dizionario interiore: i comunisti

I comunisti erano carichi di speranza, volevano cambiare il mondo e cominciavano da ciò che stava loro attorno: sè stessi, i rapporti nel lavoro, il cortile di casa, il quartiere, il comune dove abitavano. Pensavano in grande, nel contesto internazionale, come si diveva allora, ma facevano nel territorio. Pensavano per certezze perchè la fede e la speranza non si nutrono di dubbi e relatività. E per capire dovevano leggere, studiare con armi della critica spuntate dai destini più alti dell’idea che metteva da parte i dubbi e le evidenze. L’Unità, diffusa la domenica mattina, ha compitato il pensiero di milioni d’italiani, li ha costretti ad uscire dal semi analfabetismo imperante, vera arma del fascismo e della destra e li ha tolti dal mutismo. Al bar, in piazza si poteva alzare la voce e dire noi, ed avere ragioni insperate, una dignità prima negata. Così le imprese del socialismo erano le imprese di tutti, la dimostrazione pratica che quella era la strada giusta. Solo un problema fu evitato da chi sapeva, ed era la necessità di accettare un confronto che facesse crescere anche l’avversario, che portasse l’intero paese su basi comuni da cui non retrocedere.

 

Non è accaduto e una parte degli allora comunisti, hanno ristretto il  noi al territorio, alla lingua, al povero benessere senza contenuti, nè felicità.

nostalgia dell’eden

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Nella geometria delle nostalgie, quelle vicine con le quotidiane non scelte e quelle distanti col cosa saremmo se…, la nostalgia dell’eden è equidistante come un rumore di fondo conosciuto. L’eden è il possibile pensato, ad un passo dall’essere vissuto, se un errore d’equazione, la realtà, non l’avesse reso utopia. Per questo con buone volontà e vite spese, non si è realizzato. Forse non era possibile, oppure era solo un sogno applicato all’uomo, ma il conoscere non ci aiuta. Anzi. E colpisce guardare oggi, quelli che vedono e sanno e dicono, inciampare sul ciglio d’ un marciapiedi conosciuto: la contraddizione.

Nessuno ci salverà da ciò che sappiamo. Possiamo puntare sull’oppio della critica perenne, oppure sul momentaneo piacere della conquista, ma quella proporzionalità diretta tra conoscenza e insoddisfazione non ci abbandonerà: più hai sceso l’infero di te, più conosci ciò che manca. Non è un caso che l’indignazione si applichi ad altri.

Siamo costruttori di puzzle in cui a forza i pezzi entrano, ma il disegno non corrisponde. E la linearità delle vite ordinate, degli amori senza domande appartiene ad altri, e non ci è dato pretendere di piegare la curva delle cose. Lo sappiamo e così non è dato.

dialetti italiani

 

Questo quadro, di Anton Romako, è a Vienna, alla Österreichische Galerie, e mostra l’ammiraglio Tegetthoff  sul ponte della sua nave ammiraglia Erzherzog Ferdinand Max, a Lissa. L’annuncio della vittoria Austriaca, sulla flotta Italiana, venne dato in veneto, come del resto, in veneto, venivano impartiti gli ordini sul ponte di comando. I marinai e gli ufficiali, in gran parte veneti e dalmati risposero all’ annuncio con il grido della marineria veneziana: viva San Marco.

L’altro lato della storia, mi ha sempre fatto pensare che esistano almeno due verità e che i vincitori non sempre lo sono definitivamente. A Lissa i veneti sconfissero i piemontesi, nella guerra che unì il Veneto all’Italia. Chissà se i leghisti lo sanno, ma certamente non si rendono conto della fatica e delle vite spese per dare un senso moderno a questo pezzo d’Europa. Non è fatica loro, la pappa è stata guadagnata e preparata dai loro padri, ma c’è sempre una generazione che accumula ed una che scialacqua il patrimonio. Proprio per questo bisogna far capire che vale prima di celebrarla questa unità del paese, per cercare di riunire le verità difficili che l’hanno costituita e far sentire che l’essere assieme non sopporta falsificazioni. I separatisti di adesso sono i pronipoti dei bersaglieri di Cialdini, il generale di ferro che stroncò le truppe del generale Ritucci che difendevano il regno delle Due Sicilie, ma erano gli stessi che esportarono poi, in forza di baionetta, il tesoro del regno vinto, il più pingue d’Italia, nelle casse esauste del nuovo Regno, a Torino ed incamerarono tutte le proprietà dei Borboni. Ma quando i cugini Savoia proposero di sanare il tutto restituendogli parte dei beni, Francesco II,  rispose dall’esilio: “Il mio onore non è in vendita“. Se sopraffazioni furono fatte allora, altre ne vengono fatte ora, forse peggiori perchè basate sull’incapacità di risolvere i problemi, sul dileggio e la menzogna di comodo. Mi piace essere veneto, anche se non ho fatto nessuna fatica per esserlo, ma essere italiano mi dà di più, sono parte di qualcosa di più grande. Abbiamo una parola in veneto, che definisce lo straniero: foresto, ma non si applica più come ai tempi di Goldoni, al bolognese o al napoletano, e ormai anche agli europei si fa fatica ad applicarla come categoria di pensiero.  Per me essere a casa in ogni parte di questo paese  è un valore e un impegno e sono certo che l’essere assieme è vivere il presente senza rinunciare al passato, pur vedendone il limite e la gloria. Non mi piace un futuro in cui rinuncio ad una parte importante di me, ricevuta in dono dai miei padri e cioè l’essere italiano, l’abitare questa terra, sentirne il valore e la cultura, riconoscermi ovunque. Quello che mi viene proposto è una caricatura dell’essere e per me, che ho il veneto come lingua madre, è una diminuzio.

