cinque euro

Al portobello ho comprato oltre 25 kg di parole per 5 euro: l’enciclopedia europea della Garzanti in ottimo stato.

Le enciclopedie non le vuole più nessuno, m’ ha detto la signora che gestiva i libri.

Gli altri libri costavano 1 euro se avevano la copertina rigida e 50 centesimi gli altri. La poesia ad offerta libera. Ho puntato su Einaudi, Garzanti, Adelphi e Boringhieri.

Sono libri in più per un bulimico che ne ha troppi, ma questa espulsione dei libri dalle case, vorrà pur dire qualcosa di profondo.

Credo non ci sia più posto per la cultura-sudata, i libri pesano, non sono più un oggetto d’arredo, ma soprattutto sui libri si fatica e non è possibile restare sempre in superficie. I libri portano con sé il dubbio, anche quelli autorevoli. Esistevano enciclopedie importanti e altre pressapoco, ma la verifica non era da alieni, veniva praticata. Si espelle la cultura apparenza che rimorde la coscienza.  Internet,  invece, è misericordioso, anche se ci modifica mentalmente e ci rende relativi. Senza il contro altare della verifica, tutto è circa e il circa diventa la misura del vero. Uso spesso Wikipedia, è utile, immediata, importante, ma so che quando le informazioni si allargano a dismisura diventano non verificabili. Sono a dimensione della testa dell’estensore che non fa quel mestiere. Ci credo, ma se è importante verifico su un libro.

E’ la relativizzazione della veridicità del dato che diventa sempre più un problema specialistico, da fisici o matematici, per il resto basta un’opinione.

Mia nonna diceva: l’ho letto sul giornale. Poi mutò la frase in l’ha detto Mike Buongiorno.

Sono più arrestrato di mia nonna, vorrei almeno la protezione del W.W.F. come librosauro.

 

dizionario personale: nostalgia d’occidente

Ci sono differenti modi di vivere la nostalgia, ma partono tutti da ciò che è stato, ciò che ci pare sia stato (ed è il caso più frequente), ciò che non è stato.

La nostalgia quindi, nasce spesso da un fraintendimento che si misura con la realtà. Ovvero da ciò che non siamo stati ed invece avremmo voluto essere.

Spesso ci si arrende all’evidenza dell’incapacità, ma non si spegne il desiderio d’essere. Ed essere, è essere felici, non semplicemente vivere.

Rassegnarsi non vale, così i pazzi, che non sono soverchiati dalla realtà, sperano che le cose si ripetano. E mutano se stessi, in vite parallele, appena poco coincidenti. 

 

movimenti

 

Ci sono movimenti, sciolti nello spazio tra due persone,  che generano accenni a doppia uscita. E’ la danza dei pensieri-desideri, che include quelli ricacciati ed ondula quei movimenti. Poi, tra un vicolo ed una strada, resterà sempre il dubbio su chi abbia iniziato. 

(è tutto così naturale nelle meccaniche da orologi che regolano il primo approccio)

Basterebbe sapere  che nessun flow chart  imprigionerà i desideri tra if nidificate, ed allora il coraggio, che s’inerpica agli occhi, dal nuovo smalto d’unghia, messo per l’occasione, brillerebbe di più.

Cogliere dietro un viso in fuga, l’essere altrove, la paura, il che dirà se dico. Mentre la spalla inconsapevole si propone appena, ed ondula nel ritrarsi, tra gesti nuovi in discese fulminee: tutto il buono è involontario e l’esito è un ritmo che segue il piede, attendendo la battuta.

Lasciamo la consequienzialità agli scrittori, che devono rimettere in ordine parole e sensazioni, ma un incontro, è chimica da ladri, dove ciascuno ruba strati corticali di possibilità. E chi può predire se avverrà la reazione o la liason si trasferirà in quel mondo parallelo da dove si estraggono i ricordi?

