Studenti medi in piazza. Sono pochi con molti striscioni.
Si sprecano interventi appassionati davanti a “cittadini” senza curiosità, perduti tra le bancarelle.
Non conta, sanno che è la vita loro. Le ragazze guardano interessate il leader che parla. E ‘ riccetto e allegro, si accalora, spara alto, si convince.
Finisce in crescendo. Poi chiede: come sono andato?
Saluto il capitano della digos, ci vediamo da 30 anni in queste occasioni.
Sono un uomo da marciapiede – dice- e sorridiamo.
E’ arrivato l’autunno, forse l’altra volta era diverso perché era di maggio.
Nei miei trascorsi di sociologia, m’affascinava il rigore dell’analisi storico-sociale di Weber, la capacità di lettura del suo tempo e la necessità di trovare invarianti e radici. E con l’impeto tipico degli ignoranti, avrei voluto essere un weberiano. Il suo saggio sulla burocrazia, mi convinse talmente che tolsi la connotazione negativa alla parola e da allora l’ho considerata un baluardo ( un po’ flaccido ) alla mutevolezza delle politiche. Insomma un sostegno su cui contare come prassi ed oggettività, che è come dire: maltrattati tutti allo stesso modo. E questa, a suo modo, è una sicurezza.
Stamattina sono andato in comune, ufficio toponomastica e numerazione civica. Non dovevo intitolarmi una via, non è ancora ora, più semplicemente mi serviva la conferma della numerazione civica, cioè dovevo chiedere al comune di dire che il mio numero di casa è quello e che ho una porta. Il tutto perché si chiuda l’agibilità del mio appartamento ristrutturato. Sono stati gentilissimi e solerti, mi hanno dato il modulo che era scaricabile da internet -sapendo dove cercare-, mi hanno assistito nella compilazione, mi hanno sostenuto nella consapevolezza di dichiarare che davvero ero io e che quello era il mio numero di casa. Poi sono sceso dal tabaccaio e ho messo una marca da 14.62 euro (perché non 14 o 15 euro, perché devo mettere una marca da bollo su una cosa che dichiaro io? Mah…), tornato al 3° piano è nato il primo problema: servivano due mappe che dicessero dov’è la casa. Panico. Il cervello si è affollato dell’esercito di geometri ed ingegneri che al capezzale delle mie povere stanze si sono esercitati con scienza e coscienza, chi era in grado di darmi una mappa senza farmi comprare un satellite? Il soccorso mi è arrivato dall’impiegato (segno che vedi lo smarrimento, sono stanco di cercare di capire perché sia tutto così complicato, quando costruiscono palazzi abusivi senza colpo ferire), le mappe le stampava lui, estraendole dall’aerofotogrammetrico-catastale del comune. Detto fatto e due copie di dove abito, con relativo numero civico, mi sono state date. Ho guardato, assentito, è proprio casa mia, con la biro rossa ho indicato l’ingresso (si vede, accidenti, che è l’ingresso, me l’hai dato tu: abito al quarto piano, non sono l’uomo ragno e non mi arrampico per i balconi con la spesa per entrare dalla finestra). Ringrazio e sorrido. Manca la copia della carta di identità. Domanda stupida: visto che è un’autodichiarazione, non posso dire chi sono oltre al fatto di dove abito? No, non è possibile. Scendo, fotocopio, compro una seconda marca, risalgo tre piani. Mi torna alla mente Diaz e le valli discese con orgogliosa sicurezza, risalgo con i residui di speranza: sto vincendo o perdendo la guerra? Evviva! Si può fare. Tra 15 giorni ci sarà il sopralluogo che accerterà se davvero esiste un ingresso e un numero civico, se la casa esiste, se non uso il free climbing per entrare. Consegno prendo la ricevuta. Posso fare una domanda? Si? Grazie. In comune esisto all’anagrafe, i vigili 3 anni fa hanno accertato che abito in una casa certa e dotata di porta. La porta è stata varcata, (non era un trompe d’oeil), il vigile che è salito ha rischiato l’infarto e m’ha detto: ma lei cosa farà da vecchio senza ascensore? E l’ha pure scritto. Per fare le mie povere cose l’edilizia privata ha accettato una concessione edilizia e poi una dia, l’ufficio elettorale mi scrive periodicamente. Anche il sindaco mi scrive, anche l’opposizione mi scrive. Chissà in quanti uffici sanno che esisto e che abito lì, non mi sono mai sentito solo in questi anni. Ma perché devo dire che ho una porta e un numero civico? Ma perché non vi parlate tra di voi?
