grazie Presidente Napolitano

Il presidente della repubblica, il vecchio “comunista” Napolitano, continua ad assicurare una dignità spendibile dentro e fuori l’Italia ai cittadini di questo paese. Di questo bisogna ringraziarlo ogni giorno perché in Lui, riconoscono un’Italia diversa da quella degli scandali, della mafia, delle barzellette, delle corna e dell’improvvisazione.  Per una parte del Paese, il fatto di poter dire che c’è una zattera su cui salire con dignità, permette di avere speranza.  Lo dico senza piaggeria visto che non di rado non ho condiviso le sue posizioni nei comuni partiti ed oltre.

Ciò che non capisco è l’onestà intellettuale dei molti convinti liberali che ogni giorno leggono giornali su cui assentono.Magari questi giornali si chiamano Libero e il Giornale, oppure altri, non importa quali, ma s’informano. Sono persone per bene, persone che non considerano l’onestà un optional, che hanno un senso civico forte. Magari non avranno molta solidarietà, forse si fermano alla carità della san Vincenzo, però il dovere sanno cos’è. E seppure mai tranquillamente, quando si sono scontrati con quelli come me che argomentavano, non rifiutavano la discussione. Allora, mi chiedo, ma cosa diranno queste persone, quando il signor Berlusconi continua con le sue tiritere sui comunisti e i giudici per mascherare i problemi irrisolti e l’incapacità di governo, cosa diranno dell’insensatezza della spaccatura del Paese, cosa diranno del continuo mercimonio di corpi e di voti che viene proposto come naturale estensione della politica.

Magari diranno che Napolitano è un comunista, ma diverso, che da vecchi si cambia, che non si è opposto all’invasione dell’ Ungheria. Diranno questo ed altro, ma sanno che non ha mai rubato, che ha avuto rispetto degli avversari, non ha avuto bisogno di rifiutare giudici e di invocare impedimenti inesistenti, allora, per favore, non occorre che si convertano, basta che diano a ciascuno secondo merito e fatti.

Grazie Presidente Napolitano.


perché non sono con Fassino,Chiamparino, Ichino, ecc.

Non sono con Fassino e neppure con gli altri del titolo e non perché finiscono in ino i cognomi, perché posso aggiugere D’Alema, Veltroni, Fioroni, ecc.ecc.

Il lavoro è cambiato in Italia e nel mondo, esistono privilegi non più sostenibili, i diritti devono diventare eguali, il lavoro, ovvero averlo, è la priorità. Ma questi sono presupposti per una posizione politica che indichi una proposta, un futuro per cui lottare, non sono la proposta politica. Non è riformista lasciar smantellare pezzi di stato sociale, modificare surretiziamente la costituzione ed il codice del lavoro, far sì che si abroghino soggetti sociali, contratti e contrattazione, far vivere peggio le persone, cedere al ricatto del o così o così. Un qualsiasi partito di destra liberale, fa meglio dei riformisti questo lavoro, anzi, siccome risponde ad una ideologia, tenderà a farne emergere gli apetti sociali. Marchionne non ha una linea politica, non è il suo mestiere, ha una gestione d’azienda che si confronta con un mercato, ma esistono spazi di compatibilità, richieste, contrattazione e soprattutto un quadro comune di diritti e di doveri. Produrre in Italia è più costoso? Bene, questo è un problema, perché accade ? Quanto c’entrano i lavoratori di Fiat che percepiscono paghe inferiori a quelle dei loro colleghi tedeschi e francesi. La Bmw, il gruppo Wolkswagen, sono aziende che producono in Germania, come Citroen e Peugeut e Marchionne non è il modello del lavoro, dell’economia in Italia, è una componente di un sistema senza il quale non produrrebbe, non avrebbe mercato. Esiste una responsabilità sociale delle imprese che non può astrarre dal contesto in cui si collocano. E non siamo ancora alla definizione di un modello economico, siamo ai presupposti. Pur rifiutando l’economia di stato, è tragico che un partito riformista e di sinistra come il Pd non dica qual’è il SUO modello di economia, la sua via per produrre ed assicurare diritti eguali, che non metta in campo una visione globale del futuro del lavoro. Se non lo fa un partito che porta nel suo dna la costruzione di una società giusta, chi potrà farlo? Il mercato dialoga con la politica e con l’economia, ma non è né l’una né l’altra. Accettare il contingente, la linea della compatibilità che in realtà significa il ricatto del sennò me ne vado, non dice nulla su chi è il Pd, non ne giustifica l’esistenza. Qual’era l’idea del lavoro di Fassino e degli altri prima che Marchionne ponesse il problema? E se c’era, perché adesso non è più valida?  Per mesi non abbiamo avuto un ministro dell’industria che portasse innanzi una politica del governo, non c’è un’idea della crescita se non attraverso le imprese che da sole dovrebbero assicurare che il paese abbia lavoro e benessere, in compenso abbiamo avuto Sacconi che ha favorito la divisione sindacale. Metto anche me: dove eravamo? E’ solo un problema della Fiom che non capisce dove va il mondo oppure c’è l’incapacità di prendere posizione perché la presenza dei lavoratori di Fim e Uilm nel Pd, spaccherebbe il partito? E cosa pensano del futuro del lavoro i lavoratori di Fim e Uilm? Non i dirigenti, i lavoratori. Questo partito si svuota nel non dibattere e nel non decidere, non dire adesso equivale a non esserci. Fassino esprime un’opinione, Chiamparino, Ichino, pure, ma è necessario aprire un dibattito in Direzione nazionale, nei Circoli, nel Paese, discutere di cosa è il lavoro attuale e futuro, qual’è la società che vogliamo. Non quella astratta delle mozioni congressuali, ma quella concreta che si può fare facendo fatica, mobilitando le persone, convincendole che una società diversa, più giusta e più vivibile, è possibile.

