anche quest’anno

Anche quest’anno ho regalato musica e libri. Anche quest’anno, guardando le facce, spesso mi sono sentito stupido e fuori tempo. Anche quest’anno me ne sono fatta una ragione: non cambierò mai, perché in fondo mi va bene così, e non saprei come essere diverso.

I doni sono un’attenzione ed un’imposizione di sé, non ho più bimbi piccoli da seguire nelle attese ed i desideri degli adulti sono la coda di ciò che si può soddisfare direttamente. Certo non ho regalato cd di musica fiamminga del 16° secolo, ma neppure ho acquistato gli hits del momento. La tecnologia è rimasta nel tradizionale e anche sui libri sono rimasto nelle preferenze che mi accompagnano. Un po’ di violenza nel dare, serve. Mi è mancato qualcuno, in questi giorni si manca comunque di più. Ho depennato qualche dono di circostanza e qualche telefonata inutile.

Vorrei regalare l’affetto, il bene, a chi è nel mio cuore, mentre gli auguri continuano ad intrecciarsi e diventano clamore collettivo. In queste concentrazioni di bene vero ed augurato, qualcosa di positivo accadrà, se restiamo all’interno del tornado.

la parola della settimana: natale

Qualche settimana fa ho visto Uomini di Dio, un film che non ha smesso di pormi domande. Non mi ha colpito solo la parte cinematografica, comunque di gran pregio, ma l’idea che, indipendentemente da ciò che si crede o non si crede, ci sia un compito nella vita, ed una fedeltà ad esso che coincide con la dignità di sé. Questo compito ci può mettere in difficoltà, ma quando diviene parte di noi, è anche fonte di serenità nelle decisioni.  I monaci di Uomini di Dio, dicono all’integralista musulmano: Natale, è una nostra festa, e parlano di loro stessi, di quello in cui credono. Il mussulmano capisce, rispetta e se ne va. Capire e rispettare, ed attendere analogo trattamento dai cristiani, così potrebbe funzionare la convivenza, in questa società di anomie, di credenze formali. Credo anche che natale riguardi molto i non credenti, o ancor più gli atei, rispetto ai credenti, perché i primi e i secondi, si sentono strattonati, investiti, da qualcosa che ha uno stacco tra immagine e realtà elevato. Qualcosa che è mercificato ma pretende altre dignità. Natale è una parola strana perché il riferimento alla nascita non è un fatto collettivo. E’ una gioia domestica, che porta verso la speranza, ma è circoscritta. Le gioia collettiva la imponevano i potenti per i loro figli, come continuazione di un potere, di un dominio, ma forse per i sudditi contavano di più i festeggiamenti collegati che il nuovo nato. Natale quindi rompe una parola conosciuta dal suo ambito intimo, la spezza in un significato che interpella il non credente, ignorarlo è impossibile: troppo baccano, troppa attesa generata, troppo paganesimo salvifico, fatto di regali, ipocrisie, slanci veri, falsità colossali, gioie bambine, tristezze adulte. Tutto visibile e preparato per tempo.

Natale è il momento in cui chi non è al posto giusto deve ricollocare la testa, una sorta di giorno legale in cui si spostano le lancette in avanti. Natale è una questione semplice se diventa privo di significato. Natale divide tra chi non si fa domande perchè già sa, da chi non ci pensa e si diverte e basta, e da chi ha domande e non ha risposte. Natale per chi non crede è un giorno come un altro, però diverso, è come una festa altrui a cui si è costretti a partecipare. Ma forse le cose sono davvero più semplici e Natale era anche il mio vicino di casa, che faceva il muratore, si ammazzava di fatica tutto l’anno. Lui, a natale, riposava e basta.