Perchè siamo finiti in questa trappola che ci rende peggiori di quanto siamo?

non abbiamo lo stesso dio

Abbiamo in comune la terra, la patria, la lingua, qualche libro letto, forse dei parenti, se scaviamo in un passato che ci riguarda, ma non abbiamo lo stesso dio. Forse nessuno ha il dio dell’altro, passiamo la vita a costruirci ricordi e immagini da riconoscere in ciò che appare allo specchio, ma per questo non abbiamo lo stesso dio. Le parole fanno paura, perchè sono esigenti di coerenza, animali dai denti acuminati, sporchicchi di sangue di rimorso. Parole che dobbiamo mettere in bocca ad altri perchè è utile pensare che non ci competono. Ed è così che si forma un dio, fatto delle incapacità d’essere davvero. Tu lo vorresti un esempio, mentre scuoti la testa? Prova a dare contenuto alla parola misericordia da esercitare verso te od altri. Oppure, vuoi parlare della bontà quotidiana che ti fa paura dire e mentre la eserciti l’attribuisci a chi non t’assomiglia? Non ti infastidisce sentir parlare di perdono? Quello che concedi a discrezione mentre non dimentichi, e così ti neghi d’essere altre volte felice.  Ti costruisci questo dio in cui mettere ciò che ti fa paura essere e quando chiedo se dio è felice, tu mi guardi come avessi bestemmiato. Non abbiamo lo stesso dio, ognuno se l’è costruito secondo necessità e comodo. Se l’avessimo il giorno si alternerebbe alla notte, senza paura di solitudine, protesteremmo per cose diverse che però riguardan tutti, diremmo cose belle senza pretesa d’essere pagati. Riconoscere che non c’è senso, che la vita ti sorride o ti prende a schiaffi con misura diversa dalla ragione, non ci rende forse tutti più vicini? Possiamo essere vasi comunicanti di sentimenti e sensazioni, ma non è così: troppa fatica l’esserci e sentire.

Per questo e molto d’altro non abbiamo lo stesso dio.

amletudine

La neghittosità del tratto, il silenzio e le perle buttate con noncuranza, l’arte somma del lasciar parlare l’evidenza al proprio posto. Un tratto, una riga ambigua, una foto esplicativa dell’hortus conclusus del proprio pensare. Dire? Il valore quando riconosciuto, verrà sancito da pochi vocaboli: la concisione è virtù preclara. Ma non è tutto virtuale, chè poi le comunicazioni dirette funzionano e ciò che interessa viene mantenuto attivo per altri canali. L’umano bisogno riemerge, si lascia solo cadere il contorno, e ciò che non è superfluo, rimane. L’assenza di blogroll, rimette al suo posto la cosistenza delle amicizie, nessuna confusione con la realtà.

Eppoi l’aristocrazia tiene a mente, non ostenta, dice e non dice. Ma soprattutto guarda e lo sguardo pesa.

linciaggi pasquali

Ieri sera pagando al distributore, almeno tre persone a voce molto alta commentavano le immagini televisive dei badanti/sciacalli rumeni che in Abruzzo, avevano sottratto gioielli agli anziani assistiti. Quattro pallottole in testa, che processi, dobbiamo spendere i nostri soldi per questi assassini? Se Storace si presenta e propone la pena di morte, lo voto. Bisogna ammazzarli e basta. La concitazione cresceva con le immagini fino a diventare un coro che si autoeccitava. Solo la cassiera era imbarazzata con me.

Due ore dopo, all’Aquila, nel tribunale allestito per il processo per direttissima, i rumeni venivano assolti: erano entrati nella casa in cui abitavano per prendere le loro poche cose preziose, non avevano rubato nulla, anzi avevano tutelato le persone assistite.

Per chi urlava non cambierà nulla: bisogna ammazzarli, sono tutti delinquenti o lo diventeranno.

