
Ho mani grandi,
che hanno appreso la leggerezza,
per contenere e prendere,
i polsi sono teneri,
non a tutti i pesi indifferenti,
come ai pensieri che debordano, sguaiati.
Aveva mani forti, mio padre,
precise e ad ogni giorno adatte,
parlava il necessario,
ci amava forte senza dirlo troppo.
Mia madre era attenta e delicata,
belle e morbide, le mani,
use a onorare la fantasia d’ogni concretezza.
Mia nonna aveva mani magre,
avezze al lavoro e all’affetto,
sapeva percorrere la mia guancia
con cura leggera,
la stessa con cui aveva percorso il mondo.
Nel loro suono collocava le parole,
figurine d’album dal profumo di violetta
e sorprendeva senza parere, il sogno.
Dell’amore, nella casa, nulla lesinava
così il bene tracimava,
lo si sentiva nell’abbraccio,
nella parola che fioriva anche d’inverno.
Nella febbre di bambino
rinfrescata era la fronte,
nelle prime lettere,
il pennino sostenuto e accompagnato,
dopo un giorno di corse e giochi,
polvere e sudore, venivano lavati.
Nelle mani che sono casa e vita
c’è il compendio dell’amore,
la sua passione,
l’intelligenza e la cura innata,
il sapere,
la parola da tenere a mente,
la frattura che si ricompone,
il pianto deterso e spento.
Se il tempo d’ognuno
converge, mescola e s’unisce,
accade in una carezza
del profondo nostro universo
che non teme di generare un sole.

Grazie per questa poesia — è una di quelle che chiedono di essere lette lentamente, più di una volta.
C’è qualcosa di raro nel riuscire a parlare di amore familiare senza scivolare nel sentimentale facile. Tutto è tenuto da una sobrietà precisa — “parlava il necessario”, “ci amava forte senza dirlo troppo” — che paradossalmente scalda di più. È il pudore di chi sente davvero, in profondità.
Grazie per averla condivisa.
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Grazie a te Pat per averla letta. Più passa il tempo e quel tessuto d’amore emerge. 🤗
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