 

  


i giorni della cioccolata

Parole di cioccolata. Buona, Amara, densa, fondente sulle labbra prima che sul palato. Passa la punta della lingua. Ascolta. Hai detto molto. Ascolta adesso, non pensare, prova. Il pensiero comunque viene, ma piano: cos’è questa irrequietezza ? Voglio bene al mio paese. Cazzo. E nessuno me lo può impedire. Cazzo. Neppure Berlusconi, me lo può impedire, come non mi può togliere la speranza che cambi. Vincerebbe lui, assieme a quello che non amo. 

Adesso sento la cioccolata, assomiglia a quella che mi portava a letto mia madre la mattina di natale. Solo quel giorno, per marcare la differenza, ma questa è cosa mia, uno spartiacque interiore per decidere freddo-caldo, buono-cattivo. Diverso è lo spirito del natale che pervade per diffusione, che coinvolge come quel pezzo d’alluvione che sta ai margini della piena. Pigramente. Una lingua d’acqua che può trascinare, oppure no. E’ lo spirito del natale, che tra insensatezze ed arbitri di poteri attenti a sé e non all’uomo, rende tutti suore. Tutti, anche gli uomini, diventano suore. Buone o cattive, acide o suadenti, in forza di missione e sottomissione assertive  quanto basta per mostrare i buoni sentimenti. Ma anche se non lo voglio, con questo spirito del natale faccio i conti. Affino sensazioni, comprendo e mi sento ignorante, rifiuto ed avverto. Tutto dentro, tutto nuovo ed in itinere. Non dice Giorello che l’ateismo è un modo per trattare liberamente con gli uomini, anche quelli che a dio ci credono? 

Torna la cioccolata come imago del piacere, dell’attesa, sia nel preparare, sia nel gustare. Un gusto acuto, mai banale se si prepara non solo per sé, ed in questi giorni si acuisce tutto. Solo i bambini si salvano e ci salvano, se ci facciamo come loro, se la felicità viene trattata senza ricordo, se il giorno è sorpresa. E non a caso i bambini capiscono la cioccolata.

Sono i giorni della ribellione, del restare dentro le proprie tracce, del retrogusto e del confronto, del vedere e dell’ascoltare, ma tu hai mai pensato che solo la felicità lascia macerie?

 


p.s. non a caso il cioccolato era la bevanda degli dei 🙂

demi-vierges

 

 

Si affiancano due foto sul giornale. Su una pagina Bondi, ancora ministro, il viso tondo e glabro, lo sguardo, sorretto dalla mano sul mento, mira l’indefinibile. Un santino. Magari è morto davvero e non ce l’hanno detto. Sull’altra pagina, Scarlett Johansson, con un magnum Moet tra le mani. Il vestito da sera sfuma sullo sfondo, banalotti entrambi. Anche qui lo sguardo punta verso il chissà. Forse è imbarazzata dall’ingombro dell’oggetto, dallo spruzzo evocativo, ma lo tiene senza grazia, con estraneità, mentre a lato si affollano improbabili demi-vierges. Anche questo è un santino banale fatto ad agosto. Le feste sono già finite e non ce l’hanno detto.

Penso alla politica italiana: essere almeno demi-vierges, con possibilità di vendersi la presunta verginità, potrebbe essere il requisito per gli eleggibili maschi o femmine. L’indice della libertà di pensiero di spaccio.

Vogliono darcela a bere? Non è necessario perché il re è nudo ed i sudditi vorrebbero partecipare all’orgia, tanto qualche confessore si trova sempre, quindi perché mentire?

Non è nulla d’importante, basta uscire dal tempo e dallo spazio, portare il cane al mare, mettere in ordine collezioni povere. Puntare sul recinto delle abitudini.

Un caffè?

Grazie, è già notte, non dormo.

 E che dorme a fare, a che le serve? Tanto il corpo funziona, ci pensa da solo, sverrà a tempo debito. E’ insoddisfatto?

Quanto basta,  vede queste pareti erte, vetrificate dal ghiaccio? Si sale con i ramponi. Cose che graffiano, incidono, feriscono. Le carezze ci avrebbero già gettati a valle. Ed allora ci si pensa e non si dorme.

