Sole, speriamo. A presto.
sole
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Sole, speriamo. A presto.
Sole, speriamo. A presto.
Un qualcosa che assomiglia all’emozione; indefinito tanto da chiedersi cosa vibra nei ricordi. E’ bastata una musica nota, amata molto in altri tempi e comunque cara per ciò che porta con sè di sensazioni. Che sia l’internazionale o l’inno russo, la forza del coro e le note riportano stagioni e passioni ancora vive. Sento la mia ingenuità e questa mi è cara assieme al sorriso, alla schiena dritta. Eppure… In questi giorni persi nell’epocale confronto tra Veltroni, Letta e Bindi, in questa stagione di centro sinistra senza orgoglio dedico questo veloce scorrere di sangue a chi ha creduto -e crede- si possa cambiare con la sola forza della convinzione e delle idee. A chi crede, come me, che se la passione vive, siamo tutti più ricchi e abbiamo speranza.
Magari una volta, una sola, mentre prendete in mano una camicia, un maglione, pensate alle centinaia di migliaia di chilometri di tessuti che vengono prodotti ogni anno. Ai milioni di pecore, ai pastori e alle mani che hanno tosato, cardato, pettinato la lana in posti lontani. Immaginate gli sterminati campi di cotone, seminati e raccolti. Il lino, tagliato, battuto, lavato e filato. E tutto racchiuso in balle che treni, navi, carri, spalle, camion portano verso i mercati. E ancora magazzini con alte volte in penombra, freschi di rado, spesso soffocanti, affacciati sulle banchine dei porti. In angoli di mondo, la seta raccolta in balle di migliaia di matasse incolori, si accatasta. In un porto franco verrà lavata e riconfezionata prendendo altra nazionalità e valore. Tutta questa merce si avvia alle macchine per tessitura, ha già viaggiato molto, spesso torna dov’era nata. Tagliata, cucita, confezionata, ritorna sui mercati: ancora trasporti, grossisti, negozi.
Ed infine noi.
Ecco perchè quando penso a tutto questo lavoro, mi prende una vertigine da dimensione e non riesco a confrontare il prezzo di ciò che pago con la consapevolezza di ciò che l’ha generato.
una maglietta 3 euro, un jeans 10 euro
Nella mia terrazza c’è un piccolo orto di aromatiche. E’ dentro una vasca d’acquario dismessa: rosmarino, erba luigia, cipollina, menta, basilico, timo, santoreggia, qualche timido peperoncino. Stanno trovando un equilibrio, le mie piante, qualcuna muore, qualcuna è arrogante e invade, molte vivono con dignità, tutte profumano. Le guardo e penso alla mia vita attuale e i ricordi sono al giusto, biologico, posto.
Postato da: willyco a 05/08/2007 14:31
Gentile Signora Mele, è un gran brutto momento. Lei ha molta solidarietà, ma non le basta e sta male. Non so quali siano le sue domande su di sè e sul suo futuro, il bambino in arrivo determinerà molte delle sue decisioni immagino. La mia opinione è che bisogna essere almeno dignitosi, e poi incazzati. Vede Signora, sul tradimento non ho scale di valore legate alla differenza di genere, es. è più grave il tradimento verso la donna, è meno grave il tradimento verso l’uomo, non ti ho promesso fedeltà e allora il tradimento non c’è, sei incinta è più grave, sei ammalato è più grave, non ci sei e non lo sai e quasi non è tradimento, penso di tradirti ma non lo faccio per paura e quindi non ti ho tradito, ecc. Per me il tradimento è una ferita per chi lo subisce e a volte la ferita è mortale, perchè non si dimentica, ma comunque è sempre grave. La ferita riguarda la fiducia nell’altro, la possibilità di fidarsi di chiunque. Fa male il tradimento, sempre anche se non si è incinta e non è una questione di genere uomo-donna o condizione economica. Chi tradisce è colpevole e solo il tradito lo può perdonare, ma per sanare sè stesso, la propria ferita. C’è una aggravante per chi oltre a tradire, per desiderio, amore, per tutti i motivi per cui si tradisce, tradisce e fa male per indifferenza, questo non ha giustificazione, dimostra che non ama e non vuole neppure bene; in questo caso, per me, la colpa e il vulnus non è redimibile. Legga se ne avrà voglia, Hillmann in Puer Eternus, aiuta a capire che il tradimento quando lo si subisce, dolorosamente aiuta a crescere e a cambiare definitivamente le persone. Del signor mele non mi interessa molto, credo che aspetterà che si dimentichi, è parte della politica aspettare le amnistie ai propri errori, ma Lei Signora spero che pensi a sè, che elabori la notte in cui è finita, che non subisca e basta, che qualunque cosa faccia, sia per sè prima di tutto e per suo figlio poi. La vita non le sarà facile in questi mesi. Se il signor mele non era sfigato e la lady non si sentiva male, cosa sarebbe accaduto nel suo universo? Spero non pensi che era meglio non sapere, comunque adesso lo sa e spetta alla sua dignità trovare una soluzione. Con i miei auguri per il suo futuro e quello di suo figlio
Stamattina ho issato l’orifiamma rosso e argento: luna e sole si contendono la vita del cavaliere. Lo sguardo è fermo, deciso a non scrutare dentro. Almeno per oggi. Colonna sonora: elgar: enigma, Annarella, mussorgsky: pictures…,nannini: abbandono e altro, inno russo, cccp,battisti, ligabue,bach j.s. per lenire le pene con la geometria del clavicembalo ben temperato, karl kraus, zarzuelas e vasco e guccini e modena e dire streets. Si va, non importa dove, ma si va.
