mercurio

 

Sento disgregare la realtà,  la poesia chiudersi nelle frasi sospese, ansimare mentre chiede attenzione e poi lasciare al silenzio il compito di tenere i sentimenti. Rizzandosi dalla sabbia dei giorni, vedo attorno abitudini, che diventano corde, sbarre, prigioni. Prosa della peggior specie, priva d’ogni significato che non sia l’apparenza, il desiderio soddisfatto, il consumo-

Perché così tanta letteratura e storie e trame di cinema sprecate ?  Per rappresentare il quotidiano basterebbe un’eterna variazione di un plot narrativo. Un canovaccio da affidare ad un computer per la nuova realtà, quella che indefinitamente si ripete. Ci sono modalità nuove, m’hanno detto, il multisensoriale, che verrà prima del multimaterico da divorare, metabolizzare, rendere parte di sé. Avatar.

E’ la mia ignoranza che mi conduce oltre il limite. Quando la pressione esterna diventa eccessiva, la complessità solo da subire, allora vorrei scomporre sintassi e parole, diventare inintelligibile al banale. Anche quello complesso. Costringerlo a sforzi che superino il giorno, la luce, la sua assenza, la notte, usare la presunzione per tenere la realtà appiccicata, lasciar credere che sono accozzaglie di parole il soffrire, il sentito, l’amore, il bisogno di futuro.

Insomma, imporre al comunicare le mie regole disfatte e di nuovo solide e diverse. Una grammatica dell’ignoranza, che trovi fondamento nel sentire, nell’esemplificare in una tavola di Mendeleev dei sentimenti dove si colloca ciò che si è in un certo momento. La grammatica dell’amore imperfetto che cerca l’equivalente nel vivere. E quindi sabbia da scorrere tra le dita, da brancicare con i piedi, da trattenere a mente. Eccole le regole prima d’essere elemento: partire dall’amalgama e cercare la purezza del sé.
Se potessi scegliere ed affacciarmi alla mia grammatica degli elementi, vorrei essere mercurio imprendibile, non oro da esibire. Il mercurio, è coeso di forza interiore (mi direbbero, di tensione superficiale) , non si disgrega, si scinde e rapprende secondo sue regole d’attrazione. Metallo senza magnetismo, pesante e mobilissimo, liquido e solido pronto a sublimare, sereno e velenoso in eccesso, floccula candido, se cercato nel giusto modo. 

Dire: mi seguirai mentre mi frango in piccole simmetriche mobilissime sfere, pronte a rapprendersi per correre assieme ovunque?

Ed ancora una domanda, porre a guardia del mio cuore:

ma davvero scrivi su pezzi di ricevuta, sugli scontrini dei parcheggi a tempo? E non hai paura né della carta bianca, né di scrivere sopra parole d’altri?

Se così è, siamo della stessa materia che tesse sogni e terra,

che si fa sabbia per tornare roccia e poi sale da bere e ancora acqua da piovere e amore di sole, spuma d’onda, nebbia senza stagione, luce fatua, fulmine globulare e vento. Si, vento che solleva e posa, sbatte per gioco lamiere, frange parole, ricaccia riso e lacrime, unghia finestre, avvolge di carezze, incolla vestiti, solleva interrogativi, brividi di piacere, asciuga pensieri e corpi, tutto unendo senza distinguere, finché rompe, lui con noi, le sintassi della fisica, del tempo, del senso obbligato delle cose, e toglie il peso d’essere conseguenza: liberi. Finalmente liberi di volare in cieli senza conclusioni.

