caro Presidente Napolitano

Caro Presidente Napolitano,

il senso delle istituzioni e il rispetto per gli elettori, che Lei ha espresso in questi anni, è fuori discussione, e con la Sua azione, coerenza e presenza istituzionale, ha mantenuto alta l’opinione degli italiani e degli stranieri sul nostro Paese. In questi giorni, Lei sarà tirato per la giacca da decine di interessi che il mutamento della guida del Paese mette in pericolo. Non avrà problemi a respingerli e scegliere per il meglio. Credo che molti in Italia pensino che Lei non è un notaio, e che la Sua opera è garanzia, che si trovi una strada per uscire dal vicolo cieco in cui siamo finiti. Mai come ora la Sua solitudine, è la solitudine degli italiani che vogliono fare qualcosa per salvare e salvarsi. E’ tempo di decidere signor Presidente, anche lanciando un appello alla politica, che si assuma la responsabilità di fare. Non credo che la decisione del come e quando andare alle urne spetti al presidente del Consiglio, sfiduciato dal parlamento, non credo valga la sola burocrazia delle regole interpretabili, fatte per tempi in cui non era in pericolo la stabilità economica e sociale del Paese, lo sforzo, adesso, è quello di avere un Paese coeso ed impegnato a fare quanto può. La politica non può e non deve far di meno. Un governo di persone autorevoli, fuori dalla politica attiva può assumere le decisioni di politica economica a breve, fare una legge elettorale che riporti la scelta agli elettori, far capire alla speculazione che non passerà, perché l’Italia e gli italiani esistono.

Decida presto signor Presidente, in questo momento non solo la parte economica dell’Italia è a rischio, ma la stessa concezione del rapporto governo-governati che è stato una delle grandi conquiste di democrazia dopo il fascismo ad essere in pericolo.

Il sostegno del Paese non le mancherà signor Presidente ed in questi giorni difficili le migliori energie saranno disponibili, proprio come quelle di quei ragazzi che, nel fango di Genova, e degli altri luoghi alluvionati, stanno in questi giorni affiancando le istituzioni per rendere la vita possibile nel disastro e non chiedono a quale parte si appartenga, ma cosa ci sia da fare. 

Attendiamo con fiducia le sue decisioni Signor Presidente, noi ci siamo.

ti parlo di Ferrara e ti racconto dove s’è fermato il suono

Di Ferrara ho dentro, una neve che fioccava e saliva (perché la neve nel vento sale e riluce di riflessi), nella notte tra il castello e la piazza.

Ho una nebbia d’autunno, gialla e bellissima, che impediva di vedere oltre qualche metro e faceva sentire le voci, e le risate degli altri passanti, allegri e vogliosi di questo anonimato improvviso.

Ho il ricordo d’essere uscito da teatro, con l’eco di un concerto bellissimo, e quella musica che non mi lasciava, era in auto nei 90 chilometri verso casa, tanto che, per non turbarne la bellezza, la radio restò stranamente spenta.

Di Ferrara ho l’oca giuliva, un posto vicino al porto, sul fiume, dove ascoltare il cibo e il dialetto. Ho la gioia del camminare seguendo i percorsi dei palazzi degli Estensi, il guardare tutt’attorno in piazza Ariostea, e la sensazione che se una famiglia, che dava nome ad un palazzo Schifanoia, era già moderna nel 1500. Ma soprattutto ho Bassani e la sua liason tra città e persone, tra fasti e decadenza.

E’ una città da sfumature Ferrara, da sangue sottile che, appena si supera lo stupore del rosso del cotto, entra nelle arterie, pulisce ovunque e lascia la bocca buona. Come un lambrusco secco e il pane fatto di cornetti ritorti e ragni di pasta. Bisogna stare attenti a non romperli, i ragni, come la città, e poi staccarli uno per volta – sono quattro più il corpo centrale – per gustarne la morbidezza croccante, con voluttà.

Ho una strada, che si apre sul lato destro del castello, sorpassati i portici del teatro, e che porta verso le mura. A Ferrara tutto porta più o meno verso le mura.