Per questo non sono d’accordo con Fassino e con quanti esprimono e decidono una società che non è la mia, sulla quale non ho discusso e che voglio discutere. Non voglio avere un’unica possibilità ovvero quella di andarmene.  Spero che altri la pensino a questo modo e che lo dicano. Questa è la diversità di una parte politica.

http://www.unita.it/italia/cari-amici-di-pomigliano-1.263409

demi-vierges

 

 

Si affiancano due foto sul giornale. Su una pagina Bondi, ancora ministro, il viso tondo e glabro, lo sguardo, sorretto dalla mano sul mento, mira l’indefinibile. Un santino. Magari è morto davvero e non ce l’hanno detto. Sull’altra pagina, Scarlett Johansson, con un magnum Moet tra le mani. Il vestito da sera sfuma sullo sfondo, banalotti entrambi. Anche qui lo sguardo punta verso il chissà. Forse è imbarazzata dall’ingombro dell’oggetto, dallo spruzzo evocativo, ma lo tiene senza grazia, con estraneità, mentre a lato si affollano improbabili demi-vierges. Anche questo è un santino banale fatto ad agosto. Le feste sono già finite e non ce l’hanno detto.

Penso alla politica italiana: essere almeno demi-vierges, con possibilità di vendersi la presunta verginità, potrebbe essere il requisito per gli eleggibili maschi o femmine. L’indice della libertà di pensiero di spaccio.

Vogliono darcela a bere? Non è necessario perché il re è nudo ed i sudditi vorrebbero partecipare all’orgia, tanto qualche confessore si trova sempre, quindi perché mentire?

Non è nulla d’importante, basta uscire dal tempo e dallo spazio, portare il cane al mare, mettere in ordine collezioni povere. Puntare sul recinto delle abitudini.

Un caffè?

Grazie, è già notte, non dormo.

 E che dorme a fare, a che le serve? Tanto il corpo funziona, ci pensa da solo, sverrà a tempo debito. E’ insoddisfatto?

Quanto basta,  vede queste pareti erte, vetrificate dal ghiaccio? Si sale con i ramponi. Cose che graffiano, incidono, feriscono. Le carezze ci avrebbero già gettati a valle. Ed allora ci si pensa e non si dorme.

Lontano la radio, via, andare via. M’ero scordato della rivoluzione messicana: mi piaceva Pancho Villa, Emiliano Zapata, poi la cucharacha ed il ribollire dei left americani. Uomini e donne insoddisfatti che si preparavano ai salotti famelici di sensazioni, qualcuno sarebbe finito in Russia, qualcuno alla guerra di Spagna. Reed, London, Weston, Modotti, venivano da Hollywood, da NewYork, dai giornali pieni di parole dense. Mi piaceva l’idea confusa del loro socialismo e del dover fare. Mi piaceva che la rivoluzione avesse generato il colore acceso steso sui muri, prima così bianchi. Mi piaceva immaginare la dissennatezza delle borghesi rivoluzionarie, allevate dalle suore come champagne: buon bianco, lieviti, zucchero ed una forza che si sprigiona e spegne le parole in gola. Furiose e bellissime. Femmine e donne. Mai demi-vierges.