Se sopporti tutta questa violenza, questo portar fuori dai parametri comodi, su cui dopo i 18 anni ci si riposa, se accetti lo sforzo di seguire ed essere fedele all’imprevedibile, ti sembrerà d’avere tutto e t’accorgerai che è niente. Come un balzo verso il cielo, che si chiude in un momento, anche se lo senti eterno. Ma è fatica, sogno, gioia, sfida, leggerezza, rifiuto che disgrega il quotidiano e l’abitudine. E ti mostra che quello che hai imparato ti serve tutto, ma non basta ancora. Non basterà mai. Che nessuno di quelli che confondono la poesia con la noia potrà mai capire, che il reale per te coesiste, ed ha entrambe le dimensioni, cosicché ti ritrovi a maneggiare questa parola: strano e a non sentirla equivoca. Come fosse un contenitore dove ci puoi stare davvero. Un contenitore che ha tutto, solo che tutto è senza la solita pelle, e a volte questa pelle proprio non c’è, oppure è pelle diversa, e colore diverso, e tutto è acuito, forte, denso, eppure fluido, gassoso e carezzevole. Tutto assieme senza una sintassi esterna, una fisiologia che ti guardi e ti descriva e ti permetta di dire: ecco, quello sono perché sono descritto, mi ritrovo in un manuale.

In quel contenitore in cui t’affanni, (cercando di dare nome al sentire, mentre basterebbe star zitti e sentire senza suono) con quelle che, per altri sono solo un’accozzaglia di parole, lì c’è la tua descrizione che si fa giorno per giorno e diventa sintassi d’amore. 

Allora quel balzo che ti ha fatto scartare un giorno da una scia facile, vale più d’ogni tuo viaggio in aereo, d’ogni giro obbligato o necessario e ti porta sui tuoi piedi dove non sei mai stato, e ti racconta cose che hai vissuto finalmente mescolate con il presente ed il futuro.  

l’ultima e poi smetto


C’eravamo amati nelle parole.

 Amati è una parola importante, da calare come un asso di briscola quando si pensa d’aver vinto. Quando me lo dicesti, m’ero ricordato subito di Giacomo. Anche lui diceva d’essere innamorato ed intanto rideva. Mangiava e rideva. Se era triste, era una nube che tagliava occhi, sole e luce, ma si scioglieva e con un singulto tornava ad essere. E di nuovo rideva, parlava forte, decantava pregi e disgrazie del suo innamoramento. Ma rideva. Per questo sapevamo che non era vero. Tutti eravamo innamorati. Spesso della stessa ragazza. E lei di un’altro. Ma noi ci pativamo per dire: sono innamorato. Ci lavavamo come mai prima, facevamo cose impossibili, ma Giacomo, no. Lo considerava la tessera del club, l’ essere innamorato, il modo per dire: sono come voi. Ma si sapeva che non era vero. Solo si faceva finta. Come i bambini che coprendosi gli occhi, scompaiono. E scompaiono davvero. Per un po’ almeno. Prima di riprendere a ridere o a piangere. Era bene così. Almeno uno.

Che voragine le parole. Tu, neppure t’immaginavi dove mi perdevo. Bastava un aggettivo lasciato cadere, oppure un avverbio di troppo e già un pezzo di te s’era attaccato alla pelle. Dovrei coprirti di ricordi, anche le nudità più segrete sono pudiche, la forma d’una curva, un incavo, un suono, un buco. Tutto ha nome. Ma non era il tuo, accidenti. Tu ti riconoscevi ed io mi riconoscevo, come fossimo pupi e pupari assieme. Agiti ed attori. Le parole ci avvolgevano e ci schermavano dagli altri, lo sapevo. Non volevo ammetterlo, ma lo sapevo.

Mancava un silenzio. Il silenzio. Quello che segue la quarta ballata di Brahms. Quel suono che si smorza e finisce e incespica nel silenzio e vorrebbe proseguire, ma se ne sta vergognoso, il suono. Come le parole. Riconosce l’assoluto del silenzio. La sua purezza. Si ferma e tutti ascoltano. Non il suono, ma ciò che ha preso il suo posto. Ed io ti dicevo che questo spazio è l’amore. Poi scatta l’applauso liberatorio, perché l’amore, come ogni purezza, come ogni assoluto, non si sopporta. E già le mani sono parole, parole che battono, che percuotono l’aria. E sono felici di sentirsi, di rispettare, ma di essere loro a governare.

