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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

berluscama

Io non sono nero per caso.

Così il cav ha esordito nel suo saluto alla nazione.

E’  stata una scelta di campo, e quando gli altri erano rossi io già ero nero. Per la cronaca ogni giorno mi abbronzo, e  mi  consentano, non si badi alle apparenze, se sono mezzo bianco e mezzo nero, è perchè lo faccio la notte durante le altre attività di governo. Quelle che ogni capo dovrebbe fare per mantenere alto il prestigio del paese.

Guardando l’immensa platea ha aggiunto: 

E gioco a minibasket con gli amici. Anche voi dovete giocare a minibasket e fare come me che mi sono comprato tutte le squadre e i giocatori. Adesso tutti mi vogliono bene e mi passano la palla. E quando non me la passano me la porto via, la palla, perchè quelli che non mi fanno giocare come voglio, sono comunisti e guastano il gioco di squadra.

Un ex piazzista di obbligatresh tripla A ha intonato uno spiritual napowaste e come un sol uomo, gli astanti si sono alzati mettendo la mano sul portafoglio (non si sa mai con tutti i comunisti ancora in giro). Sui volti ancora pallidi, lacrime e sorrisi si mescolavano alle parole: Tu sei l’unto, madò come sei unto.

Il coro possente è stato ricamato dalle parole del cav: tutti, dico tutti, cominceremo ad abbronzarci nei campi di cotone, questo è l’orizzonte per questo paese, finalmente affrancato dall’istruzione, dal lavoro, dalla spesa quotidiana. E perchè no, anche dal trasporto aereo. Perchè voi siete già oltre il progresso e non avete un nero al comando, ma un capo che vi farà tutti neri.

Nelle prime file un ministro e un ex ministro applaudivano freneticamente dicendo: è tornato, sì è tornato.

Il quartetto Rosé

Alma Rosé, sorella di Arnold, era in Olanda, quando arrivarono i nazisti. A nulla valse la fama del quartetto che aveva ispirato compositori, riempito teatri, la portarono a morire, in un lager. Lei come tanti musicisti dei Berliner e polacchi e russi, francesi e tedeschi, tanti da formare orchestre nei campi di sterminio per suonare durante appelli ed esecuzioni.

Di quel quartetto fondato da Arnold, grande era la consonanza, la fusione di suono. I talenti creavano una somma superiore al valore dei singoli. Come mai una ideologia, il nazismo, che esaltava il bello e il gruppo non riconosceva la capacità della diversità di essere sè stessa e molti assieme?

Pochi ebbero il coraggio in quegli anni di dire, molti fecero finta che l’arte fosse superiore alle piccole cose degli uomini e tacquero, ignavi o infingardi. Non ne siamo ancora usciti da questa scissione tra bello e giusto, tra libertà della maggioranza e umanità. E nello straniero non si coglie la capacità di consonanza e di bellezza.

Adesso anche Lei, Alma, è nel vento, con tanti altri. Basta ascoltare.

facciamola semplice

Facciamola semplice: quanti anni hai vissuto? E quanti ne vuoi vivere?

…

Hai capito bene, non mi interessa l’età e neppure lo snocciolare d’anni come rosari. No, parlo degli anni vissuti davvero, della storia senza sbadigli, perchè quello è il tuo tempo.

dolore

Mi parlavano di amori conclusi, di abbandoni miserrimi e vigliacchi e usavano la parola dolore.

Non capivo. Mi sembrava così grande e fisico quel termine, così assoluto nella sua gradazione rappresa, che la parola suonava eccessiva rispetto all’immateriale. Era il mio sentire abituato ad altro, alla compostezza dei sentimenti e al tenere per sè, anche l’esperienza negativa.

Poi ho capito, è una barca, un mezzo per traghettare, poi si approda ad altro.  Ma un dolore che dura oltremodo e che in buona parte si autogenera,mi pare ancora spropositato per un malato che vuole guarire.