Postato da: willyco a 05/08/2007 10:49 | link | commenti (1)
Eravamo bimbi. Abbiamo tracciato un cerchio di gesso per terra. Con cura l’abbiamo reso perfetto, ingrossandone i confini. Poi è iniziato il gioco: noi dentro, ridendo e in attesa che una mano amica ci liberasse.E il tempo passava e i nemici impedivano alle mani protese di toccarsi. Così il riso è diventato paura d’essere nella notte, prigionieri del cerchio con tanta cura tracciato.
Postato da: willyco a 05/08/2007 02:14 | link | commenti (4)
Stavamo becchettando in posti conosciuti, con abitudini semplici ed è bastato un katasasso per disperderci sui fili, alberi, cornicioni vicini. Con pochi richiami l’allegra brigata si sta ricomponendo, i percorsi ridiventano semplici. Katasasso, un effetto positivo, l’ha ottenuto e cioè quello di farci guardare attorno. Lo stormo sta migrando, mantiene i legami, ne trova di nuovi, ma migra. Perchè eravamo in kataweb? perchè è di sinistra, perchè è gratuito, perchè è semplice, perchè … L’effetto diaspora mi pone domande, mi crea un pò di consapevolezza anche sul valore che abbiamo come utenti web. Probabilmente qualcuno vende i nostri accessi come pubblicità, testa le nostre abitudini. Non credo alla neutralità del mezzo, nè di chi lo gestisce e allora se mi chiedo dove sono e perchè, posso rompere un’abitudine: il processo più fecondo che mi è dato. Probabilmente migrerò ancora, ma adesso per scelta e non per necessità. Non è poco.
Per i passeri è importante il cibo, il gruppo, il nido.
E volare, naturalmente.
Ci sono persone che hanno un dialogo per capello e quelli che sono calvi
telefono: è P. da ischia, convenevoli, aria, acqua, cibo, discussione democritea sugli elementi fondamentali del mondo
– non vengo, mi dispiace (è vero)… no, non so dove andrò in vacanza…
P.: ho letto il tuo blog. Scrivevi meglio a vent’anni
– …
P.: troppi riferimenti al quotidiano, un tempo scrivevi storie e articoli e distinguevi le cose
– non ti sapevo lettore di blog. (come c… fa a trovare il tempo di andare in internet ad ischia: in quell’albergo fa fatica a funzionare il cellulare e non ci sono prese in camera, avrà bloccato il computer dell’albergo e già vedo Vittoria, la proprietaria, che gli ronza intorno per vedere a chi scrive e cosa legge) Comunque sono pensieri ad alta voce, la napoletana è arrivata?
P.: La napoletana non c’è e comunque era amica tua, non mia, non sviare il discorso, perchè mi tiri in mezzo, scrivendo di me, dentro alle cose tue?
– perchè fai parte della mia vita da tanto tempo e sei quello che mi conosce meglio, perchè ultimamente parliamo di più, perchè le nostre discussioni non si concludono, perchè con te posso litigare finchè mangio o bevo e non mi va il boccone per traverso. E poi adesso sono così
Mi sto muovendo per la casa, ricca di elettricisti alle prese con il condizionatore. Apro il frigo e mi investe il pecorino di ollolai, persistente, invasivo, totalizzante. Tutto il mio frigo è di pecorino, perchè ne ho comprato una forma intera in agosto, poi? vivo da solo, anche una serie di cene con gli amici non intaccherebbero la trionfante dimensione della forma. Esiste un problema degli scarti dei single e di come tutto questo altera vita ed abitudini. Non posso invitare gente tutte le sere per vuotare il frigo perchè si capisce che sono avanzi. Chiudo il frigo con un pensiero alla Barbagia. Il pecorino ha coperto poche battute di P. che torna alla carica sul blog. Stasera non demorde, gli piace sentirmi in difficoltà
P.:Cosa ci trovi nel mettere in piazza le cose tue, e anche mie: nulla surroga il ragionamento tra persone che si conoscono
– Perchè non mi chiudo, come fai tu, nella comunicazione orale, nella necessità di conoscere e di essere conosciuto. Esploro le suggestioni di nuovi contatti: è come parlare in una stanza buia, delle voci ti rispondono e tu non vedi i volti. Cerchi di dare una forma ad una voce, di darle capelli, bocca, corpo, età, cerchi di capire se è bella o non lo è e qui fai la stessa cosa con le parole. Solo rischi di più perchè ti mancano le sospensioni, i mezzi toni, le accentuazioni. Comunque è affascinante, anche quando nessuno ti commenta, perchè pensi che qualcuno, comunque, ti legge. E poi è bello leggere gli altri, trovare le sintonie, apprezzare la scrittura sintetica da blog che punta sull’immagine per sostituire la descrizione. E’ un mondo particolare, una scoperta per me
P.: Nulla è meglio di un buon libro che scegli tu, che puoi aprire ovunque, sottolineare, commentare. E ne puoi parlare con chi ha le tue attenzioni, fai partire discorsi nuovi che lo proseguono, completano
– (è il solito scassacazzi) Lo puoi fare anche sul blog e a più voci, hai solo il problema di quelli che intervengono a sproposito, ma si possono ignorare. E comunque per i discorsi difficili esistono blog difficili. Perchè non ne scrivi uno tu?