Le parole poi diventano altro e sono corpi che si urtano, che scivolano, percorrono, si eccitano, rafforzano in parabole, scuotono prima di piombare in cicalecci lievi come pioggia mite.  Servono le parole. Servono. Ma serve anche il silenzio per capire e far capire che si ama. Questo non lo dicevo, m’accontentavo d’essere innamorato, chiedevo appena un poco in più di quello che si poteva avere: l’assoluto. Quello sarebbe venuto. Forse.

E’ bello sperare nell’assoluto, nel lampo che illumina il cielo nel giorno pieno ed oscura di luce il sole. Dalle parole si traggono auspici, ti dicevo, si può uccidere, lenire ferite che sembrano senza speranza, inzuppare lenzuola, cambiare il colore alle pareti. Per un poco. Con le parole si può far intravvedere l’amore. Lo si racconta.

Mica lo sapevo allora, ed era così bello raccontarti, dirti come ti vedevo, grattare appena una superficie e vederti com’eri. Ai miei occhi. Innamorati. Per l’appunto, innamorati. Eri un concerto. Non importa quale, nel senso che eri la musica. Jazz, classica, rock, country. Eri Bach e Marley, il Boss e i Beatles e non mi fermerei più nelle coppie che mi venivano in testa. Forse per questo ti dicevo che mi sarebbe piaciuto suonare il clarinetto, perché ero già Benny Goodman a pensarlo. Ma la musica eri tu. Dell’amore ho capito poi, ch’era inutile indagarlo, come mettere i tempi ai verbi che descrivono ciò che si prova e che si rinnova ed è nuovo, ogni volta che lo si pensa. E poi  ri accade diverso e lo stesso, così che sembra sempre al presente. Ed allora che senso hanno i tempi dei verbi?

L’ amore lo sezionavo, lo indagavo e lo raccontavo. Ma ho capito poi che è inutile farlo perché l’amore non può essere utile e non assomiglia. Ti fa essere e poi basta e poi di nuovo e poi basta. Cosa c’è di utile nell’essere? Prova a pensarci, è il problema sbagliato della filosofia. L’amore è un codice binario. Non farti raccontare frottole, per il resto si può vivere come Giacomo, e ridere, mangiare e sapere che c’è. E basta. Forse l’avevamo capito che non eravamo solo innamorati, ma che c’era l’amore. Bastava attendere. E se il treno non giungeva? Non importava, il viaggiatore conosce il valore dell’attesa, è il turista che ha fretta ed orari da rispettare.

Questo vorrei dirti ora. Che t’ho circondato di silenzi per prendere il mio cuore e quei silenzi non erano vuoto, ma rispetto di Te, di me, erano l’occasione per i tuoi e i miei occhi, di ascoltare, di non dire più, ma solo sentire quello che finisce e si ripete e che non è solo parole, bocca, odore, spuma, sudore, sperma, succhi, labbra, buchi, cazzo, fica, genere, novità, sensazione, noia, ancora, di nuovo, di più. E che finisce quando ne abbiamo paura. Solo per quello.

Eppure sappiamo che esiste. Quando si è ascoltata la fine del suono, si sa che esiste.


p.s. è l’ultima sul tema e poi smetto.

Forse.

 


ora calma

Non sei a credito col mondo, forse ti pare perché non hai quello che desideri, ma se ci pensi dovresti vedere che continui a ricevere, indipendentemente da ciò che dai.

Questa tua incapacità di vedere il positivo della vita, te l’ho detto, condiziona i rapporti con gli altri. Tu pretendi, punti i piedi, dici: perché a me no? Come ti fosse dovuto.