Questa città, la amo più di notte e di primo mattino, che nel giorno pieno, più d’autunno e in primavera che nelle altre stagioni. Nella luce, il rosso dei mattoni invade la vista, è una sorta di persistenza nell’occhio, per cui tutto, anche nei sensi, prende questo colore come radiazione di fondo. I colori, il selciato bellissimo, i marmi del duomo, le piazze, le facciate delle case e i cortili ombrosi che s’intravvedono dai portoni, tutto ha un ricordo del rosso del mattone a vista. Forse è una forzatura, ma anche il colore della cibo è caldo, forte, robusto di pianura e di paziente cottura. Ma quella strada di cui parlo, che porta verso il cimitero, questo colore non lo tiene con sé, perché è un luogo sospeso, asincrono a noi e al tempo. Un luogo fatto di mura alte e di varchi, di un giardino che si vede oltre un muro e sembra enorme, come il Giardino dei Finzi-Contini, e così subito porta a Micol e al suo essere questa città. Ai lati della strada, case un tempo modeste, erano periferia del principe ed oggi sono un altrove dell’anima. A maggio ci sono rose che sbucano dai giardini, i marciapiedi di ciottoli, ( porta scarpe basse dalla suola sottile, le devi sentire queste pietre che hanno rotolato nei fiumi, ed ora accarezzano il piede), ma soprattutto c’è il suono fermato. Oltre alla bellezza del posto, cui manca solo una carrozza che lo percorra, per narrarne il tempo, è il suono che m’impressiona. Ogni volta. Le voci, i rumori sono educati, governati, con una sensazione di pace ovattata che testimonia esistenze e senso della misura. Il passo rallenta per ascoltare il silenzio, l’aria è dolce ancora per un poco, poi le punte di freddo si stempereranno nei bar, nella cioccolata. Amara e densa, per me, grazie. Con la panna a parte. La sensazione sparirà poco a poco nella passeggiata sulle mura, ma ti resterà il bisogno di tornare. Non per una mostra od altro, sarebbe troppo banale, ma per il posto che sentirai romantico, come pochi altri e fatto di silenzi e pensieri circoscritti. I tuoi.


pensavo che

Pensavo che vissute le passioni cieche della giovinezza, il tempo e il passato, diventassero compagni stazzonati e poco esigenti. Com’eravamo stati è sempre un’approssimazione dell’ombra della verità. Si potrebbe ridere, od almeno sorridere, del come eravamo, Invece troppe forze ancora contrastano ed impediscono il flusso libero dei sentimenti, compreso quel volersi bene che ci fa guardare con indulgenza e comprensione il noi d’allora e adesso. Mi sembra assurdo, ma in realtà non lo è, che per rimettersi in ordine, si manipoli la realtà, eppure accade di continuo. In noi per convivere con gli errori e in chi ci ha conosciuto per giustificare i propri. Abbiamo ricordi diversi, realtà diverse che si tacciono nel miglior dei casi, oppure confliggono, o stanno assieme tra sguardi meravigliati del diverso sentire o ancora vengono usati per giustificare ragioni a posteriori. Randelli e velluto che piegano ciò che davvero accadde.

Qualche giorno fa, leggendo vecchie lettere mie e d’altri, capivo com’ero, senza l’emozione d’allora. Non mancano gli errori nella mia vita, le indecisioni, il dire governato, pensando di far bene, quando si doveva urlare, ma ciò basta a giustificare tutto quello che la vita ha seminato? Come dire: non siamo davvero mai soli nel combinare guai, né a far bene, ma sempre il prodotto di azioni e reazioni di cui portiamo il peso, se ricordiamo.

Però c’è un momento di non ritorno, uno scollinare dove il  passato diventa davvero tale, depurato dall’emozione d’altri. Basta mettere distanza, tener per sé la propria storia e andarsene, e solo chi ci cerca con pazienza e amore, potrà riaprire quella porta.

l’amore dell’inutile

Sai.

E’ così pleonastico questo sai, se si sapesse davvero, non cercherei parole che non servono.

Sai, ho capito che l’amore di ciò che altri è inutile, è la mia vocazione, del resto è coerente con l’apprender cose inutili. Questo è quello che vorrei dire con parole giuste.

