l’altra faccia della crisi

La crisi picchia, quasi mille posti in meno nel settore, senza distinzione di nazionalità. Nell’impero della lega, i moldavi e i senegalesi, costano meno e a volte, durano di più. Decine e decine di aziende chiuse, non ci sono possibilità di ripresa a breve: un bollettino di guerra. Le famiglie dei caduti sono avvertite, meglio  abbassare per un po’ il tenore di vita.

La sede è prestigiosa, un sacco d’invitati, le hostess in tubino nero, quasi nude. Tra le lamentele, i saluti e i sorrisi, lampeggiano i rolex d’oro. Qualche improbabile fidanzata, 2/3 rifatta giace silente in fondo sala. Non si stava dicendo che ci si salva con le manutenzioni: cominciamo dai corpi.

Segue cena nel parco, gli invitati sciamano tra verdurine fritte e prosecco. Si parla di barche e di case affare, gli antipasti solleticano come gli amori, torna l’ottimismo della vita.

Tranquilli, non sputo nel piatto in cui mangio, casomai in quello del vicino.

il doppio

 

Il doppio come parte di sè.

La follia contenuta dalla maschera sociale che chiede la morte del doppio.

E’ la persistenza dell’attore, ciò che i moralisti dicono possibile. Ovunque e senza ritegno.

Ma il doppio è cosa più seria, è natura altra, coesistente. Che non ha bisogno di maschera, semplicemente è.

 Le vite semplificate per sottrazione, non ammettono lo sforzo d’essere più d’uno e per loro, Zelig è solo un programma di varietà.

 

 

domani

Arriva il momento in cui il lavoro diventa una stanza stretta e ti chiedi perchè lo fai.

Arriva il momento in cui ti accorgi che quello che scrivi è per te e per qualche amico benevolo.

Arriva il momento in cui parlare non ti entusiasma più e il vuoto ingoia le tue parole.

Arriva il momento in cui ti annoiano quelli che frequenti per passare il tempo e anche tu ti annoi.

Arriva il momento in cui le cose che hai intorno diventano trasparenti e ti guardi le mani in cerca di contenuto.

Arriva il momento guardando indietro vedi la scia d’una corsa infinita e sei stanco di stelle nere.

Arriva il momento in cui la conquista perde di significato.

Arriva il momento in cui progettare è fatica e vivi giorno per giorno.

Arriva il momento in cui non ti sottrai dalla battaglia, ma provi simpatia per il tuo avversario.

Arriva il momento in cui non hai più da insegnare niente e quello che hai dentro è solo tuo.

Arriva il momento in cui ti senti pulito perchè dai e sporco perchè nella vita hai combinato guai.

Arriva il momento in cui capisci che non avrai mai quello che ti meritavi e non ti importa niente.

Arriva il momento in cui se qualcuno chiede, gli metti in mano quello che hai in tasca e lo guardi senza capire.

Arriva il momento in cui restano poche cose in cui credere e non ti sai spiegare i tuoi entusiasmi.

Arriva il momento in cui la memoria è un abito di piombo che impedisce di guardarti dentro.

Arriva il momento in cui giochi e non ti interessa perdere e neppure il gioco.

Arriva il momento in cui vuoi stare solo, ma cerchi la compagnia perchè non ti sopporti.

Arriva il momento in cui capisci che non sarai mai un musicista e devi solo ascoltare.

Arriva il momento in cui darai agli altri il coraggio che hai, restando indifeso.

Arriva il momento in cui ti sentirai solo, ma così solo, che tutti i tuoi peccati saranno veniali.

Arriva il momento in cui tutti i sogni, sono già sognati e devi sognare quelli vecchi.

Arriva il momento in cui ascolterai soltanto e farai parlare i tuoi occhi sperando che capiscano.

Arriva il momento in cui sarai felice, sapendo perchè ed essere triste non ti peserà.

Arriva il momento in cui ti sentirai più alto e camminerai senza una direzione.

Arriva il momento di dare senza attendere.

