Nulla più che la disattenzione solleva nuvole d’orgoglio.
Pulviscolo d’hybris che attende queta d’evolvere in morso.
Nulla più che la disattenzione solleva nuvole d’orgoglio.
Pulviscolo d’hybris che attende queta d’evolvere in morso.
Sono stanco d’imbecilli,
di sfruttatori di pazienza,
di incapaci in cerca d’aumento,
di venditori senza titolo di cose altrui.
Sono stanco di sfide impossibili,
di acqua portata con le orecchie,
di mie idee spiegate da altri,
di lavorare per chi non fa la mia stessa strada.
Sono stanco di luoghi comuni,
di parole abusate,
di piccoli calcoli senza intelligenza,
di retropensieri, di cattiverie inutili.
Sono stanco di chi mi spiega come sono,
delle scorciatoie che portano altrove,
del tempo buttato ad inseguire il presente.
Sono stanco di chi interpreta parole mie,
pensieri miei
e pure me li spiega,
ascoltando solo se stesso.
Non esiste un diritto alla felicità. E’ una panzana inventata dalla mia generazione che considerava il mondo a disposizione dell’uomo. Che confondeva felicità con piacere, stato con sensazione. E per condividere e rassicurare se stessa, questa generazione l’ha raccontato ai propri figli, ne ha fatto oggetto di crescita economica, ha assicurato che si può essere realizzati e felici.
Qualcuno dirà: ma esiste nella costituzione degli Stati Uniti il diritto alla felicità, e pure nel Butan c’è un indice che misura la crescita della felicità accanto a quella dell’economia. Ma vi pare siano particolarmente felici negli Stati Uniti, oppure nel Butan?
Esiste la fatica della conquista della felicità, le condizioni che la possono rendere vera. Per poco. Quanto basta a motivare lo sforzo e riprovarci.Esiste un bisogno di felicità, un percorso tendenziale, a volte tangente, una spinta a ripetere qualcosa che affonda nel bujo del nostro ricordo. Ed è rosso, caldo, avvolgente, ed immoto, eppure, al contempo, è dinamico, muta di luce e colore, prova brividi e sente. Sente tanto intensamente da perdere nozione del tempo. Ma costa fatica anche se è gratis, è lavoro su di sé senza risultati apparenti, che a volte sfocia, senza motivo apparente, nella pienezza. Non ha a che fare con l’amore, può accompagnarlo, ma è disgiunto. Neppure con il piacere c’entra molto, a volte coincide, ma è un caso.
Non c’è un diritto e saperlo costringe a scegliere, a rimboccarsi le maniche, predisporsi. E soprattutto ritagliare la felicità alla propria misura, cercarla in ciò che si avvicina a noi. La felicità, come il dolore, è un percorso alla conoscenza di sé, per questo non è un diritto ed è un lavoro che non finisce.
p.s. Buon compleanno Bob, abbiamo idee convergenti sulla felicità.
Mi è tornato alla mente un altro eroe, Peppino Impastato, nel giorno della morte di Giovanni Falcone. Chissà quante vite sono cambiate perché Falcone e Borsellino hanno avuto coraggio, quanti hanno trovato dignità, quanti si sono ricordati che non basta aver vita per vivere.
E poi le parole della vedova dell’agente Schifani della scorta, che da sempre mi commuovono, rinnovano sentimenti, rabbia, ricordo, presente.
Queste persone hanno ricordato, ricordano a noi, nelle nostre case sicure, nel nostro mondo che crediamo immune, nel nostro quotidiano così apparentemente distante, che bisogna avere coraggio, non voltarsi dall’altra parte, resistere.
Bisogna.
Credo si sappia dove batte il mio cuore. Qualcuno, persino, conosce pezzi della mia storia. Se stasera sono contento, si capirà. Aspetto ad essere felice, perché ne ho viste tante, perché le vittorie mi piacciono quando sono un passo che conquista qualcosa per tutti. Perché ho il senso del relativo nella contentezza, e ciò che oggi sembra una conquista fatta, senza il cuore, il cervello e la costanza dell’impegno, durerà poco. Forse neppure sino al ballottaggio.
Sono una persona che si contenta e scontenta, mai indifferente. Vorrei che andare avanti non fosse una fatica immane, e che chi gioisce questa notte domani fosse al “servizio” ( che bella parola) perché questo nostro paese cambiasse davvero. Che vivesse questa notte come la notte prima degli esami, con un po’ di paura e tutte le possibilità in tasca.