Lontano la radio, via, andare via. M’ero scordato della rivoluzione messicana: mi piaceva Pancho Villa, Emiliano Zapata, poi la cucharacha ed il ribollire dei left americani. Uomini e donne insoddisfatti che si preparavano ai salotti famelici di sensazioni, qualcuno sarebbe finito in Russia, qualcuno alla guerra di Spagna. Reed, London, Weston, Modotti, venivano da Hollywood, da NewYork, dai giornali pieni di parole dense. Mi piaceva l’idea confusa del loro socialismo e del dover fare. Mi piaceva che la rivoluzione avesse generato il colore acceso steso sui muri, prima così bianchi. Mi piaceva immaginare la dissennatezza delle borghesi rivoluzionarie, allevate dalle suore come champagne: buon bianco, lieviti, zucchero ed una forza che si sprigiona e spegne le parole in gola. Furiose e bellissime. Femmine e donne. Mai demi-vierges.

Da un lato Bondi, già morto, dall’altro la festa improbabile. Tutto già passato. Dove l’ho visto?

Bisognerebbe sfiduciare un ministro alla volta, un dirigente alla volta. Matteoli perché 10 cm di neve mettono in ginocchio il paese e Moretti perché dice che è tutto normale. Usare la politica del carciofo, sfiducie mirate, togliere l’acqua al pesce e mantenere la tensione. Ma non è cosa da demi-vierges.

Assoli d’archi su percussioni. Hai notato che la musica muta? Anche qui tensione, e ripetitività.  E poi aggettivi acuminati, scritture nervose, parole che si spiaccicano sull’interlocutore. Ma perché andare? Le nostre case sono calde, abbiamo un posto dove posare, stare, partire, tornare. Pensieri su cui sedere: hai mai pensato alle macerie che lascia la felicità?

Per la vita e la politica i demi-vierges, leggono breviari di religione del possibile: né maggioranza, né opposizione, pensiero della via mediana, il possibile scovato nella riga bassa dello spettro. Venite avanti mesti, insoddisfatti e infelici senza macerie, costruttori d’aeroplanini e barchette di carta. Di voi sarà fatto il regno e magari anche i cieli.

Un cane che torna nella vita, il freddo, il mare, le collezioni dimenticate, le parole tenute dentro, gli occhi usati, la musica, il rumore della natura, lo schiocco del passo, il Prato con le luci delle feste. Lontano, oltre la finestra, neve, un vetro tra me e il mondo che non m’interessa. Giro pagina.

 

p.s. ho tentato di mostrare come scivolano i miei pensieri, non c’è logica e neppure interesse. Come un guardare ed essere distratti dalle mosche.

 

 

 

la lingua segreta delle donne

 

Ci sono angoli preclusi all’uomo, luoghi dove non entrerà mai, sia che si sforzi ed agisca per convinzione o prepotenza.

In Cina nacque una vera lingua, con letteratura, insegnamento parallelo, sogni e realtà d’un mondo altro, segreto  e interdetto all’uomo. Che del resto non se ne curava, tronfio nella sua convinzione d’essere superiore e domino.

In Grecia, ed ancor prima, forze telluriche si ripetevano nei misteri dionisiaci, mondi potenti e paurosi, segreti veri, in grado di fare a pezzi l’autorità e la convenzione del ruolo maschile.

In maniera molto più immediata, oggi, nel mondo dei blogs, molte donne hanno una vita diversa e propria, segreta rispetto a quella quotidiana. E parte del loro mondo viene finalmente narrato, esposto sulla soglia della penombra, generando soddisfazione senza mostrarla, concretezza al sogno, nel mentre, al massimo, gli uomini cercano la realtà.

Coltivare il segreto alla luce del sole, è un invito all’essere nascosto e vero che alberga nel profondo a superare la soglia della confidenza. Al leggere tra le righe, all’alludere e all’ intuire, in un gioco di rimandi che maschera l’esplicito, lo confina quasi a mera superficie. Solo le confidenze tra donne, altra pratica che gli uomini non capiscono, al massimo temono e solitamente rimuovono, possono avere tanta esplicita alterità.

