tra un parco e un parcheggio, ovvero la sorte dell’ex caserma Prandina a Padova

Cosa resta dell’attesa delle auto che cercano posto dove dovrebbero esserci giochi di bimbi.
Cosa resta degli scarichi nell’aria che si riempie d’una fretta che innervosisce.
Cosa resta del campo pieno d’erba alta che i ragazzi volevano sfalciare e a cui è stato opposto un rifiuto dal Comune.
Cosa resta nella mente a chi voleva un prato e un bosco e vede i segni degli stalli delle auto, gialli come il colore dell’epidemia, del pus che avvelena corpi e aria.
Cosa resta delle travi pericolanti che sorreggono tetti antichi nelle stalle vincolate, mentre marciscono nell’incuria.
Cosa resta del presepe di legno, delle sculture che imbruniscono alla pioggia, delle idee di Carlo offerte a una città senza fantasia.
Cosa resta del parco Cavalleggeri, dove ogni giorno si trovano bimbi, mamme e nonni, fazzoletto di verde a ridosso di un corso pieno d’auto.
Cosa resta delle grida felici dell’infanzia, del sudore che si rapprende assieme alla gioia delle corse.
Cosa resta dei sogni di chi vede il boschetto inaccessibile, gli edifici transennati con i tetti sfondati, e attorno ci sono auto in sosta anziché incontri e passeggiate quiete.
Cosa resta della città prona agli interessi dei pochi, piegata dai grandi e piccoli sfaceli che durano nel tempo e le tolgono salute e vita.
Cosa resta delle parole pronunciate nei convegni serali, dei pensieri di Giulini, dell’entusiasmo con cui sembrava possibile che la città cambiasse.
Cosa resta degli impegni elettorali, dei disegni, delle visioni del futuro, del centro storico finalmente libero dal traffico.
Cosa resta della fatica, dei banchetti sotto il sole, delle persone che ascoltavano che i beni pubblici per essere tali devono tornare a tutti e non essere di pochi.
Cosa resta di tanta ignavia, di così poco interesse per chi non ha voce.
Cosa resta delle cose semplici che diventano preziose: l’ombra d’albero d’estate, l’acqua d’una fontanella, le panchine e il prato per correre, i luoghi in cui sostare a leggere e studiare.
Cosa resta dei piccoli lavori artigiani immaginati, dell’officina delle biciclette, di un orto comune in città in cui i bambini vedano nascere ciò che mangiano.
Cosa resta di un’oasi dove gli animali possano vivere e muoversi senza paura.
Cosa resta di un sogno possibile che ne genera altri e muta le vite, le rende più naturali e verdi, più sane, più gentili.
Cosa resta di ciò che avrebbe potuto essere nel ricordo di ogni bambino di quel grande quartiere, dei giorni felici vissuti giocando nel verde, dell’attendere che finisca la pioggia per uscire, del sole che accompagna i giochi, della neve che trasforma per magia un bosco in una fiaba.
Che resterà ai bambini di adesso e a quelli che verranno di un pezzo di città che era per loro e che gli verrà tolta.
Non ci saranno grati dell’egoismo e dell’ improvvidenza, non capiranno e sentiranno che qualche loro pezzo di felicità è stata consumata dai grandi, da quelli che non capiscono più quanto sia bello un albero, un prato, una corsa a perdifiato.

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