Da un lato Bondi, già morto, dall’altro la festa improbabile. Tutto già passato. Dove l’ho visto?

Bisognerebbe sfiduciare un ministro alla volta, un dirigente alla volta. Matteoli perché 10 cm di neve mettono in ginocchio il paese e Moretti perché dice che è tutto normale. Usare la politica del carciofo, sfiducie mirate, togliere l’acqua al pesce e mantenere la tensione. Ma non è cosa da demi-vierges.

Assoli d’archi su percussioni. Hai notato che la musica muta? Anche qui tensione, e ripetitività.  E poi aggettivi acuminati, scritture nervose, parole che si spiaccicano sull’interlocutore. Ma perché andare? Le nostre case sono calde, abbiamo un posto dove posare, stare, partire, tornare. Pensieri su cui sedere: hai mai pensato alle macerie che lascia la felicità?

Per la vita e la politica i demi-vierges, leggono breviari di religione del possibile: né maggioranza, né opposizione, pensiero della via mediana, il possibile scovato nella riga bassa dello spettro. Venite avanti mesti, insoddisfatti e infelici senza macerie, costruttori d’aeroplanini e barchette di carta. Di voi sarà fatto il regno e magari anche i cieli.

Un cane che torna nella vita, il freddo, il mare, le collezioni dimenticate, le parole tenute dentro, gli occhi usati, la musica, il rumore della natura, lo schiocco del passo, il Prato con le luci delle feste. Lontano, oltre la finestra, neve, un vetro tra me e il mondo che non m’interessa. Giro pagina.

 

p.s. ho tentato di mostrare come scivolano i miei pensieri, non c’è logica e neppure interesse. Come un guardare ed essere distratti dalle mosche.

 

 

 

l’incapacità

Oltre a quello che accadrà oggi in parlamento, interessante per un giorno e poi subito sommerso da altri cascami ed interessi, ciò che emerge come fallimento ben distribuito è l’incapacità di autoriformarsi della politica. Questo investe l’intero sistema dei partiti e della loro dirigenza e l’inerzia colpevole dell’autoriforma affossa in egual modo il Pd e Berlusconi. Ma il secondo non ha meccanismi di ricambio a sè stesso, e neppure alternative per i noti problemi giudiziari. Diversa è la condizione dell’opposizione che potrebbe davvero essere novità intrinsecamente nuova, mostrando senza paura come si possono cambiare le classi dirigenti senza cominciare ogni volta daccapo. Dopo la prima repubblica, implosa con tangentopoli, la seconda s’era aperta con la sfida della novità berlusconiana ovvero come ri-rendere maggioritario il populismo di centro destra cambiando la percezione della politica e dei politici. Un grande inganno che però ha sollevato speranze incredibili in un paese stremato eticamente dall’equazione politica=corruzione.

Vi pare che questo sia accaduto? 

Vi pare che vi sia una più alta considerazione della politica da parte dei cittadini?

Vi pare che il rapporto tra promesse e realizzazioni sia davvero migliorato?

No, non è migliorata la politica, è peggiorato il paese. Ed anche in questo esiste una graduatoria di responsabilità, ma non ci sono innocenti.

Su questo evento odierno, che non ha nulla di epocale, che da tempo non appassiona perché la mia vita non sono gli umori di Calearo, gli interessi di Scilipoti e Cesario, ma ciò che accade fuori dal parlamento. Su questo, come per molto d’altro, serpeggia uno sbadiglio:  non accadrà nulla che muti davvero il rapporto tra governanti e governati ed il problema principale dei prossimi mesi sarà la crisi economica, il lavoro che non c’è per giovani e anziani, l’assenza di mobilità sociale, il taglio alla scuola e all’assistenza. L’agenda politica dice che è importante evitare che Berlusconi diventi presidente della Repubblica, congelando il rinnovamento del paese per altri 10 anni, ma come si arriverà a questo non è ben chiaro. Torna al centro l’incapacità di cambiare, di immaginare il futuro, di vedere una diversa prospettiva del presente. Troppe idee solidificate, troppi luoghi comuni,  troppi interessi personali che intaccano i pochi principi davvero inalienabili. 

