jalousie

 

Negli amori, nelle passioni, politica compresa, si vorrebbe che non ci fosse un prima, e che il primo giorno del nuovo sentire coincidesse con la nascita dell’universo. Così pensano i totalizzanti, gli idealisti, i praticanti dell’assoluto, rodendo il presente con le ombre. Gli interrogati sulla gelosia relativizzano, sconfessano, sottaciono. Sanno che il prima è preparatorio al presente e non fa male se non alle paure proprie. Però si adeguano al dictact dell’abolizione del passato, per non perdere una possibilità di futuro. Infine i realisti, dicono che non importa e se ne fanno una ragione dove ragione non ce n’é. 

 

 

si può usare uno stradivari per suonare la gelosia di sé ?

certo… e come accontentarsi di meno!

non prendiamoci troppo sul serio

Dribblare come un funambolo oppure entrare sui parastinchi, a gamba tesa, sapendo che qualcuno si farà male. Funziona così. In campo i desideri stanno al loro posto, ma conta ciò che siamo e sappiamo far davvero. Però non prendiamoci troppo sul serio. E’ un gioco, finisce quando si vuole. E’ solo un gioco, dove non si ride a comando.

Nelle astanterie degli ambulatori, si mostrano le ferite decenti, quelle profonde le lasciamo al medico che non ha pietà.

E’ solo la nostra vita, importante per noi, da giocare come ci viene. Ma non prendiamoci troppo sul serio, nessuno più di noi, sa quando bleffiamo, come trucchiamo le carte per vincere allo specchio. All’ironia dei cannibali, che abbiamo chiamato autostima, un po’ di misura non guasta, ed in campo tra le gambe e la palla si sceglie secondo inclinazione, perché tra tante giocate pur vincere bisogna.

 

p.s. mi piace scartare, giocare sulla palla e non sul piede, anche quando faccio il terzino. E soprattutto, non mi prendo sul serio.

la scienza dell’amore felice

L’annuncio di un numero monografico estivo: la scienza dell’amore felice.

D’estate l’amore occupa i giornali come la mala sanità ed il caldo. Sembra tutto eccezionale in questa stagione, che si vuota di politica vuota, tutto destinato a spegnersi nel ferragosto per confluire in più banali discorsi settembrini da città. Anche i seri, sentono le malie della stagione e i copywriters di più.

Ma non esiste scienza dell’amore felice, perché non c’è amore egualmente felice, perché la misurabilità della felicità avrebbe le stesse difficoltà del principio di Heisenberg. Perché forse esiste una termodinamica dell’amore generico, ma non di quello felice. Non in termini scientifici, non nella riproducibilità sperimentale. Eppure esiste la felicità in amore, incongrua ed eccezionale modifica delle regole del vivere, ed è ancor più eccezione quando dura a lungo, come tutti gli stati di grazia ha bisogno di ricordo e normalità.

Esiste una condizione che separa la felicità amorosa da ogni altra felicità, ed è l’inebriarsi dell’altro e di sé assieme. Esiste l’eccezione senza tempo che blocca gli orologi degli astri, si regola con la presenza, si allunga con l’assenza. Ma è eccezione e non può permanere. Forse quando parlano di scienza, parlano del darsi misura in un campo che misura non ha, forse parlano della tolleranza vitale che a volte protesta e dice basta, oppure ragionevolmente -si fa per dire- dello scoprirsi un po’ per volta, della novità dell’altro come crescere comune, delle curve della passione e dell’abitudine segreta. Ma come può essere permanente una condizione che si ciba dell’essenza della forza più alterante che esista in natura? Il mondo si fermerebbe spossato se esistesse una condizione di felicità permanente nell’amore.

Ma forse parlano d’altro, del ripetersi di stati, come fossero stampi per stadi d’amore. Plastica, per ciò che plastica non sarà mai.  L’amore, casomai è legno levigato dalle dita, acciaio scabro  e marmo polito, creta morbida e vetro piegato, il tutto mescolato ogni volta secondo leggi personali, mai più riproducibili. Non c’è scienza dell’amore felice e neppure prevenzione dell’infelicità in amore.