Godiamoci questo momento di forza inattesa e facciamo in modo che sia una felicità.
Anziché cercare, come viene fatto dopo i delitti efferati, le ragioni della violenza, non sarebbe meglio cercare i motivi della bontà? Anche evidenziare la sola convenienza della bene basterebbe.
Il male assoluto, e banale ( ma oggi la parola di Hannah Arendt è abusata e privata della sua intuizione terribile) del nazismo, mi è pian piano emersa, oltre le foto dei campi di sterminio, oltre la narrazione, proprio nella considerazione che gli ebrei, hanno per chi si è speso, durante l’olocausto, per salvare qualcuno di loro. Giusti sono anche quelli di cui, magari sottovoce, si sa, o sospetta la convenienza, ovvero che salvassero per denaro. Come dire che si può disgiungere il bene dalla generosità. Non sono la stessa cosa, ma il bene, comunque arrivi, vale moltissimo per tenere insieme un branco di animali ed impedirgli di eccedere. Forse per questo si può disgiungere, nell’agire attuale di chi è figlio della sofferenza, il ricordo dell’ingiustizia assoluta del male dall’ingiustizia relativa del giorno, motivandola nell’autodifesa, oppure, in peggio, con motivazioni di diritto. E considerarla lecita e non comparabile.
Per questo ritengo che cercare le radici del buono, ovvero di quello che ci impedisce di nuocere e motiva il fare del bene, dovrebbe essere una ricerca primaria delle scienze (?) umane. Superare la liquidità del sociale per rapprendere il bene.
Non mi piace la critica del relativo, puzza troppo di sacrestia per frequentare l’assoluto, e la radice del bene-comunque, andrebbe proposta, incentivata, facilitata nella crescita. Dirlo ora, dopo aver ascoltato la politica dare esibizione di caricature di umanità, di stile e di idee sguaiate, magari è fuori luogo, ma pensare sempre male dell’altro, evidenziarne i caratteri negativi presunti per occultare la propria povertà, demonizzare persone e proposte senza neppur sapere di cosa si parla, scava solchi di predisposizione al peggio. Bisognerebbe saperlo, essere coscienti che parlando al basso ventre, si disattiva il cervello. Questo modo facile di essere assieme, separandoci subito per invidia e demonizzazione della diversità, è scivolare verso un lago di fango coscienti di non voler arrestare la caduta. Il buono dell’altro evidenzia la possibilità di invertire un percorso che sembra obbligato, di ritrovare i motivi per fare assieme. Ed allora molto di quello che ci serve, ha solo il colore della fatica e della condivisione.
p. s. e per non tranquillizzarvi troppo sulla mia demenza senile:

Venezia, giovedì era stupenda. Parlo della mia Venezia, quella degli itinerari seminascosti e deserti di turisti. La Venezia dove un campo è piccolo, ha di due panchine, una è vuota, e nell’altra, i vecchi parlano con i piccioni.
Camminare nel sole ed ombra, guardando i particolari d’una trama che, ai tempi della Serenissima, non era ancora scritta. C’è una Venezia dell’ 800 e del primo ‘900, dove finiscono i marmi bianchi, il Sansovino, lo Scamozzi, il Sanmicheli e gli epigoni del Palladio. Dove la mercatura non era arrivata ed il lustro del Canal Grande è lontano assieme all’apparire. Una Venezia di gatti, calli strette, ponti miserelli e case operaie fatte di mattoni. Siamo vicini al lato nascosto di quella che fu, un tempo, la più grande fabbrica veneziana: l’arsenale. Munito castello che conservava l’arte, i segreti e l’ingegno dell’andar per mare su legni e ferro d’armi. Un immenso agglomerato di sale enormi, di mattoni, di colonne possenti, di camini e pareti in rovina. Davanti c’è Murano e l’isola dei morti, il cielo e un braccio di mare a dimensione domestica.
Sia pur vecchia, qui la vita della città, dei veneziani, esiste ancora. Non è coartata, mutata geneticamente dai foresti, abbagliata dal colore dei vetri, delle maschere, dei merletti, del tutto cinese, del tutto da vendere e nulla da conservare. E’ ritratta in sé e guarda l’agonia dell’altra parte che vive d’apparenza, sente che essere nel mondo snatura, non esprime identità, così s’ aggrappa alla cultura che ricorda e si spegne.