P.: Non ci penso neppure, lo sai che preferisco la realtà al virtuale e il contatto fisico…(ridacchia)
(quando le interurbane avevano un costo elevato, le telefonate si concludevano, evitavano di tirarla in lunga: era il costo, non la cortesia a dettare i tempi.Ci si poteva sfogare per lettera, ma era diverso e filtrato. Caspita, il blog è una immane lettera. Siamo tornati all’800 con l’high tech e il computer. é solo l’immediatezza della trasmissione a fare la differenza)
-… e in questi giorni i contatti fisici non ti sono mancati, vero? ( chissà che la smetta, so che in questo momento di solitudine e di rifiuto, non ha molta propensione all’abbordamento. Nè a farlo, nè a riceverlo) Hai fatto incontri?
P.: Ho letto molto sul bordo della piscina, cosa che tu non puoi fare col tuo blog
– ho pensato di scrivere un post, anzi un postore sulle mie conoscenze in Barbagia e sull’avvocato pastore, sindaco di Ollolai… e la napoletana arriva?
P.: invece di scrivere puttanate, vieni qua a raccontarmele…
La telefonata continua, immagino la sua faccia divertita, quando è uscito il ricordo dell’occupazione di elettrotecnica durante il ’69 e del nostro trasferimento a lettere in cerca di rinforzi. Siamo partiti pieni di forza convincente: avevamo bisogni di uomini e mezzi e siamo rimasti a lettere per i due giorni successivi ed avevo perfino, pensato di iscrivermi, perchè l’ambiente era politicamente stimolante. Abbiamo pezzi di vita comuni, con visioni diverse: giochiamo a memoria e mi fa pensare positivamente. Come al solito resteremo delle nostre idee, contaminandoci. Qualcosa cambierà, intanto nessuno vuol partecipare ad una cena a base di pecorino sardo artigianale?
Il pensare a sè è un prodotto dell’intelligenza e della volontà, l’egoismo è altra cosa e la santità un’altra ancora. Ritenersi importanti, conoscere il limite del dovere, permette di valutare ciò che ci viene chiesto e di dare coscientemente il massimo. Non ci sono bilanci da fare, è solo un problema di risorse disponibili. La terapia aiuta ad inquadrare il problema, poi subentra la consapevolezza. Infine la spontaneità dell’equilibrio. La mia vita è camminare su un ponte tibetano, instabile, insicuro e se finisco sotto chi mi ama piangerà.
Postato da: willyco a 02/08/2007 15:37 | link | commenti (2)
Non parlo delle carte, ma delle giornate storte: quelle che incitano alle dimissioni dall’universo. La frana è cominciata ieri, serpeggiando tra extra ed intra lavoro. Rapporti personali a rischio, lavori con problemi grandi e inattesi. Il mix mi ha fatto uscire ed entrare in continuazione dal soggettivo all’oggettivo. Dai sentimenti alla materialità. come se gli uni e gli altri non si compenetrassero: acqua e argilla. Sarebbe più semplice se potessimo, davvero, separare i nostri umori e racchiuderli in sfere che al massimo rimbalzano quando si toccano. O forse vivere sarebbe più povero. Oggi la tempesta è continuata, aggiungendo nuovi crolli di fronte. Sono segni che vanno interpretati, accolti, destrutturati, magari continuando a sopravvivere. Adesso è ora di resistere, impedire che il caos sconfini e dilaghi nella vita. La risorsa che metto in campo, dopo la mia furia contrapposta, è il ragionamento, la pazienza, la calma, la ricerca della quiete interiore. Il tempo della gentilezza verrà dopo le decisioni. Le decisioni verranno quando ci sarà comprensione per riconoscere le soluzioni e accoglierle. C’è tempo.