Parafrasando il ’68: non una risata, ma uno sbadiglio vi seppellirà. Però al contrario di allora, temo di finire sotto le macerie.    

p.s.anche le persone fanno fatica a rinnovarsi, il cambiamento passa sempre attraverso una grande emozione. Spesso negativa, una disillusione forte, il crollo di una prospettiva in cui si erano investite possibilità, speranze. Ma queste sono micro storie e soprattutto non dura per sempre la notte. Nella politica è diverso e questa oscurità sembra senza fine.

mettiamo le cose al singolare per andare verso il noi

Penso, a volte, che se anche ho poca acqua, non sono un pesce da fango, che le cose non mi vanno bene così, che se sono un privilegiato non mi basta essere di sinistra per tacitare le domande. Un tempo aiutava non poco l’ideologia, ed anche i comportamenti conseguivano; c’era un futuro condiviso, si discuteva sul presente, e pur non bastando le sole chiacchere, il futuro sembrava amico. Adesso non basta essere di sinistra, occuparsi di qualcosa, pensar bene e poi attendere.

Comunque l’oggi ha dei vantaggi: questo mondo dà occupazione ad un sacco di persone, mai come adesso qualche diritto individuale è spendibile in gran parte del mondo, è più difficile occultare la realtà. Un tempo si andava in un paese ed era folclore guardare le teste mozzate, la legge di quel paese era sacra e ciascuno si teneva le sue abitudini. Oggi si pensa di esportare la democrazia. E’ una balla, ma se si guarda alle parole e non agli interessi, qualche passo verso l’uomo s’è fatto. Quando penso ai maggiori diritti, naturalmente lo faccio per differenza rispetto ad un prima e non mi sogno di pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili. Eppure mai come adesso l’ingiustizia emerge, circola, le differenze sono acute, il male fa più male a chi lo sente. Mi chiedo quale via esista oltre il capitalismo, per dare un senso al cambiamento, quale direzione prendere, dove fare per non sbagliare troppo.

In questi giorni, nel mio territorio, il Pd si sta spaccando sul revamping di una cementeria; gli abitanti dicono: abbiano già dato, basta! Hanno ragione, anche se la vita media è cresciuta, da 40 anni respirano aria inquinata. Sono con loro, ma mi devo anche porre il problema di 500 famiglie che resteranno senza lavoro. Sono gli stessi che dentro e fuori al mio partito, sono favorevoli al revamping, sanno che senza lavoro c’è povertà anche nel ricco Veneto.

Ecco, non posso dire mi oppongo e basta, pensare che la soluzione riguarda altri, perché così facendo, sposto la spazzatura ma non risolvo il problema del modo di vivere. Devo offrire il pacchetto intero, troppo comoda la solidarietà.

C’è una linea che vedo ogni volta che mi sposto in l’Africa. E’ la linea dello sporco, sotto quella linea si devono abbandonare le abitudini, i concetti di pulizia personale, i cibi e la loro confezione diventano precari. E’ la linea della diarrea, degli anticorpi che mancano, ma non è questo il mondo che voglio, non penso allo stato di natura come l’età dell’oro. Quella linea c’era anche in europa, anche in Italia negli anni ’50, faticosamente si è spostata verso il basso. La civiltà è stata fatta coincidere con la pulizia, come bastasse importare sapone e detergenti, ma non è solo così; civiltà sono le abitudini che mutano e il darsi da fare, l’ intraprendere sé stessi, prendere il mano il proprio futuro per un progetto condiviso.

Quando penso ad uno sviluppo differente, compatibile ovunque, senza spostare le lavorazioni nocive dove non protestano, penso ad uno sviluppo che riguarda il pianeta, non il singolo territorio. A che mi serve non avere centrali nucleari se queste sono appena oltre le alpi? E solo perché posso, perché spreco energia? E’ l’uso dell’energia che posso gestire come deterrente per le centrali nucleari. Il nemico non è l’impresa o la globalizzazione che, comunque sia, dà più consapevolezza e diritti di prima, ma è l’uso di accumulare cose che non servono, praticare la bulimia del possesso che contribuisce a far prevalere la parte deteriore di questo mondo e lo incentra sul profitto senza limite. Mi scordo di tutto quello che mi sta attorno, ed è giusto sia così per gran parte del tempo, ma se comincio a cambiare le mie abitudini effettivamente il battito d’ali, mio e di molti, causa un uragano. Rallentare ed usare diversamente il tempo, proprio perché me lo posso permettere, è cambiare, moderare, fare senza rinunciare al lavoro.