Silenzio. Colpo di tosse: è la norma.
Sorrido. Beviamoci un caffé alla macchinetta, che è meglio, và…
Ecco tra 15 giorni finalmente potrò dire che solipsisticamente la mia esistenza è certa. Che effettivamente entro da quella porta che ha quel numero civico. Allora andrò all’edilizia privata e, trionfante, completerò l’ abitabilità burocratica, di una casa che abito da tre anni ed esiste da 60. Si chiuderà così una pratica per la ristrutturazione che potevo fare chissà come e che nessuno è mai venuto a vedere. Si ri-accerterà l’esistenza di un numero civico dato a quella porta da almeno 60 anni, un ufficio aprirà una cartella che mi riguarda e la prossima volta si ripeterà tutto eguale.
Weber mi è apparso, ma abbiamo parlato d’altro, ha convenuto che se nella vita non ho fatto il sociologo, potevo spiacermi un po’. Come potevo spiacermi che lui, morto troppo presto, non avesse avuto modo di occuparsi della toponomastica. Che però, adesso, una certezza la possedevo e, pur cultore del dubbio, al contrario del tenente Kjie, con una marca da 14.62 euro e un’autodichiarazione mi posso certificare che esisto. Ha convenuto che solo la burocrazia mi poteva dare questo diritto eguale.
D’un rigoroso rigore vedo cospargere amicizie, incontri, possibilità. Anche il tempo del Campari non sfugge alle violenze di stagione: non parli ammodo, hai la testa altrove, non dici nulla di te. E’ pur sempre vero che di stagione si tratta, quando dopo le unghie si morde la carne. In questi tempi poco magri, sentire è un eccesso, credere una vacua follia di seta, agire un optional da pagare a giusto prezzo. Tra odori di stoffe, rifiuto il pret a porter e scelgo il rigore a maglie larghe, fatto di principi solidi e senza sbarre che imprigionino la mente.
Esulare permissivo, che accoglie il pensiero rappreso. Accarezzo con l’unghia, una scia di sangue grigio, complimentando il buon indice di coagulazione. Basta non prendersi troppo sul serio e poi in certe notti si guarisce.
Sempre e sempre di più. Le certezze sono inquiete, ho delle opinioni, le esprimo con speranza su chi ascolta. E il confronto mi acquieta. Magari per poco; fino al prossimo dubbio.
Ci sono capitani e capitani. Quelli di lago che ostentano divise ed alamari, quelli di vaporetto, rintanati su di un ponte che guarda la laguna, quelli di peschereccio d’alto mare in cerca di pesci per tutta la vita e quelli di transatlantico che sanno ballare e bere champagne. Ci sono navi piccole che sembrano gusci per giocare e navi così grandi che il capitano vero è un computer. Tutti comandano, quasi sempre sanno quel che dovranno fare e intanto navigano.
Persi tra piccoli impicci da stomaci pieni, da occidente lamentoso, le vite vengono condotte tra abitudini-portolano: oggi si lavora, domani è vacanza, qualcuno porterà i bimbi a scuola, qualcun altro penserà alle prossime vacanze. Il tutto tra amori che dipingono il loro orizzonte sulla parete della camera da letto, sulla finestra anonima che guarda un cortile, sulle domande che esigono assoluti. E quell’orizzonte dentro? Quello fatto di sensazioni che non se ne vanno, dell’annusare l’aria che conserva un leggero sentire di te. Non è un orizzonte in cui lo sguardo si perde questa sensazione priva d’abitudine?
Capitani, abitudini e tempeste, questa sembra la vita. Quella che ti stanca la mattina, che sposta la sera oltre il dicibile permesso, quella che ti dice: getta l’ancora dei fatti, riposa, ripartirai domattina. Nulla è più menzognero dei fatti. I fatti non sono un’ancora, sono una sirena che getta la nave contro gli scogli. E al capitano bisognerebbe chiedere che soddisfazione ci sarà nel naufragare in un vero così freddo da non aver mai avuto alcuna passione.