Postato da: willyco a 01/08/2007 12:10 | link | commenti (1)
ho caricato in ordine sparso parte di ciò che stava nel mio vecchio blog, non ci sono le foto e neppure le poesie. Magari qualcosa è destinato a sparire, ma tra la sequenza dei pensieri e delle sensazioni e questo guazzabuglio c’è un abisso. Metafora del vivere: tirare una linea e riordinare senza fretta il passato Postato da: willyco a 31/07/2007 00:47 | link | commenti (3)
C’è un posto per la ragion quotidiana, quella fatta di percorsi usati, gesti ripetuti, illuminati da guizzi di volontà. E’ l’apparentemente inutile che rende la vita bella: stamattina nuvole con l’anima nera sopra i containers, l’aria annuncia temporali lontani. E ieri notte un raggio pennellava i tornanti dei colli vicini. Lentamente, con sapienza. L’autista, inconsapevole, ha regalato sogni per immaginare vite altre. Chi sedeva al suo fianco, quale storia li univa, quali attese per la notte. Pensieri buoni per accompagnare il sonno. Oggi 10 luglio, il bollettino economico ha dato performance interessanti: + 9% nelle esportazioni, + 3.6% nella produzione, piena occupazione. L’equilibrista ha poggiato la fune a terra, stamattina. Con cura la percorre, la imprime nella memoria e attende che sia di nuovo tesa per il brivido che verrà. E’ la ragion quotidiana. Lontano, in uno stagno della Florida, un alligatore apre un occhio: nulla di interessante, un pensiero fossile e il sonno continua.
Guardo la mia casa, zeppa di musica e libri accatastati, librerie stracolme, pile altissime che crollano allegre durante la notte. Ingordo, stratifico sensazioni, pensieri e amo il dialogo con i suoni e le parole. E’ un amore ricambiato, una passione antica iniziata oltre 30 anni fa che non finisce. La musica non ci salverà, ma aiuta a dar senso alla vita. Il film che vivo è altro, ma la colonna sonora e i dialoghi sono miei. Anche stasera camminerò su un tappeto di parole e mi sentirò amato.
Vedo spesso esortazioni, persone che invitano pressantemente a fare qualcosa, che richiamano principi comuni, regole non discutibili. Sembra esista qualcosa che non ci appartiene, un apriori indipendente, confluito nella consuetudine. Mi è stato spiegato che è proprio questo apriori che rende il mondo così bello, che dà un senso positivo alla vita. Sono stato fornito di criteri che mi permettono di interpretare ciò che vedo, di esprimere un giudizio, di accettare o meno una persona, una situazione. Sono i criteri per cui posso sentire il bisogno di abbracciare o picchiare una persona. E’ quello che regola i miei rapporti con gli altri e quindi con me stesso. Ciò interferisce pesantemente con i miei sentimenti. Le dinamiche e ciò che sento, per quanto complicato, alla fine è semplice. Penso che tutto si riduca nella minimizzazione della sofferenza o nel principio di piacere. Meglio il secondo del primo. La filosofia sguazzallegra in questo campo e così le scienze più o meno umane. Il punto è che le regole servono. Punto e basta. Ma le regole mi servono e non devo servirle. Non sono disgiunte dall’uomo. La creanza è una regola che mi serve. Ma la creanza non può essere il paravento per far del male gentilmente ad altri e sentirmi buono. La gentilezza cessa di essere tale se mi impedisce di essere sincero. La gentilezza non è vera se non sono gentile con me stesso e cerco di fregarmi. Mi hanno insegnato a presumere, a immaginare di aver capito e sono stato fornito degli strumenti necessari alla bisogna. Il mio sforzo è liberarmi di strumenti interpretativi, di lasciare che le cose entrino, di rinunciare alle scorciatoie della conoscenza. Quello che faccio con la musica o con le persone: lascio che entrino, poi capirò. A Kiev, tempo fa ho assistito, per caso, alla celebrazione di un matrimonio tra una Ucraina e un italiano. Lei era bellissima e lui un pò meno. Sembrava si amassero molto. Abbiamo brindato all’amore eterno. Un ottimista informato della vita mi ha detto “tra un anno divorzieranno: lei se ne andrà. Adesso lo ama, ma da noi, per sempre, dura meno che da voi. Ci crediamo davvero, che è per sempre, solo che quando finisce non ce la prendiamo. E’ la nostra cortesia”. Spesso sono stato inutilmente scortese verso me stesso e verso gli altri, ho presunto e mi sono impedito di capire. Di ciò mi pento, perchè il “lecito” è stato messo alla porta della mia testa. Ma penso che non sia tardi per ritrovare il filo di una etica che rispetti me stesso per rispettare gli altri. Magari parliamo di etica dell’accoglienza armata ascoltando Sinatra che canta My Way, oppure la sonata n.17 in re min. di L.van Beethoven op.31, oppure Annarella dei Modena, oppure quello che vi viene meglio e vi fa stare bene. Basta metterci quella piccola passione che permette di condividere convivere.
