ritmo 2/4

“Le grandi crisi hanno sempre alla radice qualche grande ingiustizia. La rapida globalizzazione che ha esteso la produzione industriale alla gran parte del pianeta, trasformando in operai centinaia di milioni di contadini, ha prodotto, grazie al basso costo di questa forza lavoro, un eccesso di profitti rispetto alle concrete occasioni di investimento produttivo. I capitali superflui si riversano nella finanza, nella ricerca ansiosa di profitti che però possono essere ricavati solo da scommesse sempre più ardite. Ora la scommessa più attraente è sulla debolezza dei bilanci pubblici.” Stefano Lepri su La stampa dell’8 agosto 2011

Oggi ho sentito analisi importanti, quasi tutte convergenti sul fatto che il governo è incapace e l’opposizione in due anni non è stata in grado di capire cosa stava accadendo ed ora cerca una soluzione politica, ma non ha una soluzione rapida e vera ai problemi. Questa crisi dovrà incidere sulla generazione politica che ha permesso ed è parte del disastro e quindi su se stessa, questa è forse la parte più difficile, ma è forse uno dei pochi aspetti positivi della crisi in atto. Ci sarà una stabilizzazione di lacrime e sacrifici a medio termine e ci sono cose crude che bisogna dire e fare per essere credibili e per rimettere insieme il Paese diviso: 

1. il debito sta strozzando ogni capacità di investimento ed ogni sostegno della domanda. Diminuire il debito significa nuove tasse e taglio della spesa, ma anche ripresa degli investimenti. Lo spreco è un crimine contro tutti quelli che sostengono il peso della crisi.

2. dire patrimoniale in Italia sembra dire una bestemmia, ma i patrimoni, se così si possono chiamare, dei meno abbienti sono falcidiati dalla precarietà e dai tagli sul welfare, mettere una tassa sui patrimoni è una misura di equità per cui chi più ha più da. 

3. la politica nazionale è insufficiente per arginare un attacco ripetuto all’economia, serve l’Europa, ed è ridicolo sentire dai ministri, primo tra tutti Bossi, che hanno attaccato le politiche europee sull’economia, invocare adesso l’azione europea.

4.Il nord pagherà a caro prezzo quanto sta accadendo ed in particolare la miopia di non aver usato il mezzogiorno come base di crescita produttiva. La perdita di filiere complete di produzione hanno reso le regioni del nord una base produttiva piccola ed enormemente a rischio, di fatto sub fornitori della grande impresa tedesca. Non aver adoperato le opportunità di espansione della base produttiva interna rende, adesso, debole l’intero sistema, compresa la scuola, ricerca e innovazione, mantenimento del wellfare, sistema pensionistico. La crescita del pil diventa un impegno immane, se gestito solo da una parte del paese ed i giovani sono i primi a farne le spese in termini di sfruttamento e precarietà.

5. sono necessari sacrifici urgenti e importanti, un governo che ha occultato il disastro non può essere credibile, neppure l’opposizione è in grado di reggere una nuova politica che è in buona parte fatta di atti dovuti. Solo un governo tecnico, senza vincoli elettoralistici è in grado di parlare al paese, di non raccontare balle, di gestire autorevolmente una fase di transizione che riapra la politica in Italia, al governo reale del Paese.

6. i costi della politica, anche se numericamente piccoli, sono intollerabili, questa può essere l’occasione per eliminare 50 anni di privilegi accumulati, moralizzando la vita pubblica, riportando fiducia nei cittadini.

7. servono soldi subito, che verranno bruciati nella fornace della speculazione, ma la forza è nella capacità di resistere e di dimostrare che il Paese è in grado di combattere. La differenza con gli Stati Uniti è che un uomo in crisi, come Obama, non demorde ed impegna il paese, si batte, ci mette la faccia, più vicino a noi, Zapatero, altrettanto in crisi, è comunque in grado di lanciare un messaggio che faccia emergere energie dalla Spagna. Con questo presidente del consiglio nessun messaggio sarà mai creduto come veritiero, neppure dai suoi sostenitori.