Di questo dovrebbero dire, gli scrittori, ma non sanno, perchè il tempo non c’è ancora, ed il flusso del desiderio, è una macchina perfetta e senza sfere, che batte, solo utile a sè.

  

ma dove sta zazà?

Un intervento di Beba, http://hopersoleparoleancora.spaces.live.com/default.aspx?wa=wsignin1.0&sa=747869588 , mi ha fatto pensare alla ricerca della libertà sessuale dopo il ’68. La premessa, e cioè lo scopare gratis, era il rapporto tra corpo, desiderio, relazione, liberato dalle regole fino ad allora vigenti. Tutto questo fu messo in discussione in quegli anni, ma le soluzioni proposte furono circoscritte nel sesso finalmente libero, nella messa in discussione della famiglia come unico luogo in cui il sesso potesse trovare espressione, lasciando però, che il tema restasse sostanzialmente a livello individuale. E a livello individuale le risposte sono state le stesse di prima, con i film, le corse e le discese a vite, le fughe con le stesse parole: ti amerò per sempre, ma me ne devo andare.

Dopo il’68, nulla è più stato come prima nei rapporti personali tra sessi, eppure queste domande sono rimaste inevase. Credo che due generazioni, quella dei sessantottini e la successiva, abbiano fatto da generazioni ponte verso un nuovo assetto dei rapporti sessuali e amorosi  e che il divario tra opinione sociale e realtà sia ancora molto ampio. Ciò che fa la differenza sono i comportamenti accettati e soprattutto il tasso di felicità media che contiene questa l’interpretazione della libertà reciproca. Lascio perdere la famiglia aperta, le relazioni libere, le comuni, che come soluzioni hanno esaurito il loro fascino, è rimasta la ri-appropriazione del corpo e la difesa della sua espressione. Si reprime meno, si accetta di più, ma la nuova libertà non è diventata struttura sociale e il modello consolidato è più o meno il precedente. La conseguenza è che il singolo sopporta un peso ulteriore rispetto alle scelte personali, visto che la libertà affermata è molto diversa da quella reale e che l’ipocrisia non è diminuita, anzi.

Il sesso liberato non può prescindere dalla comunicazione, salvo qualificarlo come una bottarella e via, e questo assunto comporta regole note e condivise. E anche allora non basta per fermare la delusione.  Se la frase scopare gratis si riferisce alla mitigazione della responsabilità, alla ri-conduzione dell’atto sessuale nel rapporto a legame debole da due persone, sono le attese connesse che fanno il discrimine, ma allora, cosa ci si attende da un rapporto che include il sesso?

Il meccanismo di attesa-soddisfazione genera delusione, anche quando non è esplicitato, anche quando non c’è nelle intenzioni. Anzi quando non si chiede nulla e ci si attende di essere interpretati e soddisfatti è anche peggio, perchè subentra la delusione dell’attenzione mancata, della comunicazione carente: non sono importante per te.

Probabilmente il gratis si riferisce all’eliminazione di questo meccanismo, ovvero la de-responsabilizzazione come possibilità di non attesa, di soddisfazione circoscritta.

Embè, mi pare che su questa strada ci sia davvero poco di nuovo, nel modo comune di pensare. Per questo penso che il singolo si trova tra le mani una libertà che dice una cosa e ne fa un’altra, che comunque ci sarà un’attesa ed un prezzo che qualcuno pagherà. Che così il tasso di infelicità aumenta, toglie prospettive e fa giungere a conclusioni generali sulla vita, mentre il problema resta intatto nella sua singola evidenza: nulla è gratis per davvero.

Le persone nei sentimenti, a volte sono in due, ma più spesso sono sole e questo le colloca nel buio della notte. Da lì inizia il bastarsi ed ognuno trova la strada verso la propria gratuità. 

 

mark twain e la poesia

 

 

Mark Twain diceva: “smettere di fumare è facilissimo, io l’ho fatto migliaia di volte“.