Asmara, almeno quattro confessioni religiose, tutte a un tiro di fionda (non uso la parola schioppo perchè qui li usano davvero e senza chiederti il permesso), l’una dall’altra. Cattolici, Copti, Ebrei,Musulmani. Tutti che suonano campane, pregano per altoparlanti, si vestono secondo i propri canoni. Donne in nero, velate, a capo coperto, occhi mobilissimi, neri e bellissimi, che parlano. Copti in bianco. Tanti, ma proprio tanti, con funzioni continue in chiesa e fuori e campane adeguate alla bisogna. Ci sono anche campane per uso personale,uno passa e suona: qualcosa in qualche parte dell’universo, succederà. “Prego, si tolga le scarpe se vuol stare in chiesa”. Esco, ho già visto. Mi basta. Meglio il corso e i bar in stile fascista, con arredi originali. Succede tutto al bar, incontri, affari, parli del mondo e soprattutto, perdi tempo. Ecco, qui il tempo non ha valore contingente. Ti dicono dopo e dopo è domani, fra 15 giorni, forse mai. Ma è dopo,qualcosa che può succedere. Mi piacerebbe che Zaubè si esercitasse a pensare che valore può avere la psicoanalisi in un posto come questo. Sul corso ci sono i cattolici, non pochi e con molti religiosi. L’impressione è che siano meno intensi per espressività delle altre confessioni. Ebrei pochi, con sinagoga e senza problemi, ma pochi. Il rabbino non riesce a celebrare i riti della pasqua per carenza di presenze. Tira avanti, aspetta rinforzi. Per un agnostico è un ambiente curiosamente stimolante: la soglia di qualcosa che emana coesione e sensibilità. Non è solo cultura contaminante, è spirito tangibile, modalità del vivere. Impossibile non farci i conti se si vuole cercare di comprendere almeno dove si è. L’eritrea rimane dentro e adesso dopo 4 mesi mi ritorna con le sue domande e il suo fascino di terra di passaggio. Quando pensavo a dove stava andando quel bimbo che, serio serio, camminava verso Kerem, pensavo che poteva fare a meno di noi, dell’occidente, della sua cultura dominante, che poteva essere felice senza i-pod, che il mare è per lui distante e bellissimo, come l’idea di vacanza, che la sua cultura basata sulla precarietà lo porterà chissà dove, gestendo situazioni per noi impossibili. Che se ci conoscerà potrà anche decidere di fare a meno di noi.
Oppure nò?
Mi accorgo che ho seguito solo il filo dei pensieri e che si sono mescolati i colori con le sensazioni. Ma se si guarda in silenzio, gli occhi parlano con la testa e pescano nella cultura appresa, cercando di mitigare l’impatto del mistero e di ridurre ad oggetti conosciuti e interpretabili,
le esperienze. Basta che il soliloquio non si trasformi in vaniloquio, allora è lecito rompere le regole del ragionamento a tema. E attendere che la polvere si depositi per ritrovare la meraviglia.
Kerem (eritrea febbraio 2007)
Chissà dove andrà senza di noi?
chi legge
chi passa e si gira
chi ascolta solo il suono delle parole
chi affamato si alimenta
chi affannato si riposa
chi partecipa
chi si fa prendere
chi scappa
chi giudica
chi condivide e tace
chi condivide e lo dice
chi ha la puzza sotto il naso
chi sente la puzza e se ne và
Alle sorgenti del post, ovvero perchè si mettono in piazza le proprie mutande? Perchè d’altro non si parla nei post, se non di ciò che, pur intimo, si vuol far vedere e condividere. Allora c’è chi mostra il pizzo e chi il tanga, chi la propria nudità e chi le mutande della nonna e c’è lo spazio tra il dire e il lasciar intuire. Chè una pena è pur sempre un graffio dell’anima e solo ad alcuni si vorrebbe mostrare. Sulla solleticazione d’un post di Minnie, sono ritornato sulle mie motivazioni al mostrarmi e su cosa mi aspetto dai miei muti interlocutori. Anzitutto che ci siano e che sia discutibile ciò che penso, poi che magari, da cosa nasca cosa. Ovvero che questa nuova modalità del comunicare mi produca cambiamento, vita, coinvolgimento. Qui c’è un discrimine personale nel mio accogliere e interloquire da riassumere in: se una cosa mi prende, mi interessa e mi cambia, mentre il resto dei rapporti è cortesia.
