



Ma cosa sentiamo davvero di comune e di collettivo?
Abbiamo sentimenti forti e individuali, l’amore, il disamore, affetti, solitudini e su questi regoliamo il sentire un po’ più profondo, generiamo stati emozionali che modificano i rapporti, e magari seguono per un poco le vite. Ma poi ? C’è un difetto di speranza che pervade lo stare assieme e si ripercuote sulle capacità individuali di uscire dal contingente, di superare i dolori e le difficoltà. Questa insicurezza nel futuro preclude anche la capacità di star dentro a ciò che vorremmo durasse. Insomma corrode l’idea che la vita abbia un discreto diritto a felicità momentanee e serenità durature come bagaglio di nascita e ci rimanda alla precarietà, come nei tempi in cui le vite era molto più insicure. E’ un devolverci a noi stessi come zattera unica di salvazione. Ci consegna interamente alla fallacia, all’insicurezza dubbiosa delle nostre passioni dove ogni orgoglioso e ottimista, per sempre, viene temperato dai fatti, dalle contraddizioni interiori, dalla testa e dal sentimento d’altri. Mancano all’appello non poche passioni collettive, che erano a loro modo più forti perché s’alimentavano non dei dubbi di ciascuno, ma dalla necessità che scaturiva nell’analisi del reale, dalle certezze enunciate, ed erano pur sempre un divenire. Le passioni collettive non sono date in un adempimento vicino, ma includono la felicità relativa del sapere che si procede, e si conquistano posizioni, nella giusta direzione. Ebbene, queste passioni, oggi sono assenti o più flebili, quasi più petizione di principio che una forza condivisa.
Qualche sera fa, in un incontro politico dove, tra diverse parti della sinistra si discuteva sulle ragioni dello stare assieme, è stato consegnato un documento di 7 pagine, scritte fitte, con carattere 6 o 8 e interlinea 1, moltissime parti in grassetto, sottolineature e un argomentare sull’imprescindibile. Pensavo, leggendo, che tutto questo ordinare per assoluti senza esercito, è debolezza intellettuale e fisica, e che esprime l’incapacità di uscire dalle gabbie e dai luoghi comuni dell’ideologia passata, ma che soprattutto impedisce di trovare ideali condivisi perché esso parte dal delimitare confini anziché evidenziare ciò che dovrebbe tenere assieme. Ho ricordato questo fatto, non perché la politica sia particolarmente importante (lo è per me), ma perché essa è misura della presenza o meno di ideali nella società, oltre le convenienze, l’interesse personale, il giorno per giorno. E del resto, non accade così anche nelle vite dei singoli, negli amori che si trascinano. Quelli che ancora così si chiamano ma sono incapaci di futuro e di novità. L’immagine che mi veniva da quelle pagine e dalla loro assolutezza, era quella delle infinite riunioni, un tempo molto fumose di qualsiasi cosa si potesse fumare, e ricche di opinioni, in cui il numero spesso superava quello dei presenti, ma che alla fine non uscivano dai circoli, dalle conventicole, e non investivano la società. Essa, nelle discussioni, era sbagliata ma senza analisi e spesso astratta, priva di bisogni che potessero diventare cultura collettiva, insomma indocile a conformarsi a un fine alto. E i bisogni venivano visti come espressione individuale, non gestibili in un bisogno che li contenesse, come se tutti avessimo le stesse paure, lo stesso corpo, la stessa età, gli stessi desideri. Non avere chiari i bisogni, la loro soddisfazione secondo criteri collettivi, portava anche all’assenza di un progetto concreto, capibile e spendibile verso chi non aveva né tempo, né sufficiente sensibilità per sentirsi appartenente a un noi sociale condiviso. Non riuscire a capire che la passione nasce da un obbiettivo alto, ma si alimenta nel suo farsi, nel suo generare sentire condiviso, è il sintomo di allora e della difficoltà di questi anni.
Quindi mancano i modelli e i condottieri forti di pensiero, ma noi dove siamo e cosa sentiamo davvero? Perché non c’è attenzione e analisi per ciò che si ripete, per ciò che si accetta senza discutere? Cosa vi dicono queste parole: povertà, occupazione, lavoro, libertà, diritti individuali e collettivi, Ucraina, Gaza, Libia, immigrazione, sicurezza personale e collettiva, cultura, democrazia, futuro, presente, patrimonio comune, altro da me ?
Finché l’emozione della realtà passa attraverso il computer, al più leggo, spesso guardo e non sento che un breve brivido di fronte alla minaccia, distolgo il pensiero e passo ad altro. Eppure so che finché non mi faccio domande posso solo soggiacere alla tecnologia e al più ricondurmi ad una virtualità di persone che sono come me. Nella bulimia del virtuale, nella curiosità vorace dell’eccezione resto in superficie, relativizzo ogni cosa, aspetto passi, anzi la faccio passare subito distogliendo lo sguardo e mentre penso d’essere aperto in realtà mi chiudo alle passioni comuni. La tecnologia così adoperata mi porta alle mie piccole passioni e le rende totalizzanti, ho un ambito in cui posso essere felice o triste, ma sarò inequivocabilmente solo.
Ecco perché queste domande che hanno un peso reale nelle vite, si accantonano, sono difficili e ci pare di essere inani di fronte a qualcosa che avviene, e avverrà, nonostante noi. Senza passioni comuni si fa strada l’idea di essere prigionieri di un dio che impone secondo caso e sua necessità, umiliati dall’assenza di un’eresia che cerca la verità e indichi una strada e che se non salva dia almeno dignità al vivere comune.
Non perdo la speranza, rompendo le abitudini, guardando la realtà, passerà l’inverno della solitudine e dello scontento. Tutta questa manipolazione non è nuova agli uomini e che tornerà un sentire comune e forte, il motivo per cui siamo assieme. Vorrei fosse per scelta e non per necessità.
Il senso del collettivo appartiene ormai a realtà marginali, peraltro sempre più tali e sempre meno visibili quando Agorà è inteso solo virtuale. Bello il tuo scritto, abbraccia di nostalgia cui abbiamo diritto.
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Siamo la coda del romanticismo, quello che sognava e non ha smesso. Neppure di sentire l’amicizia e la consonanza ha smesso.
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Hai fatto delle belle riflessioni… un po’ mi hai ricordato gli anni giovanili, le riunioni fumose e verbosissime, io non bazzicavo i gruppi dell’allora “sinistra extraparlamentare”, ma il clima era quello. Oggi siamo molto più isolati ognuno nel suo guscio e davanti al suo pc, e sicuramente molto più individualisti, e questo non ci fa bene. Quanto ai valori e agli ideali… non pervenuti…
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Si è conclusa oggi la conferenza organizzativa di Sinistra Futura Sardegna, due giorni belli, pieni di interventi, di lavoro, di giovani, di idee. Un costruire il cambiamento partendo dal basso, dai bisogni e facendo sentire le persone parte di un cammino comune. Queste iniziative mi ridanno fiducia che non è tutto finito. 🤗
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