A scelta per parlare delle stesse infinite variazioni della cosa.

vincolo affettivo

Il comune di Torino ha sancito che vi possa essere certificazione dell’unione civile con la dizione “vincolo affettivo”. E’ una scelta di civiltà riconoscere che la volontà degli uomini è ciò che conta davvero nello stare assieme e che questo ha effetti sociali ed economici. Ma non condivido si confondano le cose dicendo che questo riconoscimento burocratico è finalmente sancire che l’amore è un vincolo. Per stare assieme non occorre essere innamorati. L’amore è un vincolo in un ambito del tutto diverso da quello dei bolli, perchè produce effetti dentro le persone e lo fa finchè esiste, poi diventa un obbligo. La legge si occupa di quest’ultimo aspetto e se parla della sfera affettiva, lo fa parlando d’altro. Una scelta di civiltà, quella di Torino, finalmente, ma l’amore è incivile e non sopporta i bolli e gli impiegati.

 

flow

Dell’associazione con chart mi piace la parola flow:  è morbida, una flanella leggera di pensiero. Ordinata come un navigatore, svagata come un albero a giugno. Decisa e sostenuta, flessibile e conformante, un bambou che conosce il sole e la tempesta.  Modella regole come cassetti, che contengono con gioia qualsiasi cosa, purché sia semplice e chiara. Ed allora si sente odor di buono per la testa. Vien voglia di gettarla in aria ed osservare come muta ondeggiando. Come un foulard, un lenzuolo al vento.

 

gli insensibili

Questo paese sta diventando insensibile, la solidarietà è scomparsa, anche quella tra omologhi, travolta con l’ideologia e la dissoluzione delle classi sociali. Solo i grandi eventi muovono le coscienze, ma per tempi brevi, scollegati con i dolori e i bisogni. Del terremoto dell’Aquila, cos’è rimasto nella commozione? E dove vivono adesso quelle persone, come lavorano? Quando si rimuove la solidarietà  rimane il bisogno, solitario nella sua disperazione senza aiuto.

Questo paese è stato indurito, consenzienti gli abitanti. Il guasto si è prodotto demolendo i legami comuni, gli archetipi che nessuno si permetteva di discutere, i principi della convivenza.  Ora siamo nella curva che scende, dove ognuno è per sé. Forse per questo la costituzione dà fastidio, basta  leggerne i principi e confrontarli con la realtà. La mia generazione si confrontava con il problema di realizzare la costituzione, questa generazione di politici si misura con la sua demolizione.  E quello che mi stupisce è che l’opporsi sia anch’esso senza solidarietà. Berlusconi, Bossi stanno cambiando il paese, incidono sulle coscienze, sulla percezione del presente e del futuro e larghi varchi di vuoto si aprono nella vita di ciascuno. Perchè dovrei fare sacrifici e per chi? Se i giovani non hanno mobilità sociale, lavoro, perchè dovrebbero aiutarmi, pagarmi le pensioni, la sanità futura?

Le mani non si toccano, parliamo di sentimenti individuali ed almeno questo ci restituisce all’umano, ma che futuro avrà l’amore in un mondo fatto di molecole senza legame?

 

l’odore della cina

L’odore della Cina, è l’odore della necessità. Promana dagli abiti a pochi euro, dalle plastiche dei giocattoli e degli utensili. E’ l’odore del riciclo mal fatto, dell’apparenza mal riuscita. L’etichetta dice 70% seta, 30% cotone, ma nè il cotone, nè la seta hanno questo odore. L’ho trovato ovunque in europa, questo odore della necessità. Nei mercatini moldavi o polacchi, in paesini dove il fango si toglie sulla soglia di casa con i ferri infissi sulla soglia. Mi ha inseguito in Francia e in Germania, tra formaggi, salumi e birra cruda nelle bancarelle delle sagre. L’ho sentito in sardegna e in puglia, in negozi immersi in luci vivide, talmente spogli e pieni di merci accatastate da respingere il cliente.

Rifiuto questo odore, non il pensiero di ciò che ci sta dietro. Capisco che tra i pochi benefici della globalizzazione, c’è la crescita di chi moriva di fame, ciclicamente, a milioni, ma questo odore è il marchio della povertà che ci insegue dentro le case.

Il vero salto di qualità per il mondo dell’economia, del denaro, quello che da sempre non puzza, sarà togliere l’odore da ciò che si compra, riconsegnare la merce alla sua dignità di manufatto dell’uomo per l’uomo.

la verità e la repubblica

La verità vive per suo conto, con i suoi tempi, usa mezzi e persone imprevedibili ed emerge quando vuole.

