mormorio

 

 

Senza fede, io posso parlare di te,

chiedere ragione di ciò che accade

e ancor più

di ciò che non accade.

Posso chiederti ragione

dello specchio che non riflette,

della luce che non basta,

del cibo impudico gettato,

degli abbracci vuoti,

della sera ch’ è già notte.

Troppo facile sarebbe,

e di tutto questo mi farei ragione,

ma ciò che pesa è la stanchezza,

l’aria che s’incolla addosso,

che  incauta entra nel sangue

ed avvelena, e trasuda

fino ai vestiti,

sempre inadatti al luogo,

al tempo,

all’incontro.

E’ come non aver bocca al tempo dei baci

e vivere nel desiderio,

scisso

dal presente, dal vero.

Quel vero che non è creato,

ma fatto,

(a Nicea queste finezze intendevano),

e scritto

nei giorni pergamena

con mani e penne

inadatte,

contando sull’estro,

sulle poche cose che ci portiamo appresso.

Ma quanto fragile è l’estro,

che non ha l’intelligenza cedevole dell’erba

e punge,

trafigge, stupido giudice severo,

senza appello, nè misericordia.

E come allora giustificare ciò che siamo,

come riportarlo tra sponde

tranquille del vorremmo,

sostenute da respiri, aria

e sabbie accoglienti?

Di questo chiedo ragione

a te che hai risposte,

e non hai domande,

ed io so che non è vero

e questa consapevolezza

sparge tristezza libera

e solitudine

lasciandomi esposto ad ogni vento

senza nome.

solidão

 Tutto quello che si fa, quindi, lo si fa per paura della solitudine? E’ per questo che rinunciamo a tutte le cose di cui ci rammaricheremo alla fine della vita? E’ questo il motivo per cui diciamo raramente ciò che pensiamo? Per quale altra ragione ci abbarbichiamo a tutti questi matrimoni in frantumi, alle false amicizie, ai noiosi pranzi di compleanno? Che cosa avverrebbe se rompessimo con tutto questo, se ponessimo fine al ricatto strisciante e prendessimo partito per noi stessi?…                    Pascal Mercier  Treno di notte per Lisbona

Ed esiste un’ ulteriore solitudine che brucia le navi, che si spinge sempre innanzi cercando quel pezzo di sè che manca e che non c’è mai stato. Alle risposte bisogna pure trovare una domanda convincente. Anche la scrittura è una risposta, anche il lavoro è una risposta, fino alla deprivazione di sè e allo scavare nel posto sbagliato, perchè scavare è comunque una attività che occupa tempo e genera speranza.  

E la stagione continua tiepida, favorevole ai percorsi tra case calde, raccoglie parole dai libri, dalla radio che sussurra senza obbligo di verifica, accende le luci, mette musica su giradischi e lettori cd, lancia richiami: a dopo, sì,… ci si vede.

Ed una paletta da croupier allontana la solitudine oltre il tavolo verde. Ma non preoccupatevi, tornerà in gioco ed ogni volta la posta sarà più alta: rien ne va plus, si vince, si perde, fate il vostro gioco, Signori. 

 

tornare a casa

Ultimamente discutiamo spesso del limite dell’impegno. E’ stanchezza, rifiuto dell’essere sempre disponibile, reazione ad un mondo in cui quelli che sono sopra il carro non scendono mai a spingere.  La domanda è: perchè devo ancora? Perchè non abbiamo alternative, rientrare significa ammettere la sconfitta nostra e di quello in cui abbiamo creduto.

Mi dici: abbiamo cominciato presto, néanche a 20 anni ed ancora adesso porto avanti impegni nati quando di anni ne avevo 34. Sono stanca, dopo 26 anni ne ho il diritto, dove sono i  trentenni? Già dove sono? Quelli che vediamo all’happy hour non c’erano neppure allora nei cortei, nella protesta, nei gruppi, ma almeno in quegli anni potevano pensare a sè con maggiori possibilità di successo. Quelli di adesso, i nostri figli,  sono persi nella ricerca di un lavoro, cercano di stabilizzare  vita  e affetti fuori casa,  agiscono pensando ad una mobilità sociale che non esiste più. Mica lo sanno e noi non glielo diciamo, ubriacati dalla tv e dai miti di successo, che oggi solo le arti liberali si riproducono e neppure i figli degli operai  possono pensare di fare a loro volta gli operai. Come vuoi che ci sia solidarietà, apertura verso gli altri se il messaggio è chiudersi nei propri recinti, rifiutare il diverso, perseguire il proprio futuro senza chiedersi cosa ci sta accadendo, proclamare la superiorità della nostra cultura e identità. Abbiamo confuso il benessere con la crescita umana, accettando che prima le ideologie e poi le idee fossero demolite sull’altare dell’avere. Siamo pieni di oggetti a basso prezzo che ci invadono le case, e sarà sempre più così perchè Cina ed India divoreranno materie prime per crescere nell’inutilità e nella bulimia dell’occidente. Avremo un mondo di rottami senza senso perchè la coscienza  dell’essenziale è scomparsa dalla nostra educazione: ci hanno resi famelici e insoddisfatti e i nostri figli avranno sempre più cose di cui non sanno che farsi, spinti verso la virtualità da un mondo che rifiuta la possibilità di essere e di crescere nel reale.