Arriva il momento di cercare senza sapere dove.

Arriva il momento in cui ridi e piangi e salti e non ti ricordi quanti anni hai e cosa hai fatto e quali peccati hai commesso e come è andata e chi c’era e ci credi che ricomincerà.

E non è mai finita.

 

cose della vita

Ogni oggetto ne rappresenta un’altro, che non ha sostanza, ma è profondo e spesso indicibile.

Aggiungiamo oggetti o li togliamo in conformità delle nostre vite. E quando l’animale archetipo che ospitiamo, si agita ed emerge, il tangibile cambia. Così schizzi di consapevolezza che ci mutano. E con essi il tempo, le  albe, i tramonti, le notti.

E i sentimenti spalmati anch’essi sul tempo. 

Le persone sono pesci con cui amoreggiamo e per nostro conto li pensiamo in acquari disponibili. Tutto fluisce tra un dentro e un fuori.

Cose, tempo, persone, una bottiglia di Klein da cui bere, perdersi e ri incontrarsi.

meccaniche interiori

 

… la meraviglia l’aveva colto da bambino, quando capì che c’era dentro di sè un incessante macchinare, scomporre, trasformare di cui non conosceva i motivi, ma che avveniva comunque e lo faceva star bene o male. Erano tempi in cui una magnesia San Pellegrino, serviva a ricollocare la felicità di essere al giusto posto, cioè nel quotidiano fatto di corse, sudore, sonni che si gettavano nel mattino inoltrato senza pudore di doveri. Man mano cresceva, capiva che entravano cose e ne uscivano altre ed che entrambe le cose procuravano soddisfazioni profonde. La meraviglia di possedere una macchina, tutto sommato silente e docile, ma soprattutto autonoma e flessibile, gli dava sicurezze, anche se tutto questo lo capiva in modo empirico. Infatti bastava coccolarla il giusto, eccedendo e lenendo in un equilibrio di soddisfazione e regola e tutto avrebbe funzionato all’infinito. E l’infinito, già allora, coincideva con noi, finiva con noi e volava con noi in un orizzonte, ogni mattina, ricco di possibilità.  …

Di questa consapevolezza anche da adulto avrebbe conservato memoria, sapendo che per star bene bastava governarsi, regolare i flussi ovunque presenti nella vita, ma che con facilità tutto questo sarebbe stato rimandato all’indomani.

cos’è rimasto?

Il calendario della mostra di Signorini mostra per aprile lo sguardo del pittore in un bordello al mattino. Il sole è da giugno e pur nell’ora mattutina, ci sono clienti. Un bellibusto di casa, occhieggia: battute salaci, si fa bello, ruba qualche nudità. In primo piano la spalla nuda e la curva di un seno, il viso girato verso una figura accennata. La donna attende, intanto guarda di sguincio e mostra il viso al sole. E’ l’unica figura che esprime sensualità, la luce le illumina la coroncina di capelli ed infuoca i lobi, quasi la depura dell’ambiente. Sullo sfondo due prostitute, protese verso un cliente mattutino, con scialli e vesti pesanti, potrebbero essere popolane al mercato. Una delle due  mostra qualcosa, l’altra è protesa. Sembrano anziane. Il gatto guarda verso di loro, attende, pronto a muovere. Il cotto del pavimento imbeve la luce, che irrompe dalle finestre. Il sole trasforma e rende quasi domestico l’ambiente. 

La donna alla toeletta, ha il viso accennato, poco preciso, non è giovane come la ragazza con la forcina in bocca, che la guarda. Le mani stanno avvolgendo i capelli, fissano un’acconciatura. Le spalle e le braccia sono massicce, viene dalla campagna. Al mattino il futuro è ancora nuovo, chissà che pensieri avrà mentre si guarda nello specchio. Quasi certamente ha dei figli, dove saranno?

 

La ragazza in piedi, ha il seno spinto verso l’alto dal busto, la vita stretta, orecchie troppo grandi ed un viso che pare stanco. E’ giovane, attenta, potrebbe essere una servetta, ma non è così, già esercita e non pensa al suo futuro: guarda la “signora”, che forse è la maitresse.