Anche scrivere poesie è facilissimo lo si può fare migliaia di volte, magari con l’ironia del limite proprio, così la cosa è quasi inoffensiva. In fondo basta non fare come per le foto di viaggi: no, le diapositive, no, sussurravano gli amici a fine cena.  

Le parole sono frutti carnosi di significato e possono suonare bene, se sono piene di noi. Partono da un ascoltatore certo, noi stessi, spesso insoddisfatti del prodotto, ma il caso in cui viene espresso il fremere dell’universo è diverso. Questo è riservato a pochi e sono quelli che ci educano le viste, interiori ed esteriori. Che ci suggeriscono i pensieri che volevamo fare, che ci vestono di consapevolezza, nella nostra nudità felice.

Per tutti noi scrivere parole, che suonano in accordo con quello che abbiamo dentro, non è tempo perso, è un modo per capirsi ed un esercizio di comunicazione emotiva, da altra prospettiva.

E senza emozioni espresse cosa resta: il male da relativizzare, perchè sennò la tristezza annulla il mondo. Oppure le delusioni amorose che deprimono la coscienza di sè. Od ancora il lavoro quotidiano che inaridisce e ha bisogno di qualcosa che ecceda lo stipendio.  Agli innamorati della terreità,  bisognerebbe ricordare che i sogni e i desideri, si legano con l’agire quotidiano, che le parole, guidano e sostengono le azioni, danno le certezze che troppo spesso la realtà vorrebbe smentire nella banalità dell’ovvio. A questo servono le parole messe in fila, a rappresentare come sentiamo il mondo. Che sia in prosa o in versi non cambia molto, basta avere almeno sentimento. 

meridiano

 

Dovrei sapere dove collocarmi, invece metto passi in fila come le formiche. Ciò che m’assomiglia nell’andare è questo meridiano che percorro da nord verso sud. E all’inverso, incessantemente. Nella testa gli odori di timo e di cannella, nei polpastrelli, licheni che trattengono l’odore del sole come i condannati. 

Si uscirà dalle linee virtuali, se ne riconoscerà il limite.

Intanto è piacevole vagare tra il grigio e i colori pastello. Così le sensazioni si sovrappongono ed emergono singolarità inaspettate: sono il terreno su cui camminare a piedi nudi. 

Non lo senti come risuona andare: è una parola che oscilla dentro e chiede di ascoltare. Soprattutto ascoltare. 

E non c’è obbligo all’ andare, è solo un motivo per cui si potrà tornare.

il sasso in piccionaia

Osservando una mancata solidarietà tra donne, mi sono chiesto sbrigativamente, se l’essere madri venisse prima e quanto, dell’essere donne. Due post hanno ampliato, altrove, in maniera diversa l’argomento:

http://missminnie.wordpress.com/2010/03/20/motherfucker-post-assolutamente-scorretto/

http://lalbadentrolimbrunire.wordpress.com/2010/03/15/il-falso-mito-del-senso-materno

Devo dire che con alcune posizioni espresse non mi sono ritrovato, mi sembrava dicessero cose già sentite, magari vere parzialmente, ma che non mi accompagnavano come risposte nelle aree buie in cui non si vuole entrare. Però credo che le soluzioni e le risposte individuali, anche quando eliminano le domande siano la cosa migliore per vivere.  Comunque entrambi i post, con i loro commenti, m’hanno arricchito e sollevato nuove domande disordinate. In particolare la visione di Neru, mi è piaciuta: 

caro mio lettore che passi di qui, io vorrei dirti che il senso materno non è reale, che vale per alcune e non per tutte. che la televisione, i film, una cultura millenaria che sa bene dove vuole arrivare ci bombarda di queste minchiate, di sposarsi prima che i giochi siano finiti, che mettere al mondo un figlio è bello a prescindere, che da soli non si è niente, che siamo tutte fatte per essere madri.

balle. tutt’al più siamo fatte per procreare. ma prima ancora siamo fatte per essere noi stesse.