Dai blog che frequento e che quindi mi piacciono traggo quattro categorie:
Spesso le cose si mescolano e mi piacerebbe essere tutto insieme, scrivere con l’asciuttezza anoressica che rende folgoranti i pensieri, ovvero cullare parole tonde e barocche ricche di velluto e damasco. Ma alla fine è il contenuto e ciò che voglio dare e ricevere, che conta. E la consapevolezza che quando ci si stanca non è una tragedia. Allora avanti verso mille nuove parole, avventure e verità.
Che dire della vita e dell’accontentarsi? Che la passione è solo transitoria, come l’amore. Che la felicità, è illusione di felicità, da ripetere senza farsi troppe domande. Che troppo spesso accontentarsi è mentire a se stessi e agli altri? Penso alle vite strutturate, ritmate da appuntamenti, affetti, consuetudini a cui non è possibile derogare pena il disfacimento del mondo faticosamente costruito. Penso all’energia che deve essere utilizzata per tenere assieme situazioni senza legami forti e al ripiegarsi su sè stessi alla ricerca di un equilibrio che faccia meno male. Il meno peggio come vita saggia e possibile. Non è una grande scelta. Eppure la vedo dappertutto. Partecipo a queste vite. Le capisco, ma ne sento il dolore sordo. Una nota di basso che non se ne va. Meglio le passioni difficili che implicano scelte e pericolo di cambiamento. Ne ho parlato con P. e da ironico complice, ha concluso: ” quando ti accorci questa barba da hidalgo, irrimediabilmente bianca, abbandoni la guardia alla porta ed entra la vita con le sue domande”. Ho messo gli ultimi quattro lieder di Strauss e ho chiuso gli occhi assorbito da Jessie Norman.
La memoria é questione di censo. Le colpe dei poveri non si dimenticano: li segnano per la vita. Le colpe dei ricchi o dei potenti, già nascono veniali, sono marachelle, birbonate e si scordano presto. Per questo la strategia è quella di non smentire:si scorda prima. Che siano le inchieste di Format oppure i libri di Stella, nulla viene smentito. Neppure i verbali delle trascrizioni telefoniche. Forse perchè tutto è in larga parte vero, ma comunque già negare è troppo. E così finisce la possibilità di cambiare, di portare giustizia. L’antipolitica è nei comportamenti di chi dovrebbe essere coerente e non lo è. Questo frutto avvelenato ci cambierà la vita togliendoci diritti e nessuno pagherà il misfatto. Una ondata di populismo sta arrivando, ma non premierà quelli che hanno meno, semplicemente distoglierà l’attenzione.
ho una smodata propensione ad incasinarmi la vita, occuparmi d’altri che non sia io, a sposare cause perdute per vedere come andrà a finire. E a volte pure mi diverto.
cos’è che di te,
Sconosciuta,
è a me specchio:
la pudica malinconia,
la danza all’amore,
il gesto trattenuto sul pensiero che corre,
l’ingorda voglia di vedere tutto,
i fuggenti passi amici ,
la parola che folgora la mente,
la paura di ferire,
i pensieri sovrapposti come lacca ?
Ti lascio entrare,
sconosciuta,
ma seguo me
in un sottopasso di lviv,
che piango e
nel verde scrostato,
d’una parete ad olio,
mai l’umanità mi è sembrata
così senza nome.
E anche stasera il sentire non m’abbandona.
La pubblicazione delle trascrizioni delle telefonate dei “furbetti” con D’Alema, Fassino,La Torre ecc. colpisce non per i reati immaginari, ma perchè scompare la differenza tra l’agire della destra e quello della sinistra. Sono tra quelli che hanno considerato la differenza e la questione morale come identità e motore dell’agire politico. Non mi sento fuori tempo per questo. Se salta la differenza, irrompe l’anti politica: vince il sono tutti uguali. Il danno irreparabile che si sta consumando è la percezione che ciò che è dovuto, non si fa e che ciò che dicevamo moralmente illecito si fa. La sinistra deve tifare per i diritti di chi è debole, indifeso, discriminato, non per le scalate del libero mercato. Occuparsi delle regole e del loro rispetto. Affrontare la precarietà del lavoro, assicurare sanità, scuola pubblica, laicità, eguaglianza, sicurezza, libertà, tolleranza. Mantenere le promesse fatte. Ciò vale per tutti quelli che sono al governo, non solo per i ds. Troppo snobismo, troppa ricerca del consenso dei potenti in economia, troppi salotti per essere amati da chi è conculcato ogni giorno.
I gazometri sono vestali di combustioni possibili. Totem urbani d’altri tempi, lasciano tracce di periferia tra case definite, pomposamente, centrali. Ho passato pomeriggi a guardare barconi di carbone che si svuotavano nella cokeria. Il carrello correva sospeso, si abbassava la benna, si riempiva e risaliva, sparendo nel ventre della cokeria. La sera il gazometro era, nel suo fulgore, pieno: telescopico si innalzava da terra e cresceva occupando il cielo. Noi bimbi, guardavamo, senza correlare il carbone scaricato e il gas che lo gonfiava. C’era solo l’accettazione della meraviglia e tutto questo faceva parte del mondo: ci sarebbero state nuove meraviglie e costanti rivelazioni. Un giorno, un incendio nel vicino deposito di legnami, minacciò la cokeria. Corse subito la voce che se il fuoco avesse investito il gazometro, sarebbe saltata la città. Restammo a guardare per ore le fiamme dall’altra parte del fiume, con quel brivido strano che prova un bimbo davanti al pericolo. Alla fine quando le fiamme si spensero eravamo quasi delusi.