8. per affrontare la crisi occorre il concorso di tutti, il contributo di Berlusconi è il passo indietro che permetta ad altri di governare una situazione interna che esige unità negli sforzi. La Bce potrà comprare titoli per una settimana, ma sia Germania che Francia, hanno già valutato il rischio del fallimento italiano, lo eviteranno finché non costa troppo. La vera battaglia sarà la difesa della Francia dopo che l’Italia sarà caduta, a quel punto non ci sarà più Europa e neppure euro.

9. lacrime e sangue, equità dei sacrifici, ma per qualcosa di certo e per salvare il Paese. Questo è l’unico messaggio che deve essere detto, anche se siamo in agosto. 

10. questo non è il migliore dei mondi possibili, ma è il nostro. Servono regole mondiali nuove che tolgano l’acceleratore dai profitti e che ne destinino una parte alla crescita globale. Non sarà facile se una nazione come gli Stati Uniti diviene, essa stessa, prigioniera di meccanismi che ha contribuito a creare, togliendo con Bush, regole al mercato dei capitali. C’è la presunzione di far soldi senza lavorare e questo comporta che vengano sottratti a chi è più debole. Le banche salvate in occidente non hanno riconoscenza, continueranno a fare il loro lavoro, ovvero incrementare comunque i profitti aggredendo chi le ha salvate, se è contendibile. L’autorità dei governi, con la chiara enunciazione degli obbiettivi e il loro perseguimento nel bene pubblico non è mai stata tanto urgente e importante. Questo è il ruolo della politica che non soggiace all’economia, ma risponde ai cittadini.

Per far capire con chi si compete oggi, ripasso il filmato sul pizzaiolo malesiano, oltre il sorriso, pensateci perché quel signore non ha nulla da perdere e crescerà per forza, siamo in grado di fare la stessa considerazione su noi e sui nostri figli?

la diversità

Bersani mi piace quando s’arrabbia. Mi piace quando è autoironico. Capisco anche la sua difficoltà di guidare un partito che è fatto di almeno tre anime e molti rais di varia importanza. Non l’ho votato al congresso, ero con Marino, resto alternativo per la laicità, i diritti individuali, il lavoro, e qualcos’altro, ma è il mio segretario e finché resterò in questo partito, come tale lo sosterrò.

Solo che… Ecco il vecchio comunista che emerge, direbbero, il problema è altro, adesso dirai, per non affrontare le cose nel momento.

Solo che a me piaceva e piace la diversità, la differenza. Ed in questo non ho mai cessato di considerare la lezione Berlingueriana, che diceva che la questione morale è il problema della politica e dell’Italia, e che per essere davvero alternativi non bisogna essere moralisti, ma differenti. L’eguaglianza della legge, dei diritti, è altra cosa, è il codice etico che delimita l’appartenenza, che condiziona le amicizie, le alleanze, che, purtroppo, condanna, salvo brevi periodi, all’opposizione. Ma questa presenza differente, porta avanti l’intero paese, lo rende più giusto, consolida il diritto contro l’arbitrio. Bisogna essere consapevoli di questo, sapere e reinterpretare l’opposizione, il che significa non essere il muro verso ogni proposta, ma la proposta diversa, quella che considera l’onestà e la correttezza amministrativa, il presupposto di ogni vincolo, riforma, diritto imposto per legge.

Dovrei condire i pensieri con molti non, sarebbe pleonastico, capiamo tutti di cosa si parla. Amministrare non è semplice, essere al servizio dei cittadini, neppure, considerare i mandati parlamentari ed amministrativi un’ esperienza politica a termine, difficile, ma la diversità in questo modo di proporsi, assieme al rigore dell’onestà, è quello che in molti ci aspettiamo. La diversità, per l’appunto, quella che mi fa dire che non è vero che sono tutti eguali, che esiste una alternativa, che la differenza tra furbi e intelligenti, onesti e consenzienti, esiste.