Di queste donne cos’è rimasto, dove sono finiti i loro pensieri ?

I loro figli hanno a loro volta generato, il ricordo del mestiere delle madri è stato rimosso, ma allora cos’è rimasto di queste vite?

Nelle discariche dell’universo si accumulano i pensieri delle vite piegate e per somma ingiustizia non chiedono mai il conto. Gli amori, almeno, lasciano ricordi, delusioni, lacerano, ma di questi pensieri al macero cosa rimane?

Pensateci nel caldo delle vostre case, nell’uso dei vostri desideri, nelle voglie e nella soddisfazione. Non è da molto che tutto ciò avveniva, socialmente accettato, oggi non c’è un limite in più, solo la necessità che ogni tanto gli uomini si rendano conto della scia che lasciano.

un buon inizio

 

 

” Un buon inizio, ho bisogno di parole che s’incastrino e spingano avanti con forza propria.” 

Una mattina fangosa, con la pioggia che non trascina la polvere, solo infastidisce il traffico. Guardo i fiori nuovi ai lati del canali, sono già sporchi e rassegnati.  Penso tra me e ascolto rai tre. Bello come slogan. Un invito al pensiero singolo temperato. Al rumore di fondo intelligente. Anche i colori sono rumori di fondo, le altre macchine sono rumore di fondo. Queste scatole di latta sonora sono una tana, basta aver tempo, stare acquattati, parlare tra sè e canticchiare se nasce un entusiasmo. A quest’ora non c’è battaglia e il pensiero fluisce come sangue quieto, sciacqua il cervello in sinusoidi successive. E’ come scivolare nel sonno, con una stanchezza senza angustie che prende le braccia ed avvolge suadente; una stanchezza al limitare della coscienza.

 ” Un buon inizio che serpeggi di suo. Lo sai che significa scrivere quelle frasi perfette e morte, gittate regolari che impattano senza rumore: tutto vuoto.  Mi serve un inizio che sia un cane giovane, senza educazione. Come Poldo, che ti portava dappertutto, così pieno di vita che gli perdonavi quando si impuntava con il culo e le zampe piantate per terra perchè non voleva entrare od uscire. Era bello Poldo, un cane senza secondi fini. In quel tempo facevano un film di Truffaut: il ragazzo selvaggio, lui ne fu il beneficiario.”

Sul ponte si affiancano ciclisti, uno ascolta ed assente alla radio: la rassegna dei giornali ha sempre estimatori. La colonna sonora di oggi prevede Kleiber con la quarta di Brahms, e Strauss, con Jessye Norman che canta Frühling, in mezzo un po’ di cantautori, Capossela, Fossati, De Gregori, i Modena, Dylan, Donovan, Fogerty e via andare. Provo un misto di pena e di soddisfazione, per gli anni in cui ho sentito queste canzoni e per l’idea che la vita sia stata vissuta. Questo lo pensavo anche allora, come se la vita fosse normale ed epica assieme e questa sensazione non svanisse.

“Mi occorre un buon inizio, una rasoiata che apra il grigio dell’abitudine, ma non sia un pretesto.”

Guardo nelle altre auto, immagino vite, vedo donne che si truccano, uomini con le dita nel naso che guardano nel vuoto, bambini imbragati in trasferimento. Tutti o quasi telefonano. Stamattina ho lasciato scorrere via tre telefonate, con un misto di soddisfazione sensuale: una coccola per me.  Tutti poi diranno la stessa cosa: non mi piace la tua segreteria, ti ho chiamato e non hai risposto, adesso ti ripeto. Dirò la verità: non avevo voglia di sentire, non ho voglia, ma adesso lo faccio perchè mi pagano. A quest’ora mi piace lasciare che il pensiero si allunghi come un gatto, intuire cosa passa per la teste della macchina accanto, ripetermi che le urgenze non ci sono.