Mi sembra un modo positivo di rappresentare qualcosa che sta avvenendo, per una certa età e per una certa sensibilità femminile.

Ho capito che le domande che mi ponevo, si riferivano al mio essere maschio e figlio, che non sa cosa significa essere donna. Tutti abbiamo avuto una madre e il maschio che ha un rapporto almeno duplice con le donne, non è però, facilmente rimuovibile dal pensiero medio.

Partendo dal fatto che nell’essere non mi piacciono i ruoli, li considero un lavoro, una necessità, mi viene la sensazione che le semplificazioni dei ruoli e delle identificazioni di genere siano comode da entrambe le parti.

Ecco, senza pretese, il risultato parziale di ciò che mi è venuto in testa :

– la vita si è segmentata in stagioni di età, più che di ruoli e con il divorzio le donne hanno una maggiore mobilità nei sentimenti, ma ciò che induce a fare una famiglia a 30 anni non la fa rifare a 45,

– i giovani attuali e i 30enni sono coerciti dalla situazione di precarietà, essere madri e padri si sposta in avanti e fa mettere in discussione una specie di assioma per cui la donna madre è più donna,

– le donne madri giovani, sentono che le loro coetanee hanno stili di vita diversi, si pongono il problema dell’esclusione dal gruppo,

– la madre è donna e come tale ha intatto il suo potenziale erotico-seduttivo, solo fa il conti con un ruolo che le viene imposto,

Veniamo ai figli maschi:

-cosa chiedono alle madri in genere e alle madri separate, in particolare, e come le vedono in quanto donne?

– come si fanno condizionare le madri dai figli nel loro essere donne, nel senso di conservare l’attrattiva sessuale, come la occultano, quanto questo condiziona le domande relative alle loro scelte di vita, e il futuro?

– quanto tutto questo sconfina nella patologia e nel rifiuto del ruolo di madre, che occupa la cronaca nera?

Molte di queste domande non hanno una risposta se non l’individuale. Nella mia esperienza di figlio, in anni molto diversi da questi, credo di aver influito sulla decisione di mia madre a non risposarsi dopo la morte di mio padre. Credo cioè che sia prevalsa una considerazione di ruolo in lei che si conformava alle presunte aspettative mie e di mio fratello. E’ difficile per quelli della mia generazione, considerare che la madre abbia desideri e pulsioni, che orienti la sua vita su questi e non sul ruolo e sul sacrificio. Anche i sentimenti vengono graduati con un prima e un dopo. Lo dico con la considerazione che qualcosa adesso si è messo in movimento, ma che ancora risente della collocazione in cui la donna veniva messa fino a 40 anni fa.

E le donne madri come hanno elaborato tutto ciò? Credo ci siano grandi dichiarazioni di principio, ma per l’oggettiva debolezza derivante dal ricatto dei maschi per quanto concerne il mantenimento dei figli dopo le separazioni, per l’affido che limita il tempo a disposizione e libera più il maschio della donna, per la condizione generale di ineguaglianza esistente tra i sessi, tutto questo limiti la possibilità di essere come si vuole.

Mi si obbietterà che le esperienze personali sono differenti, che c’è un coraggio enorme nelle scelte di rottura, ma è proprio questo coraggio ad essere una eccezionale normalità che aiuta nell’autostima, e non una condizione sociale accettata, sostenuta, incentivata. Per questo la posizione di una ragazza come Neru, mi fa capire che il pensiero evolve e che la sua considerazione potrà diventare prevalente in tempi medi, cambiando i comportamenti attuali. Che cambieranno le richieste delle donne e l’analisi sulla loro condizione, che il genere potrà essere superato come barriera.