Siamo tutti un po’ egoisti, è l’insoddisfazione che ci rende tali dopo essere stati bambini. Da piccoli si chiede, tutto è dovuto è non lascia traccia, ma non vale per sempre questa condizione. L’insoddisfazione è un grande motore, spinge verso altro. Non mi sono mai piaciuti i soddisfatti, e anche quelli che si vantano, mi sembrano già finiti, accoccolati come ruminanti dentro ad un recinto che si sono creati. Credo l’insoddisfazione tiri fuori parti buone di noi, che altrimenti dormirebbero,  ma estrae anche il negativo. L’invidia in particolare, ovvero  la visione negativa della felità altrui perché non è la nostra.

Nessuno confessa l’invidia. Magari la lussuria, la gola,  anche l’accidia e l’ira, si confessano, ma l’invidia, no. Eppure  bisogna chiedersi cosa si dà davvero, cioè quello che si cede in cambio di nulla. Quanto siamo disponibili verso qualcuno se non riceviamo.Questi sono buoni indici della misura della nostra invidia e della percezione del credito verso il mondo.

Mi ritrovo in tutte le manchevolezze che vedo negli altri, non sono migliore. Quello che di te mi infastidisce lo trovo in me e se mi pongo delle domande è perché vorrei essere più felice, agendo su di me,  non perché il mondo è ingiusto e la sfortuna lo asseconda.

Credo che tutto s’aggiri intorno alla carenza d’amore, l’abbandono che non finisce, forse per questo vorremmo essere al centro dei pensieri altrui, ma come vorremmo noi, non come ci pensa l’altro. Come fossimo lui, e il suo desiderio fosse il nostro, la sua attenzione precedesse il nostro bisogno. L’ essere accuditi, per diritto. Ecco, io credo che questo non sia vero e che incontrare significa dare senza attesa. Poi si attende sempre qualcosa, ma quando non c’è una domanda perentoria quello che arriva è sempre più grande. E meraviglia perché ci pare di non averlo meritato.

Sai quando mi sento maltrattato? Non quando non ricevo, ma quando non vengo riconosciuto come sono, quando vengo confuso con qualcun altro, rimproverato per non aver dato o pensato ciò che non era dovuto.

Se c’è del bello tra persone questo nasce dal rispetto e dal riconoscimento dell’altro e di quello che dà. Se non accade, con quelli che non ci stanno bene c’è sempre un modo di sistemare i rapporti: basta chiuderli.

vorrei capire

Vorrei capire dove hai buttato le mie parole che hai cancellate. Ho solo cambiato il colore al testo. Non ti piaceva? Non eri contento del soggetto, non ti piaceva il tono? Bastava dirlo. Erano un pezzetto di me, magari neppure importante, ma non torneranno più. Non con quella sequenza, quell’emozione che s’incastra tra le lettere ed il ritmo.   Che ne sai tu di parole e ritmo, mi correggi le j quando le metto al posto delle i. Non sai la differenza tra bujo e buio, semplicemente sovrapponi il tuo sapere senza sapere. Ma cancellarmi no. E’ questione di rispetto. Le cose mie voglio buttarle da solo. Magari ricostruirò, ma non sarà la stessa cosa. Ecco questo non te lo perdono, sei una macchina e sbagli più di me, aggiungi ai miei gli errori tuoi. E se posso dirtelo a muso duro: ti sei fottuta la mia fiducia.

n.b. che strano, parlavo con wordpress e sembrava stessi parlando con una persona. Sovrapposizioni.

bologna, bivio

 

Riconosco il numero, è da molto che non ci sentiamo. Od almeno così mi pare. La voce porta le tracce del fumo. Si è abbassata di una terza. E’ più lenta.  Ti ascolto, ti sono sempre piaciute le parole. Anche le mie ti piacevano, e se mi trafiggevi per un modo di dire, per una similitudine, mi ribellavo. Allora ridevi, sapevi ch’era mio già prima, ma era il tuo modo di spingermi oltre. Che avevo io a che fare con questi sciupatori di significati? Eppure poi eradicavo. Quante parole, quanti significati, quanti sentimenti buttati via.

Mi parli di te con una sollecitudine che mi ha sempre fatto fraintendere: ogni volta credevo parlassi di me. E’ un’abilità incredibile, sai. Qualcosa che si stampa nella testa: esprimere unicità eppure non far sentire solo l’altro.

