state bene soprattutto

E’ stato un anno buono, soprattutto per me che non faccio consuntivi, nè propositi.  E’ stato un anno buono, magari non per i risultati, ma perchè ha mandato avanti la vita. E’ stato un anno buono perchè ho conosciuto, capito, sofferto, gioito, arato dentro e allo svoltare dell’anno è rimasta la stanchezza di ciò che faccio.

E’ importante la stanchezza. Sono per la rivalutazione della stanchezza come mezzo salvifico per cambiare sè stessi e quello che sta attorno e siccome non ne posso più, presumo che il cambiamento cominci a farsi strada, prepotente come un germoglio, una radice, una foglia. Farà bene questa stanchezza e produrrà nuovi entusiasmi. Quello che vi auguro è che questo brulicare che si rinforza sotto il freddo, vi prenda e vi dia una direzione da percorrere. Che i giorni si alternino e che ognuno di essi abbia gli occhi giusti per essere visto nella sua novità.

  • Vi auguro un tatto che vi unisca dentro e fuori,
  • un udito che vi ascolti nelle parole che non dite,
  • un odorato che renda giustizia al mondo,
  • una vista che vi accarezzi allo specchio,
  • un gusto che scomponga il conosciuto nella novità.

Vi auguro di non accontentarvi e di apprezzare i doni, di avere desideri possibili e una memoria benevola, di sorridere spesso e di essere ascoltati. Questo vi auguro e molto di più, a ciascuno secondo il bisogno.

A presto, con affetto.

Willy

 

Grazie per questi mesi di compagnia  e per il bene reciproco scambiato. Per qualche giorno mi sarà difficile leggere e scrivere su questo mezzo, userò i pensieri e la penna, poi se ci sarà da dire, si dirà al ritorno. 

caro dragone cinese

 

 

Getta parole intorno. Parole trafelate, per bar illuminati da cioccolate calde, negozi in attesa di saldo, commessi annoiati dai clienti e dalle luci di natale. Banali i clienti, banali le luci. Simmetrie da vedere, senza troppa cura: sentendo i sottotitoli si può pure essere sordi. La notizia, nè nuova, nè buona, è che l’hanno ucciso tra banchi di supermercato, tra cose inutili per noi ed utili ai cinesi, tra extracomunitari consegnati al freddo.  Questa maggioranza senza identità, ha un bel dire che c’è una novella, che dalle chiese si esce più buoni di quando s’è entrati, ma è nelle case e nei bar che siamo cattivi, a che serve esser buoni nelle chiese? Così il cicaleccio continua a snocciolare vocaboli: una predica sulle mani -e a che servono le mani-, una predica sul freddo  -e a che serve il freddo- senza soggetto nè oggetto. Che me faccio del freddo se nessuno si cura di scaldarmi, a che mi serve la povertà se nessuno m’arricchisce, a che mi servono le ferite dell’anima se l’anima non c’è?

Caro dragone cinese portami tanti colori, non tossici se puoi, portami tanti fogli di carta di riso, porta un senso, non due/tre come al tuo solito, porta un’idea decente che valga più del latte in frigo, portami la voglia di non mandare all’aria questo mondo malato, ma in cui sto bene e che non vorrei cedere. Dammi la forza di regalare un pochino di quello che conta, neppure un sorso di quello che ubriaca, neppure un pezzo di quello che non mi serve. Dammi una disperazione quieta che mi porti da qualche parte, una punta di sorriso che governi le mie scarpe. Dammi di più dragone mio caro, e non dirmelo, perchè lo possa perdere sentendomi più buono, perchè lo possa cedere senza starci troppo male, e soprattutto fammi capire tardi sapendo che ormai non vale.