La potenza di internet è di poter essere altro per essere sé stessi, e supera le convenzioni, l’educazione, la norma del lecito definito. Chi più delle donne, oggetto massimo di convenzioni e limiti, poteva intuire la forza scardinatrice di una “stanza tutta per sé” esposta ed al tempo stesso segreta?

Le donne immettono potenziali seduttivi sconosciuti, emerge un don Giovanni femminile ignoto anche a chi lo esprime. Esse stesse assistono, con meraviglia, ad effetti che hanno legami labili con la causa, come venisse letto il pensiero prima che si formi, il desiderio inespresso, l’allusione finalmente colta nella sua potenza ammaliatrice.

Gli uomini, al massimo, possono seguire, intromettersi prepotenti, ostentare forza, intelligenza o stupidità con lingue povere, ricche solo di codici banali. Coercendo e parlando d’altro, come accade in casa, quando basta alzare la voce, deviare il discorso, usando priorità ch’essi stessi hanno bisogno di credere più forti della comunicazione. Quante volte la differenza è lo sport, oppure la politica, o il discorso volgare, oppure il lavoro mai compreso, ma comunque più importante? Qualsiasi peculiarità “maschile” viene assunta a diversità equipollente, basta illudersi sia sufficiente a ristabilire distanze e supremazie, come pensare che basti possedere un uccello per fare la differenza.

Penetrare la testa delle donne è una presunzione, un tempo si pensava bastasse ridurle a schema compreso nel ruolo, oggi anche il silenzio, suprema risorsa del capire, è insufficiente. E le donne lo sanno, quelle interessanti lo sanno, e sorridono, giocano, parlano tra loro e a chi intende, nella lingua segreta dei cicli, dei sottointesi, della seduzione del diverso alto. E lasciano che gli uomini intuiscano la loro minorità, l’esclusione inclusiva, il vedere senza capire davvero. Così, senza cattiveria, solo per coscienza e diversità.

p.s. per capire, anche solo malamente, bisogna fare fatica e considerarlo utile, altrimenti il parlare diventa rumore di fondo.

 

 

silente, come l’acqua

E’ arrivata da sud. Una rottura d’argine e silente ha iniziato a risalire. Prima i campi, poi le case, e dalle 4.30 di stanotte caccia le persone. Ormai gli sfollati sono più di mille. Lungo la strada i curiosi delle catastrofi, intasano inutilmente, sugli argini i preoccupati. Tutti guardano quell’acqua bruna, veloce, che scricchiola quando frange rami e canne contro i piloni. Terrà l’argine? E il ponte? L’ interrogativo si ripete. Si fanno confronti col passato. Come servisse a qualcosa il ricordo: di più, di meno, mai come adesso.  Non si dice, ma la disgrazia di alcuni può salvare altri: se l’acqua defluisce rompendo argini a valle, chi sta nord non verrà toccato.

Vicino alle case l’acqua sale, è risalita per almeno 4 km, percorrendo a rovescio canali di bonifica e campi, ed ora mancano meno di 50 cm al bordo strada. Negli scantinati ha già invaso. Anche chi aveva isolato sente il rumore silente dell’acqua. Lo sente sotto di sé: due dita, tre dita che premono, trafilano. Il confine con il disastro sta nei tappi che isolano le sentine. Reggeranno, non reggeranno? Sacchi di sabbia, davanti alle porte, alle finestre basse. L’acqua sale più lentamente. Bisogna superare indenni la notte. Bisogna che cali lo scirocco perché l’acqua defluisca in mare. Bisogna avere fortuna. Bisogna, bisogna…

Dicono che se occorrerà faranno saltare gli argini dove c’è campagna, ma stanotte non è stato così, il fiume c’ha pensato da solo. Ha aperto varchi prima a Vicenza, poi a Veggiano, ha inondato le golene prima della città, Non contento è tracimato in più punti, allora la città che si è chiusa  a riccio nelle sue opere idrauliche, come nel medioevo. Ed adesso preme a valle, con l’acqua bruna, veloce, indifferente. Occupa ogni spazio, altera i tempi, riordina le priorità. Non distanti dal ponte, i supermercati hanno le luci accese, due donne escono chiaccherando con le borse della spesa. E’ un giorno come altri, abitano distanti dal fiume. Chissà di che parlano.