Bene fa Bersani a querelare, il Pd non è l’ndrangheta, bene fa a stabilire i confini tra l’azione della magistratura e il ruolo dei partiti. Conta di più la prima che deve fare il suo lavoro e mantenere la fiducia dei cittadini nella legge.

Gli chiedo solo un passo in più: la sospensione automatica dal partito e dalle cariche degli indagati, compresa la loro candidatura in qualsiasi elezione. A loro la libertà piena di difendersi, al partito la serenità che se ci sono comportamenti devianti, immediatamente saranno isolati e resi inoffensivi.  Capisco che qualche ingiustizia verrà compiuta, ma i benefici saranno grandi.

Diversità, un luogo in cui pensare che la società sia riformabile, orientabile verso i principi. Questo vorrei, non l’affermazione che siamo eguali e solo un po’ più rigorosi.

Se non ci va bene, si può sempre scegliere di andare altrove, no?

compagno

Eravamo compagni non senza timore. Anche chi c’arrivava subito con gioia spensierata e guascona, chi incespicava sulla parola che rompeva passati familiari, chi, con naturalezza, riconosceva ch’eravamo tanti e dalla parte giusta. Poi, come ogni acquisizione d’identità collettiva, il cerchio d’uso della parola sostituiva il nome proprio. Ci si appellava compagno, compagna, riservando il nome all’interlocuzione diretta e non alla politica di gruppo. In vacanza, in osteria,  nelle scorribande d’amici, ritornavano i nomi, perché la parola compagno era la vita impegnata e seria, il terreno su cui poggiare piedi e ideali.

Compagno e compagna, si diceva con tenerezza, con forza, con rabbia. Una parola che univa e divideva perché connotava un versante del mondo. Toglierla a qualcuno era l’ostracismo, il tradimento. Nella parola c’era l’onore e la fedeltà, l’appartenenza.

Compagni era un grido d’attacco ed una quiete da chitarra nella notte. Compagno, veniva da prima, era stato usato con gloria, aveva plasmato vite. Per noi, studenti, era il segno d’una aristocrazia d’idee e di vita fuse assieme che innanzi tutto apparteneva a chi lavorava, agli operai. Usarlo nei loro confronti, oltre l’età, era una concessione, un essere ammessi a qualcosa che partiva da loro.

Compagno se va, chiude un secolo e mezzo di storia, relega un’identità al passato, la lascia a chi c’ha creduto, a chi vuole che non sia cambiato il mondo. Da tempo, questa parola, era in difficoltà, da quando caduti muri e ideologie, sembrava fosse un arcaismo, un residuo del passato. Nella fretta del nuovo, del tempo che divora se stesso, s’è gettato non solo il bimbo e l’acqua sporca, ma anche il catino. Nel convergere poi, di centro e sinistra, è difficile usarla in partito, difficile nelle manifestazioni, difficile anche in fabbrica perché gli operai erano passati alla lega.  

Eppure tutti c’abbiamo creduto, anche chi non era d’accordo, ma alla sua partenza non c’era nessuno. Era finita una stagione politica e di speranza, di questo qualcuno non se n’era accorto, e nessuno conosceva il nome di quella nuova.

E’ solo una parola, dicono, e vorrebbero sostituirla con amico, ma sarebbe demolire qualcos’altro, un sentimento che riguarda le persone, non le idee e la politica. Ne sanno qualcosa i democristiani d’un tempo, che si chiamavano amici, prima di macellarsi nei congressi e nelle correnti, e gli amici veri se li sceglievano altrove.