C’è un problema che riguarda i maschi, che sono pur sempre figli, ed è la scissione tra maschi e donne che avviene nella loro testa. Forse le figlie capiscono di più e scindono di meno, non collocano le loro madri in un empireo, battagliano con loro, si confrontano quando non si capiscono, ma per i maschi il problema esiste. Anche per una simbiosi vera o presunta che esiste tra figlio e madre, e che fa assumere atteggiamenti diversi nei confronti dei genitori di sesso differente.

Od almeno esisteva questa presunzione di simbiosi, può darsi che mi sia perso molto e che questa società funzioni diversamente.  Quello di cui sono sicuro è che nell’ansia di normalità che pervade il vivere, sono rimossi tutti i comportamenti devianti, i desideri vengono confinati, occultati, il vivere viene recintato, ma non per una scelta di rigore etico, piuttosto perchè entrare in territori poco esplorati diventa pericoloso, pone domande con risposta allegate scomode, introduce discontinuità difficili da gestire, fa cessare meccanismi di solidarietà.

Ecco, su questo punto, pensando anche alla vita della Merini, penso che la solidarietà sia conformistica, che solo per i grandi si tollera il comportamento deviante e che i ruoli siano una pantofola comoda.

Ma tutto è così parziale ed opinabile da sembrare ozioso, altrochè un sasso in piccionaia.

intelligenza artificiale

 

Mi pareva di dire cose intelligenti, ma non ne ero ben sicuro: seguivo i pensieri. Lo faccio anche adesso, sempre più, come quelle persone che parlano da sole, per strada,  solo che io rispondo quasi a tono. In questo modo di comunicare, mi sono accorto presto che i bisogni altrui erano molto più terra-terra, con domande semplici, risposte precise e senza subordinate. Non avevamo quasi mai le stesse letture, neppure lo stesso umorismo, nè il senso del paradosso o la conoscenza del vocabolario. Anche gli interessi divergevano. Ma soprattutto non avevamo gli stessi pensieri. Ho messo un bel po’ a capirlo, chiara testimonianza d’ un intelletto non acuto.

Vivere in disparte nello stesso treno permette di partecipare della storia e, pur non essendone protagonista, di capire con i tempi appropriati. A se stessi, naturalmente. Soprattutto permette di pensare ad altro e di curarsi d’una semplicità personale che rappresenta l’ingenuità più raffinata ovvero l’impressione che ci sia qualcos’altro da dire. Ma in realtà non c’è nulla da dire in più, perchè tanto non verrebbe capito. Provo ad esemplificare: un giorno stavo spiegando il mio interesse per la riproduzione del suono. Come tutte le cose che ho frequentato, era un interesse senza definitività, mi piaceva pensare che qualcosa si avvicinasse al vero e che quell’avvicinamento fosse progressivo, fatto cioè di componenti in equilibrio, ma al tempo stesso, incrementanti. In quel periodo si adoperava spesso una espressione: stato dell’arte ed indicava un insieme di numeri che fatalmente sarebbero stati superati di lì a poco da apparecchiature più avanzate tecnologicamente. Bene, stavo parlando di questo interesse, delle apparecchiature e dei brani musicali che ascoltavo, dei dischi, della collocazione spaziale, quando mi accorsi che al mio interlocutore la musica non diceva nulla e che, al pari di Goethe, la considerava un disturbo quando impegnava troppo. Ma non era un filosofo, nè tantomeno un meditativo, era una persona comune che ascoltava per cortesia e si meravigliava nei punti sbagliati. Mi fermai e dissi che la settimana successiva sarei andato ad un concerto, col nome del cantante, la sua attenzione divenne massima. Mi subissò di domande sui biglietti, il posto, l’attesa, mi parlò della sua esperienza, di quanto gli piacesse e di come ogni concerto fosse impresso nella sua vita. Dal mio silenzio traeva nuovi motivi per dire ed invidiarmi dell’occasione, l’unico motivo per cui non gli regalai il biglietto fu la sua scarsa attenzione precedente che m’aveva un po’ offeso. Anche a distanza di tempo, quando ci troviamo, usa il grimaldello del cantante per riprendere il filo e chiede di me, della mia attività, delle mie passioni. Rispondo reticente, oppure parlo leggermente d’altro ed il suo interesse aumenta. Credo mi consideri intelligente perchè riconosce in me un tratto di sè. Una cosa che neppure ho. Il mio interesse per l’alta fedeltà è scemato, anche quello per quel cantante, mi guardo bene dal dirgli cosa ascolto. E soprattutto quanto ascolto, ancora una volta non capirebbe, sporcherebbe una passione di disinteresse.