L’acqua sale più lentamente, ma sale. Il cielo è grigio, piove. Acqua limpida che diventa bruna, ma questa non fa male. Quella che esonda è acqua caduta altrove, a molti km di distanza, verso nord ovest e ha già inondato, travolto, ucciso. Questa interconnessione degli eventi dovrebbe farci sentire più uniti, invece la calamità circoscrive. La protezione civile qui è fatta di volontari, sperimentano fatica e scortesia, la rabbia di chi ha subito l’acqua. I volontari sono in piedi da stanotte con sacchetti di sabbia, pale, famiglie da portar via, animali da salvare. A Roncajette sono morte 30 mucche, la casa e gli abitanti sono isolati da un giro d’acqua. Attendono. Penso al cuore scavato di chi vede la propria fatica , il lavoro perduto. Non sono solo bestie per loro.

Stanno peggio a Caldogno, anche 2 metri d’acqua nelle case. La testimonianza di un’amica che è riuscita ad abbandonare la casa solo stanotte, stringe il cuore. C’è un peggio? Certamente: cose vecchie, cose nuove, cose care, animali, persone. Come una scala da esibire a noi stessi: dove ci collocherà il caso? L’acqua continua silente a scorrere nella direzione della forza. I moti lamellari, il trafilare tra interstizi, i flutti così cari a Leonardo, una fisica elementare che descrive moti, cause, effetti. A dar conto e senso, di quanto accade, invece, ci pensa il cuore.

La notte viene, alle due una nuova ondata di piena.

Speriamo.

l’italiano medio

L’italiano medio :

