Ci sono differenti modi di vivere la nostalgia, ma partono tutti da ciò che è stato, ciò che ci pare sia stato (ed è il caso più frequente), ciò che non è stato.
La nostalgia quindi, nasce spesso da un fraintendimento che si misura con la realtà. Ovvero da ciò che non siamo stati ed invece avremmo voluto essere.
Spesso ci si arrende all’evidenza dell’incapacità, ma non si spegne il desiderio d’essere. Ed essere, è essere felici, non semplicemente vivere.
Rassegnarsi non vale, così i pazzi, che non sono soverchiati dalla realtà, sperano che le cose si ripetano. E mutano se stessi, in vite parallele, appena poco coincidenti.
Ti parlo di un tempo in cui mare, terra e roccia si confondevano.
Il mare entrava nella terra ed i nodi erano gli stessi nell’albero di prua o al giogo del vomere.
In quel tempo il marinaio andava e il pescatore era un contadino del mare che tornava la sera. Il pastore era un marinaio che percorreva mari d’erba con portolani di rocce e di stelle.
E il contadino restava a mezzo, parlando con gli uni e gli altri. Arrivavano pezzi di lingue strane e oggetti, assieme ai pesci, a volte il contadino costruiva barche e il marinaio seminava.
In quel tempo la differenza era tra chi andava e chi restava e per parlare delle tempeste le parole si confondevano, le onde diventavano montagne e l’erba un mare.
Parole salse e parole di terra si mescolavano, restava la polpa di significato a tirare linee d’eventi, tempo e storie.
Allora, il naufragio non aveva salvezza, ma era nell’ordine delle cose. Come le vite, allora così poco conclamate come preziose, ma piante ed irreparabili in chi restava.
Il naufragio aveva lo stesso senso in terra e in mare e i contadini in cerca di terra buona in Brasile o in Argentina, si perdevano nei piroscafi senza scialuppe per loro.
Di quest’eco lontana, ti parlo, ed una traccia l’ho ascoltata ben dentro alla terra, tra i monti:
venivano i pescatori, con un cesto di pesce e d’aragoste, camminando per chilometri, e mio nonno offriva un pecorino in cambio. Poi il vino e il pane si consumavano assieme, parlando.
Ti parlo di un tempo in cui il mare, la terra e la roccia vivevano assieme. Poi venne altro a separare i luoghi, le priorità, i lavori, le persone.
Ed anche i naufragi, come i fallimenti acquistarono altri significati.
La spocchia, anche se ricorda una malattia della pelle, e quindi un vizio di apparenza, va nel profondo ed è una vecchia conoscenza della sinistra. Quante volte abbiamo detto che il problema è altro, non capite. Ma non si ferma alla politica, esonda ovunque, diventa modo di distinguersi : non avete le mie esperienze, non potete capire.
La spocchia è l’altra faccia della necessità di tenersi insieme, di confermare che le scelte fatte sono giuste, che non si ha mortalmente sbagliato. Così la spocchia scioglie i dubbi nell’acido e si tiene a galla, riducendo il liquido perchè ha capito che il rischio di affogare è parte della vita.
La spocchia fa dire che siamo diversi, ma non giustifica la diversità, che include la pluralità, la confonde, invece, con la superiorità. E’ vero siamo diversi, ma non superiori e tracciare confini in cui chiudere gli amici, isola dal mondo, crea ulteriore infelicità. Lo spocchioso vede il mondo esterno come inutilmente complicato e affannato: basterebbe fare come dice e tutto sarebbe in ordine. E ciò che lui fa è il modo giusto di fare e di intendere.
La spocchia è un bisogno e come tale va trattato, e si guarisce con ironia e senso del relativo.
n.b. forse anche questo post è spocchioso, e pensare che non la sopporto la spocchia…
La complessità mi respinge. Spesso ho le idee spianate dall’ordine interiore, è così che m’ indico la strada, ma se non è complicato, non mi riesce bene. Credo si tratti dell’abitudine a ragionare su più piani e di considerare alternative. Oppure saranno tutti questi libri pieni di idee che ronzano. Ma se la semplicità sembra ad un passo, chiara come un navigatore appena tarato, mi pare riduttiva del mondo, così la devo smontare e rimontare finchè mi si adatta come una scarpa usata. Per questo, scartafascio portolani, cerco mappe rosicchiate, mentre basterebbe guardare l’atlante per esplorare il conosciuto. E che me ne faccio delle cose facili? Dev’essere nato così il rifiuto d’ appartenere, a persone, o a idee senza il vaglio dei principi e questo era troppo semplice da capire? Adesso che i principi sono pochi, mi sembrano buoni quelli che ancora riescono a sanguinare. L’ho dichiarato, detto preventivamente, ma non m’hanno creduto. Mi dicevano, quando ascoltavo, che m’innamoro delle idee che si sdraiano nel cervello e fanno ponte tra idee lontane e così mi complico la vita. Non capivano che non ci si innamora a comando, nè delle persone, nè delle idee, al massimo si finge una semplicità che non esiste. Per questo forse, m’è parso bello seguire la passione. Quella che di solito si confonde con l’innamoramento, ma è altra cosa ed ha un vantaggio rispetto a questo: si combina con il desiderio di esistere.