In fondo non ho mai avuto voglia di far fatica per alzare, trionfante, il cuore di qualcosa. Sarà per questo che mi piacciono le passioni fatte a scialle, che scaldano ed avvolgono, quando si è da soli. Le fiamme duran poco, lasciano vuoti che si devono riempire. E l’unico vuoto che davvero cerco, è quello del pensiero, tolto finalmente dal rumore di ciò che si deve essere, fare, diventare. Il vuoto del meditare che poi si riempirà spumeggiante, del nuovo senso che non sapevo d’avere. 

Forse è indolenza, o ribellione al luogo comune dell’utile, oppure dipende dalla fantasia. Ne ho troppa. Disturba piacevolmente e porta altrove.

Magari è la curiosità, questa non è troppa, è particolare, discreta. Può far senza, non per mancanza, ma per privazione.

C’è un senso profondo nella privazione, e ancor di più, nella dolcezza della privazione. Una libertà che, per me, è la libertà.

Libertà di desiderare, accogliendo e restando sé.


media i media

Scrivere è un piacere e un lavoro. Lo intendo come una costruzione di qualcosa che, pur effimero, è una parte di chi lo fa.

Una parte, certo, un varco che fa intravvedere e un po’ entrare, ad altro è lasciato il compito di comunicare più profondamente. Ci si interroga, emergono i problemi e le aspirazioni che si hanno. Più i primi delle seconde, per l’ovvio motivo dell’urgenza. Ma forse è importante far capire che non siamo solo disperazione, euforia, desiderio, bisogno, soddisfazione.

Forse.

Penso alla complessità di ciascuno di noi, all’importanza che si annette al ricordo, oppure all’irrompere continuo di futuro. Più quieto il primo, più irruento e mutevole, il secondo.

In fondo, questa è una piazza metafisica di notte.

Nel costruire la comunicazione, i media, c’è chi si avvale dello sterminato archivio della rete, chi costruisce il medium con pezzi propri, che inevitabilmente lo condizionano: perché è nata quella tua foto che metti a supporto dello scrivere? Quale rilevanza ha avuto quella musica quando l’hai sentita e che vorresti trovare su you tube, ma non trovi. Approssimazioni, condizionamenti. Poco male, solo lo stupido guarda il dito, anziché la luna. Ma davvero è così visibile la luna che si vuole indicare?

Citare poco gli altri blog e non è una carenza di sensibilità, ma un rispetto per il contesto. Casomai, rimandare esplicitamente alla fonte, per far capire dove nasce l’idea. In questi luoghi la proprietà (bruttissima parola) è così ballerina…

Però è necessario per far capire dove finisce l’opera nostra e dove invece inizia quella altrui. Anche se è un limite alla fluidità del discorso.

Devo dire che i pathwork mi piacciono a condizione che ci sia un disegno che passa attraverso una testa. In fondo è questo il mestiere che fa mio figlio e che ben comprendo in lui.

Insomma non finire in questo dialogo:

non capisco cosa sia tuo. Non certo le foto. I pensieri forse, ma néanche tutti.

Capisco la musica, difficile produrla decentemente. Ma anche le citazioni, i film, le poesie, mai che ci sia qualcosa di tuo davvero.

Tutto un riproporre mediato da te. Alla fine questo è l’oggetto: sei tu nella tua capacità digestiva, essudativa, effusiva, desiderante. Un media che media i media.

In questo immenso mondo di materia disponibile si può vivere di simbiosi saprofitica e ciò che viene ceduto assume la tua colorazione.

A proposito, qual’è il tuo colore? Almeno quello dimmelo.

Non bisognerebbe mai chiedersi dove si posano le labbra, e neppure quali vie seguano i pensieri, ma in quale solitudine di monadi ci cacceremmo se fosse davvero così.

Siamo unici ed insieme molti, a me interessano gli unici e contemporaneamente mi interessa dove ci sei davvero come media.

