salotti virtuali

Ci sono conversazioni in cui prevale la ricerca di dire qualcosa di neutro che riempia l’aria. Questi non rapporti veri sono continue piccole apprensioni seguite da momentanei sollievi. Si spera che detto qualcosa altri continuino, come quando si spinge un auto con la batteria scarica e si spera che dopo resti in moto, ma invece dopo pochi passi questa si ferma e allora si ricomincia. Il sollievo è che finisca una situazione che ci fa chiedere cosa ci facciamo lì. Insomma che accada qualcosa: il decollare della conversazione, il silenzio, un imprevisto. E fino al commiato, qualsiasi di questi futuri possibili racconta che il proprio tempo è stato mal speso. Ma in quest’epoca, l’arte della conversazione leggera è ora destinata ad altri luoghi che non sono il parlare tra un divano e una poltrona. Facebook e i tanti posti virtuali sono a disposizione, per dire del nulla che si vuole trasmettere per ottenere che qualcuno ci ascolti. Eppure non siamo nulla. Dev’essere che nessuno ascolta più e vorremmo avere l’attenzione sempre e comunque. Un tempo non era così, l’attenzione arrivava con un po’ di autorevolezza, alle cose futili, al tempo, si riservava il non voler mostrarsi. Adesso nei salotti virtuali ci si mostra senza ritegno e la futilità diviene una qualità. Per fortuna le eccezioni sono molte, ognuno si sceglie e semplicemente basta andarsene, non occorre neppure salutare. Però non c’è dubbio che la leggerezza stia diventando un modo d’essere, come fossimo tutti in un gigantesco salotto e tutti parlassero con tutti. Contemporaneamente. Almeno la fisicità faceva argine al futile, mentre ora pare non conti l’essere esposti ad un giudizio. E a questo nessuno si può sottrarre solo che la solitudine che dilaga è disposta a perdonare assai. Allora il problema non sono i mezzi, i salotti globali o la futilità del dire, ma la solitudine che cresce e ci mangia le relazioni vere, le vite.