Non so cosa significa dire buona pasqua, ma sono sicuro che questo augurio domani circolerà tra quelle voci.

Chi ha cambiato così le persone?

Adesso è ora di avere paura e coraggio: paura per quanto succede e coraggio di dire ciò che si pensa.

il tarlo

Perchè i blog con moderato tasso malinconico riscuotono tanto successo? Immagino sia perchè se ti fermano mentre spacci malinconia, non tolgono punti alla patente. Eppoi nella testa dell’uomo che non chiede mai funziona così: uno sale in macchina, mette in moto ed immagina con un sorriso, che la malinconia sia rimasta giù. E via verso mille nuove avventure. Per questo ci si compra l’harley, perchè è libertà dalla sfiga, perchè è trasgressione finchè paghi le rate, perchè la puzza di petrolio rimorchia. Ma forse il motivo dello spaccio malinconico è altro: la confrontabilità della sfiga, ad esempio, motivazione nobile per cui i guai altrui somigliano molto ai nostri, ma noi siamo speciali. Ai nostri guai non abbiamo soluzioni facili, sennò che saremmo speciali a fare, ed i buoni consigli che offriamo a mani larghe con noi mica funzionano.  E’ la croce rossa che ognuno possiede, come i medicinali in bagno, e che fa emergere le doti taumaturgiche che attribuiamo alla parola. Il sogno contemporaneo non è più la felicità, ma la sfiga con leggerezza come modus operandi per psiche forti. Speriamo di star bene, almeno un poco, chè la felicità è sguaiata; da incolti che non sanno. La malinconia rende interessanti, attizza, eppoi è così elegante. Vabbè vivere giorno per giorno, ma domani cosa mi metto.

bandiere

Sui cancelli della fabbrica vuota scolorite bandiere sindacali penzolano sfilacciate. Chissà dove sono ora i lavoratori, come procedono le storie individuali, i figli da mandare a scuola, il mutuo o l’affitto da pagare, l’idea di aver perso non una battaglia, ma la guerra della vita. Competenze disperse assieme alle abitudini, il fare dissolto in un nuovo fare qualunque. Ogni mattina, per anni, ci sono stati i volti di chi stava a fianco nel capannone, qualche intreccio personale, i racconti dei figli, delle domeniche e degli amori durante la mensa.

Passando distratti, si rimuovono i piccoli dolori altrui, le esistenze singole spezzate, si pensa che  un nuovo equilibrio, comunque, l’avranno trovato.

Con il letto caldo e il caffè al mattino, nelle nostre case le finestre attutiscono il tempo atmosferico e quello sociale: per fortuna non è toccato a noi, poveretti…

E il pensiero si scioglie in una vaga inquietudine di fondo, un malessere che non emerge e lega e che non farà fare alcuna protesta vera.

E’ toccato ad altri, speriamo, tiriamo avanti, passerà.

E la vita non muta, c’è solo questo disagio che non è solidarietà, che non è difesa, che fa vivere giorno per giorno senza progetti.

Basta cambiare strada e tutto farà sempre meno male, finchè il tiro non si avvicina davvero. E allora sarà troppo tardi.

Chissà dove sarà finita Vincenzina.

aderisco

Invito ad aderire a questo appello:

paceinpalestina@gmail.com

 

PALESTINA-APPELLO

La questione morale del nostro tempo
di Ali Rashid, Moni Ovadia
(8 gennaio 2009)

