facciamola semplice

Facciamola semplice: quanti anni hai vissuto? E quanti ne vuoi vivere?

Hai capito bene, non mi interessa l’età e neppure lo snocciolare d’anni come rosari. No, parlo degli anni vissuti davvero, della storia senza sbadigli, perchè quello è il tuo tempo.

dolore

Mi parlavano di amori conclusi, di abbandoni miserrimi e vigliacchi e usavano la parola dolore.

Non capivo. Mi sembrava così grande e fisico quel termine, così assoluto nella sua gradazione rappresa, che la parola suonava eccessiva rispetto all’immateriale. Era il mio sentire abituato ad altro, alla compostezza dei sentimenti e al tenere per sè, anche l’esperienza negativa.

Poi ho capito, è una barca, un mezzo per traghettare, poi si approda ad altro.  Ma un dolore che dura oltremodo e che in buona parte si autogenera,mi pare ancora spropositato per un malato che vuole guarire.

soliloquio

Dovrei parlarti della stanchezza di ogni giorno, della fatica della pazienza, quando ogni limite è superato, della coscienza degli errori e del perchè siano  per me gravi, ben più di quelli altrui. Dovrei parlarti delle notti corte, dell’ascolto e del soffrire assieme, dello scarto tra ciò che si è immaginato prima di un’impresa e del risultato. Dei miei entusiasmi conosci assai, ma anche delle mie sconfitte solitarie conosci la sera e il bisogno di silenzio. Adesso, quando parlo ad alta voce, ascolti ed annuisci, ma non basta, se non m’aiuti a raccontare, convincente, le mie priorità. Chè del resto, sono solo in parte mie e troppo spesso d’altri a cui rispondere. Tu lo sai che non ci si può risparmiare se si vuole vivere, neppure i plantigradi si risparmiano, ma non basta. Da tempo penso che gran parte dei nostri problemi siano superfetazioni, che le cose che contano siano davvero poche, che l’attenzione che ci dedichiamo sia fatta di momenti di gloria e di qualche opportunità. Conosci le tristezze e anche le gioie, sai che le bugie sono veniali e che non mi tiro a lato quando serve. Ma di tutto questo coraggio, cosa resta se non riesco a farmi intendere, e se lascio scorrere, muto, su di me lacrime altrui? Ogni mattina e ogni sera, un percorso circolare divora  ore e sguardi, li confonde nelle abitudini, li ossifica nei pensieri e nei luoghi comuni. E ogni tanto con dolore (volontariamente,perchè liberi), si rompe un osso incongruo, se ne vede il limite alla libertà di movimento, si prova ad articolare un saluto, un abbraccio. E’ così che penso quando vedo la sofferenza d’altri, che finirà, come la mia stanchezza, per approdare a nuovi equilibri, entusiasmi, fatiche. Nuove e non da criceti sulla ruota, la mia come tante altre vite belle, che conosco e non conosco: è di questo che ti parlo quando in silenzio assenti, è di questo mio tempo dissipato, della gioia di aver vissuto e voler faticosamente vivere.

la calunnia

La calunnia e la menzogna usate contro l’avversario politico, per demolire, minimizzare, togliere credibilità. Un’arte antica e ben usata in politica, perchè dei vinti non si ricorda nessuno, se non vincono nuovamente.

Hanno detto: a Roma in 200.000,  era un comizio d’apertura di campagna elettorale, solo una manifestazione per occultare la divisione interna della schieramento d’opposizione, ecc. ecc.

Ha un bel dire Anna Finocchiaro: vogliamo rispetto, noi al tempo rispettammo l’opposizione. Non ci sarà nè rispetto, nè verità. Anzi il cav. Berlusconi illustra il pensiero su cui bisogna uniformarsi: abbiamo vinto in modo schiacciante, non c’è un’altra Italia, l’unica manifestazione è stata il 18 aprile, Veltroni si riposi e torni fra 5 anni, nel frattempo faremo quello che ci hanno legittimato a fare.

