevolezza e diritti di prima, ma è l’uso di accumulare cose che non servono, praticare la bulimia del possesso che contribuisce a far prevalere la parte deteriore di questo mondo e lo incentra sul profitto senza limite. Mi scordo di tutto quello che mi sta attorno, ed è giusto sia così per gran parte del tempo, ma se comincio a cambiare le mie abitudini effettivamente il battito d’ali, mio e di molti, causa un uragano. Rallentare ed usare diversamente il tempo, proprio perché me lo posso permettere, è cambiare, moderare, fare senza rinunciare al lavoro.

E soprattutto devo ricordarmi di credere che un mondo diverso è possibile e che dipende anche da me. Da noi.

consapevolezza

Ognuno di noi contiene la propria malattia. Ne ha sensibilità, ma la mette in disparte, la maschera di necessità.

Scrivo di marginalità, penso cose strane e futili, uso quello che conosco per indagare con lo sguardo a lato. Mi interessa vedere intorno dopo aver guardato negli occhi, perché lì trovo pezzi di me.

Conoscere la propria malattia significa averne intera la paura, vedere che l’indifferenza è appena dietro l’angolo pronta ad azzannare.

Curare la propria malattia, significa capirla e temere il cinismo che non fornisce interessi veri. Solo le passioni sono a lato del cinismo, agiscono con chimica strana che combina occasioni e sentire. E se quasi mai si completano negli enunciati che le avevano generate, forniscono, comunque, la materia del vivere.

Scrivo spesso di cazzate e mi occupo di cose vere, mi saturo di realtà ogni giorno, al contrario di quando si parlava molto e si faceva poco o nulla e si viveva altrove. A lato. Allora restava quel vuoto, quell’inanità che genera la percezione della propria insufficienza colpevole.

Anche adesso.

Così la mia indignazione diventa passione e si scatena appena fuori della banalità di ciò che questo paese è diventato.

Ognuno è soggetto felice delle proprie passioni.

Per età potrei dire che non è più compito mio, che non m’interessa più. Ma in fondo la terza metà della vita, non è destinata a fare ciò che non si poteva fare prima, quello che non si è fatto è definitivamente perduto, ma è il nuovo che è interessante, i nuovi percorsi e vincoli, le nuove virtù.

Ognuno di noi contiene la propria pazzia e ne ha nozione.

Spesso è l’unica libertà, la parte vera che si possiede, per questo è intollerabile viverla con continuità. La pazzia non conosce il limite tra il particolare e il generale. Totius ex parte. Era uno dei principi della magia antica, nel particolare c’è tutto il conoscibile dell’universo, tutte le contraddizioni, tutte le forze e le equazioni fondamentali. Per questo cerco la mia pazzia nei particolari, li lego alle passioni con sottili rossi fili di seta, scrivo di cazzate e m’intrido di realtà.