Le istituzioni sono il nostro patrimonio comune, i partiti si possono mutare, disfare, rigettare, ma le istituzioni ci appartengono.
Ehi, dico a te, che non ti interessi di politica, che tanto tutto è eguale. Pensaci.
Non mi interessa per chi voti, e neppure se lo fai sempre. Certo mi piacerebbe che fossi dalla parte mia, ma tu che non hai parte, oggi sei più importante che mai.
M’hanno cos’è oggi la Patria. Credo di saperlo quando parlo, quando mi muovo per il mondo, quando sono distante. Oggi faccio fatica a riconoscermi qui, ma ciò che fa di questo posto, il mio Paese, sono le regole, le istituzioni, il fatto che almeno il quadro condiviso, non cambi. Ma se mancassero queste certezze, il mio Paese non ci sarebbe più, e sarebbe una tragedia, per me e per te che non ci pensi. Non avrei più un posto dove tornare e anche tu che dici che sono tutti uguali dopo un po’ diventeresti insofferente. Insofferente di essere meno eguale di altri, di non sapere se domani ci sarà ancora quella certezza che hai oggi. Ti sentiresti nelle mani di un potere senza regole che lo bilanciano e limitano.
E’ strano per me parlare così, ho lottato un tempo per cambiare le istituzioni, perchè ci fosse più giustizia ed eguaglianza, più potere al popolo, più democrazia e trasparenza. I benpensanti non mi piacevano e tenevo molto alla mia parte politica, pensavo avesse ragione, magari con qualche dubbio concreto. Ma con i benpensanti condividevo la certezza che i poteri sarebbero rimasti in equilibrio, che l’avversario non avrebbe demolito la casa in cui stavamo tutti, che per fare il nuovo ci sarebbe stato bisogno del suo consenso e a lui del mio. Per questo chi avversavo era avversario e non nemico. Oggi non è più così tranquillo che si pensi che le regole vanno mutate assieme, che chi governa potrà fare la sua politica, ma che potrà essere cambiato se non fa quello che aveva promesso. La costituzione, il parlamento, il presidente della Repubblica e la corte Costituzionale sono servite a questo, per tenere assieme l’Italia e farla crescere, per dire che si può cambiare, ma la casa resterà.
Prova a pensarci quando ti vien da dire che tutto è eguale, dopo non sarà vero.
L’illusione era che bastasse perizia e tenacia per condurre diversamente le persone e le cose. La perizia sarebbe venuta col tempo: una sovrapposizione di errori e successi bilanciatisi l’un l’altro e poi stratificati in conoscenza. La tenacia era una qualità ricevuta, che a volte doveva essere governata per non diventare caparbietà, ma c’era, ed era unita alla pazienza, ai pensieri veloci e trasversali. Tutto questo doveva rappresentare la novità rispetto a quei modelli verticali, così naturali per gli altri. La trinità cooperante con il capo che indica gli obbiettivi, l’organizzazione che li rende possibili attraverso la specializzazione dei compiti e il loro coordinamento, l’amministrazione che fornisce quanto necessario al successo. Come nell’esercito: comandante, truppa e salmerie, tutto verticale: ordini, nessuna obiezione, assalto, risultato. Non poteva essere solo così, doveva esistere una via orizzontale che portasse senso al lavoro, condivisione, obbiettivi comuni, dove le responsabilità erano divise, ma condivise. Una applicazione pratica del socialismo, insomma, e vien da ridere a pensarci, perché il fine comune non giustifica, non tiene assieme se non nei momenti alti della vita delle persone, per cui è impossibile prescindere dall’individuo ed è presunzione pensare che basti un fine alto per muovere ingegno, cuore, braccia. Se ciò che venne pensato allora, nella pratica non trova luogo, si deve concludere che le premesse o la loro attuazione erano errate, che il sentire non può essere confuso con le regole della realtà, che il risultato, oltre quello economico, magari positivo, è uno solo: il fallimento dell’idea. Non è una tragedia, ci si ferma, si cerca di capire e poi si riparte. Funziona dappertutto, a cominciare dai sentimenti. In fondo siamo animali ciclici, ripetiamo in altro modo le speranze, soccorre l’istinto vitale che ci vuole non solo vivi, ma felici. E cosa c’è di più identificabile con la felicità della coincidenza tra attesa e realtà? Si comincia e ogni volta è fatica, ma fermarsi sarebbe un tradimento di sé, non c’è alternativa. Prima si raccolgono i pensieri poi si riparte verso il prossimo errore: l’illusione è che ci sia fine all’asintoto.