P. dice che lui ricorda altre cose, che erano interessanti i pompieri e che il fiume si svuotò restituendo una melma nera sui barconi. Guardando la stessa cosa i desideri sono diversi e così le percezioni.
oggi ho gli anni del festival di cannes, del cavallino della Ferrari, dell’alitalia. Vorrei continuare a vedere cose nuove, correre forte e volare.
Utile a cosa il mettersi in piazza e poi c’è davvero una piazza nella rete? Sentimenti, sensazioni, occhi per vedere e passi di percorsi: il tutto da condividere. E’ solo un gioco, la vita è altro. Questa forza consolatoria, questo succedaneo di vita aggiunge, non elimina nulla ed evoca la comunicazione profonda. E’ tutto così normale in questa ricerca di compagnia anche se fraintesa, che quando ne ho parlato con P. mi ha guardato assentendo. Come a dire capisco, adesso ne ho bisogno anch’io, pur di non restare solo dentro di me.
a poco, a poco
son diventato grigio:
una fuga dal coraggio,
la decisione non presa,
un dolore coccolato.
I colori diluiscono
l’immagine è ormai seppia:
fiele per rimpianti.
Di questi nuovi passi
serbo memoria,
indeciso lascio la terra che li accoglie
in cerca di colore.
Ho lasciato P., il 7 maggio, alle prese con una scelta di tregua e l’inferno nel cuore. Sera di consapevolezza e come tale in odore di svolta. Le svolte hanno sapori strani: a volte subdoli, come echi lontani. Ne è esempio il caffè dopo un’ora quando il piacere se n’è andato e resta l’essenza povera della miscela ad infastidire il gusto. In questi casi solo un nuovo caffè ripristina l’equilibrio gusto-olfatto-endorfine. Mirabile insegnamento, ma in realtà povero di nuove scelte e svolte. A volte la consapevolezza è luminosa, si rivela nella sua intima verità, era in attesa, già conosciuta eppure non compresa nell’essenza. E’ il caso che P. preferisce perchè il cambiamento è già avvenuto dentro e non causa dolore. E’ un amore finito di cui restano sorde possibilità inespresse, mentre la passione travolgente è ricordo dolce. Quella sera il cambiamento si è presentato nudo, come dolore puro. Privo di alternative. Cristallino nella sua essenza. Incontrovertibile nella logica. Per capire serve una pausa e P. si deve allontanare dal sè doloroso. Ha scelto di vedere e non di essere visto, di non parlare. Quindi cinema. Ed è tornato al cinema più volte in questa settimana, come terapia. Il film è pausa, quanto basta in questo momento. Serve allo scopo, aiuta a mantenere un legame con la realtà, non impone una scelta come conseguenza di un colloquio. Raccolgo la confidenza di P., mi racconta di adesso. Un tempo era molto amico. Si fida, anche se probabilmente non mi stima quanto vorrei. Sa che non posso aiutarlo oltre un certo limite, ma affascina: rivela le mie contraddizioni e mi coinvolge. Si rivela un percorso di età, di ambizioni perdute, di percorsi sbagliati perchè non contraddittori . Adesso il tema è leggere attraverso P. questo tempo di vita.
Mettiamo che in una qualsiasi sera d’aprile, quasimaggio, un pò per consapevolezza e un pò per intuizione, il nostro protagonista (d’ora innanzi P.) si accorga, che molto di quanto ha fatto e pensato e vissuto, non era poi così importante. Che fare programmi non è il massimo dell’intelligenza, che le persone, anche quelle care, sono libere di muoversi come meglio credono/sentono. P. respira a fondo. Si siede e non riconosce la città in cui è cresciuto. Di più, gli sembra che una immane commedia sia in corso e che i partecipanti/attori siano consapevoli. Almeno in parte. Passa un volto noto. Saluta e parole senza sostanza si spandono tra volti. Con un sorriso gli pare di vedere le parole, trasformate in lettere, che escono e si sciolgono prima di arrivare: un mucchietto di impalpabile cenere di conversazione li unisce. Il mestiere lo aiuta per troncare con le frasi fatte usate all’uopo. Adesso la sera avanza, ma è la notte che fa paura. La notte dei sentimenti, delle prospettive. Ricorda P. che basta ripetere gesti semplici per tenersi assieme. Ma tenersi assieme non è vivere. E lo sa. Allora ricorda NIetsche: non guardare troppo l’abisso, altrimenti, l’abisso guarderà te. Se qualcuno sa davvero cos’è la solitudine può parlare con il nostro protagonista, che tra poco lasceremo, mentre medita. La solitudine è il vuoto che aspira i pensieri e le speranze, le certezze e le illusioni. P. con un sorriso pensa ad una cronaca ciclistica di tanti anni or sono:” un uomo solo al comando, è Fausto Coppi”. Coppi non era solo, quella volta: aveva una meta e l’italia che gli facevano compagnia. E’ stato molto più solo quando per seguire il cuore, l’hanno messo sui giornali, processato, isolato. Il nostro P. che non è un campionissimo, pensa alle sue vittorie troppo simili alle parole scambiate prima. Cosa si concederà secondo Voi, stanotte? Il ripasso di Puer Eternus di Hillmann, un film, una visita ad una persona gradita, una lettura a casa, una pizza? Continua…
Nei giorni in cui sopporti
solo la tua pena,
pensa a me,
che con ogni onda
cancello
impronte e uomini,
voci e amori,
sogni,parole e lacrime.