E soprattutto devo ricordarmi di credere che un mondo diverso è possibile e che dipende anche da me. Da noi.

nimby

… se si vuole restituire una dimensione umana, comunitaria,ecologica alla nostra vita, se si vuole restituire una dimensione, umana, comunitaria, ecologica, non tanto in senso ambientale quanto psicologico esistenziale, alla nostra vita, se si vuole sfuggire a quello che ho chiamato il “ modello paranoico” che ci costringe a consumare per produrre a livelli sempre più insostenibili, a competizioni sempre più stressanti e ci priva del vero valore dell’esistenza, il tempo, non c’è “bio”, “ecocompatibile”, “we”, “sviluppo sostenibile” che tengano, il solo modo di tornare a “un’economia di sussistenza”, vale a dire, sia pure in modo graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano necessariamente per un recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale, finanziario e virtuale…
Massimo Fini ne “ il fatto quotidiano “ del 20-11-2010


Per un mio quasi coetaneo, benestante, realizzato e inquieto può essere facile dire “ torniamo ad un’economia di sussistenza”, in fondo l’aggettivo graduale non inficia né il tenore di vita, né le opportunità residue, e neppure le abitudini vengono sostanzialmente toccate. Le priorità di valori, le necessità si alterano con l’età e si invertono quando si esprimono salendo sulla scala delle possibilità economiche, vale a dire che a seconda di dove ci si trova nello spazio tempo-sociale si hanno bisogni differenti. Ma ciò non toglie che quanto dice Massimo Fini mi trova consenziente, purché non sia un lusso occidentale. Il n.i.m.b.y che sposta altrove le nostre difficoltà, senza rinunciare a nulla. La strada dell’alternativa a questo modello di vivere non può essere indolore, bisogna perdere, rinunciare per avere. Se penso alla mia esperienza di lavoro che cerca di proporre una compatibilità incrementante dell’uso del territorio, una riduzione progressiva dell’impatto, ma che nel farlo, non conosco la velocità del degrado complessivo e che devo, per eccesso di variabili, assumere che alterando di meno comunque miglioro l’ ambiente, mi resta il dubbio, che oltre alle parole, vendo un sottointeso, un inganno. E che il solo motivo per cui vengo creduto è nella parola compatibile, e che la mia proposta non altera desideri, attese, abitudini, ma semplicemente le condisce della speranza di non essere in un treno lanciato verso una catastrofe. E che anche una catastrofe non fa paura, perché si pensa che qualcuno si salverà, e questo saranno tra i più forti non tra i più deboli. Meglio quindi appartenere comunque ai primi. La carne da cannone non è mai morta definitivamente e si riproduce ovunque, al ritmo necessario per il suo consumo da parte delle élites. Se si diviene consapevoli di tutto ciò, cosa se trae se non la percezione delle proprie contraddizioni ed inanità. E per sfuggire all’apatia o alla disperazione del fare, quale strada resta a disposizione? Trascurando i cambiamenti repentini da catastrofe, resta la via del cambiamento progressivo delle coscienze, il proporre, l’essere conseguenti e l’attuare stili diversi di vita. Rifiutare per resistere, praticare ciò che è compatibile con sé stessi, approfondire le analisi e le compatibilità con il vivere, ma resistere alla suasion che modifica, approva, rende compartecipi dei magnifici destini del comportamento prevalente, della moda dei consumi, della scienza orientata a trovare soluzioni a ciò che si altera in un percorso infinito di rottura e riparazione. Resistere significa essere conseguenti, maturare consapevolezze allegre, essere progressivamente innervati di priorità diverse, di cultura che conosce l’altra faccia della realtà e non ne ha paura, ma cambia in conseguenza. Resistere significa avere i giovani dalla propria parte, senza la maggioranza dei giovani non si cambia e non si vince. Ma i giovani sono la parte più difficile da convincere perché devono ancora consumare, temono di perdere possibilità in una concezione del mondo che appare “pauperista”, meno ricca di opportunità di star bene, di avere. Restare in un ragionamento riduzionista  è castrante, riconduce a gruppi piccoli, religiosi, mentre serve una laicità del crescere differente che evidenzi la crescita, che si alimenti di selezione e non tolga possibilità, anzi aggiunga incessantemente e con evidenza, qualità al vivere. Non è facile, anzi, la deriva moralistica, il vedere la propria necessità diventare norma, toglie la capacità di cogliere i problemi, le difficoltà del mutare abitudini, le implicazioni di un modello che si basa su una libertà di scelta apparente, ma sostanziale. Rinunciare all’auto per andare a lavorare a piedi a 3 km di distanza non è una grande fatica, ma se il lavoro fosse a 30 km? E in una società basata sulla sussistenza ci sarebbe lavoro per tutti, e con quali garanzie ? L’industria ha creato lo stato sociale, l’agricoltura non era in grado di farlo. Il commercio mette in relazione il mondo, ma ha bisogno di una moneta comune non del baratto. Immaginate un mondo in cui gran parte delle cose che fate, avete, usate, non abbiano più significato comune, un mondo artigiano in cui la tecnologia non ha serialità, una tecnologia resa solo funzionale, quasi domestica. Il progresso che rallenta perché non servono in continuazione nuove “release” di software o di hardware. Immaginate un mondo con il manifatturiero ridotto, un mercato basato praticamente sull’uso e non sul possesso. Immaginate che questo commercio svuoti le scelte  nelle vetrine e nelle bancarelle. Immaginatelo questo mondo che colloca le persone e le cose al centro del loro significato quotidiano, esisterà una via aurea per combinarlo con questo mondo senza critica in cui viviamo. La domanda che si pone è : ma davvero vogliamo questa via e questo mondo e cosa siamo disponibili a pagare per averlo?