Che senso avrà il padiglione Italia, proposto da Sgarbi, alla Biennale, con 2000 artisti invitati, dispersi ogni dove, in città e in Italia. Traccia di qualcosa che forse è altro e comunque non riconducibile ad una città. Non capisco, forse neppure i veneziani capiranno, ma non importa, basta arrivino turisti. La grande Venezia era gelosa, autoctona anche quando importava ingegni, piegava le menti ad un volere aristocratico, teneva il meglio del mondo, teneva e lasciava liberi se c’era compatibilità tra grandezze. Chiedete al Veronese cosa pensavano i monaci della sua cena in casa di Levi. Del resto l’aristocrazia aveva sbarrato le porte ad ingressi esterni, bisognava essere veneziani per governarsi, il resto era comprabile. E per partecipare al maggior consiglio, dopo la serrata, e quando già il declino era ben visibile, non bastava essere nobili, e neppure grandi, ma bisognava versare 100.000 scudi. Ma non illudetevi, pur indossando gli stessi abiti, non si sarebbe mai stati eguali davvero.
Città altera, generatrice d’orgoglio, forse l’unica dove appartenere era condizione, dopo Roma. Feroce con i nemici, assolutamente conservatrice, se non nella mercatura, finché poté averne una. Miope per sua grandezza. Ma non sono oggettivo, la mia città, che contribuì alla nascita di questo miracolo, attraverso i suoi abitanti spinti dal terrore dei barbari, ha chiuso la propria grandezza di capitale nel 1406, quando il suo signore, i figli maschi e parte della sua famiglia, vennero strangolati nelle prigioni di palazzo Ducale. Si chiudevano così guerre che erano durate tre secoli, ed iniziava una damnatio memorie che, oltre a cancellare i Carraresi, precipitava Padova nel declino sonnolento della provincia. E solo l’ultimo contributo con il neo platonismo, con il metodo scientifico di Galileo e con la nascita della medicina moderna mostrò sprazzi di quello che avrebbe potuto essere la città se lasciata crescere. Antica inimicizia tra parenti, quindi, ma anche simbiosi non paritaria, per convenienza, necessità, rapporto di dominio. Secoli d’ombra. Forse poteva essere diversamente, per Verona fu così, ma bisognava schiacciare il cugino scomodo e infido. E Venezia ci riuscì bene.
Sembrano cose lontane, eppure, pur nel mutato ordine, le competizioni pesano ancora, in questo mondo dove primeggiare almeno in qualcosa è condizione di vita. C’è una battaglia tra galletti in corso, nuovi ingressi e nuova nobiltà di denaro orientano la crescita. I luoghi hanno bisogno di principi adeguati, lungimiranti di futuro e di opere, sfidanti di fortuna oltreché d’uomini, per crescere e far nascere appartenenze e culture nutrite di opportunità.
Venezia ora è altrove, corre per suo conto. La mia Venezia, si stende pigra e guarda quanto accade. E’ un enorme animale immoto, fatto di pietre senza dominio da mar, senza dominio da tera, e così punta al cielo. Dice: cibatevi della mia apparenza, porté bezzi foresti, fazì el vostro comodo, ma con creanza. ( portate denaro, fate il vostro comodo, ma con educazione) E il cuore batte piano altrove. Sempre tra acqua, terra e cielo, nei luoghi dove gli abitanti possiedono il tempo. Cosa che i turisti non possiedono. Dove c’è la coscienza d’essere diversi, ed è barriera impenetrabile per chi è frettoloso. Dove parlano di niente e pare di capire, ma nella ciacola, il suono conta più delle parole e quando si segue lo sguardo di chi parla, in realtà non si sa dove guardare.
Spesso parlando di una persona morta giovane, si dice quanti anni avrebbe ora. Bobby Sands, ha ancora 27 anni. Li aveva il 5 maggio 1981 e li avrà per sempre, almeno finché qualcuno si ricorderà di lui, in Irlanda o altrove. Allora, come adesso, accade che la forza di un ideale, di un sopruso patito, cancelli l’età, renda così alta la testimonianza che non saranno necessari altri messaggi per rendere evidente l’ingiustizia. Era accaduto ed accade, penso alla mia generazione, con i morti di Reggio Emilia, con Jan Palack a Praga, a Parigi e a Berlino nel ’68, ma anche con i bonzi che si davano fuoco a Saigon e in Cambogia, con i giovani a Teheran prima e dopo la rivoluzione, in Palestina, a Pechino, e potrei continuare verso il Cairo, la Tunisia e la Libia di questi giorni. Una scia giovane di scelte che trascinano i popoli e cambiano gli stati. Non importa in quanto tempo, ma rimuovono la gora dell’acquiescienza, rendono evidenti i problemi.