Ma tu che media sei?  

quelli che non conoscerò mai

Da tempo penso di trovare una casetta al mare in cui vivere metà del mio tempo, tra poco il lavoro dovrebbe permettermelo, nel senso di poter decidere come e dove svolgerlo. E’ un pensiero che mi accompagna, e che mi hai ricordato con le tue parole, di senso primigenio del luogo e del suo rapporto con noi. Credo che viviamo in una stagione felice dell’umanità e che siamo nei posti giusti, anche se ci lamentiamo. E abbiamo anche gli anni giusti che hanno permesso crescita e pace. Questo non ci impedisce di vedere la profonda ingiustizia che ci attornia, che entra nelle nostre case attraverso i nostri figli. Sarebbe la cosa peggiore, ragionare da animali satolli, e saremmo votati al disastro, ma se godere di un posto, di una luce, di un pensiero altrui attraverso un libro, od anche questo mezzo spesso così vacuo, è possibile, perché non farlo. Perché non immaginare lo sguardo di Ulisse, oppure quello di Didone, l’avventura e la passione, e pensare che non erano dissimili da tutti gli sguardi che godevano dell’intelligenza e della libertà. Insomma l’infinito stupore d’essere e di saperlo, unito con ciò che lo estende fuori di noi, che non è nostro, ma c’appartiene perché riusciamo a vederlo e a goderne. Tu cerchi, come me, qualcosa che t’assomigli e che sia il nuovo che non hai conosciuto. Non possiamo augurarci di non sbagliare, ma di uscire dai nostri errori, riconoscendoli, questo sì. E’ ciò che vorrei, come bagaglio per il futuro assieme ad anni privi d’ansie inutili e senza nostalgie per quelli che non conoscerò mai per caso o volontà.

Che ne dici, si parte? 

mercurio

 

Sento disgregare la realtà,  la poesia chiudersi nelle frasi sospese, ansimare mentre chiede attenzione e poi lasciare al silenzio il compito di tenere i sentimenti. Rizzandosi dalla sabbia dei giorni, vedo attorno abitudini, che diventano corde, sbarre, prigioni. Prosa della peggior specie, priva d’ogni significato che non sia l’apparenza, il desiderio soddisfatto, il consumo-

Perché così tanta letteratura e storie e trame di cinema sprecate ?  Per rappresentare il quotidiano basterebbe un’eterna variazione di un plot narrativo. Un canovaccio da affidare ad un computer per la nuova realtà, quella che indefinitamente si ripete. Ci sono modalità nuove, m’hanno detto, il multisensoriale, che verrà prima del multimaterico da divorare, metabolizzare, rendere parte di sé. Avatar.

E’ la mia ignoranza che mi conduce oltre il limite. Quando la pressione esterna diventa eccessiva, la complessità solo da subire, allora vorrei scomporre sintassi e parole, diventare inintelligibile al banale. Anche quello complesso. Costringerlo a sforzi che superino il giorno, la luce, la sua assenza, la notte, usare la presunzione per tenere la realtà appiccicata, lasciar credere che sono accozzaglie di parole il soffrire, il sentito, l’amore, il bisogno di futuro.

Insomma, imporre al comunicare le mie regole disfatte e di nuovo solide e diverse. Una grammatica dell’ignoranza, che trovi fondamento nel sentire, nell’esemplificare in una tavola di Mendeleev dei sentimenti dove si colloca ciò che si è in un certo momento. La grammatica dell’amore imperfetto che cerca l’equivalente nel vivere. E quindi sabbia da scorrere tra le dita, da brancicare con i piedi, da trattenere a mente. Eccole le regole prima d’essere elemento: partire dall’amalgama e cercare la purezza del sé.
Se potessi scegliere ed affacciarmi alla mia grammatica degli elementi, vorrei essere mercurio imprendibile, non oro da esibire. Il mercurio, è coeso di forza interiore (mi direbbero, di tensione superficiale) , non si disgrega, si scinde e rapprende secondo sue regole d’attrazione. Metallo senza magnetismo, pesante e mobilissimo, liquido e solido pronto a sublimare, sereno e velenoso in eccesso, floccula candido, se cercato nel giusto modo. 

Dire: mi seguirai mentre mi frango in piccole simmetriche mobilissime sfere, pronte a rapprendersi per correre assieme ovunque?