la via dell’oppio

Li conosco i soddisfatti, i lavevodettoio, gli acidosi da maalox, che con il sorriso dell’ovvietà bieca percorreranno circonferenze di chiacchere per tornar da capo. Chi aveva capito (cosa? come?) si vanta: proprio lui ha fatto cadere i potenti, ne ha visto per tempo i piedi di sabbia, ed ora è pronto per essere scelto. Nulla aveva fatto prima, nulla farà poi, una scelta perfetta. La conservazione li sceglierà, chi non vuol cambiare punterà su di loro perché nulla cambi e la mediocrità eccella in ciò che è insostituibile, ovvero convincersi di interpretare ciò che davvero ciò che pensa la gente.

Il segretario del pd della Lombardia si è lamentato che la gente non capisce. Sic, anzi sigh. Chi dovrebbe capire si lamenta di non essere capito. Dove andremo se non in braccio ai negromanti che leggono passato e futuro allo stesso tempo, quelli che vivono in torri 5 stelle e si informano, leggono più giornali, parlano tra loro e si convincono. Professionisti dell’esegesi, noncamminano (scendono) tra le persone di cui parlano, si informano se il popolo ha fame, se è inappetente, se è satollo.  Hanno contratto quella malattia che nel pd si conosce bene ed è afasia strutturale del capire politico, ovvero  il problema è altro, non capite e comunque l’avevo detto.

Se davvero cade Berlusconi, cadranno tutti, perché si reggevano sul contrasto e non sulla proposta vincente. Per questo non cadrà davvero, perché regge un sistema vuoto di proposte e pieno di problemi. Qualcuno si ricorda dopo Berlinguer, Moro, Occhetto e Prodi, qual’è stata una proposta politica riformista complessiva che sia durata più di due anni? Parliamo per la più recente idea, di 15 anni fa. Ecco il male è dentro questa assenza di risposte che diano un motivo alla sofferenza, perché se c’è da soffrire, un motivo, una prospettiva futura ci deve pur essere. E non mi piacciono quelli che avevano sempre saputo, e guardavano. Guardavano e basta.

 

famiglia e pensiero pornografico

Il pensiero pornografico del potere:

E’ immaginare che la famiglia sia quella che non c’è.

E’ incentivare le nascite e non pensare ai bambini.

E’ dire che si difende la vita e negarla ogni giorno nei fatti.

E’ impedire che una persona cresca con le stesse possibilità fondamentali.

E’ incentivare il precariato come elemento di moderno schiavismo lavorativo.

E’ sacrificare i figli degli altri a sè stessi. 

E’ parlare della famiglia e non chiedersi perché i ragazzi non si sposano.

E’ dire che esiste un futuro quando si pensa solo al proprio.

E’ negare nei fatti la vita e dire che è inestimabile.

E’ usare due pesi e due misure nel sesso distinguendo gli ambiti di consumo.

E’ adoperare la morale come una clava contro l’uomo, non per l’uomo.

La famiglia è la scelta di stare assieme, con i modi possibili, che si esercita comunque e dovunque, con chiunque condivida un progetto, una necessità, una speranza. Aiutare la famiglia significa aiutare un pezzo della società, senza perdere quella parte che è sola. Aiutare la famiglia significa consentirle di essere tale e non la somma dei problemi propri e altrui. Aiutare la famiglia significa vedere le persone e non i certificati anagrafici, significa aiutare i sentimenti, non le convenzioni e le convinzioni, significa mettersi dentro i problemi, non evocarli.  