Meglio non avere nome e tenersi dentro ciò che si è. Ritorneremo ai signori e signore, agli uomini e donne detto enfaticamente, all’appellarsi vuoto di simboli e significati. Non ci si deve sentire per forza, qualcosa di diverso e forse neppure assieme ci si deve sentire. Oppure sarà necessaria la doppia tessera, quella ligth per la casa comune, quella hard per chi vuole cambiare davvero.

Questo dice la politica liquida: agitare bene prima dell’uso, bere e poi si metabolizza in fretta.

p.s. mi convinco che sarebbe andata comunque così, che non è stato l’ingresso dei figli della borghesia a mutare il senso della parola, e forse, neppure a stereotiparne l’uso. Che a metà degli anni ’80 già s’era consumata la fiamma in grado di mutare il mondo. Quel mondo, non questo, questo ha gli stessi problemi ed altre poche fiamme.

Ivan della Mea, interpretò in musica, quell’ultima stagione insieme ad altri, ritmando le manifestazioni e la protesta. 

 Compagno era colui con cui si divideva il cibo, la lotta, la prospettiva di futuro. Cosa posso dividere oggi, che non cambi presto con i leaders, che non ricada nel relativo che ha pervaso la politica, che non sia solo, una prospettiva di governo, ma una prospettiva di vita?

In quegli anni di cambiamento fu per me fondamentale, l’ultimo leader che seppe incarnare davvero la parola compagno: Enrico Berliguer. Di Lui conservo molto e condivido ancora moltissimo.

modesta proposta per abolire le province

Un po’ ne parlo per correità e cognizione di causa. Sono stato consigliere, assessore e vice presidente di provincia. Un po’ per conoscenza della percezione pubblica. Solo l’opera per il riconoscimento dei garibaldini in congedo, è più distante dagli interessi quotidiani delle persone, rispetto alle province. Quindi se scompaiono il dolore sarà sopportabile.

Ma non è facile e le province qualcosa la fanno et quinci, senza menare il can per l’aia, passo alla proposta: poiché per abolire le province serve una legge costituzionale, che ha la stessa facilità dello scalare il cervino in inverno senza giacca a vento e guanti, per ricondurle alla percezione pubblica, basta togliere competenze, personale e fondi, ridurre i consigli provinciali e le giunte, con una legge ordinaria e amen.

Cosa lascerei alle provincie? Le strade provinciali, il piano urbanistico provinciale, l’ambiente e lo sviluppo economico, il marketing territoriale. E basta. Con due assessori e un presidente, che conterebbero il giusto, cioè poco, con il controllo e l’indirizzo di un consiglio provinciale composto da sindaci, si farebbe tutto. Il resto: scuole superiori, caccia e pesca, cultura, scuole professionali, categorie protette, ecc. ecc. tutto ai comuni, protezione civile compresa. Patrimonio, contributi, tassazione ecc.,  tutto ai comuni. 

Accanto a questo provvedimento ne farei un’altro, dove i comuni al di sotto dei 3000 abitanti devono scegliere con chi accorparsi e fondersi entro le prossime elezioni amministrative.  Questo per avere servizi che siano eguali per i cittadini. Sotto una certa dimensione i diritti individuali e collettivi diventano aleatori, ed è impossibile per un piccolo comune dare quello che può dare un paese o una città.

Qui mi fermo, ma solo la sfoltitura di sindaci, assessori, consigli provinciali e comunali senza togliere, anzi aggiungendo, efficienza, darebbe un segnale importante ai cittadini per rimboccarsi le maniche e provare ad uscire dal pantano in cui siamo finiti.

Infine, modesta proposta al mio partito: 

Ué Bersani, lascia stare le distinzioni, i ragionamenti sottili, scendi tra noi, siamo qua. Se si devono abolire le provincie e la proposta è presentata rozzamente da quell’intellettualmente ruvido di Di Pietro, vota a favore e basta. Dopo farai tutte le distinzioni, troverai il miglior modo di fare una legge costituzionale intelligente, lo picchierai in transatlantico, ma intanto manda un segnale a questi ignoranti di finezze giuridiche che semplicemente non ne possono più. Attendiamo con fiducia un segno di vita non aliena. Grazie Bersani, provvedi. Grazie.

ma in che paese viviamo, signora mia

Ma in che paese viviamo, signora mia?