Solo i ludi elettorali di mussoliniana memoria, funzionavano così, ma fa bene il cav. Berlusconi a ricordarlo a chi pensa che il compromesso sia possibile. In una azienda comanda il capo, dà istruzioni ai sottoposti (che  dice ministro Maroni?), controlla e modifica le regole secondo la propria visione del potere per conseguire il risultato. E’ utile, il cav. Berlusconi, perchè fissa l’agenda  all’opposizione che come in ogni regime liberale, deve essere alternativa. E per essere alternativa deve esercitare i propri diritti, mordendo per 5 anni, implacabile, instancabile, credibile. Perchè il suo obbiettivo è essere alternativa alla maggioranza ed è questa a dover essere conquistata a nuove ragioni, non l’opposizione.

Chi c’era al Circo Massimo, può dire non solo il numero, ma la volontà di essere alternativi, per questo da sabato comincia un percorso e finisce la sconfitta, non altro.

E per cortesia, basta con il tempo consumato a discutere di organigrammi, parliamo di problemi e della loro soluzione, cerchiamo di capire che i giovani metteranno in discussione i nostri paradigmi, i compromessi, le scelte che hanno fatto di questa generazione quella più povera e con meno futuro delle precedenti.

 

 

post notturno

Ci sono quelli che rifiutano il cambiamento perchè hanno paura di perdere qualcosa, quelli che diventano acidi e non va mai bene nulla, quelli che son bastian contrario per impotenza autoindotta. C’è un conformismo incongruo che fa storcere il naso senza odore: la fedeltà al paradigma del migliore dei mondi possibili. Ma non lo sentite questo alito di cantina, di sogni torpidi di benessere, di piedi calducci e sentimenti senza orizzonte? Viviamo tra luoghi comuni, abitudini che rendono tristi nei giorni tirati senza scorrere d’ore. Ci svegliamo la sera, increduli della stagione, del tempo, della stanchezza senza corsa, pronti all’infelicità del giorno dopo. I ragazzi si muovono, ci metteranno in discussione e ci riempiranno della merda che abbiamo creato, ci apriranno gli occhi chiusi alla realtà dalle nostre professioni. Sono più di vent’anni che non accade nulla, una generazione ha sofferto senza motivo, ripiegata nell’arricchitevi craxiano. Gli ex giovani di successo che ricordi hanno della loro giovinezza? E su quante speranze hanno costruito edifici fragili pensando che bastassero cose e denaro? L’infelicità è cresciuta nel nostro mondo, è dilagata nelle case con una balla collettiva, costante, ottundente. Un tempo chi scappava nella droga non sopportava la realtà, adesso ci si fa per lavorare, per esserci di più, per avere occhi lucidi risata e uccello pronto. Ci si fa di vino raccontato prima di berlo, di viagra, di donne e uomini interrotti. E’ questo il mondo che vogliamo?

Finalmente qualcuno comincia a svegliarci, a dire che il re non è vero e che un simulacro è al suo posto. Riprendetevi i sogni, ci dicono questi ragazzi, sono solo vostri, nessuno può sognarli per voi.

da dove cominciamo?

Da dove cominciamo?

Ci vediamo di rado e sentiamo spesso. Lei intuisce se qualcosa non funziona e allora fissa un appuntamento. Indaga con gli occhi, cerca il tono della voce, fa domande dirette.

Poi mi parla di come mi vede, di cosa dicono di me, protesta, si incazza perchè mi trascuro, mi insulta e infine sorride.

Le sue mani a volte si fanno strada tra i bicchieri e mi toccano. E’ una sensazione bellissima, come parlasse sulla punta delle dita. Ho sentito baci dalle sue mani.

Mi chiede d’essere concreto, di non scappare. La guardo ed è la mia coscienza buona, la parte che amo di me. Cosa potrei dire che Lei già non conosca, del buio in cui mi rifugio? dei silenzi cercati perchè non c’è nulla da dire?

Parliamo spesso di sentimenti applicati alle nostre vite e sappiamo entrambi che non sono l’antidoto alla solitudine, ma neppure l’argent de poche per le necessità quotidiane. In fondo le nostre solitudini sono temperate dall’attenzione che ci accompagna ed ogni giorno ci solleviamo dalla paura perchè qualcuno ci permette di appoggiarci. E’ il pudore del profondo che vale anche per gli entusiasmi, così incongrui e incomunicabili, e resi morbidi dall’arte quieta del mostrare solo ciò che può essere capito. 