Bobby Sands morì dopo 66 giorni di sciopero della fame, e dopo di lui morirono altri 9 militanti dei due movimenti irredentisti dell’ Ulster, tutti detenuti negli H-Blocks del carcere di Long Kesh. Bobby era deputato al parlamento britannico da 25 giorni, il primo ministro inglese era Margaret Thatcher, né l’uno né l’altro cedettero, ma vinse Bobby. Difficile ricordare, cosa arrivò allora, in un mondo non ancora globalizzato, certamente quella che sembrava una questione importante, ma locale, divenne l’ennesima dimostrazione che lo scontro tra Davide e Golia era possibile e che il debole non era automaticamente vinto. Si disse, quello che sento ripetere ora per i movimenti nei paesi del mediterraneo, ovvero che si può opprimere il popolo per anni, addormentarne la rabbia, togliere la speranza del cambiamento, la cultura e la percezione del vero, ma alla fine il movimento tellurico si scatenerà, e ciò che era impossibile improvvisamente diverrà insufficiente.
Bobby Sands, non era l’incarnazione del bisogno di tutti, certamente non del pensiero dei protestanti, ma evidenziava un problema di oppressione. E lo faceva difendendo la dignità della propria idea di un’Irlanda unita. Aveva un percorso fatto da scelte forti, iniziate presto. Chissà quanto avrà pesato la Bloody Sunday di nove anni prima, su di Lui. Era giovane, ma non aveva età, nel senso che gli ideali e i principi straripano rispetto alla normalità delle vite. Non era un trascinatore, lo divenne perché non tornò indietro rispetto a ciò che riteneva giusto. Forse voleva parlare solo agli irlandesi e agli inglesi, in realtà parlò al mondo di allora, dicendo che la speranza di chi spinge in avanti la storia vince su chi bastona e uccide. E qualcuno di noi, che allora era giovane, amò la sua forza e fiducia. E anche Lui e la causa irlandese.

Tra le parole di moda, emerge l’uso sconsiderato del termine narrazione. Nel senso di raccontarla, sempre e comunque, di spiegare ciò che è sotto gli occhi e che dovrebbe essere di per sé evidente, ma che narrato evidenzia il proprio senso. Come fossimo tutti bambini privi di codici interpretativi ed incapaci di vedere davvero.
Ed io esco dalla narrazione che non implica fatica, perché ognuno deve vedere con i propri occhi, trarre le proprie conclusioni, commettere i propri sbagli, non farsi assolvere da chi gli racconta la vita. Soprattutto la propria.
Come la mettiamo con l’insofferenza crescente, con il non poterne più, con i lacci e la costrizione propria ed altrui, con le false libertà che non durano oltre il piacere, con gli anni che pesano quando si apre il vuoto, indipendentemente dal loro numero. Insomma come affrontiamo il senso vero della vita che non può essere narrato perché o si vive o non significa nulla oltre l’illudersi.
2 miliardi di persone davanti allo schermo e la considerazione era: significherà pure qualcosa per queste vite che guardano. Questa è la narrazione, ovvero ciò che queste persone non avranno mai, quello che è irraggiungibile, che non distingue tra sogno e favola. Ed è qualcosa in cui ci si può identificare senza fatica, anche se non cambia nulla, contrariamente al sogno che ci modifica e porta oltre. Oppio per non vedere la propria storia.