  • non gli interessa se il premier gioca con le minorenni, anzi ci giocherebbe anche lui,
  • ama la famiglia e va a puttane, ma distingue bene gli ambiti. A volte.
  • il sesso lo racconta, agli amici e al bar,
  • pensa che la pena di morte a volte ci vuole,
  • pensa che qualche ceffone non ha mai ammazzato nessuno,
  • è religioso perché non si sa mai,
  • non va in chiesa perché i preti non fanno quello che dicono,
  • non va in chiesa perché i preti fanno quello che dicono,
  • pensa che tutto è uguale, e che tutti sono corrotti,
  • pensa che tutti sono corrotti e che il premier ha tanti soldi quindi non ha bisogno di essere corrotto,
  • pensa che se uno che ha tanti soldi compra un’altro, è colpa di chi si lascia comprare,
  • pensa che i giudici ce l’abbiano con il premier e che del lodo non gliene frega niente,
  • si chiede, ma cos’è questo lodo?
  • pensa di aver scampato un pericolo terribile con i comunisti,
  • pensa che i comunisti ci siano ancora e adesso si chiamano la sinistra per depistare,
  • pensa che i comunisti si sono messi insieme con i democristiani perché vogliono solo il potere,
  • pensa che non ci sia nulla di male a farsi governare da ballerine e igieniste,
  • pensa che la politica è utile se gli procura dei vantaggi,
  • è solidale, basta che non gli rompano i coglioni,
  • ama gli extracomunitari a casa loro,
  • si commuove per i bambini che muoiono di fame in Africa, ma  gli danno fastidio in Italia,
  • non si preoccupa se “il trota”, zero tituli, è consigliere della Lombardia, anzi se fosse possibile anche per suo figlio…
  • ride alle barzellette del premier e non gli piacciono nè gli arabi nè gli ebrei,
  • mica crede a tutte le storie che gli raccontano, ma solo a quelle che gli piacciono,
  • è stanco di lavorare per quei quattro terroni che mangiano e basta,
  • pensa che la mafia è in Sicilia e che se la tengano,
  • vuole vivere sopra le proprie possibilità, tanto qualcuno pagherà,
  • voterà per Berlusconi, perché è sempre meglio dei comunisti e poi non ci penserà più fino alla prossima volta,
  • non è antifascista perché il fascismo non c’è più, e poi Mussolini non aveva mica tutti i torti,
  • chiede agli altri il rispetto della legge,
  • cerca di non pagare le tasse e giustifica chi ci riesce,
  • è furbo, perché furbi si vive meglio,
  • infrange i divieti basta che non lo vedano,
  • vota gli inquisiti, tanto in Italia nessuno è davvero pulito,
  • è favorevole al nucleare a casa degli altri,
  • è favorevole alle discariche ed agli inceneritori a casa degli altri,
  • non ne può più, non capisce di cosa, ma lo devono risolvere gli altri,
  • non vota Bersani perché non gliele canta chiare, e anche se lo facesse non lo voterebbe perché è comunista,
  • pensa che la costituzione mica si mangia,
  • pensa che la cultura mica si mangia,
  • pensa che la ricerca mica si mangia,
  • pensa che la fuga dei cervelli lascia più posti a chi resta,
  • pensa che gli insegnanti non fanno niente e che suo figlio non è capito,
  • pensa che i dipendenti pubblici non lavorano e che se Brunetta li lascia tutti a casa, fa bene,
  • pensa che è tutto un magna magna,
  • pensa che tanto non cambia,
  • si commuove quando sente l’inno nazionale, ma non lo conosce,
  • non conosce neppure va pensiero, ma è così bello,
  • pensa che è stanco di politica, che lui saprebbe come cambiare,
  • pensa che non vale la pena…
  • pensa  che non è medio: è lui l’italiano,
  • quando vuole comunicare con gli altri italiani mostra il medio e piega le altre dita, così per amicizia…
  • ha ripensato all’unità d’Italia e all’ Italia, e ha concluso che non gliene frega nulla.
 

 

 

 

scrivere sul vetro

Ci sono dei post trasparenti, spesso privi di segni di lettura o con commenti che parlano d’altro. Come ci fosse un imbarazzo sul tema e lo scritto esaurisse il dialogo. Succede ai criptici, agli allusivi, che nel gioco del dito e della luna ammiccano col dito, ma in realtà parlano della luna. Nel dar per scontato ciò che sembra stia sotto gli occhi bisogna accettare il rischio di non essere capiti, oppure d’ essere ritenuti troppo bizzarri per rientrare in qualche categoria significativa ai più. E’ un rischio accettabile perché lo scrivere è anzitutto utile a chi scrive, ma se deve comunicare qualcosa  il problema dell’altro se lo deve pur porre.

Oppure anche no …

Mi affascina lo scrivere sul vetro: permette di vedere altro. L’ho fatto materialmente, non solo col vapore ed il dito, ma anche con le matite grasse. E’ un esercizio da solitari che vogliono essere visti ed al tempo stesso far posare l’attenzione altrove. Persone bizzarre per l’appunto.

 

continua…

è solo lunedì

Lo scroscio è arrivato improvviso, ha acceso le luci degli uffici, portato qualche figura alle finestre.  Sull’altra corsia, due incidenti in rapida successione, scie di luce blu e sirene. Vita da tangenziale. Il traffico si blocca, chi guarda rallenta. E’ sempre vero, succede anche nella vita. Viviamo per segmenti: qui il lavoro, qui i problemi, qui gli affetti, qui la casa, qui il trasporto, qui l’urlo supplichevole del riposo, qui la consapevolezza, qui la passione.  Tutto si mescola in un contenitore che alla fine ci contiene.