E tu vorresti tornare a casa, dire che hai già dato, ma per quanto ti basterebbe? Lo sai da sempre che ci sono quelli che non ti invitano mai e che  però troverai sempre a casa tua. Il mondo è fatto così c’è chi prepara da mangiare e chi si siede a tavola: accetta la tua maledizione, non puoi non esserci, dovrai combattere sempre, come i veterani che aspettano rinforzi, fino all’ultima battaglia.

C’è sempre un tempo per tornare, ma non è questo.

p.s. se avete occasione ri-guardatevi Quinto potere di Lumet e pensate al ruolo della televisione…

la Klein com’è nata?

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Proseguo il post precedente seguendo il filo dei miei pensieri, nati anche dalla considerazione che nella vita e nella sua contaminazione in rete, si formano gruppi di affini, chiusi per scelta e che all’interno di questi gruppi chiusi ce ne sono altri, pure chiusi, con codici comunicativi diversi. Come dire: ci si sceglie e si comunica ciò che si vuole.

Avere la consapevolezza del proprio genere è già moltissimo, ma non basta, è un presupposto ed elude il problema della co-abitazione del mondo e della società. Non credo che gli uomini, come le donne, non si assicurino l’un l’altro più niente, mi sembra una posizione misogina che parte dall’autosufficienza, mentre ogni giornata ci ricorda che autosufficienti non siamo.  Non basta avere un lavoro, una indipendenza economica, affetti, il problema è il divenire oltre il presente, questione che si può rimuovere, occultare, ma che esiste nella nostra testa. La famiglia rispondeva a questo, stabiliva ruoli e regole comunicative, tracciava futuri. E’ stata superata, anche grazie al nostro apporto? Bene, ma i bisogni restano e spesso si traducono nella risposta alla solitudine individuale. Quindi escludere il bisogno di contributi reciproci importanti, mi pare privo di realtà, ma aggiungo che senza comunicazione neppure c’è scambio di bisogni. Si può cercare la novità, essere curiosi delle cose e degli uomini (credo di averne una discreta esperienza personale) e sono qualità importanti per una persona, ma c’è qualcosa in più che sollevavo come problema. Ed è il rinchiudersi nel genere, che poi significa il presupposto per lo scontro e la necessità di prevalere. Se non posso essere eguale, accetto la diversità, ma non l’incapacità di capirla. Si può dire che sia un problema maschile, che gli uomini sono in difficoltà. Qual’è l’aiuto per evitare che la violenza sia una forma di comunicazione? Aspetto di leggere analisi del mondo maschile scritte da donne e che possano superare Freud e Jung, perchè ho la sensazione di essermi perso molto sul tema, fuorviato da altri interessi. Nel frattempo, mi convince Laura che dice: è che nel momento in cui ti schianti in un ruolo, niente… ti sei schiantato, detto tutto. tenere le antenne alzate e non chiudersi negli accoglienti veli del proprio ombelico è difficile per le donne quanto per gli uomini. Che è come dire che la realtà è diversa da quella percepita, ma alcuni la percepiscono così e per questi il mondo si è fatto più difficile in termini comunicativi e presuppone rigidità non dissimili da quelle esecrate del mondo maschile. Quindi una realtà diversa e non migliore. Saperlo non basta.  Si può risolvere tutto nel quotidiano, nel domestico, ed è la dimensione principale delle soluzioni, se però il fatto è sociale e culturale, prima o poi i nodi vengono al pettine perchè questa è l’aria che si respira insieme. Quindi se il problema non è più assicurare il reddito, lo status, il ruolo, anche se questo è ancora vero per la maggioranza delle persone, come si risponde al fatto che l’indipendenza personale si appoggia sempre su altre persone? Amenochè non si scelga la trappe ed allora ci si appoggia su dio.