Ed ancora una domanda, porre a guardia del mio cuore:

ma davvero scrivi su pezzi di ricevuta, sugli scontrini dei parcheggi a tempo? E non hai paura né della carta bianca, né di scrivere sopra parole d’altri?

Se così è, siamo della stessa materia che tesse sogni e terra,

che si fa sabbia per tornare roccia e poi sale da bere e ancora acqua da piovere e amore di sole, spuma d’onda, nebbia senza stagione, luce fatua, fulmine globulare e vento. Si, vento che solleva e posa, sbatte per gioco lamiere, frange parole, ricaccia riso e lacrime, unghia finestre, avvolge di carezze, incolla vestiti, solleva interrogativi, brividi di piacere, asciuga pensieri e corpi, tutto unendo senza distinguere, finché rompe, lui con noi, le sintassi della fisica, del tempo, del senso obbligato delle cose, e toglie il peso d’essere conseguenza: liberi. Finalmente liberi di volare in cieli senza conclusioni.

Se sopporti tutta questa violenza, questo portar fuori dai parametri comodi, su cui dopo i 18 anni ci si riposa, se accetti lo sforzo di seguire ed essere fedele all’imprevedibile, ti sembrerà d’avere tutto e t’accorgerai che è niente. Come un balzo verso il cielo, che si chiude in un momento, anche se lo senti eterno. Ma è fatica, sogno, gioia, sfida, leggerezza, rifiuto che disgrega il quotidiano e l’abitudine. E ti mostra che quello che hai imparato ti serve tutto, ma non basta ancora. Non basterà mai. Che nessuno di quelli che confondono la poesia con la noia potrà mai capire, che il reale per te coesiste, ed ha entrambe le dimensioni, cosicché ti ritrovi a maneggiare questa parola: strano e a non sentirla equivoca. Come fosse un contenitore dove ci puoi stare davvero. Un contenitore che ha tutto, solo che tutto è senza la solita pelle, e a volte questa pelle proprio non c’è, oppure è pelle diversa, e colore diverso, e tutto è acuito, forte, denso, eppure fluido, gassoso e carezzevole. Tutto assieme senza una sintassi esterna, una fisiologia che ti guardi e ti descriva e ti permetta di dire: ecco, quello sono perché sono descritto, mi ritrovo in un manuale.

In quel contenitore in cui t’affanni, (cercando di dare nome al sentire, mentre basterebbe star zitti e sentire senza suono) con quelle che, per altri sono solo un’accozzaglia di parole, lì c’è la tua descrizione che si fa giorno per giorno e diventa sintassi d’amore. 

Allora quel balzo che ti ha fatto scartare un giorno da una scia facile, vale più d’ogni tuo viaggio in aereo, d’ogni giro obbligato o necessario e ti porta sui tuoi piedi dove non sei mai stato, e ti racconta cose che hai vissuto finalmente mescolate con il presente ed il futuro.  

l’ultima e poi smetto


C’eravamo amati nelle parole.

 Amati è una parola importante, da calare come un asso di briscola quando si pensa d’aver vinto. Quando me lo dicesti, m’ero ricordato subito di Giacomo. Anche lui diceva d’essere innamorato ed intanto rideva. Mangiava e rideva. Se era triste, era una nube che tagliava occhi, sole e luce, ma si scioglieva e con un singulto tornava ad essere. E di nuovo rideva, parlava forte, decantava pregi e disgrazie del suo innamoramento. Ma rideva. Per questo sapevamo che non era vero. Tutti eravamo innamorati. Spesso della stessa ragazza. E lei di un’altro. Ma noi ci pativamo per dire: sono innamorato. Ci lavavamo come mai prima, facevamo cose impossibili, ma Giacomo, no. Lo considerava la tessera del club, l’ essere innamorato, il modo per dire: sono come voi. Ma si sapeva che non era vero. Solo si faceva finta. Come i bambini che coprendosi gli occhi, scompaiono. E scompaiono davvero. Per un po’ almeno. Prima di riprendere a ridere o a piangere. Era bene così. Almeno uno.