l’alligatore e il ghepardo

La verità è una scatola in cui vengono buttati i fatti e chi li estrae, sceglie, guarda, trae conclusioni.  Oggi è difficile essere dalla parte giusta del mondo ed usare la critica per distinguere dentro casa. Quando lo si fa, si conclude che la verità non può essere che relativa. Ma la verità è anche il più efficace strumento per discernere se ciò che si dice corrisponde a ciò che si fa e questa verità dei fatti, sovrasta le intenzioni e gli stessi pensieri. E’ la verità tangibile della democrazia. La democrazia non è il migliore dei mondi possibili, però alcune cose non le consente e se la decadenza mescola il malaffare con i principi fino a farne una pratica prima tollerata, poi consentita, infine nobilitata dal “tanto gli uomini sono così“, ciò che viene travolto è la possibilità di cambiamento. E senza cambiamento possibile, senza crescita collettiva, non c’è democrazia, non c’è identità, non c’è solidarietà, non c’è giustizia. E’ grave? Gravissimo per chi lo sa, se ne accorge, lo intuisce,  invece è marginale per chi ha già relativizzato l’ingiustizia, il crimine, i misteri, le trame. Però non è finita se il 30% di questo paese la pensa in modo diverso, quello che avviene è una lotta silente in un pantano dove tra fango e schizzi di sangue, un alligatore lotta con un ghepardo. Io scelgo il secondo.

 

la negazione del natale

Il natale comincia a togliere energie positive già ai primi di dicembre, con l’ ostentazione di un mondo avatar fatto di luci, decorazioni, lustrini, musiche. Solo i bambini hanno una correlazione vera con il natale e la sua immagine attuale, esercitata attraverso la loro capacità di trasfigurare la realtà, di credere e dare significati alle cose che sentono e non vedono.  E questo li rende destinatari della magia dell’apparenza, facendone sostanza, così  per contaminazione coinvolgono i genitori e i nonni/fratelli nel loro significato, ma appena si passa al 3 grado di parentela tutto svanisce. Per gli altri, pensavo stanotte dopo il fastidio del passaggio per un centro commerciale, un significato a tutta questa repulsione ci deve essere. Magari un significato che non sia solo che natale è vacanza e basta, oppure che stordirsi di cibo e alcool è cosa epica da raccontare. Insomma cercavo qualcosa mi portasse fuori dalla depressione della menzogna collettiva. Per me la cosa inizia a fine novembre e continua fino all’orgia culinaria del 25, con un’ escalation di cene degli auguri, di biglietti da scrivere e spedire, di regali aziendali da scegliere, di incontri da fare. Mio figlio è adulto e il natale è un’occasione per il piacere di vederci e stare assieme, ma questo avviene prima e dopo, per gli altri incontri disinnesto il cervello e rispondo alle attese e agli auguri. Ma voi lo sapete davvero cosa vorrei dirvi, cari avatar, quando mi fate gli auguri? Che in questi giorni dovremmo presentarci come siamo, comunicare qualcosa e non simbologie vuote, parlare accanto ad un fuoco senza l’assillo del cibo, dirci che quel libro o quel cd che ci scambiamo non è stata una fatica, ma è il piacere di condividere, che saremo assieme anche dopo natale quando si potrà. Che se ci vediamo poco una ragione c’è e non è solo lo stress o gli impegni e che, pur senza rifiutarci, ci sono scale di importanza e che se le osserviamo stiamo meglio: per questo ci si vede quando c’è il piacere di vedersi. Vorrei anche dire che per recuperare natale in positivo, un non credente come me, dev’ essere serio con la vostra fede, che la scissione tra festa e festeggiato non fa bene a nessuno, neppure a chi non crede. E che forse la cosa che rende tutto farlocco è proprio la differenza tra ciò che si dice e si prega e ciò che ci circonda. Del resto il festeggiato non diceva che è venuto per dividere e non per unire, per accogliere e non per respingere, per dare sollievo e non per castigare? Il fatto che nasca uno così, riguarda tutti e riempie di contenuti le azioni e i simboli, ma smaschera quelli che brandiscono non la sua nascita, cioè il nuovo, ma il feticcio della morte per darla in testa agli altri. Dell’ iconografia della neve e delle luci dopo la messa di mezzanotte, delle musiche e del sentirsi buoni, della festa della famiglia per un giorno, non mi interessa più nulla: sono cartoline da guardare con i bambini, ma solo se li ascoltiamo per capire cosa ci vedono davvero in quel mondo altro da cui siamo esclusi. Intorno a noi c’è pianto e stridor di denti, e da troppo tempo so che le domande devono avere risposte e che se queste non ci sono, non posso ricorrere alla fede per dire: è così, c’è qualcosa che non capisco, però un senso buono ci deve pur essere. Oggi il senso buono è nella disperazione e nello sforzo immane per tirarsene fuori, nel senso che ancora possiede un gesto gratuito, nel silenzio quando non si capisce e nella presenza quando serve. Accettare che le cose negative esistano e restino tali, che la soluzione non sia demandata ad altri vuol dire affrontarle con consapevolezza. E a questo punto tutto va bene, anche la fuga va bene, anche la pazzia, ma soprattutto la normalità del dolore e della felicità vanno bene. L’eccezionalità ricondotta alla sua rarità e il normale praticato con fiducia. Natale divide, non unisce, porta distanti i cuori vicini se si pensa a ciò che non abbiamo condiviso, ritorna ad essere una festa per alcuni e una vacanza per tutti. Identifica chi è importante e non importa se è vicino o lontano, perchè rende evidente la sua esistenza e il suo essere con noi. Non è poco se si riesce a resistere alle luci, ai regali doverosi, al rumore spacciato per carole. 