Mi interessano le storie vere, quelle che non si possono narrare facilmente, perché sarebbero tremendamente banali senza la persona che emerge, ma appena indagate, divengono incredibili, perché fatte di realtà, intrise di quotidiano e memorabili. Molti anni fa vidi un film giapponese, che rappresentava la vita di una persona attraverso una camera fissa aperta. Una giornata senza copione, solo scorrere del tempo e così densa di tempi morti da far emergere l’ansia che accadesse qualcosa. La collegai a ciò che dice Ullrich nell’ uomo senza qualità, quando pensa di vivere come in un romanzo, per cose notevoli. In entrambi gli estremi, la narrazione è impossibile, dovremmo arricchirla di contorno, deviare l’attenzione, perché il pensiero si distolga dalla consapevolezza di essere. Insomma parlare d’altro per parlare della persona e di ciò che sente. Provate a raccontare una fotografia, rendere i particolari, e poi, passando alla persona, dirne il pensiero, l’umanità. Difficile, se non si mostra la foto, e qualunque cosa si dica sarebbe infedele rispetto all’oggettività dell’immagine, tenderemmo ad arricchirla per interessare, modificando la realtà. Quel che ne esce, non è la foto o la persona, ma la nostra capacità di suscitare interesse, fascino.
Cosa c’è di umano nello spettacolo se viene semplicemente narrato? Nulla, è prefigurazione d’altro, che dev’essere vissuto in sé per diventare sentimento, forza ammissibile e fuorviante. E sogno che si materializza.
Tra le capacità somme del premier c’è la capacità di raccontarla, di narrare. Ogni seduttore conosce il valore della narrazione, ma fugge il superamento della seduzione, ovvero il suo gradino più alto, che è la prova del vero attraverso la critica e la sua condivisione. L’eros. Il disvelamento della qualità oltre l’apparire. Se io ti vedo come sei, non posso raccontarti, ti devo vivere. E così il superamento della narrazione è il momento in cui si piega l’acciaio, si modifica il sé e il presente, non ci si accontenta più. Materia incandescente che può sfociare ovunque: nel volo insperato, nella disperazione, nel cinismo, nella vita consapevole, nell’euforia, nell’entusiasmo. Tutti gradi di consapevolezza dove il narrare è messo da parte e subentra il vedere. Duro, trasparente, tenero, irto ed ustionante. Generatore sommo dell’essere, della sua continuità e del suo moltiplicarsi.
La narrazione se non infiamma d’entusiasmo, se non rende tangibile il mutamento, se non fa compiere balzi, se non rompe consuetudini, paradigmi, lacci, se tiene queti, è oppio. Per questo non vorrei narrare, perché il senso, quello che si sente, non può essere narrato, si può esibire, mostrare, additare, ma per essere condiviso chi lo legge, deve sentirlo e tradurlo in sé, trasformarlo in cosa propria tanto che diventi sua storia. Questo è il mio limite, non narro e non suscito. Non come vorrei e nel senso di incompiutezza mi fermo. E con pazienza, mondo la narrazione, la sua tentazione, dal dire. In cerca dell’eros. Ovvero della condivisione. E l’eros non è narrazione.
Parlando di te, usi parole dense, come si fa tra i vecchi amici che si sentono per il piacere dell’altro. Ed hai concluso con il presente, non con il passato.
Ho chiuso il cerchio, adesso mi sento in equilibrio. Serena.
Nella mia mente si è disegnata una circonferenza tracciata col gesso, un braccio che ruota sul perno del corpo, il segno per terra. E tu, dentro una prigione facile e difficile. Da superare con un balzo, come tutte le prigioni della volontà. E invalicabile.
Hai mai pensato che il cerchio rappresenta la perfezione e la divinità, ma che né l’una né l’altra sono serene? La perfezione quando cessa di essere tensione non ha più coscienza di sé ed il cerchio viene superato come immagine, lasciando qualcosa di indifferente al mondo ed immoto.
Ma da quanto capisco, il tuo cerchio di gesso, è una serie di equilibri, un trovare la misura del desiderio. Vivere il giorno, con il pensiero del futuro domestico e trovare un equilibrio, è una forma alta del vivere.
Altri cercano molto di più e si abbattono schiantati appena fuori del cerchio di gesso. Oppure esasperano la tensione sino a realizzare che solo l’insufficienza ed il limite ci possono accompagnare perché perfezione e purezza non sono concetti sovrapponibili, ma al massimo tensioni irrisolvibili del Tutto. Solo i bambini possono pensare di essere davvero Tutto.
Sono pensieri silenziosi, nessuno tornerà mai bambino, ma gli occhi possiamo pulirli. Dal tempo, dalle urgenze, da ciò che non conta davvero e giocare con il cerchio di gesso. A volte tu, a volte io, a volte nessuno perché è scesa la sera e nessuno gioca più.