Adesso sono convinto che la semplicità è ad un passo: bisogna decorticare, lasciar leggere, intuire, agitare campanellini e qualcuno che solleverà il capo, pensando d’aver finalmente visto chiaro. Invece, semplicemente, avrà riconosciuto ciò che già sapeva.
Ecco, basta ascoltare e la semplicità è lasciarsi prendere dalla propria meraviglia.
p.s. il pezzo di Thomas Tallis è per otto cori e quaranta voci, e alla fine neppure pare complicato: suona bene.
Le piccole abitudini la sono prigione del tempo e dei miei gesti. I luoghi comuni, tanto vissuti con insofferenza in altri, costellano la presunzione d’un vivere originale, fatto di mancate verifiche, imprecisioni, ricordi solidificati. E’ la differenza dell’esigere, vissuta e temuta.
Guardando le vuote vite d’ altri si cerca di dar senso alla propria e vedendo quel vuoto di gesti ripetuti, per riflesso lo presumiamo vuoto di pensieri, passioni, atti singolari. Così il guardare si muta in incomprensione: chissà che pensa la portatrice di passi veloci in vestitino Gucci e borsa in tono? Chissà dov’è il suo tempo memorabile e l’attenzione per sè, e dove la porteranno le sue abitudini e le sue diete? Dirà che il tempo passa senza lasciar traccia se non sul viso o il corpo? Quante cose sconosciute e d’eccezione le saranno accadute, tanto da dire: in quel giorno, in quell’anno… Da percettibili gesti potrei collegare l’altezza d’un tacco ad un amante difficile, il tavolino d’ un bar al concludersi d’una passione, un vestitino leggero all’attesa che la vita giri col vento sulla pelle. Di alcuni percepisco il vuoto e la sofferenza, ma il loro vuoto è il calice del tempo che riempirei altrimenti. E a loro sono grato perchè mi danno sollievo dal non vedere il mio tempo gettato e il vuoto delle mie abitudini.
Le abitudini sono stile, contagiano le vite, le connotano e soprattutto le svuotano dell’obbligo d’essere sempre originali. E ci sono abitudini di destra e di sinistra. Parlo di quelle che conosco: caffè e discussioni in ambienti fumosi, thè e chiacchere tra amiche dense d’intelletto, esperienze da rubare alla ricerca di posti alternativi, veglie da intellettuale con lavoro manuale in attesa al mattino, il tirar tardi perchè la discussione prende. Questi sono alcuni, tra i tanti, tempi gettati di sinistra, che non rifuggono dai vuoti del dire con l’assistenza delle armi della critica, che serpeggiano di domande abissali e sfociano nella catatonia dell’esigere troppo.
L’educazione è cosa d’altri tempi. Basti pensare che mette al centro l’interlocutore non il tempo a disposizione, che guarda con rispetto, si cura di… L’educazione è un argine alle sciocchezze, non una convenzione vuota. L’educazione fa sentire un uomo importante e una donna gradevole, senza gli obblighi della seduzione. Nella terra in cui sono nato, educazione distingueva tra i poveri, accoglieva e faceva grande un popolo, oggi perduto nella tracotanza leghista. Già e se è cambiato il modo di rapportarsi, le armi a disposizioni non sono poi tante per quelli della mia generazione. Certamente non la maleducazione, non ci viene bene, sarebbe senza senso. Resta il marcare la differenza: oggi non ho stretto una mano, per me conta molto, per l’altro sarà nulla, ma non siamo eguali e tanto basta.
La verità è come la luce, ha bisogno di un oggetto per esistere e quindi dell’ombra per avere sostanza, ma al tempo stesso mostra ciò che ciascuno vede. Non è così tranquillo il rapporto tra verità e luce, e ciò che sembra semplice non lo è mai. Ma per chi s’accontenta, basta e avanza.
Nel più grande giacimento di parole creato dall’umanità, basta avere la coscienza che non resta nulla, o quasi, di importante.
Ciò che scrivo su questo blog è quindi, prevalentemente per me, non cambia chi mi sta attorno, al più, come ogni scrittura, cambia me. Se parlo di politica, di entusiasmi, di sentimenti, di cose che mi colpiscono, sento il limite che esiste nella comunicazione: cerchiamo negli altri dei pezzi di noi stessi. Oppure ascoltiamo e ancora cerchiamo pezzi di noi in quello che sentiamo. E così nel leggere, nei film, a teatro, è un continuo ricercare tracce ed immagini di noi in quello che ascoltiamo, vediamo, leggiamo. Come se fosse con noi la comunicazione e coincidesse con la nostra vita in cerca di conferme.