Che voragine le parole. Tu, neppure t’immaginavi dove mi perdevo. Bastava un aggettivo lasciato cadere, oppure un avverbio di troppo e già un pezzo di te s’era attaccato alla pelle. Dovrei coprirti di ricordi, anche le nudità più segrete sono pudiche, la forma d’una curva, un incavo, un suono, un buco. Tutto ha nome. Ma non era il tuo, accidenti. Tu ti riconoscevi ed io mi riconoscevo, come fossimo pupi e pupari assieme. Agiti ed attori. Le parole ci avvolgevano e ci schermavano dagli altri, lo sapevo. Non volevo ammetterlo, ma lo sapevo.

Mancava un silenzio. Il silenzio. Quello che segue la quarta ballata di Brahms. Quel suono che si smorza e finisce e incespica nel silenzio e vorrebbe proseguire, ma se ne sta vergognoso, il suono. Come le parole. Riconosce l’assoluto del silenzio. La sua purezza. Si ferma e tutti ascoltano. Non il suono, ma ciò che ha preso il suo posto. Ed io ti dicevo che questo spazio è l’amore. Poi scatta l’applauso liberatorio, perché l’amore, come ogni purezza, come ogni assoluto, non si sopporta. E già le mani sono parole, parole che battono, che percuotono l’aria. E sono felici di sentirsi, di rispettare, ma di essere loro a governare.

Le parole poi diventano altro e sono corpi che si urtano, che scivolano, percorrono, si eccitano, rafforzano in parabole, scuotono prima di piombare in cicalecci lievi come pioggia mite.  Servono le parole. Servono. Ma serve anche il silenzio per capire e far capire che si ama. Questo non lo dicevo, m’accontentavo d’essere innamorato, chiedevo appena un poco in più di quello che si poteva avere: l’assoluto. Quello sarebbe venuto. Forse.

E’ bello sperare nell’assoluto, nel lampo che illumina il cielo nel giorno pieno ed oscura di luce il sole. Dalle parole si traggono auspici, ti dicevo, si può uccidere, lenire ferite che sembrano senza speranza, inzuppare lenzuola, cambiare il colore alle pareti. Per un poco. Con le parole si può far intravvedere l’amore. Lo si racconta.

Mica lo sapevo allora, ed era così bello raccontarti, dirti come ti vedevo, grattare appena una superficie e vederti com’eri. Ai miei occhi. Innamorati. Per l’appunto, innamorati. Eri un concerto. Non importa quale, nel senso che eri la musica. Jazz, classica, rock, country. Eri Bach e Marley, il Boss e i Beatles e non mi fermerei più nelle coppie che mi venivano in testa. Forse per questo ti dicevo che mi sarebbe piaciuto suonare il clarinetto, perché ero già Benny Goodman a pensarlo. Ma la musica eri tu. Dell’amore ho capito poi, ch’era inutile indagarlo, come mettere i tempi ai verbi che descrivono ciò che si prova e che si rinnova ed è nuovo, ogni volta che lo si pensa. E poi  ri accade diverso e lo stesso, così che sembra sempre al presente. Ed allora che senso hanno i tempi dei verbi?

L’ amore lo sezionavo, lo indagavo e lo raccontavo. Ma ho capito poi che è inutile farlo perché l’amore non può essere utile e non assomiglia. Ti fa essere e poi basta e poi di nuovo e poi basta. Cosa c’è di utile nell’essere? Prova a pensarci, è il problema sbagliato della filosofia. L’amore è un codice binario. Non farti raccontare frottole, per il resto si può vivere come Giacomo, e ridere, mangiare e sapere che c’è. E basta. Forse l’avevamo capito che non eravamo solo innamorati, ma che c’era l’amore. Bastava attendere. E se il treno non giungeva? Non importava, il viaggiatore conosce il valore dell’attesa, è il turista che ha fretta ed orari da rispettare.

Questo vorrei dirti ora. Che t’ho circondato di silenzi per prendere il mio cuore e quei silenzi non erano vuoto, ma rispetto di Te, di me, erano l’occasione per i tuoi e i miei occhi, di ascoltare, di non dire più, ma solo sentire quello che finisce e si ripete e che non è solo parole, bocca, odore, spuma, sudore, sperma, succhi, labbra, buchi, cazzo, fica, genere, novità, sensazione, noia, ancora, di nuovo, di più. E che finisce quando ne abbiamo paura. Solo per quello.