Si nasce soli e si muore soli, ma è importante essere bene accompagnati.  A che mi serve uno stato che non mi considera, che nega la mia esistenza, che mi chiede e mi toglie, ma non dà ? Rispondere a queste domande toglie l’eticità allo stato, quel sentimento devastante che nutre le radici malate di morale esclusiva, che hanno accompagnato le coscienze in occidente.

Lo stato aiuti le persone, dia loro dignità e diritti, aiuterà le famiglie.

 

l’autorottamazione

Stanotte mi sono regalato un sogno molto lungo: l’intera notte in una storia unitaria, tessuta di passione e di quotidianità, con la politica al centro, come avrei voluto fosse per me cioè fatta di persone e di ragioni. Era il sogno d’un viaggio, bello e stancante come tutti i viaggi, insostituibile come tutti i sogni, privo di vincoli ed al limite del verosimile, un viaggio in cui si poteva discutere e capire, vedere la vita in mutande oltre che paludata. Il sogno sembra altro da noi, ma forse non si possono sognare sogni diversi da quello che si è davvero. Al risveglio, pensando al sogno, a quanto accade a Firenze, alla mia vita politica, ho capito che quando mi sono autorottamato non sono uscito dalla mia storia, ma l’ho continuata.

Chi ha fatto politica sul serio, sa che è cosa difficile l’uscire, che la voglia di far emergere il proprio sapere è incontenibile, che smettere davvero non succede quasi mai, che la droga dell’interesse altrui, dell’essere al centro delle decisioni, del cambiamento non ha dosi terapeutiche. Tutto questo quando non è il potere stesso la droga, l’essere importanti a sé perché si conta per gli altri. Comunque sia la decisione di uscire è difficile, genera domande, rischia di trasformarsi in rancore, di far pensare in modo antagonista, non oggettivo. Lo dico per esperienza personale, anche se non mi sono pentito d’essermi autorottamato. Mettersi in disparte è come chiudere una storia d’amore, spesso peggio, perché la somma di passioni che l’hanno generata, sorretta, alimentata coincide pienamente con lunghi periodi di vita, con l’aggiunta di confronti, lotte, vittorie, sconfitte che l’ hanno trasformata da storia personale a storia pubblica. Il futuro sembra chiudersi in una domanda: che farò? Che significa: come occuperò il mio tempo e chi sarò. La malinconia dei reduci, la disperazione degli sconfitti è cosa diversa dal non essere che provano i messi da parte.  E’ per questo che capisco la difficoltà, ma il mettersi da parte, l’autorottamarsi, ha una grandezza verso di sé. Non è un favore fatto a qualche nuovo candidato, a quello che a sua volta farà fatica a mettersi da parte perché sentirà la propria indispensabilità, no, piuttosto è il pensare che si vale comunque, che la vita non si esaurisce in un solo modo d’essere. Ho messo a disposizione un tempo non banale per sentire questa nuova libertà, ma alla fine posso dire di non aver rinunciato a me stesso e di poter agire senza secondi fini. Cosa molto difficile quando si persegue una strategia. Passare dal dovere al piacere del far politica è libertà. Il potersi incazzare illimitatamente senza il vincolo del possibile, della responsabilità collettiva. Il vedere e capire gli errori e non doverli giustificare, è una libertà che il politico non possiede, e che magari neppure desidera, preso com’è dalla necessità, dal compatibile. Per questo lo considero l’autorottamazione un valore per sé, magari la parola è brutta, negativa, ma se diventasse una categoria dell’etica della politica fatta in modo diverso, aiuterebbe a percepire che si può governare senza tempi supplementari e quindi più vicini alle necessità temporali dei governati. La gestione del vecchio in politica, è un problema di tutte le democrazie e non è solo un problema di potere e di ruoli, ma proprio di vite e dispersione delle competenze. Ma dopo Bach la musica non si è fermata e credo sia più facile gestire la fine del genio in politica che nell’arte o la scienza. Forse aiuterebbe sapere fin dall’inizio che finisce, che i due mandati parlamentari o regionali o comunali (10 anni) sono la regola senza eccezioni, che andare in parlamento non ha pensione pubblica, che chi sceglie di governare non può avere una vita morale peggiore di quella dei governati, che non c’è immunità, che si può vivere e fare politica senza essere pagati dalla politica, ecc, ecc. Aiuterebbe, anche se penso che l’autorottamazione sia una libera scelta e che il senso del proprio relativo è fondamentale prima per sé che per gli altri. C’è molto d’altro che si può fare.