Come si fa a non capirlo, pover’uomo. Ha ragione sua figlia, ce l’hanno con lui.

Un corruttore per proprio vantaggio, dovrebbe forse, essere contento di pagare la propria colpa?

Ma dove vive questa gente? E poi quale corruzione: in guerra, in amore e in affari, tutto è lecito.

Corrompere, cambiare la verità, non fa, forse, parte del codice degli affari e del potere?

No? E da quando.

P3

Mi sono perso la tre. P intendo. Forse perché, tradizionalmente, il tre rappresenta gli enigmi teologici e la sinistra televisiva e magari c’è un significato esoterico in tutto questo. Ma il tema non è la cabala o la numerologia, ma il potere che, notoriamente, esoterico non è. Casomai occulto, dissimulato, nascosto dietro l’angolo. Solo che questa anomalia reale e, stranamente, poco ciabattona per noi, ci mette in una singolare posizione di primarietà tra i paesi democratici. E rischia di non avere davvero termini di confronto. Ovverossia, le lobbies, i suggeritori, le massonerie, i gruppi di pressione, esistono ovunque, ma in Italia di più. Solo che non si chiamano con questo nome e sono peggio, molto peggio.

Ci fu un tempo in cui un fabbricante di materassi, , oscuro ai più, muoveva banche nazionali e capitali immani, nominava direttori di giornale, orientava dossier e notizie, favoriva militari in odore di golpe, industriali vari, politici assortiti. Il signor Berlusconi trovò utile iscriversi alla P2, anche una parte considerevole della politica che contava, lo fece. E se contava perché aveva bisogno di iscriversi? Ecco, l’anomalia è questa e Bisignani ne è l’ evidenza: se si conta davvero a che servono i consigliori e i faccendieri?

Magari abbiamo perso il numero, forse è la P5 o 6, ma  quello che conta è che esistono persone in grado di deviare, consigliare, avvertire, favorire, determinare, dissuadere. E questi contano più del presidente del consiglio, dei ministri, del parlamento, contano più di ogni cosa che ha regole, funzioni, compiti. Contano e lo sanno, ma noi no. Noi pensiamo di essere liberi, di poter decidere davvero quello che vogliamo, che la nostra vita avvenga in un luogo in cui esiste la possibilità di determinarla, di pagare un canone perché al più la politica controlli la rai e magari la asservisca alla maggioranza, ma che comunque esistano delle eccezioni. In realtà le P dimostrano che nulla di tutto questo è vero, che il potere che vediamo è solo la prefigurazione di qualcosa che ci sfugge e che qualche puparo manovra. Per fini suoi, che non è lecito esporre, né sapere.

Al tempo della P2, il parlamento insorse, i giornali scrissero all’infinito, anche quelli deviati, i servizi segreti vennero sciolti e riformati, e una democristiana, staffetta partigiana, prima ministra donna della Repubblica, si prese la briga di scavare in quel mondo maleodorante del potere senza luce, che fermenta. Il “venerabile” capo trovò ospitalità nel Cile di Pinochet, molti si scandalizzarono e chissà dov’erano prima. Si pensò che, smascherato lo schema, se ne rendesse impossibile l’attuazione presente e futura. Invece, a distanza d’anni, lo schema si ripropone, qualche profezia si è attuata, ma soprattutto siamo meno liberi. Perché proprio questa è la conseguenza della deviazione carsica del potere: che questo non può essere controllato, assentito o respinto, può essere solo subito.

Incontrai la prima volta, il ministro Anselmi, nel tinello di casa sua. Una villetta alle porte di Castelfranco, cosa da impiegati e da fatica del lavoro. Lei era ministro e democristiana, io ero comunista e sindacalista, mi ascoltò, capì, disse e mantenne.