Ho paura di medi Massimo Gramellini da La Stampa del 14 luglio 2010
Ancora una donna uccisa dall’ex, in questa estate del nostro scontento che perseguita a colpi di spranga e di coltello chi ha l’unica colpa di volersi sganciare dal proprio passato. Li chiamano delitti passionali, rievocando il frasario degli omicidi d’onore. Ma la passione è un’altra cosa: per non parlare dell’onore. Non cerchiamo pseudonimi alla bestialità. Oltre a un senso primitivo del possesso, negli ex che uccidono e si uccidono (come l’altra sera a Ceva) in nome dell’amore sfuggito c’è l’incapacità maschile di reggere il distacco, l’abbandono che mima la morte. La prima volta che venni lasciato da una ragazza riconobbi subito la morsa allo stomaco: l’avevo provata per la scomparsa di mia madre. Lo stesso senso di smarrimento e di ingiustizia: adesso che ne sarà di lei, di me, di lei che può fare a meno di me?L’orfano precoce rappresenta un caso estremo. Ma ogni storia che finisce rinnova il trauma primordiale del maschio, quello sganciarsi dal grembo della donna che lo induce a sentirsi abbandonato anziché creato. E’ una forma disperata di dipendenza che si nutre di falso orgoglio ed egoismo autentico. Per guarire serve lo scatto di coscienza che trasforma una marionetta di muscoli in un uomo. Io la chiamo Difesa della Sconfitta: la capacità di sopportare lo strappo del cuore senza smarrire il rispetto di sé. Saper perdere è la premessa di ogni educazione sentimentale. Si applica in amore come nello sport, in politica come nella vita. Ma non la pratica quasi nessuno, perché nella civiltà delle emozioni isteriche e rancorose quasi nessuno riesce ancora a farsi invadere dalla calma forte di un sentimento.
Se mi lasci non vale
LIETTA TORNABUONIda La Stampa del 15 luglio 2010
Se in questo periodo mariti, ex mariti o amanti ammazzano una donna al giorno (perlopiù a coltellate), i pragmatici dicono che è colpa del grande caldo che scatena furori o fa sprofondare nelle depressioni, che lascia sentire con maggiore strazio la solitudine estiva e fa desiderare con più struggimento un poco di felicità.Gli psicologi facili dicono che la morte è la secolare risposta degli uomini all’abbandono; che se a venire lasciati sono i mariti, insieme con la moglie perdono la casa, i figli, i pasti cucinati, l’assistenza in caso di malattia, la condivisione della vita, le camicie pulite, e non sanno come fare.Secondo gli studiosi di sociologia, questa epidemia di sangue dipende dalla nuova fragilità maschile, da una ipersensibilità da adolescenti perenni, da una frustrazione che non permette loro di sopportare il vedersi rifiutati, il dover considerare un fallimento tutto ciò che avevano costruito magari con sacrificio.Per i moralisti cattolici, la colpa degli assassinii sta nella leggerezza con cui viene vissuto il rapporto donna-uomo, nel matrimonio o in altro tipo di relazione. Per gli analisti laici, gli uomini colpevoli di assassinio sono bruti che hanno capito nulla, che non si sono resi conto dei cambiamenti avvenuti negli anni, del diverso atteggiamento di libertà delle donne.Forse è tutto vero. Ma forse nessuna di queste ipotesi è vera. Si valutano infatti gli avvenimenti della cronaca con un’ottica deteriore: se accadono fatti tra loro simili, non si tratta per niente d’un fenomeno sociale, benché gli elementi esteriori sembrino analoghi.Sarebbe interessante se gli episodi consentissero un giudizio comune: darebbe l’occasione di prevenire ed evitare i fatti di sangue, con grande vantaggio individuale e collettivo.Però non è così: è da bambini fare della psicologia spicciola su gente che non s’è mai vista né si conosce, mentre ogni fatto occulta le proprie motivazioni, le ragioni per cui accade, il carattere dei diversi protagonisti, le pulsioni respinte o quelle a cui ci si abbandona. E, soprattutto, non si continuerebbe a definire i gesti di morte delitti passionali.