Utili e basta, potrebbe essere il nome di una corrente di pensiero politico.

 


l’italiano medio

L’italiano medio :

  • non gli interessa se il premier gioca con le minorenni, anzi ci giocherebbe anche lui,
  • ama la famiglia e va a puttane, ma distingue bene gli ambiti. A volte.
  • il sesso lo racconta, agli amici e al bar,
  • pensa che la pena di morte a volte ci vuole,
  • pensa che qualche ceffone non ha mai ammazzato nessuno,
  • è religioso perché non si sa mai,
  • non va in chiesa perché i preti non fanno quello che dicono,
  • non va in chiesa perché i preti fanno quello che dicono,
  • pensa che tutto è uguale, e che tutti sono corrotti,
  • pensa che tutti sono corrotti e che il premier ha tanti soldi quindi non ha bisogno di essere corrotto,
  • pensa che se uno che ha tanti soldi compra un’altro, è colpa di chi si lascia comprare,
  • pensa che i giudici ce l’abbiano con il premier e che del lodo non gliene frega niente,
  • si chiede, ma cos’è questo lodo?
  • pensa di aver scampato un pericolo terribile con i comunisti,
  • pensa che i comunisti ci siano ancora e adesso si chiamano la sinistra per depistare,
  • pensa che i comunisti si sono messi insieme con i democristiani perché vogliono solo il potere,
  • pensa che non ci sia nulla di male a farsi governare da ballerine e igieniste,
  • pensa che la politica è utile se gli procura dei vantaggi,
  • è solidale, basta che non gli rompano i coglioni,
  • ama gli extracomunitari a casa loro,
  • si commuove per i bambini che muoiono di fame in Africa, ma  gli danno fastidio in Italia,
  • non si preoccupa se “il trota”, zero tituli, è consigliere della Lombardia, anzi se fosse possibile anche per suo figlio…
  • ride alle barzellette del premier e non gli piacciono nè gli arabi nè gli ebrei,
  • mica crede a tutte le storie che gli raccontano, ma solo a quelle che gli piacciono,
  • è stanco di lavorare per quei quattro terroni che mangiano e basta,
  • pensa che la mafia è in Sicilia e che se la tengano,
  • vuole vivere sopra le proprie possibilità, tanto qualcuno pagherà,
  • voterà per Berlusconi, perché è sempre meglio dei comunisti e poi non ci penserà più fino alla prossima volta,
  • non è antifascista perché il fascismo non c’è più, e poi Mussolini non aveva mica tutti i torti,
  • chiede agli altri il rispetto della legge,
  • cerca di non pagare le tasse e giustifica chi ci riesce,
  • è furbo, perché furbi si vive meglio,
  • infrange i divieti basta che non lo vedano,
  • vota gli inquisiti, tanto in Italia nessuno è davvero pulito,
  • è favorevole al nucleare a casa degli altri,
  • è favorevole alle discariche ed agli inceneritori a casa degli altri,
  • non ne può più, non capisce di cosa, ma lo devono risolvere gli altri,
  • non vota Bersani perché non gliele canta chiare, e anche se lo facesse non lo voterebbe perché è comunista,
  • pensa che la costituzione mica si mangia,
  • pensa che la cultura mica si mangia,
  • pensa che la ricerca mica si mangia,
  • pensa che la fuga dei cervelli lascia più posti a chi resta,
  • pensa che gli insegnanti non fanno niente e che suo figlio non è capito,
  • pensa che i dipendenti pubblici non lavorano e che se Brunetta li lascia tutti a casa, fa bene,
  • pensa che è tutto un magna magna,
  • pensa che tanto non cambia,
  • si commuove quando sente l’inno nazionale, ma non lo conosce,
  • non conosce neppure va pensiero, ma è così bello,
  • pensa che è stanco di politica, che lui saprebbe come cambiare,
  • pensa che non vale la pena…
  • pensa  che non è medio: è lui l’italiano,
  • quando vuole comunicare con gli altri italiani mostra il medio e piega le altre dita, così per amicizia…
  • ha ripensato all’unità d’Italia e all’ Italia, e ha concluso che non gliene frega nulla.