Altre volte l’ho incontrata camminando in montagna, salutava, scambiavamo due parole e sorrideva. Il mondo era cambiato, lei non era più parlamentare, ma era una degna persona. Ecco, credo che il mondo e la politica debba contenere molte degne persone e che queste non si pieghino al potere sotterraneo, anzi lo portino alla luce e lo combattono. Anche se questo non gli conviene politicamente e personalmente. Sono queste persone, forti e con senso dello stato e della comunità, che ci rendono confrontabili con gli altri paesi, che cancellano le P. Anche quelle che mi sono perse, per disattenzione e incuria di libertà mia e d’altri. Per questo vorrei che, indipendentemente, da ciò che si pensa, fossero queste le persone da eleggere e che un parlamento di liberi, non di nominati, fosse la garanzia del potere comune gestito. 

Meglio

Gli italiani non ne possono più dei politici italiani.

E’ una buona notizia perché vince la richiesta del nuovo in politica.

Chi è nuovo davvero, si faccia avanti, si impegni.

Meglio se è giovane e pensa agli altri.

Meglio se ha cuore e cervello.

Meglio se capisce chi non la pensa come lui, ma non cambia idea ogni giorno.

Meglio se ha amore per la casa comune.

Meglio se ha rispetto delle regole e delle istituzioni.

Meglio se vive nella vita reale e non nei palazzi del potere.

Meglio se considera i giovani, il lavoro, la giustizia, l’eguaglianza, la scuola, la solidarietà come priorità del Paese.

Meglio se non ama il potere più dei cittadini.

Meglio, ma non solo, perché c’è da fare molto per tutti.

C’è una buona aria, adesso mandiamo al mare il signor b.

Per sempre.

Noi andremo quando possiamo, perché bisogna lavorare.

in fondo

In fondo l’annuncio più importante che attendiamo, oltre gli stessi referendum, è:

E’ STATO RAGGIUNTO IL QUORUM.

E questo, non solo per assonanza, significa che questo Paese un cuore ce l’ha, anche quando non gioca la nazionale.

Sul significato del risultato politico, vorrei invece esprimere una speranza: non appropriarti del risultato, opposizione, è un segnale anche per te.

E’ importante essere dalla parte giusta, ma non basta. Quello che a me dice il voto ripetuto di questi mesi è la necessità di cambiare. Ovunque, a partire dall’offerta politica e dagli attori. Di essere nuovi, perché sperare esige novità, di non inglobare il dissenso come consenso.

Si può fare. Ancora una volta a chi vuole cambiare viene data una possibilità. Per favore non buttiamola via, usiamo questo vento per andare avanti davvero.

Magari finché scrivo il quorum è stato superato davvero, magari.

E’ bello pensare che qualcosa di positivo sta accadendo.

salmoni al referendum

La democrazia, la verità, le notizie, il capitalismo, l’ingerenza del denaro nelle cose semplici della vita. A proposito di nucleare, acqua, legittimo impedimento e molto d’altro ancora. Troppo facile parlare solo di Fukushima, dove la notizia sotto la notizia è doppia e cioè che davvero non si sa cosa stia accadendo e che quello che viene detto è comunque deviato dagli interessi politici ed economici. Quell’incidente ci parla del mondo, non solo del nucleare, di come l’economia modifichi le nostre vite, le percezioni, il rapporto con la democrazia.