In un libro, in un film, in un interprete, abbiamo bisogno di identificarci, di sapere che siamo diversi, ma in fondo un poco eguali a chi ammiriamo. Sono le manie dei grandi, le cadute di stile che li portano alla nostra dimensione ed il virtuosismo, l’intelligenza somma, ma limitata viene ricondotta nell’alveo del confrontabile. Come quando vogliamo riconoscerci nel protagonista di un libro, ma se questo diverge troppo da noi, man mano lo sentiamo distante e ci passa la voglia di leggere, le sue vicende diventano noiose, il mondo in cui vive, insulso. Questo processo di mìmesi, ad un certo punto me lo sono precluso, ed adesso parlo d’altro sbagliando interlocutore, finchè mi accorgo di ascoltare la mia voce. allora mi annoio e smetto.

E da questo silenzio gli sguardi si avvitano su di me, diventano interrogazione, finchè riprendo il discorso con qualche frase che cerca la fine formale. Ma non c’è calore, non c’è più nulla che m’interessi comunicare, solo finire e andarmene. 

Ah, dimenticavo. Qualcuno ha detto che ero sensibile. Sensibile a cosa? 

Così generico non è vero, ma non importa.

 

 

n.b. perchè ho scelto questo brano? si attendono suggerimenti

un buon inizio

 

 

” Un buon inizio, ho bisogno di parole che s’incastrino e spingano avanti con forza propria.” 

Una mattina fangosa, con la pioggia che non trascina la polvere, solo infastidisce il traffico. Guardo i fiori nuovi ai lati del canali, sono già sporchi e rassegnati.  Penso tra me e ascolto rai tre. Bello come slogan. Un invito al pensiero singolo temperato. Al rumore di fondo intelligente. Anche i colori sono rumori di fondo, le altre macchine sono rumore di fondo. Queste scatole di latta sonora sono una tana, basta aver tempo, stare acquattati, parlare tra sè e canticchiare se nasce un entusiasmo. A quest’ora non c’è battaglia e il pensiero fluisce come sangue quieto, sciacqua il cervello in sinusoidi successive. E’ come scivolare nel sonno, con una stanchezza senza angustie che prende le braccia ed avvolge suadente; una stanchezza al limitare della coscienza.

 ” Un buon inizio che serpeggi di suo. Lo sai che significa scrivere quelle frasi perfette e morte, gittate regolari che impattano senza rumore: tutto vuoto.  Mi serve un inizio che sia un cane giovane, senza educazione. Come Poldo, che ti portava dappertutto, così pieno di vita che gli perdonavi quando si impuntava con il culo e le zampe piantate per terra perchè non voleva entrare od uscire. Era bello Poldo, un cane senza secondi fini. In quel tempo facevano un film di Truffaut: il ragazzo selvaggio, lui ne fu il beneficiario.”

Sul ponte si affiancano ciclisti, uno ascolta ed assente alla radio: la rassegna dei giornali ha sempre estimatori. La colonna sonora di oggi prevede Kleiber con la quarta di Brahms, e Strauss, con Jessye Norman che canta Frühling, in mezzo un po’ di cantautori, Capossela, Fossati, De Gregori, i Modena, Dylan, Donovan, Fogerty e via andare. Provo un misto di pena e di soddisfazione, per gli anni in cui ho sentito queste canzoni e per l’idea che la vita sia stata vissuta. Questo lo pensavo anche allora, come se la vita fosse normale ed epica assieme e questa sensazione non svanisse.