Eppure sappiamo che esiste. Quando si è ascoltata la fine del suono, si sa che esiste.


p.s. è l’ultima sul tema e poi smetto.

Forse.

 


ora calma

Non sei a credito col mondo, forse ti pare perché non hai quello che desideri, ma se ci pensi dovresti vedere che continui a ricevere, indipendentemente da ciò che dai.

Questa tua incapacità di vedere il positivo della vita, te l’ho detto, condiziona i rapporti con gli altri. Tu pretendi, punti i piedi, dici: perché a me no? Come ti fosse dovuto.

Siamo tutti un po’ egoisti, è l’insoddisfazione che ci rende tali dopo essere stati bambini. Da piccoli si chiede, tutto è dovuto è non lascia traccia, ma non vale per sempre questa condizione. L’insoddisfazione è un grande motore, spinge verso altro. Non mi sono mai piaciuti i soddisfatti, e anche quelli che si vantano, mi sembrano già finiti, accoccolati come ruminanti dentro ad un recinto che si sono creati. Credo l’insoddisfazione tiri fuori parti buone di noi, che altrimenti dormirebbero,  ma estrae anche il negativo. L’invidia in particolare, ovvero  la visione negativa della felità altrui perché non è la nostra.

Nessuno confessa l’invidia. Magari la lussuria, la gola,  anche l’accidia e l’ira, si confessano, ma l’invidia, no. Eppure  bisogna chiedersi cosa si dà davvero, cioè quello che si cede in cambio di nulla. Quanto siamo disponibili verso qualcuno se non riceviamo.Questi sono buoni indici della misura della nostra invidia e della percezione del credito verso il mondo.

Mi ritrovo in tutte le manchevolezze che vedo negli altri, non sono migliore. Quello che di te mi infastidisce lo trovo in me e se mi pongo delle domande è perché vorrei essere più felice, agendo su di me,  non perché il mondo è ingiusto e la sfortuna lo asseconda.

Credo che tutto s’aggiri intorno alla carenza d’amore, l’abbandono che non finisce, forse per questo vorremmo essere al centro dei pensieri altrui, ma come vorremmo noi, non come ci pensa l’altro. Come fossimo lui, e il suo desiderio fosse il nostro, la sua attenzione precedesse il nostro bisogno. L’ essere accuditi, per diritto. Ecco, io credo che questo non sia vero e che incontrare significa dare senza attesa. Poi si attende sempre qualcosa, ma quando non c’è una domanda perentoria quello che arriva è sempre più grande. E meraviglia perché ci pare di non averlo meritato.

Sai quando mi sento maltrattato? Non quando non ricevo, ma quando non vengo riconosciuto come sono, quando vengo confuso con qualcun altro, rimproverato per non aver dato o pensato ciò che non era dovuto.

Se c’è del bello tra persone questo nasce dal rispetto e dal riconoscimento dell’altro e di quello che dà. Se non accade, con quelli che non ci stanno bene c’è sempre un modo di sistemare i rapporti: basta chiuderli.

vorrei capire

Vorrei capire dove hai buttato le mie parole che hai cancellate. Ho solo cambiato il colore al testo. Non ti piaceva? Non eri contento del soggetto, non ti piaceva il tono? Bastava dirlo. Erano un pezzetto di me, magari neppure importante, ma non torneranno più. Non con quella sequenza, quell’emozione che s’incastra tra le lettere ed il ritmo.   Che ne sai tu di parole e ritmo, mi correggi le j quando le metto al posto delle i. Non sai la differenza tra bujo e buio, semplicemente sovrapponi il tuo sapere senza sapere. Ma cancellarmi no. E’ questione di rispetto. Le cose mie voglio buttarle da solo. Magari ricostruirò, ma non sarà la stessa cosa. Ecco questo non te lo perdono, sei una macchina e sbagli più di me, aggiungi ai miei gli errori tuoi. E se posso dirtelo a muso duro: ti sei fottuta la mia fiducia.

n.b. che strano, parlavo con wordpress e sembrava stessi parlando con una persona. Sovrapposizioni.