downtown dentro

IMG_3907

Le città medie hanno una piccola città nel centro. Un posto dove circolano le biciclette e, di mattina, gli studenti e i vecchi si siedono nei bar all’aperto. Anche in ottobre o in novembre sono lì a chiacchierare. E si conoscono tutti, i vecchi conoscono i vecchi, i giovani conoscono i giovani, e i discorsi sono diversi, ma gli stessi, e quando vedi quattro persone con un giornale davanti, sai già cosa stanno dicendo. E anche quelli che passano conoscono quelli seduti e si salutano, perché si è educati nella piccola città, e se sanno cosa stanno dicendo fanno finta che sia nuovo. Così scorre il mattino e tutti aspettano qualcosa. Chi aspetta il pranzo, chi l’aperitivo della sera, perché stare soli è fatica e non di rado fa sentire il disamore.

Downtown la chiamano gli americani, la piccola città, ma è un’altra cosa. Solo l’incapacità di affrontare la solitudine è la stessa, e la cogli ovunque nella piccola città, nei discorsi che già sai, nell’impressione di aver sbagliato prima un po’ e poi tanto, nelle scelte in cui sarebbe dovuto accadere qualcosa, perdio, e invece non è accaduto ancora.

Nella piccola città che è in fondo all’anima – se c’è – bisognerebbe aprire un piccolo bar, mettere delle sedie all’aperto, sedersi e fare discorsi che già si sanno e attendere. Attendere un appuntamento, una persona, un luogo dove andare, un mutare di stagione, una fretta improvvisa. Attendere. Lo vorremmo davvero quel posto dentro e fuori la nostra downtown, dove attendere la meraviglia e intuire il giorno. Lo vorremmo e magari ce l’abbiamo già, basta tirar fuori le sedie, sedersi e chiacchierare, qualcuno arriverà.