Lascio quattro domande, anche per me naturalmente:

Se il pensiero femminile mi arricchisce, il mio pensiero è significativo per l’altro genere?

E come può essere significativo se ciascuno prende ciò che gli serve secondo necessità, relegando la comunicazione gratuita tra gli optional?

La violenza è comunicazione, come posso toglierla dai rapporti tra pari? 

Melanie Klein mi convince più di Freud, ma esisterebbe senza Freud?

l’invidia della vagina

 

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Sarà che è femminile l’accogliere, oppure che millenni stratificati di sopraffazioni hanno prodotto linguaggi oscuri agli uomini -ricordate la lingua inventata in Cina a corte per comunicare tra donne?-, o forse è semplicemente la riscoperta della solitudine comunicativa del maschio, comunque sia il mondo femminile parla tra omologhe e i maschi guardano dai vetri. E la parola invidia non è eccessiva se questo guardare, alimenta rivincite ed ulteriore sopraffazione. Le donne parlano tra loro e i maschi non capiscono cosa si dicono, si sentono esclusi da un mondo fatto di diversità cognitive, allusioni, presunte superiorità di sentimenti, fedeltà misteriose (a cosa?, a chi?, perchè?), intriso di pulsioni/passioni, di incongrui ritorni, sopportazioni infinite e ribellioni, di vissuti e presupposti vantati o reali. Un mondo a parte che a volte singolarmente, a volte in blocco si propone allo sguardo stupito, ammirato e perciò invidioso dei maschi persi tra le loro tecnologie, i sogni di conquista, di crescita, di singolarità. Ed alimenta, in chi capisce, ulteriori solitudini inquiete. Nella classifica di ciò che divide è più banale lo sport oppure le soap, è più importante il reality o il gf della politica, i sentimenti hanno tassi di sofferenza diversa a seconda del genere? Le misteriose malattie femminili, le mestruazioni, la possibilità di fare figli sono una barriera invalicabile alla comunicazione del sentire? E soprattutto danno capacità di differenze così ampie da escludere la possibilità del trasmettere sensazioni e condivisione?  

In molti casi l’antidoto è la noia, il distacco, la supponenza. Oppure la decostruzione della superficie del problema, cucinata in salsa sociale. Io ti difendo e tu mi assicuri la discendenza, io ti alimento e tu mi curi, tu mi ami e io vivo di questo amore e dò senso alla diversità del mio.  Il succo di molta letteratura coniugata sui due versanti è questo e il ruolo di chi narra è la banalizzazione del problema della comprensione, scavalcandola con le finzioni delle parole pontiere, per far comprendere che i mondi sono speculari, ma intrinsecamente comunicanti. Ed invece non esiste uno specchio che rifletta l’uno e l’altro, sono proprio due parti dello stesso giardino in cui valicare il confine malcelato, significa restare se stessi, epperò lasciarsi convincere che non si è perfetti in sè. Solo la poesia si imbeve del problema e lo risolve per lampi, creando mantra da ripetere nella solitudine del pensiero.

Ma alla fine resta la consapevolezza che bastarsi oggi non basta più.

questa mattina

Stamattina mi hanno ricordato un vecchio assioma della politica: se tu mi procuri un danno o mi fai del male, per un tuo vantaggio, ti rispetto come avversario. Ma se è un male senza vantaggio, allora sei un nemico e  farò tutto quello che posso per distruggerti.

E se valesse anche nella vita?

dialetti italiani

 

Questo quadro, di Anton Romako, è a Vienna, alla Österreichische Galerie, e mostra l’ammiraglio Tegetthoff  sul ponte della sua nave ammiraglia Erzherzog Ferdinand Max, a Lissa. L’annuncio della vittoria Austriaca, sulla flotta Italiana, venne dato in veneto, come del resto, in veneto, venivano impartiti gli ordini sul ponte di comando. I marinai e gli ufficiali, in gran parte veneti e dalmati risposero all’ annuncio con il grido della marineria veneziana: viva San Marco.