n.b. la mattina di natale, potevo andare nel lettone ed occupare il posto di mamma. Si dormiva col babbo fino alle 10, finchè un profumo di cioccolato invadeva la stanza: la colazione per quel giorno – e solo quello – era con cioccolato denso in tazza, da raccogliere con i petit beurre o le marie. Poi avrei preparato la tavola, disposto le stoviglie con cura e messo la letterina sotto il piatto. I regali dell’albero, aperti prima di pranzo, avrebbero aspettato il pomeriggio per essere giocati. E all’attesa sarebbe seguita la soddisfazione e poi nuova attesa. Così fino a sera in un susseguirsi di piccole felicità sottopelle. Niente di appiccicato, niente di farlocco in una condivisione di eccezionalità tra il giorno e l’essere. Il giorno dopo era già diverso, ma il natale aveva avuto il suo posto unico. Per questo oggi non c’è nulla che possa assomigliare a questo ricordo e quello che vivo è un giorno in cui penso non alla magia, ma alla realtà. E se permettete questa realtà non tollera la stagnola e cartapesta in cui è stata avvolta.  

 

ripetizioni

 

Cambiando un poco e neppure per sempre, continueremo a ripeterci che ci perdoniamo. E il “certamente sì”, che tanto mi infastidisce, vorrei fosse per una volta vero.

C’è calma d’acqua e vento

C’è calma d’acqua e vento. Riprenderanno nella notte a lavare e scuotere. Il tempo si sovrappone, il prima inghiotte il dopo e genera l’adesso, così le gocce hanno rigato vetri e intonaci, si sono raccolte in rigagnoli lunghi dai rumori quieti. Da qualche parte la fogna è traboccata e un segno di fango nero si contende la mezzaria  bianca della strada. A Venezia l’acqua era alta stamattina, con i bimbi che giocavano negli stivaletti colorati. Non si farà mai, l’abitudine alla trasgressione dell’acqua. Anche da adulti. Ascoltare Bob Marley è sguazzare nell’acqua dopo la pioggia –pensavo- Marley avvolge come l’acqua e la sua musica, nel buio dell’auto, è la mia pozzanghera  in cui ridere e per poco, perdersi – pensavo-.

La città stanotte, si chiude come un fiore che teme di sciuparsi anzitempo. Potessi anch’io chiudere le poche cose buone rimaste dentro – pensavo- e lavare i ricordi che salgono senza sirena d’avviso. Tu che ne sai delle mie pene? e di quelle che s’annidano in queste case percorse di pioggia? e parlavo con i luccichii che la fine della pioggia enfatizza e scompone in colori densi.

Perchè ci si fa male -pensavo- quando lo star bene è così chiaro e sotto gli occhi, ma non è dentro quella parte che ci ostiniamo a chiamare amore e che in realtà si divide tra cervello e nervo simpatico. E non possiamo identificarla così perchè c’è un primato dell’effetto rispetto alla causa, e non importa dove s’annida, ma ciò che fa alle nostre vite.

Queste trasversalità di pensiero, sono la mia benedizione -pensavo- tolgono enfasi e smussano punte. Fanno riemergere lo spirito vitale, il sorriso ironico che acquieta.

A volte penso a tutto questo lavoro di cellule, di ordini trasmessi attraverso scambi chimici ed elettrici, di mutazioni ubbidienti per una volontà disubbidiente, e al fatto che l’ordine regna comunque nel corpo. Anche nel dolore, regna l’ordine, anche nella felicità irrefrenabile, continua a regnare. Come se l’impalcatura delle emozioni fosse solida di equilibri forti e dinamici, ma sempre in discussione con essi. Come se si potesse discutere una montagna, mentre ciò che deperisce è il rifugio.