E ogni notte
mi agito,
come coda di lucertola,
dicendo
che vorrei essere
ricettacolo
del tuo pensiero.
nel profilo del mio orizzonte corto, una fila di containers poggiati in pile. Se guardassi solo i colori sarebbero una tavolozza, invece sono in attesa di contenuti, proprio come la vita. Un giorno di marzo di due anni fa una bufera di vento ne ha fatti volare una decina: erano in sesta posizione (il kamasutra non c’entra), ma prima di schiantarsi al suolo hanno avuto il privilegio di sentirsi leggeri.
te ricordito
ben mio
quando,
zogando a scalon,
te saltavi ridendo
confini de gesso
in pressa tirai.
No ghe gera muro
che podesse fermar
la forsa spavalda
dei brasseti curiosi
e anca la fantasia
se doparava
par dire cossa
ghe gera de là.
Anca desso
amor mio,
no ghe xe muri
che ne impedissa
de vardar;
solo ‘e nostre piere
de infelissi murari
se mete de mezo,
par farne ‘ndar pian.
Pensa a cuando
no gerimo cussì bravi
nel farse mal
e ‘na scaia de piera
bastava
par esser felissi
dal desso al doman.
Xe in ’sti momenti
che digo pian:
varda vanti
vivi desso,
tuto xe in corsa
par intendare
come far
a ‘assarse ‘ndar.
Ma sta sicuro che ghe xe,
chi te ciapà e tegnirà:
na parola dolse,
na caressa
mai te mancarà.
La grafia non è corretta e la l si aspira, il riferimento è al padovano parlato, un pò arcaico di mia nonna: fine ‘800
Per fortuna Olmi non cambia, propone facce oggi improbabili, fa emergere domande sul quieto vivere, sul banale eroico quotidiano, indica storie contemplando visi e culture perse. In cento chiodi interpella la mia ignoranza del Po, della sua gente, di questo rapporto d’acqua così vicino a quello che ho conosciuto in città da bambino. Perchè c’erano i fiumi nella mia città e la spiaggia era vicina al centro, con un odore che non mi ha mai abbandonato: quello dell’acqua di fiume quando si nuota. Poi c’era la riva con la sensazione di fresco che l’acqua e il verde mescolati spalmano sulla pelle e il sole sull’erba. Questo film mi fa desiderare di percorrere la poca strada verso Ferrara per vedere se è vero che è così. Lo so che queste persone non esistono, che non a caso sono tutti vecchi o squinternati, ma sarebbe bello che ci fossero, che fossero giovani e belli, come le idee e il futuro. Ma questo vale a qualsiasi età e dare forma alla speranza è già rivoluzionario. Almeno per me. Chissà Diliberto cos’ha capito quando si è fermato ai chiodi sui libri e alla diseducazione(?); è stata additata la luna e ha guardato il dito.
Ho partecipato ai congressi che hanno portato allo scioglimento dei d.s. e mi è rimasta una forte malinconia per la superficialità con cui si sono liquidate le storie e il vissuto di molti. Spesso le persone erano consenzienti: hanno sostenuto il segretario in carica. Come ai tempi di Togliatti. Come sempre. Molti non hanno letto le mozioni e ai relatori erano riservati 10 minuti iniziali senza replica. Posso dire che se tutto si è consumato pubblicamente, si capirà poi cosa è successo e cosa accadrà. Meglio partecipare e consumare il dolore della perdita senza fretta, con i tempi della vita. Hanno ripiegato le bandiere e non ho nulla da perdere ora, se non me stesso. La contaminazione non mi ha mai preoccupato, ho idee in cui credo e con curiosità accetto il confronto. Si è rimesso in moto un fiume: darà sorprese anche agli apprendisti stregoni.