soliloquio

Dovrei parlarti della stanchezza di ogni giorno, della fatica della pazienza, quando ogni limite è superato, della coscienza degli errori e del perchè siano  per me gravi, ben più di quelli altrui. Dovrei parlarti delle notti corte, dell’ascolto e del soffrire assieme, dello scarto tra ciò che si è immaginato prima di un’impresa e del risultato. Dei miei entusiasmi conosci assai, ma anche delle mie sconfitte solitarie conosci la sera e il bisogno di silenzio. Adesso, quando parlo ad alta voce, ascolti ed annuisci, ma non basta, se non m’aiuti a raccontare, convincente, le mie priorità. Chè del resto, sono solo in parte mie e troppo spesso d’altri a cui rispondere. Tu lo sai che non ci si può risparmiare se si vuole vivere, neppure i plantigradi si risparmiano, ma non basta. Da tempo penso che gran parte dei nostri problemi siano superfetazioni, che le cose che contano siano davvero poche, che l’attenzione che ci dedichiamo sia fatta di momenti di gloria e di qualche opportunità. Conosci le tristezze e anche le gioie, sai che le bugie sono veniali e che non mi tiro a lato quando serve. Ma di tutto questo coraggio, cosa resta se non riesco a farmi intendere, e se lascio scorrere, muto, su di me lacrime altrui? Ogni mattina e ogni sera, un percorso circolare divora  ore e sguardi, li confonde nelle abitudini, li ossifica nei pensieri e nei luoghi comuni. E ogni tanto con dolore (volontariamente,perchè liberi), si rompe un osso incongruo, se ne vede il limite alla libertà di movimento, si prova ad articolare un saluto, un abbraccio. E’ così che penso quando vedo la sofferenza d’altri, che finirà, come la mia stanchezza, per approdare a nuovi equilibri, entusiasmi, fatiche. Nuove e non da criceti sulla ruota, la mia come tante altre vite belle, che conosco e non conosco: è di questo che ti parlo quando in silenzio assenti, è di questo mio tempo dissipato, della gioia di aver vissuto e voler faticosamente vivere.

la calunnia

La calunnia e la menzogna usate contro l’avversario politico, per demolire, minimizzare, togliere credibilità. Un’arte antica e ben usata in politica, perchè dei vinti non si ricorda nessuno, se non vincono nuovamente.

Hanno detto: a Roma in 200.000,  era un comizio d’apertura di campagna elettorale, solo una manifestazione per occultare la divisione interna della schieramento d’opposizione, ecc. ecc.

Ha un bel dire Anna Finocchiaro: vogliamo rispetto, noi al tempo rispettammo l’opposizione. Non ci sarà nè rispetto, nè verità. Anzi il cav. Berlusconi illustra il pensiero su cui bisogna uniformarsi: abbiamo vinto in modo schiacciante, non c’è un’altra Italia, l’unica manifestazione è stata il 18 aprile, Veltroni si riposi e torni fra 5 anni, nel frattempo faremo quello che ci hanno legittimato a fare.

Solo i ludi elettorali di mussoliniana memoria, funzionavano così, ma fa bene il cav. Berlusconi a ricordarlo a chi pensa che il compromesso sia possibile. In una azienda comanda il capo, dà istruzioni ai sottoposti (che  dice ministro Maroni?), controlla e modifica le regole secondo la propria visione del potere per conseguire il risultato. E’ utile, il cav. Berlusconi, perchè fissa l’agenda  all’opposizione che come in ogni regime liberale, deve essere alternativa. E per essere alternativa deve esercitare i propri diritti, mordendo per 5 anni, implacabile, instancabile, credibile. Perchè il suo obbiettivo è essere alternativa alla maggioranza ed è questa a dover essere conquistata a nuove ragioni, non l’opposizione.

Chi c’era al Circo Massimo, può dire non solo il numero, ma la volontà di essere alternativi, per questo da sabato comincia un percorso e finisce la sconfitta, non altro.

E per cortesia, basta con il tempo consumato a discutere di organigrammi, parliamo di problemi e della loro soluzione, cerchiamo di capire che i giovani metteranno in discussione i nostri paradigmi, i compromessi, le scelte che hanno fatto di questa generazione quella più povera e con meno futuro delle precedenti.

 

 

e’ ovvio

E’ ovvio i blog, per noi noiosi, non si frequentano, anzi a poco a poco diventano inutili nel desk, finchè il sistema ci ricorda che ci sono icone inutilizzate e chiede: cancello? E senza dar troppo credito alle abitudini difficili: zac! cancellate via. Spesso penso che il blog sia una versione semplificata della vita, che con i suoi silenzi e chiacchere, sentimenti e anti/patie, abbia quello scrivere a pennarello grosso che a volte vorremmo per essere felici e soffrire a basso costo. Ciò non toglie, che come dice Minnie, ci siano blog che non ci piacciono, ma frequentiamo. La cosa perfida è dire quale sia il blog che non ci piace, fare una classifica negativa di ciò che vorremmo diverso. Perchè è vero che non ci piace, ma nonostante tutto lo frequentiamo, vorremmo che rispondesse alle nostre attese. Come se il legame virtuale spingesse verso qualcosa di diverso, nell’attesa di un cambiamento che può venire. A me non piace l’obbligo di scrivere, la necessità di chiudere una frase e uno scritto con una fine, l’eccesso di luci ottenuto assemblando parole prive di significato proprio. Ciò che non mi piace è, in buona parte, ciò che sono nello scrivere, le mie abilità noiose, perchè prive di novità. Ecchè forse non mi conosco abbastanza? Groucho Marx ha definito mirabilmente la coscienza di sè nel dubitare di un un club che ci accetta come soci. Ma il blog è un lavoro (non raccontatemi balle che vi divertite e basta, quelli che scrivono con regolarità dedicano tempo ed entusiasmo, un lavoro insomma. Mentre quelli liberi da obbligo di presenza, Pigretta, Incauta, ad esempio, scrivono a tratti, quando gli viene. Mi ricordano i concerti di musica contemporanea dove il silenzio è parte del brano e per capirlo, bisogna guardare il vicino: se si alza e se ne va, vuol dire che è finito), guardo i miei percorsi e concludo che quelli che mi stanno sulle palle proprio non li clicco. Siamo una comunità che si sceglie e dire chi è potrebbe fare di più tra noi, è almeno arbitrario, ma in testa io ce l’ho la classissifica e anche voi l’avete. Solo i migliori sanno dire e dare speranza alla discontinuità. Mi piacciono i post chiari e nuovi, i racconti che fanno sentire odori e luci, non troppe che il troppo confonde. Mi piacciono le parole passionali, erotiche, personali e impersonali al tempo stesso dove non si capisce la distinzione tra desiderio e fantasia.  Mi piacciono le sorprese e non il monocorde, la gioia che segue la tristezza. Mi piacciono i post che sono vita e fantasia, indignazione e urlo, risata e tenerezza. Forse la mia testa pensa con carta e stilografica e come per ogni buona lettera quando conclude, lascia aperto uno spazio a ciò che manca: perchè il piacere della comunicazione continui.