Stamattina i fiori stavano bene spruzzati dal fango. Tra l’erba alcune carte sbiadivano alla pioggia e poco più in là si vedeva un orologio dal cinturino spezzato. Oltre il ponte il lampeggiante blù indicava un interesse collettivo.

Ma non era il mio.

 

furbenergetica

Il treno sguscia nella notte verso nord. Ai lati il mare, le luci di stazioni di servizio, le finestre  accese  per la cena. Il cielo del Gargano oggi era bellissimo: grigio, screziato di azzurro e nero, come solo i cieli di mare sanno fare. Alla terra, verso ovest, era riservato il giallo del sole riflesso. E dappertutto il verde nuovo di marzo, con i ciliegi, i pruni, i mandorli e chissà cos’altro, a fiorire tra viti e olivi. Alcune cose le meriterebbero solo quelli che fanno la fatica del coltivare, ma il cielo è di tutti, assieme ai nembi che si accalcavano verso il sole, dietro l’appennino. Sub appennino, come si chiama da queste parti, una roccia tufacea che lascia gli abitanti indecisi se essere gente di monte o di pianura. Molte pale eoliche girano piano. Non mi disturbano le pale eoliche: sono meno impattanti dei tralicci d’alta tensione. Anzi quel loro muoversi piano ricorda le girandole dei bambini; se le colorassero di più sarebbero l’elemento che ci porta fuori da questo mondo così concentrato nell’alta opinione di sé. Mi hanno detto: qui ci sono i furbastri e gli onesti, sono costretti a convivere e i primi non imparano dai secondi, casomai si appropriano. Come dappertutto, ma forse i furbastri non possono appropriarsi dei colori, di questo andare lento delle stagioni, devono per forza, accelerare tutto. Anche per l’energia è così. Mi ripugna vedere i campi con i pannelli solari: il territorio è già coperto di capannoni e case, che bisogno c’è di coprire il verde per 25  anni? Basterebbe incentivare solo i pannelli sui tetti e il resto renderlo difficile. In questi mesi l’Italia sarà ancor più oggetto di occupazione da parte dei furbastri, fare campi fotovoltaici è un affare, e così da un’azione meritoria -la produzione di energia da fonti rinnovabili- ne verrà un danno. Tra 25 anni, chi rimuoverà tutto quel silicio dai campi, chi riporterà a cultura i terreni senza contadini? Il maggiore produttore di energia è il risparmio nel consumarla, ed è anche il maggiore produttore di nuove professionalità e lavoro, ma i furbastri preferiscono le cose facili, le concessioni negoziabili e cedibili alla finanza e alle borse. Senza cedere alle mode fintoecologiche, basterebbe guardare dietro alle cose, farsi qualche domanda  e poi verrebbe spontaneo rimettere in ordine case e palazzi, ma questa è una opportunità lasciata alla sensibilità dei singoli. E soprattutto non ha ancora un valore di mercato. Come il cielo e il verde, che non serve se non si vede.

orizzonti

“Il profitto deve essere reinvestito per il benessere della comunità”.     Adriano Olivetti

 

In questi giorni ricorre l’anniversario della morte di Adriano Olivetti: passerà come tante altre date soverchiato da questo quotidiano che non lascia traccia e cancella ogni cosa. Se vi capita di andare a Matera, visitate il quartiere di La Martella, resterete delusi perchè oggi del disegno di Quaroni resta poco più di una piazza, ma lo spirito visionario per cui, in una parte d’Italia considerata vergogna del paese, si radunarono tanti e tali ingegni da pensare possibile un sogno, è ancora presente. E’ il sogno di un’umanità che trova un rapporto positivo tra lavoro e crescita individuale, dove l’affrancamento dalla fatica e dalla miseria non è lo scivolare nella corsa individuale al profitto. Questo spirito, se commettete la fatica del vedere, lo troverete disseminato per Matera, presente nei Sassi, nel museo e nelle opere lasciate da tanti artisti alla città. E’ presente nel coraggio dell’associazione culturale “la scaletta” che continua ad insistere sul rapporto tra luoghi ed arte, è presente negli occhi che si illuminano e si inumidiscono pensando alle semplici, grandi imprese gratuite fatte ed alla difficoltà attuale di mantenere la stessa spinta. Adriano Olivetti era  anzitutto una persona per bene, oltre che un grande imprenditore, e nel far crescere un’aziendina fino a farne un gruppo a livello mondiale, continuò a sognare cose belle e a realizzarle. Diede vita ad un gruppo dirigente prima sconosciuto in Italia, mettendo assieme intelligenza, crescita ed equità, il suo stile aziendale influenzò tutti gli altri grandi gruppi. Che si confrontarono, fosse solo per fare diversamente.