Poi quella frase così lapidaria, al cuore d’un mio pensiero inespresso: non si rimpiange ciò che non si ha desiderato. Una frase bifronte, circolare, senza un senso da percorrere. Finché ci penso, ascolto la mia voce che diventava un torrente. Ti dico di me. Ora. Di uno slancio interrotto, dei dubbi pudìchi di cui mi circondo, delle notti brevi nate da un’attesa senza oggetto. Oppure no, l’oggetto c’è, però…

Mi interrompo. E’ diventato reale il luogo e il contorno: il tuo silenzio, il respiro leggero che i telefoni ancora regalano alla realtà, il mio guardare un quadro di Schlote appeso davanti a me. Uno dei quattro. E solo quello, come ci fosse un segno particolare ad attirarmi, un colore per perdermi nel vedere non vedere che rovescia la vista da fuori a dentro. Non so più che dire, ho già detto troppo. Ed hai riattaccato. Con una frase che non ho ben capito, hai riattaccato.

Mi sfinivi allora come adesso, richiamerò, ma perdio, che abissi perdiamo con le nostre abitudini, con i piccoli desideri, con le vite che governiamo malamente riempiendole fino ad oltre il colmo di cose a perdere.

Siamo camerieri che corrono nella notte con bacili d’acqua colmi, sapendo che chi si bagnerà di meno vincerà.

Ma cosa, e quando?

Ecco, questo avrei voluto chiederti, conoscendo i nostri incroci. Cosa e quando.

Ed io la conosco la risposta. Anche se non combattiamo più assieme, non hai mai vinto.

 


 

Ci piaceva Celentano, sono certo che ti piace ancora.

lettera ad un amico che ogni giorno racconta cosa non va nel mio partito

buon giorno Amico mio. Ogni mattina quando leggo i commenti alle “imprese dei nostri” del giorno precedente ho l’impressione di un cupio dissolvi illimitato. Questo mi fa stare male senza ragione, nè speranza.

Ti sembrerò troppo romantico, ma io credo in un paese buono, dove esistono buone pratiche, peccati veniali per chi crede, piccoli rimorsi per chi non crede. Credo in un paese dove le persone, senza connotazione di destra o sinistra, vogliono vivere ed ogni giorno si misurano con problemi concreti. Credo che le persone che conosco siano frequentabili, ovvero che abbiano un codice etico simile al mio, che quelli che non ce l’hanno non meritano la mia amicizia.

Credo anche che, dal punto di vista morale, non etico, la maggioranza di questo paese, assistita dai silenzi interessati della chiesa, abbia sviluppato un relativismo importante, che smotta le coscienze e gli atti quotidiani, inficia il concetto di legalità, toglie il senso di appartenere allo stesso paese. Ma ripeto, per me questo non è un paese di malfattori ed ogni giorno nella scuola, negli uffici, negli ospedali, nelle fabbriche, gran parte delle persone fanno quello che serve a mandare avanti la nave. Quella in cui siamo tutti. Credo anche di non essere in un partito di malfattori, ti dirò di più, penso non ci siano partiti di malfattori, ma malfattori che si servono di partiti. E che questo, nonostante tutto non sia così forte da essere la prassi e neppure così frequente. In sostanza penso che mettere un’etichetta impedisca di vedere davvero cosa c’è sotto.

Vorrei, non desiderei, dare un senso costruttivo a ciò che faccio assieme ad altri, partendo dalla mia vita, da ciò in credo. Una prospettiva, un orizzonte verso cui camminare. Non mi importa di zigzagare, di fare più strada, ma una direzione serve. Questo vorrei e forse molti altri lo vogliono. Io credo in quelli che fanno le cose gratis, che se hanno obbiettivi personali, sono leciti, e credo siano tanti. Quelliche pensano, come te, che il bene di tutti non sia una cosa astratta, ma una parte della vita dei singoli. Per cui mi interessa sempre meno il nominalismo della politica, del Pd o di altro, mi interessa una ragione al fare e non la mia demoralizzazione quotidiana perché il mondo non è come lo vorrei. Vorrei cambiare, cambiare il mondo, amico mio, un poco, quello che è possibile, non fare il cronista del mio tempo.

stropicciar di carte

Nello stropicciar di carte,

pennini asciugano significati, s’intingono di lettere.