Capisco allora che questi referendum riguardano la nostra idea della vita, ovvero come viviamo e come vorremmo vivere, le fandonie che ci raccontano, l’egoismo generazionale che viene alimentato nell’idea che basta consumare perchè una soluzione si troverà. Sotto c’è una preponderare dell’economia deviata intesa come baratto tra una promessa di benessere ipotetico, da scambiare con un  esproprio sottile, continuo di ciò che è di tutti verso pochi gestori, possessori, proprietari. Un poco d’acqua in meno, un poca di proprietà pubblica in meno, un poca di energia in più, un po’ di diseguaglianza in più. Viene sottratto quello che, apparentemente, sembra non contare molto, quello che è già di tutti ed è parte di un’immutabile non costo apparente. Vorrei rassicurare i dubbiosi: so parecchio di quanto accade nel pubblico e nella gestione dell’acqua, degli sprechi e privilegi. Come pure del nucleare so apprezzare pregi e difetti, prima dei rischi. Per questo la mia è una scelta ideologica che non si basa sul mero conto economico, ma sul modello di mondo in cui vorrei vivere. E in questo mondo l’acqua è pubblica, il pubblico è imprenditore efficiente dei beni essenziali, l’energia si risparmia, il nucleare è una tappa della conoscenza, ma non serve per consumare di più. Anche il legittimo impedimento, non è legittimo in questo mio mondo, sapendo che cedere l’eguaglianza e la giustizia significa cedere la libertà.

Mi piace pensare che questa sia l’era del salmone che risale torrenti del conformismo peloso e cerca acque pulite.

Mi piace pensare che questo vento che si è levato sia la volontà di riprendere in mano ciò che davvero si vuole e non lasciarlo gestire ad altri.

Qualche anno fa, in questo paese, avallato nell’idea di modernità che coinvolse destra e sinistra, il capitalismo nostrano anziché occuparsi di maglioni, meccanica o chimica, ha iniziato silenziosamente l’acquisto dei servizi. Prima le banche, poi il trasporto su gomma, poi la telefonia, poi le autostrade, poi il gas e ciò che doveva essere liberalizzazione diventava privatizzazione di un monopolio. Non libera concorrenza, ma alleanze, cartelli e prezzi che crescevano in un mercato garantito. Con una variante in più, che con la tariffa futura si pagava l’acquisto dell’impresa. Come dire che erano in realtà gli utenti a pagare il costo dell’acquisto della società. Un’ imprenditoria senza coraggio d’innovazione e manifattura comprava con la forza dei rapporti con il capitale finanziario, e i soldi degli utenti, i servizi. Una rendita sicura per sempre. Solo che il paese diventava sempre più povero di patrimonio, e i cittadini diventavano sempre più poveri di risorse. Una gran parte delle risorse private si è rivolta in investimenti destinati a far denaro anziché crescita del paese, surrogando compiti e privatizzando rendite di posizione. Siamo diventati, più ricchi? Più liberi? Si sono dette più verità?  Il paese ha una prospettiva di crescita economica? 

Io penso che così non sia stato e votando 4 sì ai referendum, sento che il significato va ben oltre l’oggetto referendario. Mi torna a mente la sapienza vitale del salmone che risale le cascate per trovare acque pulite, ovvero il mondo in cui vuol vivere e crescere.

E mi sento più forte e determinato nel pensare che un’ideologia nello scegliere il mondo in cui si può vivere è avere un’idea di sé e di ciò che si vuole, non una prigione in cui mi viene impedita la libertà. Anzi. 

beatitudini del premier

 Pisapia sindaco di Milano. De Magistris, trionfo a Napoli  Berlusconi: "Milanesi preghino, napoletani si pentiranno"

La sua fine analisi politica del voto: Milano preghi, Napoli si penta.

Il suo proposito di cambiamento: ad ogni caduta mi rialzo tre volte più forte.

Il suo senso olimpico della vita: risultato evidente, a volte si vince, a volte si perde.

La sua assunzione di responsabilità: i candidati non erano adeguati.

Non si preoccupi, signor B., dei sindaci comunisti e giudici, lavoreranno per tutti, e non le creeranno problemi, perché hanno il senso delle istituzioni. A lei penseranno i suoi nel peggiore dei modi: facendo finta di non averla conosciuta.