Bilanciare l’intelligenza lasciando che la parte sinistra esondi su quella destra e viceversa.
Un contrappunto tra sentimenti e razionalità, facile a dirsi, molto meno a praticarsi.
Che accade se il razionale si lascia contaminare?
Tu lo sai quando ti incanti (termine veneto che ben definisce colui che si perde nei pensieri e vede cose che non vediamo, con lo sguardo apparentemente fisso nel vuoto) e sospendi il tempo del capire dalla tua vita quotidiana, mescolando contraddizione e desiderio, razionalità e attesa.
L’intelligenza lucida come lama, mi lascia indifeso, ne vedo la bellezza algida e non sento il calore. Sono per l’universo del presappoco, dove anche le galassie fanno il loro dovere amando i soli che contengono. Per questo mutano idea e collassano. L’entropia è il destino dell’intelligere senza speranza.
E dopo questa sbrodolata, il cielo si è fatto limpido ma il freddo non morde.
Gli ho detto: tientelo il tuo hardware, mi va bene il mio.
e lui di rimando ha sghignazzato senza mettere la mano sulla bocca, non riusciva a respirare da quanto ridevae mi guardava con le lacrime agli occhi, dicendo: Sai cos’è che faccio io, mi tengo tutto e tu amico caro sarai nella merda. Sei già nella merda, ti faranno il vuoto attorno, non ti vorrà nessuno, non ti piscieranno neppure addosso, semplicemente non esisterai più.
Non mi impressioni, continuo con quello che ho e neppure voglio il soft, resto così, per i cazzi miei.
Non ci sei con la testa amico, tu non resti, semplicemente non sarai più.
Io sono un cane sciolto, ma tu non sai cosa vuol dire. Anzi lo sai, perchè un tempo ti convincevi che i cani sciolti erano pericolosi. Inefficaci e pericolosi nel loro deviare dalla moda, dagli obbiettivi collettivi. Ti davano fastidio anche allora, perchè non avevano pensiero comune: traditori, ecco cos’erano per te. Sono ritornato un cane sciolto e cerco i miei simili.
Ci siamo abituati a dire una cosa e il suo contrario, in rapida sequenza, pronti col fazzoletto a salutare e mai a partire.
Animi arrovellati per dire chè? Che manca il coraggio, che il dubbio spadroneggia, che di un’altra vita c’è necessità e nel frattempo, scaviamo piano le fondamenta dell’infelicità.
Eppure basta leggere, per vedere altri coraggi, parole e storie diverse raccontate senza i percorsi circolari dove tutto torna da capo.
Il ricordo del gusto dell’amaro affonda nella mia fanciullezza quando la nonna, con cui vivevo, mi faceva assaggiare e magnificava le doti di certi brodi ottenuti dalla bollitura di radicchi di campo per depurare il sangue. Non ho mai capito perchè il mio sangue avesse queste necessità di depurarsi, che poi ben altro era l’effetto e mi pareva poco affine al sangue, ma la cosa aveva un certo fascino ed anche corrispondeva ad un’idea equilibrata del vivere dolce. Il tutto veniva arricchito con splendidi panini croccanti alle quattro del pomeriggio, che ospitavano i suddetti radicchi saltati in padella con lardo o pancetta. A farla breve, ho imparato a distinguere ed apprezzare presto che esisteva un amaro non connesso alla punizione, e che questo gusto così sapido, esaltava il dolce successivo e lo trovava in parti piccole ovunque. Tra le tante pratiche strane e formative di un bimbo di città, nella quotidiana uscita ai giardini dell’arena, c’era lo scapicollarsi nella macchia folta poco potata e soprattutto una costante lezione su ciò che era commestibile e ciò che era velenoso tra quelle bacche che le stagioni e la dovizia di verde mettevano a disposizione per i giochi. Assaggiavamo, sotto la guida di maldipancia più anziani di noi, come il colore fosse quasi sempre ingannevole ed invece un dimesso proporsi, procurasse scie di dolce in bocca. Le bacche per gli inchiostri, prima genesi di una passioncella futura, erano ben distinte da quelle destinate ad essere munizioni per le battaglie serotine, portando alle tasche, le munizioni da bocca che avrebbero striato di dolce il gusto. Era un dolce tenue, per animali poco assuefatti a biscotti e che si nutrivano di panini, spesso fantasiosi, ma per me, già ammaestrato all’amaro, quelle bacche e quei panini provocavano un piacere particolare. Se la felicità davvero consiste nel vivere la vita nelle sue manifestazioni di gioia e tristezza, di passione e di quiete, allora il gusto si è, allora, educato alla felicità dell’assaporare il dolce, il salato, l’aspro attraverso l’amaro. Era giocoforza con simili premesse che, quando fu ora di bere forte, il fernet eppoi l’amaro Udine diventassero dimostrazione di virilità. Distinzione tra maschi e femmine, ma soprattutto tra maschi, chè alle femmine qualche indulgenza protettiva bisognava pur darla. Questa sensazione d’amaro mi è rimasta, quasi fosse una coda dell’ottocento, il secolo di mia nonna, che si protendeva verso me/noi, nati dopo una guerra che aveva sovvertito il sentire e portato il dolce come gusto di massa. Una passione, ormai abbandonata per la distillazione, frutto dei malintesi anni chimici, ha più volte restaurato il tastar in punta di lingua per discernere alcool da sapore e mi fa sorridere pensare che la mia generazione preferiva gli amari senza dolci a mitigarli, quasi che l’amaro fosse bastevole al gusto e non emendabile perchè non aveva necessità nella sua purezza d’altro che se stesso.