“Mi occorre un buon inizio, una rasoiata che apra il grigio dell’abitudine, ma non sia un pretesto.”

Guardo nelle altre auto, immagino vite, vedo donne che si truccano, uomini con le dita nel naso che guardano nel vuoto, bambini imbragati in trasferimento. Tutti o quasi telefonano. Stamattina ho lasciato scorrere via tre telefonate, con un misto di soddisfazione sensuale: una coccola per me.  Tutti poi diranno la stessa cosa: non mi piace la tua segreteria, ti ho chiamato e non hai risposto, adesso ti ripeto. Dirò la verità: non avevo voglia di sentire, non ho voglia, ma adesso lo faccio perchè mi pagano. A quest’ora mi piace lasciare che il pensiero si allunghi come un gatto, intuire cosa passa per la teste della macchina accanto, ripetermi che le urgenze non ci sono.

Stamattina i fiori stavano bene spruzzati dal fango. Tra l’erba alcune carte sbiadivano alla pioggia e poco più in là si vedeva un orologio dal cinturino spezzato. Oltre il ponte il lampeggiante blù indicava un interesse collettivo.

Ma non era il mio.

 

del mostrarsi

Mostrarsi è comunicazione, spesso mediazione culturale. Nello stato di natura,  e non solo, ci si mostra quando ci si sente sicuri e ci si nasconde quando si ha paura. Ma cosa mostrare in questi luoghi e soprattutto cosa mostrare in generale? Partiamo dal fatto che l’educazione dovrebbe far rifuggire l’ostentazione e l’offesa, entrambi pericoli veri del mostrarsi. Altra condizione dovrebbe essere quella che in ciò che si mostra, la verità è parte importante. Ma infine si mostra ciò che fornisce una immagine di noi: il senso del positivo è in ciò che si rappresenta e nel ritorno che se ha. Ad esempio, se il bisogno di sentirsi voluti bene è molto forte, mostrare la propria tristezza può indurre compartecipazione e quindi raggiunge l’effetto positivo del sentirsi capiti, coccolati. Oppure, se la comunicazione si basa sulla propria singolarità, sarà l’esperienza particolare, ovvero l’uso delle parole e della loro musicalità a far intendere che ciò che si mostra è parte di una persona reale e particolare. Pubblicità, se vogliamo banalizzare il processo comunicativo, ma anche rappresentazione vera di come ci vediamo. Ci mettiamo in mostra secondo regole dettate dall’educazione, dal tratto di carattere che ci contraddistingue, dal fascino che intendiamo esercitare. Questa del fascino è una partita a parte, ma è una qualità identificativa, oltre che essere una necessità comunicativa. Un racconto banale, una presentazione di realtà scialba, non suscita fascino e quel pezzetto di artista che ci portiamo appresso, in fondo, si esprime attraverso quello che vedono i nostri occhi poi tradotto in descrizione per raccontare ad altri come vediamo la realtà. E naturalmente, loro, il mondo e noi. Sappiamo quando siamo sopra le righe, quando esageriamo, perchè l’immagine che ci ritorna è deformata. Vorremmo assomigliarle, a volte, oppure precisiamo ma sempre ne vediamo l’infedeltà e alla lunga la stanchezza del mantenerla. Questo mezzo, come altri è il braccio di ferro con la fedeltà a noi stessi e con la voglia di cambiamento di sè: come siamo e come vorremmo essere.

Pur con le proporzioni del virtuale, non è poco.

p.s. denaturato è l’alcool a cui viene mutata la natura per impedirgli di essere usato impropriamente: disinfezione anzichè preparazione di liquori. Mi veniva come titolo perchè mostrarsi è impedire di essere usati impropriamente.

Anche Dowland mi viene bene perchè mostra, accarezza, induce.