Enucleare, mettere in fila, accompagnare, essere dentro-fuori: un mantra buono per tutte le stagioni della vita. Almeno da quando gioie e tristezze ragionano.  Privilegio la lentezza di questo vivere per tragitti, spegnendo la radio, ascoltando il ronzio di fondo, annullando la fretta. La sovrappongo all’altra lentezza: quella del gesto curvato sul pensiero, sincroni entrambi, misurati con la misura di sé.  Cosa da ricchi, la seconda, è danza per momenti di grazia.

Sento l’eco delle vite sovrapponibili, ci penso col me ritmato da questa pioggia che allaga ovunque, e vorrei rivoluzionare i tempi musicali della vita, l’ assomigliarsi armonico che segue l’umore, gli accadimenti, il ripetersi dei cicli. Con pudore, azzardo la sequenza tassonomica dei movimenti : un finire, un interludio con speranza, una marcia greve, quasi funebre, un silenzio (difficile e musicale come chi lo conosce), un preludio, un mattino che si apre. 

Servirebbe un Mahler od uno Shostakovich per tracciare i pensieri di tangenziale. Avrei pronto il titolo dell’opera: è lunedì e neppure si vede il martedì.

 

 

 

volontà d’impotenza

La signora Libby Latrina, in una mail molto professional, mi propone l’Oxicodone a 191,70 $. Mi pare una proposta intrigante (che schifo di parola), l’oxicodone per un maschio attempato dev’essere il massimo, toglie ogni tipo di dolore, è un oppiaceo sintetico con un nome arrapante (userei priapico, ma chissà che si pensa) da esibire: sai, ho l’oxicodone, ne vuoi? Dà quel fascino dark da dipendenza alla dottor House. Forse fa pure claudicare. Mi piacerebbe andare in giro, pensando che ho un oxicodone adeguato allo standard americano e che la signora Libby è contenta di me e del mio oxicodone. La farmaceutica aiuta già con le parole e le assonanze, impone una visione guarita della vita e della sessualità adulta, di qua aiutina (voce del verbo aiutinare, se serve chiedere alla signora Daddario),  di là mette il dolore alla porta, rende consapevoli delle proprie prestazioni illimitate, della giovinezza che non finisce.

Già, ed invece io penso che il dolore abbia un senso, che si debba confinare quando non se ne può fare a meno, che la prestazione non si esaurisca in sé. Penso che molto si faccia senza una ragione forte, che il perché venga accantonato a favore dell’esistere (scópo dunque sono), che il significato si dissolva nella dimostrazione di potenza.  Non è questo il modello proposto per il successo? Il maschio dev’ essere adeguato alla funzione che aveva a 20 anni, così esaurisce il genere. Eppoi quanta intelligenza si risparmia in una dimostrazione di potenza, quante domande in meno sui rapporti, sui perché delle relazioni, sul comunicare tra persone. Fatta questa si passa alla prossima, con il mio oxicodone and friends, posso andare ovunque. La mia è, invece, volontà d’impotenza, di acquisizione dell’essere, oltre i limiti della chimica. Del provare senza cilicio, non per mortificare ma per capire me oltreché l’altro. Forse è segno di un’età avanzata pensare che altrimenti non m’interessa, che le domande che mi vengono fatte non sono prive di effetto profondo, che del piacere individuale, già Tommaso d’ Aquino aveva tracciato il limite, sostenendo che l’uomo/donna è autosufficiente a sé. A sé per l’appunto non all’essere davvero con altri.

P.s. La signora Libby Latrina potrebbe usufruire di un pratico servizio anagrafico in Italia che consente di modificare i nomi che possono arrecare nocumento all’immagine. Mi pare che quel Libby sia francamente eccessivo, un po’ osceno, puzza di rifatto e si presta a denigrare la qualità di quanto propone. Chissà quanti lazzi avrà dovuto sopportare la poveretta per quel nome così esplicito. Lo cambi, signora, quel Libby e si tenga la Latrina; quella serve sempre.

P.s.1 adesso che ho lanciato un messaggio subliminale di impotenza per scelta, mi sono giocato la carriera ? 🙂