L’attesa aveva un senso, se può avere un senso l’attesa,

in possibilità poco costruite di trama,

hai vanto d’intuito, senza dire,

della mia passione di sentircapire tra le dita,

del cervello tattile proteso.

Tutto vero,

anche del portare al fiuto il mescolar del mio e d’altro sentore,

del distendermi che divora sensi trasversali,

di questo hai intuito,

ancora.

Pile di fogli bianchi, fittamente ordinati,

in attesa,

non del caso e della sua arroganza,

ma di ciò che è stato, delle parole che non hai detto ancora mai,

e se al finir della luce ritrovo serenità

nel frusciar di fogli, senza lettura,

sono preso d’ un bisogno d’altro respiro, mai provato.

leggo

Ci pensavo oggi, sollecitato da un tuo testo, alla passione insana dello scrivere. Insana perché pretende di farsi leggere da altri, insana perché non distingue il limite del lecito, ovvero quando le parole si spezzano per troppa usura. Pensavo a me stesso, conscio come sono dei miei limiti e dell’uso che faccio della penna. Vera o virtuale che sia. La coscienza d’essere ignorante non scusa nulla, tantomeno l’indolenza passata, o il pensare allora d’altro. E’ come dire che non s’è mai capito di matematica e vantarsene. Della mia ignoranza posso aver coscienza, ma come posso gloriarmene? E così delle parole, anche quando assumono per me forma di verso, ne vedo il limite e la funzione, non faccio confusioni con la poesia. Scrivere è una fatica solo per chi non ne ha voglia, per gli altri è un piacere. La libertà che in questi luoghi ci è data, ma anche in libreria, è dire che qualcosa non ci piace. Tu lo sai bene dove si perde tempo inutilmente. Si evita, si getta, per un poco il narcisismo di scambio funziona, ma perché mentire, basta semplicemente non passare più, gettare in disparte per non perdere il meglio che aspetta. Il fatto che le cose si facciano per diletto non esclude il giudizio, anzi. Leggo anch’io testi troppo pieni di parole d’altri, digestioni mal digerite, esposizione di saperi senza vita. Mi stupisce sempre l’ambiente accademico, perché si trovano conoscenze che scavano talmente da fare delle ali di un coleottero ragioni di vita. almeno per un poco. E’ come un avvitarsi lungo una spirale che accumula conoscenze e scopre del nuovo, ma non esaurisce. Forse per questo gli eroi moderni sono spesso fisici che semplificano l’universo, oppure medici o scrittori che mostrano come guarire l’uomo. Da sè soprattutto. Lo scrivere sembra essere il genio a portata di mano, un’immagine diventa la verità scavata che rende grande un poeta. Lo sai? Otto milioni di poeti ci sono in Italia. E vuoi che non venga l’idea che qualcosa che suona bene non faccia credere d’aver aperto il cuore dell’uomo? Basta sapere cosa si sa e cosa si scrive. Aver coscienza che questo serve, ma soprattutto a noi e a chi trova qualcosa di rilevante in quello che pensiamo. Ma non basta perché mi passi per la testa d’essere scrittore. E se lo si capisce per tempo, allora la forza terapeutica dello scrivere può dispiegarsi, farà bene anzitutto a noi, e a chi è curioso di noi, o ci vuol bene. Scoprire un’affinità è gran cosa in questo tempo dove anche i bar non sono più caffè e per trovare un tavolino dove fermarci bisogna aver conoscenze non da poco. Mi pare d’aver sempre scritto, forse come fuga alla necessità dei linguaggi che dovevo adoperare per lavoro, forse per bisogno per capirmi meglio, forse per leggerlo ad alta voce e sentire se suonava con la musica che avevo dentro. Forse per narcisismo e il Narciso parla prima con sé stesso, forse per vedere se sapevo far di meglio, forse per presunzione o eccesso di fiducia. Forse … Ma non ho ho smesso di conoscere il mio limite e se parlo molto con me è proprio perché qui sono ad armi pari. Dalle altre parti che frequento (bella libertà davvero) trovo i pensieri che m’affascinano e stupiscono, le parole che vorrei aver pensato e scritto. Ma io lo so che non le avrei pensate e questo è il mio limite e la mia piccola felicità.  