Ogni tanto qualcuno mi dice che sono incommentabile ed è una conferma di quello che penso: ciò che trasmetto è uno scrivere pensieri che neppure si cura di essere chiaro. Ma non può disperare chi accetta di essere letto perché è un illuso che conserva la speranza nella forza salvifica della parola: il ponte che attraversa l’abisso di due mondi separati. Quando questa sensazione passa, allora subentra la consapevolezza che mi scrivo addosso e che la sua utilità è capire un pezzetto di più. Non è nè poco nè tanto: è il limite e basta esserne consapevoli.
Anche se difficile per una razza di prevaricatori, rivendico la simmetria nei sentimenti. Nello scandaglio di questi anni, e accelerando, a partire dalla mia generazione, gli uomini si sono decorticati. Chi sapeva e voleva, chi non sapeva e subiva. Ricondotti nel ruolo di prevaricatori, di maldestri utilizzatori dei sentimenti, incostanti, immaturi, irresponsabili, riconosciuti incapaci di pari sensibilità con le donne. Man mano diminuivano i vincoli delle regole economiche, la convenienza delle unioni, la superiorità femminile nei sentimenti, è emersa come valore superiore. Nelle donne e negli uomini. Oggi in pieno guado, non so chi sia più smarrito, se chi aveva un ruolo ed una presunta superiorità, oppure chi ha la necessità di riconoscersi in nuove funzioni sociali e personali restando fedele al proprio genere e alla sensibilità particolare attribuita. E non basta rivendicare la differenza, perchè nel pensiero c’è stato un abbassamento verso l’eguaglianza di genere: gli uomini da una parte, le donne dall’altra. Molto resta da fare per l’effettiva parità, ma cosa comprenda davvero questa parola mi sfugge. E’ la diversità di genere posta sullo stesso piano, è eguaglianza di diritti sociali, economici, politici? E’ il rispetto della persona, riconoscimento del ruolo produttivo e riproduttivo? E’ riconoscimento delle differenze e del loro valore? Credo sia questo e molto di più, ma su una differenza riconosciuta non trovo conclusioni: è poi vero che le donne sentono di più, e non solo diversamente, i sentimenti?
A Grenoble, in rue Rousseau, una piccola lapide ricorda la resistenza ebrea. Presso una fabbrica di môntres e di chincaglierie, si incontravano associazioni, gruppi, maquis ebrei. In questa strada, stretta tra case, resta l’eco delle voci sommesse che scambiavano sogni, paure, speranze. Cosa possiamo pensare ora di quelle vite? Abbiamo agi, non c’è la guerra in casa, le notti sono chiare di luce, e si parla senza precauzioni particolari. Ci difendiamo dal caldo, dai pensieri molesti, dalle zanzare con solerzia e partecipazione. Non sedimenta lo sdegno e ne facciamo giusta rimostranza, anche se lo lasciamo soverchiare da piccole cose senza prospettiva. La giovinezza dell’uomo in pace dura a lungo, protrae le dita verso la vecchiaia, l’abbranca e la tiene stretta, impedendole di infastidire. E’ un’occupazione anche questa. Ma la nozione di valore si allontana, tutto scade nell’immediato, si consumano i riferimenti con le ore di luce. Vien da pensare a come viveva il guerriero che intervallava il rischio di morte con le molte giornate d’ozio e la sua vita aveva senso se rispettosa dei pochi ideali che davano coesione ad una classe. La vita contava molto e poco, rispettava le cupidigie, si calava nell’ingiustizia, reimbiancava il proprio sepolcro di ori sottratti agli sconfitti, ai santi e ai poveri. E tra le virtù del potere c’era il muovere gli umani verso una speranza condivisa.
Poi il peggio diede misura di sè facendo emergere crudeltà inattese e il gruppo di ebrei che si riuniva tra banchi di lavoro, si trovò a difendere un diritto, un mondo nuovo che non rigettasse del tutto l’antico. Erano giovani, molti di loro non avrebbero visto la fine della guerra. Forse lo sapevano pur pensando e sperando il futuro,con la leggerezza dell‘essere giovani e già importanti per le idee che avevano. La lapide appresso, fa sentire il ritmare degli stivali della gestapo, le grida soffocate delle torture, i campi in cui sarebbero stati uccisi.
Non voglio chiedermi se queste morti, ora così mute, abbiano avuto troppa fiducia in chi li avrebbe seguiti. Vorrei per loro l’abbraccio grato e antico che li chiami, a noi immeritatamente, Benedetti. Per quanto ci hanno dato, compreso il lusso dell’indifferenza di adesso.
Ed è bello pensarli con la febbre importante dei giovani, a progettare e amare, perchè finisse lo scempio. Adesso molti, importanti non lo sono mai. Neppure a se stessi.