Il dualismo amarodolce si ricompone ora, nella mia testa, a partire dal caffè che senza preferenza asseconda l’uso locale e la voglia personale: spesso molto dolce a sud, altrettanto spesso, a nord, in purezza per conservarne il gusto a lungo. Troppo facile usare il gusto come immagine della vita e del vivere, indebita la perifrasi, ma se non si vuole per forza fermarsi sulla soglia dei significati, se si vuol trovare l’assonanza tra l’estensione del gusto in ciò che lo descrive, non sembrerà arbitrario pensare che l’amaro, che vien prima, aiuta a trovare maggior gusto nel dolce ed a limitarlo nella sua eccellenza, senza farlo sconfinare in brodaglie bulimiche, prive di parola. Tale sarebbe la vita e il kairos che l’accompagna come misura, opportunità e rischio e camminar sul limes. Ma questa è altra storia, oltre il vaneggiamento della sera.
Tutti uguali, gli uomini, sempre in fuga, incapaci di decidere davvero, vocati a tenere il culo su più sedie.
Tutti uguali a raccontare a mezzo, a lasciar intendere, a dire ti amo al posto di ti voglio bene e dir ti voglio bene al posto di ti amo.
Tutti uguali con le loro superiorità di merda, con le abitudini incomprensibili, con il loro far star male noncurante, con il condividere banale.
Tutti uguali nel narcisismo affamato, nel fascino gettato con leggerezza bieca verso sorrisi gentili.
Tutti uguali nel dire:sei speciale, sei unica, non è mai stato così, pronti ad esibire sofferenze oscure: perdio come soffre a non amare più, come soffre.
Tutti uguali al 98% e quello speciale davvero è capitato a te? Ma fammi il piacere, và, fammi il piacere.
Tutti uguali, occhei e allora che si fa? Oltre a cercare di educarli all’amore, di conquistarli, tenerli, mutarli per renderli accettabili e carini, che si fa?
Una danza, una giarda tra l’esserci e il non esserci, tra l’inchino e lo sberleffo, tra il contatto promettente e la distanza. Ecco quello che si fa.
Chissà che volevi, mia cara ed invece, se va bene, hai un compagno di ballo, una terapia che aiuta a trovare i propri limiti e bellezze, che fa esercitare i sentimenti e il corpo. Una presenza che ti fa incazzare mentre fornisce dimensione al reale e al sogno, che fa soffrire e gioire, educa a capire e a dimenticare. Ma in realtà fai tutto tu.
E il bello è che lui non lo sa e continua imperterrito ad essere uguale.
Per fare il nostro uomo, non serve uno specialista, bensì un tipo curioso: uno che legga molto, che si lasci prendere in giro, ma non per i fondelli.
Uno che sappia quel che dice e non si impressioni per il ridicolo del nuovo, che ascolti molto e capiscaspesso. Uno che se non capisce non si arrende, presumendo di poter capire poi e sia ben conscio della propria ignoranza.
E’ la curiosità che lo spinge, la passione indifferente agli anni, che svaluta quanto accumulato, e rende prezioso il futuro.
Sorprende perchè il suo lavoro sembra interessante, ma lo è molto meno della vita e delle cose disparate che conosce.
E’ un mix, un prodotto dell’evoluzione, un deviante insofferente di un ruolo che sia un contenitore. E la laurea, lo studio, l’esperienza, i lavori non gli sono sufficienti per dire sono arrivato, anche perchè arrivo e partenza sono per lui la stessa moneta.
Così il cav ha esordito nel suo saluto alla nazione.
E’ stata una scelta di campo, e quando gli altri erano rossi io già ero nero. Per la cronaca ogni giorno mi abbronzo, e mi consentano, non si badi alle apparenze, sesono mezzo bianco e mezzo nero, è perchè lo faccio la notte durante le altre attività di governo. Quelle che ogni capo dovrebbe fare per mantenere alto il prestigio del paese.
Guardando l’immensa platea ha aggiunto:
E gioco a minibasket con gli amici. Anche voi dovete giocare a minibasket e fare come me che mi sono comprato tutte le squadre e i giocatori. Adesso tutti mi vogliono bene e mi passano la palla. E quando non me la passano me la porto via, la palla, perchè quelli che non mi fanno giocare come voglio, sono comunisti e guastano il gioco di squadra.
Un ex piazzista di obbligatresh tripla Aha intonato uno spiritual napowaste e come un sol uomo, gli astanti si sono alzati mettendo la mano sul portafoglio (non si sa mai con tutti i comunisti ancora in giro). Sui volti ancora pallidi, lacrime e sorrisi si mescolavano alle parole: Tu sei l’unto, madò come sei unto.
Il coro possente è stato ricamato dalle parole del cav: tutti, dico tutti, cominceremo ad abbronzarci nei campi di cotone, questo è l’orizzonte per questo paese, finalmente affrancato dall’istruzione, dal lavoro, dalla spesa quotidiana. E perchè no, anche dal trasporto aereo. Perchè voi siete già oltre il progresso e non avete un nero al comando, ma un capo che vi farà tutti neri.
Nelle prime file un ministro e un ex ministro applaudivano freneticamente dicendo: è tornato, sì è tornato.