L’altro lato della storia, mi ha sempre fatto pensare che esistano almeno due verità e che i vincitori non sempre lo sono definitivamente. A Lissa i veneti sconfissero i piemontesi, nella guerra che unì il Veneto all’Italia. Chissà se i leghisti lo sanno, ma certamente non si rendono conto della fatica e delle vite spese per dare un senso moderno a questo pezzo d’Europa. Non è fatica loro, la pappa è stata guadagnata e preparata dai loro padri, ma c’è sempre una generazione che accumula ed una che scialacqua il patrimonio. Proprio per questo bisogna far capire che vale prima di celebrarla questa unità del paese, per cercare di riunire le verità difficili che l’hanno costituita e far sentire che l’essere assieme non sopporta falsificazioni. I separatisti di adesso sono i pronipoti dei bersaglieri di Cialdini, il generale di ferro che stroncò le truppe del generale Ritucci che difendevano il regno delle Due Sicilie, ma erano gli stessi che esportarono poi, in forza di baionetta, il tesoro del regno vinto, il più pingue d’Italia, nelle casse esauste del nuovo Regno, a Torino ed incamerarono tutte le proprietà dei Borboni. Ma quando i cugini Savoia proposero di sanare il tutto restituendogli parte dei beni, Francesco II,  rispose dall’esilio: “Il mio onore non è in vendita“. Se sopraffazioni furono fatte allora, altre ne vengono fatte ora, forse peggiori perchè basate sull’incapacità di risolvere i problemi, sul dileggio e la menzogna di comodo. Mi piace essere veneto, anche se non ho fatto nessuna fatica per esserlo, ma essere italiano mi dà di più, sono parte di qualcosa di più grande. Abbiamo una parola in veneto, che definisce lo straniero: foresto, ma non si applica più come ai tempi di Goldoni, al bolognese o al napoletano, e ormai anche agli europei si fa fatica ad applicarla come categoria di pensiero.  Per me essere a casa in ogni parte di questo paese  è un valore e un impegno e sono certo che l’essere assieme è vivere il presente senza rinunciare al passato, pur vedendone il limite e la gloria. Non mi piace un futuro in cui rinuncio ad una parte importante di me, ricevuta in dono dai miei padri e cioè l’essere italiano, l’abitare questa terra, sentirne il valore e la cultura, riconoscermi ovunque. Quello che mi viene proposto è una caricatura dell’essere e per me, che ho il veneto come lingua madre, è una diminuzio.

Perchè siamo finiti in questa trappola che ci rende peggiori di quanto siamo?

dizionario interiore: la vergogna

La vergogna inizia in Sudan, prosegue nel deserto libico fino alla costa, continua in mare fino all’incriminazione del reato di immigrazione clandestina. Queste persone si fidano di noi, vengono da paesi in cui parlano bene degli italiani, ne parlano in casa e ricordano i loro nonni Ascari, morti senza paga nei campi di battaglia dell’Italia.  Non hanno alzato la voce sui danni di guerra come ha fatto la Libia, non pretendono risarcimenti sulle leggi razziali del fascismo. Ma da quelle parti, Berlusconi non va in visita, perchè non hanno petrolio e neppure denaro da investire nelle aziende italiane in difficoltà o forse perchè sono meno arroganti e vicini. Tre anni fa ero in Eritrea, non c’era l’assalto dei mendicanti, la dignità era nei volti e nelle schiene diritte. Sarà per questo che la vergogna mi prende, anche per quel 71% di italiani, che pensa sia giusto processare i sopravvissuti. Non sarò mai in quel 71%, che mi pesa addosso, ma non capisco più chi mi sta a fianco, lo guardo come un nemico. Penso che prima o poi toccherà a me. E la vergogna sale dallo stomaco e prende il cervello. Ed io che non credo, vorrei un padre Cristoforo che alzasse il braccio e dicesse: verrà un giorno… 

Leggete la cronaca di Ezio Mauro, leggetela come si leggeva Pellico. Leggetela Voi, perchè chi dovrebbe leggere Pellico non sa neppure chi sia stato.

http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/cronaca/immigrati-10/viaggio-morte-italia-mauro/viaggio-morte-italia-mauro.html

udite, udite, o rustici

Emergono da vecchie riviste e depliants gli stati dell’arte:  la grafica di Atari, db3 per i data base, mathcad4, programmi di scrittura, modellizzazione, giochi. Tutto è stato insuperabile per pochi mesi, poi cancellato dalle nuove meraviglie e scordato. Penso a chi ha lavorato in questo campo, come in altri, dove la corsa non si ferma ed accelera all’infinito. A come si sono sentiti ogni volta, alle notti insonni, alla soddisfazione o alla delusione del gioco dell’oca dei risultati, poi la consegna al marketing, le presentazioni in pompa magna, i gadgets, la corsa all’acquisto. Tutto esaurito in pochi mesi.

Avete presente uno spruzzo di gas freddo nell’aria? Una nebbiolina che si dissolve e lascia un lieve sentore di fresco. Ecco ciò che resta dello stato dell’arte.