Così pensavo mentre mi dicevo che forse è perchè quel bene è così certo da non muovere alcun dubbio, che non muta l’insicurezza che portiamo appresso e che spiegarla a chi non la possiede è tempo perso.

E l’auto si faceva strada in percorsi senza senso e tempo, mentre dentro, combatteva la voglia di riaprire ferite mai del tutto aperte. C’è saggezza nell’aprir ferite –pensavo– e nel nettare lo sporco che vi spargiamo sopra. C’è coraggio nel rinchiuderle ed osservare poi le cicatrici.

salvarsi

Salvarsi è una parola che conosciamo bene tutti: la usa chi fugge e chi combatte, chi s’ abbandona fidente nella clemenza e chi rivendica il libero arbitrio. Salvarsi è sempre transitorio, oltre il pericolo immediato subentra l’abitudine, la certezza. E chi dubita non si salva, deve almeno credere in sè.

chissà cos’è?

Per quanto lontano tu vada, i confini dell’anima non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così profondo è il suo logos.    Eraclito

Credo di averla, ma non so cosa sia e mi sfugge una definizione che non la sovrapponga alla capacità di provare sentimenti e quindi genera gioia e dolore filtrati dalla testa e non solo dal corpo. Nella mia immaginazione assomiglia ad un contenitore dalle pareti indefinite, una sorta di cesta dei giochi, ricca di rimasticature e giochi già giocati; la novità è nel ricomporli e vederci qualcosa di nuovo. Credo cresca di dimensioni, quand’ ero piccolo aveva altri contenuti, ora sembra una discarica di pezzi di vita. Non so se esista, con cosa si confonda, ma qualcosa c’è e coicide con la mia cifra segreta, il modo di vedere il mondo. E’ un buon strumento che anche se non conosco, mi accompagna silente e non mi molla mai. Tra l’altro non si colloca ad un livello superiore, anzi va in sofferenza quando meno me l’aspetto e ciò che mi sorprende è il suo essere dipendente dal corpo: si deprime o si allarga con l’umore.

Credo che Eraclito abbia ragione: i suoi confini sono per noi illimitati, ma per la nostra limitatezza e coraggio.

leggere come a 15 anni

Leggere come a 15 anni. Onnivori, saltando dai romanzi alla fantascienza, dai saggi alla poesia, dagli italiani ai russi, passando per i francesi e gli americani. Seguire col dito i manuali di filosofia, cercare di penetrare ragionamenti dietro i teoremi. Alzare gli occhi ed accorgersi che è sera, che il viso è caldo, quasi da febbre, che il mondo in cui siamo riemersi è  freddo e banale.

Leggere come a 15 anni quando si può capire tutto, apprendere tutto, essere tutto. Parlarne con chi dovrebbe capire, usare i toni sbagliati dell’entusiasmo ed infervorarsi fino ad una risata. 

E domani di nuovo.

Leggere come a 15 anni ed appena finito il libro, godersi l’attimo sospeso della  malinconia, leggera che accompagna l’atmosfera che si scioglie.

Leggere come a 15 anni, vogliosi di nuove imprese e pronti alla lotta con un nuovo autore: chissà come sarà, dove ci porterà e già con le prime righe sorridere al piacere di un mondo nuovo.

la nozione del tempo

Facciamo i conti con l’insoddisfazione e la leghiamo al tempo sprecato. Mai c’è stato un mese intero vissuto di cui ricordare ogni giorno, forse perchè non sarebbe tollerabile tanta densità di vita. E anzichè vivere come nei romanzi, con dialoghi, pensieri, azioni notevoli ed essenziali, la vita scorre tra abitudini e necessità dove ciò che è importante, a volte si rivela dopo che è accaduto. E’ passato un mese, un anno e non ce ne siamo accorti: è un compleanno, un natale ad evidenziarlo. La vita scivola in avanti e lascia rari suoni sul rumore di fondo, ciò che è stato importante davvero lo decide il ricordo e quando è avvenuto, semplicemente avveniva.

Ma il tempo ci è amico e lascia sempre un’altra possibilità, solo la sicurezza d’essere arrivati uccide.