Il nostro male quotidiano
Lidia Ravera da L’Unità del 15 luglio 2010
Un triste copione che si ripete? Un allarmante incrudelirsi della violenza di genere? Un sintomo della degenerazione delle relazioni affettive? Un segnale ulteriore delle rabbiosa debolezza di un animale morente, l’io maschile? Domande. Soltanto con una dolorosa scarica di domande si può commentare la crescita esponenziale dei crimini contro le donne. Accoltellata perché “lo voleva lasciare”. Sgozzata per gelosia. Massacrata a sprangate perché non aveva intenzione di passare da una storia virtuale a una reale. Bruciata viva perché non lo amava più. Sono giorni di spavento, a leggere i giornali. La cronaca politica parla soltanto di malavita: sottosegretari, senatori, ministri inquisiti, condannati. Ormai non si registra che un accenno di nausea: toh, pure questo, guarda! Ce n’è altri due. Hai visto? Dell’Utri sta anche in questo inguacchio… è lo stesso di ieri, o è un altro? Sembra cronaca nera, la pagina politica. La puoi leggere come un romanzo criminale.
Seguendo le trame, scordando la trama. Tanto non cambia niente. I malvagi, male che vada, si dimettono. Nessuna catarsi, nessun risarcimento ai buoni. Stanchi, proviamo a leggere la cronaca nera come se fosse politica. Cerchiamo di dare una spiegazione al sangue, un colore al dolore. Che cosa sta succedendo? La gelosia è un sentimento che ha radici lontane, ma quando trasforma in assassini due, tre, dieci uomini in pochi giorni, la sensazione è che sia in corso una modificazione profonda: le donne sono cose di proprietà, sono funzione del desiderio altrui, non sono persone, titolari di diritti, di desideri, di libertà. Bastonarle a morte è male, ma, nel grande disordine morale in cui siamo immersi, il discrimine fra ciò che è bene e ciò che è male impallidisce impercettibilmente ogni giorno.
Ho riportato questi tre articoli, tra i tanti di questi giorni, sul tema della violenza nel lasciarsi. Due omicidi/suicidi nel veneto, in tre giorni, ma dappertutto ne stanno accadendo. E’ solo violenza oppure qualcosa di più. Perchè non c’è un’educazione al lasciarsi, che venga impartita sin da piccoli. Perchè le risposte religiose, sociali, tendono a rafforzare l’idea che sia meglio comunque non rompere, sopportare, coartare se stessi?
Accanto al diritto di famiglia e ai suoi aspetti economici/sociali, accanto alla perdita di status dovrebbero esserci le buone pratiche del chiudere i rapporti, del permettere che la persona si senta sicura nel proseguire la vita affettiva. Troppa enfasi sull’amore appartenenza, troppi messaggi contraddittori sulla libertà sessuale e sull’esclusività. Il singolo viene lasciato solo ad apprendere come trattare forze interiori immani e cui gli è stato inculcato attribuire carattere di definitività eliminando la vita e il suo evolvere. Se venisse insegnata l’idea del flusso della vita, della necessità di essere prima di tutto se stessi e poi relazionarci con gli altri, forse la visione di morte che accompagna l’amore verrebbe mutata in qualcosa di più positivo e meno definitivo.
Il ragno d’acqua cammina sulla superficie sfruttando la tensione superficiale. Non gli interessa molto che l’acqua sottostante sia inquinata, la sua principale attenzione è non bucare la superficie e finire annegato. Si fa i fatti propri, non partecipa, non punge. Qualche pesce lo degna d’attenzione e lo divora in un boccone, ma accade imprevedibilmente e di rado.
La zanzara con l’acqua, ha altre attenzioni, nasce e cresce in acque stagnanti, appena può se va e cerca alimenti sottopelle altrui, punge, si ciba di ciò che è inquinato, diffonde la malattia senza esserne toccata. E’ divorata da altri animali, ma si riproduce tanto velocemente da non consentire che la sua presenza venga meno.
Non mi piace la zanzara e neppure il ragno d’acqua, però penso che, dovendo agire, tra i due si debba togliere l’alimento a chi sta diffondendo la malattia. Una bella applicazione della profilassi per evitare che il paese si ammali.