E’ meno verità quando è scomoda, se parla attraverso ladri ed assassini, quando comunque non verrà creduta e lascerà tutto come prima?

Ed allora la repubblica cosa festeggerà?

A proposito di Falcone, di pentiti e collaboratori di giustizia, di parlamentari e giudici, di architetti e faccendieri.

l’astrologo dubbioso

 

Sono una persona razionale.

Da giovane ho studiato fisica, matematica e chimica, impianti industriali e scienza delle costruzioni, le meccaniche dei rapporti sociali e la storia, per questo sorrido quando qualcuno vuol predire il mio futuro attraverso gli astri e il mio segno zodiacale.

Leggo come dovrei essere, nel mio nascere nei gemelli e col mio ascendente ariete. Ma è un insieme di caratteri così largo che ci possono stare tutte o quasi, le mie nature concorrenti. Quelle sì le conosco bene, ma dipendono da me e magari potessi dire che qualcuno le ha determinate.

Continuo a leggere e colgo altre somiglianze, allora mi chiedo se sono io che mi adatto alla descrizione prendendo ciò che conosco di me, oppure davvero quelli nati da queste parti dell’anno erano già indirizzati.

Ci penso, mi guardo allo specchio e vedo il solito libero arbitrio integro, le contraddizioni intatte con l’età, le scelte, magari difficili, a disposizione. Mi dico che se non fossi libero, avrei fatto molte corbellerie in meno, che tutte le mie certezze sarebbero più povere. Però…

Non credo alle predestinazioni, però la mia povera conoscenza è piena di limiti. Ho bisogno di attaccarmi al razionale per giustificare le mie scelte ogni giorno, per tenermi assieme col presunto collante della terreità. Quando penso alle scelte forti fatte in passato, le devo confermare col presente e non posso chiedermi se era davvero giusto, quando ho chiuso rapporti, fatto star male gli altri. Il torto doveva stare tutto da quella parte e non posso mettermi in discussione nelle scelte di allora perché se guardo avanti, vedo il futuro restringersi e così devo consumare il presente come se questa realtà che tocco, mi dà gioia o mi dispera fosse l’unico orizzonte. Per questo mi racconto la storia del razionale elevato a dio del reale: per restringere il campo di scelta, anche se so che non è vero e che ciò che tocco esaurisce solo una piccola parte della realtà. Avevo torto, almeno in parte, quando decisi di tagliare, non ho volli capire almeno quanto non sono stato capito, c’erano altre vie, ma non le ho volute percorrere. Allora fu così e si ripeterà ancora, ma se lo riconosco, ho bisogno di abbracciare un reale più vasto per collocare le mie ragioni relative.

Ed allora penso a ciò che ho dentro e che non è razionale, penso alla materia dei sogni, a quello che esiste nella mia vita e non comprendo, ai sentimenti e alle passioni. Penso che sono fortunato a sognare e che mi alimento di questa capacità per essere reale e fare ciò che non conosco.

Solo lo stolto vive nei sogni, ma chi ha entrambe le possibilità, il giorno e la notte, si pone il dubbio che la realtà sia più larga del suo cervello e che non sia tutto così netto e spartito.  Il mondo che si esaurisce nel tangibile è ben più povero di ciò che vivo e se accolgo il non razionale, come l’astrologo dubbioso, ho più paura, ma sono più ricco di vita.

E allora mi pare un limite grande non sognare.

 

 

 

chissà

 

chi sa, taccia

Sussurravi una carezza tra i ricci, 

e pensavo parlassi di quelle dita,

troppo spesso rade, ma sempre tenere

e impreviste

e chiare.

Ascoltavo quel respiro che quietava, senza sottointesi:

chi sa, taccia

si faceva strada, morbido di consapevolezza.

Nel pensiero d’allora,

rinchiudo scatole e cose,

sigillo bocche, e cancello lampi agli occhi,

solo i pensieri tintinnano riottosi.

Così leggo,

le sintassi che si spengono sulle frasi senza senso:

una virgola qua, un punto senza parole, l’apostrofo disperso;

mozziconi nervosi spenti su pozze d’interrogazione,

ma le mie labbra si serrano, ed attraversano gli occhi,

non ci sarà traccia, che tu nuova non sappia già

o non si veda, tra i fiati sospesi,

eppure ti sforzerai di capire se il sorriso aveva qualità.

o indifferenza.