 

affiler

Per te, che sfiletti le parole, vorrei una nebula notizia,

un magro insieme, privo d’aggettivi, verbi tra bianchi spazi,

e un dire, come uvetta senza senno e luogo.

Questa macelleria celebra la furia di tagliare, scarnificare,

affilando bisturi e coltelli tra dolciastre scie di dubbio,

ma qualche parola scapestrata dev’essere rimasta, se ora s’erge impudica a significare.

Cosa e dove ?

Lì tra spazi e silenzi, qualche rumore, un lampo,

poi il buio tra ruscellare di pioggia che confluisce,

e depura.

Oh sì che depura, questo maneggiare oggetti senza nomi, poveri segni, significati da spazio bianco,

dove emerge la paura di sporcare:

il silenzio,

la carta,

il sentire acuto.

E se risuona un eco sfregiata

di suono inerpicato oltre sé,

è segno cancellato,

una nenia di stupore d’essere vivo.

ehi, dico a te

Le istituzioni sono il nostro patrimonio comune, i partiti si possono mutare, disfare, rigettare, ma le istituzioni ci appartengono.

Ehi, dico a te, che non ti interessi di politica, che tanto tutto è eguale. Pensaci.

Non mi interessa per chi voti, e neppure se lo fai sempre. Certo mi piacerebbe che fossi dalla parte mia, ma tu che non hai parte, oggi sei più importante che mai.

M’hanno cos’è oggi la Patria. Credo di saperlo quando parlo, quando mi muovo per il mondo, quando sono distante. Oggi faccio fatica a riconoscermi qui, ma ciò che fa di questo posto, il mio Paese, sono le regole, le istituzioni, il fatto che almeno il quadro condiviso, non cambi. Ma se mancassero queste certezze, il mio Paese non ci sarebbe più, e sarebbe una tragedia, per me e per te che non ci pensi. Non avrei più un posto dove tornare e anche tu che dici che sono tutti uguali dopo un po’ diventeresti insofferente. Insofferente di essere meno eguale di altri, di non sapere se domani ci sarà ancora quella certezza che hai oggi. Ti sentiresti nelle mani di un potere senza regole che lo bilanciano e limitano.

E’ strano per me parlare così, ho lottato un tempo per cambiare le istituzioni, perchè ci fosse più giustizia ed eguaglianza, più potere al popolo, più democrazia e trasparenza. I benpensanti non mi piacevano e tenevo molto alla mia parte politica, pensavo avesse ragione, magari con qualche dubbio concreto. Ma con i benpensanti condividevo la certezza che i poteri sarebbero rimasti in equilibrio, che l’avversario non avrebbe demolito la casa in cui stavamo tutti, che per fare il nuovo ci sarebbe stato bisogno del suo consenso e a lui del mio. Per questo chi avversavo era avversario e non nemico. Oggi non è più così tranquillo che si pensi che le regole vanno mutate assieme, che chi governa potrà fare la sua politica, ma che potrà essere cambiato se non fa quello che aveva promesso. La costituzione, il parlamento, il presidente della Repubblica e la corte Costituzionale sono servite a questo, per tenere assieme l’Italia e farla crescere, per dire che si può cambiare, ma la casa resterà.

Prova a pensarci quando ti vien da dire che tutto è eguale, dopo non sarà vero.