p.s. mi piacciono i post non lunghi: è ovvio.

post notturno

Ci sono quelli che rifiutano il cambiamento perchè hanno paura di perdere qualcosa, quelli che diventano acidi e non va mai bene nulla, quelli che son bastian contrario per impotenza autoindotta. C’è un conformismo incongruo che fa storcere il naso senza odore: la fedeltà al paradigma del migliore dei mondi possibili. Ma non lo sentite questo alito di cantina, di sogni torpidi di benessere, di piedi calducci e sentimenti senza orizzonte? Viviamo tra luoghi comuni, abitudini che rendono tristi nei giorni tirati senza scorrere d’ore. Ci svegliamo la sera, increduli della stagione, del tempo, della stanchezza senza corsa, pronti all’infelicità del giorno dopo. I ragazzi si muovono, ci metteranno in discussione e ci riempiranno della merda che abbiamo creato, ci apriranno gli occhi chiusi alla realtà dalle nostre professioni. Sono più di vent’anni che non accade nulla, una generazione ha sofferto senza motivo, ripiegata nell’arricchitevi craxiano. Gli ex giovani di successo che ricordi hanno della loro giovinezza? E su quante speranze hanno costruito edifici fragili pensando che bastassero cose e denaro? L’infelicità è cresciuta nel nostro mondo, è dilagata nelle case con una balla collettiva, costante, ottundente. Un tempo chi scappava nella droga non sopportava la realtà, adesso ci si fa per lavorare, per esserci di più, per avere occhi lucidi risata e uccello pronto. Ci si fa di vino raccontato prima di berlo, di viagra, di donne e uomini interrotti. E’ questo il mondo che vogliamo?

Finalmente qualcuno comincia a svegliarci, a dire che il re non è vero e che un simulacro è al suo posto. Riprendetevi i sogni, ci dicono questi ragazzi, sono solo vostri, nessuno può sognarli per voi.

da dove cominciamo?

Da dove cominciamo?

Ci vediamo di rado e sentiamo spesso. Lei intuisce se qualcosa non funziona e allora fissa un appuntamento. Indaga con gli occhi, cerca il tono della voce, fa domande dirette.

Poi mi parla di come mi vede, di cosa dicono di me, protesta, si incazza perchè mi trascuro, mi insulta e infine sorride.

Le sue mani a volte si fanno strada tra i bicchieri e mi toccano. E’ una sensazione bellissima, come parlasse sulla punta delle dita. Ho sentito baci dalle sue mani.

Mi chiede d’essere concreto, di non scappare. La guardo ed è la mia coscienza buona, la parte che amo di me. Cosa potrei dire che Lei già non conosca, del buio in cui mi rifugio? dei silenzi cercati perchè non c’è nulla da dire?

Parliamo spesso di sentimenti applicati alle nostre vite e sappiamo entrambi che non sono l’antidoto alla solitudine, ma neppure l’argent de poche per le necessità quotidiane. In fondo le nostre solitudini sono temperate dall’attenzione che ci accompagna ed ogni giorno ci solleviamo dalla paura perchè qualcuno ci permette di appoggiarci. E’ il pudore del profondo che vale anche per gli entusiasmi, così incongrui e incomunicabili, e resi morbidi dall’arte quieta del mostrare solo ciò che può essere capito. 

Ho scavato di più con Lei che nella durezza dell’analisi. 

Ma da dove cominciamo per vivere adesso?