Ad Ivrea, era il luogo principale dell’elaborazione e del produrre dell’Olivetti, ma in Italia e all’estero sorsero fabbriche, centri di ricerca, che mettevano assieme crescita ed un modo umano di vedere la fabbrica. Credo che la sintesi di Adriano Olivetti sull’idea del produrre fosse rinascimentale ed illuminata allo stesso tempo. Questo rapporto tra il lavoro, la crescita sociale, il dentro e fuori la fabbrica, partendo dall’architettura, dalla pulizia e dagli spazi, fino alla visione di una comunità cooperante e solidale, diede vita ad una stagione irripetibile. Il movimento di Comunità ne fu una delle propaggini, ma ciò che oggi non riesco a vedere è la contaminazione che allora investiva ogni parte della società italiana, e che cambiava un paese agricolo e pittoresco in un paese europeo. Il sogno era che la cultura servisse davvero a qualcosa, che assumere come dirigenti di fabbrica, intellettuali, esperti dalla visione ampia, fosse il modo per dire che erano vere le cose che si pensavano, scrivevano e sognavano. Sono state persone che hanno cambiato vite, segnato il modo di vedere il presente e il futuro, che hanno portato una positività nell’agire oggi sconosciuta. Tutto questo circolava e altre figure come Aldo Capitini, Danilo Dolci, don Milani, insieme a tanti altri, vivevano in quegli anni, discutevano, facevano, erano presenti, anche attraverso contrasti  vivi e cambiavano ciò che stava loro attorno. Adriano Olivetti, in un ambito fino allora incongruo, l’impresa, fu uno di questi, ed un organizzatore del cambiamento. Qui dovrebbe subentrare il lamento per l’oggi, ma che ci si lamenta a fare, se non c’è memoria non c’è futuro di continuità, ed il presente è troppo squallido per lasciare traccia. Forse è l’unica nota positiva di questi anni: non resterà traccia di questo vuoto di sogni.

p.s. ho letto due post in questi giorni che mi hanno fatto pensare alla funzione del lavoro, ne riparleremo.

http://gittiepoi.wordpress.com/2010/02/20/detto-tra-noi

http://no.blog.kataweb.it/2010/02/23/per-inciso

 

 

austis

 

L’altopiano respira lento. Lo si sente dalle foglie dei quercioli, dai corbezzoli, dagli eucalipti radi.

Inspira. Espira.

Inspira e sfiora l’erba che ancora trascina il verde stanco dell’inverno.

Tutto ondeggia appena. Sincrono.

Lo sguardo scorre sino al lago, è da lì che sale il respiro, e s’accompagna alla notte  nelle onde di nero. Prima i cespugli e l’erba, poi gli alberi, le rocce mentre sale, sale verso l’altipiano, lasciando luccicare l’acqua.

Il nero avvolge e riscalda, scorre dai piedi bene appoggiati, dal tepore morbido del muschio. I rumori si staccano: un grido d’uccello verso valle, un richiamo dal paese, l’auto che lontana, sale sulla collina di fronte. Un tornante e i fari roteano su se stessi, poi un’altro, così fino al limite della noia. 

La notte e l’altopiano ora respirano ancora più quieti. Non dormono, sono accucciati in attese di tempi non umani. Anche l’allodola ascolta e non vola.

Almeno per poco, quiete.