Le immagini che giungono da Gaza ci parlano di una tragedia di dimensioni immani e le parole non bastano per esprimere la nostra indignazione. Col passare dei giorni cresce la barbarie che insieme alla vita, alle abitazioni, agli affetti, ai luoghi della cultura e della memoria, distrugge in tutti noi l’umanità e con essa il sogno e la speranza. E deforma in noi il buon senso, mortifica la cultura del diritto, forgiata dalle tragedie del secolo passato per prevenirne la ripetizione. Così diventano carta straccia le convenzioni internazionali e le norme basilari del diritto internazionale nonché le sue istituzioni, paralizzate dai veti e svuotate di autorevolezza oltre che di strumenti per l’agire. Così crescono l’odio e il rancore, si radicalizzano le posizioni e le distanze diventano incomunicabilità. Le stesse responsabilità si confondono, tanto che la vita in una prigione a cielo aperto diviene la normalità, l’invasione di uno degli eserciti più potenti del mondo è alla stessa stregua di un atto pur esecrabile di terrorismo. Ma così non si aiuta la pace, che è fatta in primo luogo di ascolto, dialogo e compromesso. Certo, anche di diritto, ma abbiamo visto che per questa sola via sessant’anni non sono bastati e dopo ogni crisi ci si è ritrovati con un po’ di rancore in più e di certezza del diritto in meno.
Noi sappiamo che l’occupazione genera resistenza, la guerra rafforza il terrorismo, la violenza cambia le persone e i fondamentalismi si alimentano reciprocamente. Ma abbiamo anche imparato in tutti questi anni che gli obiettivi di pace, sicurezza e prosperità non passano attraverso l’uso della forza delle armi, ma attraverso l’adozione di scelte accettabili per entrambe le parti in causa e l’avvio di un processo di riconoscimento reciproco, del dolore dell’altro in primo luogo, che è il primo passo verso la riconciliazione. Al contrario, ogni volta che ci si è avvicinati ad un compromesso accettabile, il ricorso scellerato alla violenza, all’assassinio premeditato, all’annichilimento dell’altro, è servito a demolire ciò che si era pazientemente costruito, quel po’ di fiducia reciproca in primo luogo. Il tutto viene poi complicato dal peso della storia che in questo contesto, nel rapporto fra Europa, «Terrasanta» e Medio Oriente, agisce come un macigno non elaborato, generando falsa coscienza, ipocrisia, irresponsabilità.  L’esito è stato l’incancrenirsi di una questione, quella palestinese, che ha avuto ed ha effetti destabilizzanti in tutta la regione ed anche oltre, diventando – come ebbe a definirla Nelson Mandela – «la questione morale del nostro tempo».  Di questo vulnus si sono nutriti in questi anni il terrorismo e il fondamentalismo, regimi autoritari e cultori dello scontro di civiltà. A pagare sono state le popolazioni della regione, sono i bambini e i ragazzi cresciuti in un contesto di odio, di violenza e di paura, ma anche la democrazia e la cultura laica che pure traevano vigore dalle tradizioni ebraiche e arabo-palestinesi.  Così anche da questa guerra, assassina e stupida come ogni guerra, a trarne vantaggio saranno solo i fondamentalismi e chi pensa che la soluzione possa venire dall’annichilimento dell’avversario.  Come hanno scritto nei giorni scorsi Vaclav Havel, Desmond Tutu ed altri uomini di cultura «…quello che è in gioco a Gaza è l’etica fondamentale del genere umano. Le sofferenze, l’arbitrio con cui si distruggono vite umane, la disperazione, la privazione della dignità umana in questa regione durano ormai da troppo tempo. I palestinesi di Gaza, e tutti coloro che in questa regione vivono nel degrado e privi di ogni speranza non possono aspettare l’entrata in azione di nuove amministrazioni o istituzioni internazionali. Se vogliamo evitare che la Fertile Crescent, la “Mezzaluna fertile” del Mediterraneo del Sud divenga sterile, dobbiamo svegliarci e trovare il coraggio morale e la visione politica per un salto qualitativo in Palestina».

 

Per questo facciamo appello alle persone che amano la pace e che vedono nella tragedia di queste ore la loro stessa tragedia, di fare tutto ciò che è nelle loro possibilità affinché vi sia  l’immediato, totale, cessate il fuoco – non la beffa delle «tre ore»; la fine dell’assedio sulla Striscia di Gaza e il rispetto delle istituzioni palestinesi democraticamente elette; l’intervento di una forza di pace internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza lungo i confini del ’67; l’avvio di un negoziato per arrivare ad una soluzione politica basata sul rispetto dei diritti dei popoli, delle minoranze e della persona, nell’ambito di un processo che possa garantire nell’immediato confini sicuri per lo Stato di Israele e per lo Stato di Palestina; la creazione di un comitato per la pace in Palestina, che superi i limiti e le strumentalizzazioni che hanno caratterizzato le iniziative degli ultimi anni; l’adesione delle persone e delle associazioni che hanno a cuore la pace in Medio Oriente per impedire che il conflitto si trasformi in guerre di religione e tra civiltà, con la promozione di iniziative su tutto il territorio italiano e la convocazione di una manifestazione nazionale al più presto. Non di meno, in un contesto dove l’interdipendenza è il tratto del nostro tempo e come persone che hanno comuni radici mediterranee, non smettiamo di pensarci come cittadini di una comune regione post-nazionale euromediterranea, parte di una cultura che – attraverso la storia di conflitti tra città e campagna, o nella concorrenza tra fede e sapere, o nella lotta tra i detentori del dominio politico e le classi antagoniste – si è lacerata più di tutte le altre culture e non ha potuto fare a meno di apprendere nel dolore come le differenze possano comunicare. In questo spirito ci impegniamo a ricostruire quel che la guerra sta abbattendo, i ponti fra le persone, le culture, i luoghi della pace in e fra entrambe le società, per creare nuovi terreni di relazione e collaborazione fra l’Italia e la Palestina, intensificando altresì gli atti di solidarietà verso tutte le vittime, in modo particolare la popolazione della Striscia di Gaza.


                                               
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Non aggiungo nulla e aderisco.