Ho scavato di più con Lei che nella durezza dell’analisi. 

Ma da dove cominciamo per vivere adesso?

 

muore a letto con l’amante, poi è rissa

I fatti sono semplici: un uomo muore nel letto dell’amante, questa, disperata, chiama soccorsi, constatato il decesso la polizia avvisa la famiglia. Arriva la moglie, accompagnata da un fratello e dal figlio. Scoppia la rissa.

Dove finisce il possesso e inizia l’amore?

Prigogine mail

Il tempo pulsa, si contrae, è un animale preso in mano che conosce il suo destino. Di questo ti parlavo, quando mi rinfacci che per te, di tempo non ne ho mai. Il tempo lo teniamo in tasca, spiccioli da dare senza memoria, lo teniamo con cura solo quando, ce ne viene chiesto troppo. Ti spiegavo che, di tanto in tanto, una magia accade, tutto si riordina e anche ciò che davvero è più importante, prende un posto più discreto, ammiccando appena.  Se un bimbo non ti offre la sua mano, la routine ti avvolge e di tempo in tasca ne resta sempre meno: una priorità ricorderà il suo posto, un sentimento sarà meno urgente. Il mio tempo è stato lungo, disperso e responsabile, ho scialacquato tra vincoli e noie, tutto difficile da scordare. Eppure, spesso immemore, la sera allineo le mie monete di tempo, ne faccio piccole torri e mi sembra ancora tanto. E se per te è poco, di quel poco, potresti serbare un sorriso. Ritrovare l’allegria di chi ha disperso, senza pensarci troppo. Con il tempo si diventa avari cercando il proprio da altre parti. E’ così che il nostro tempo non gode e vogliamo quello altrui. Solo che a furia di rovistare in tasche d’altri può subentrare al riso, la ripulsa,  ed allora non c’è n’è davvero più. Di tempo. Per Te. 

Invio questo messaggio negli spazi siderali, là dove il tempo nasce e con noncuranza si piega e avvolge in una spirale entropica senza sentimenti. Indifferente.

un cuore

Un cuore a lunghi passi per percorrere la città. Un cuore che non si stanchi, che alimenti gli occhi, un cuore da tenere in mano per far luce la sera, perchè sotto i portici ci sono angoli dove si dorme, anche ora che il freddo attanaglia. Un cuore da mettere nelle ginocchia di bimbo, che batta senza stanchezze, che viva di sonni danzanti. Un cuore che a mezzogiorno ha fame, che non si inquieta e che s’incazza se vede ingiustizie. Un cuore di notte, pozzo senza luce che si tasta per sentire che c’è. Un cuore che è d’inverno, d’estate e primavera, d’autunno mai. Un cuore, che serva insomma. 

nausea

 

E‘ un post lungo, per me fastidioso anche da scrivere, figurarsi a leggerlo; prendetelo come sfogo, non ci sono sempre cose carine in circolazione.

C’é un fastidio che sfocia in nausea e fa rifiutare più persone del dovuto: per estensione si conclude che tutti sono uguali. E i volti, gli occhi, i pensieri intuiti dietro i sorrisi fanno desiderare la solitudine, il contatto selezionato per non sentire più male. E’ un poco da codardi restringere il campo, far finta di non sentire, tanto in profondità comunque lo annusiamo questo petrolio che sporca e non se va dalle mani quando si tocca. Spiegherò cosa ha mosso tutto questo e senza speranza di mutamento. Mi basta solo che riemerga la percezione del dolore muto, dell’ingiustizia che subisce chi viene manipolato. Faccio fatica a scrivere di queste sensazioni, non sono episodi, fatti di una sera, sono sentimenti vilipesi che inzuppano tutto. Vorrei avere il dono di sintetizzare ed invece parlo dell’effetto non della causa. Per lavoro conosco uomini e donne, ma soprattutto uomini che vivono all’estero. Alcuni hanno fatto fortuna, altri vorrebbero farla subito, adesso. Gli italiani si ritrovano nei circoli, invitano chi viene dall’Italia, parlano. Ecco due brani di discorso:

“Sono arrivato anni fa, nei momenti buoni ed era diverso. Si facevano soldi con perline e specchietti. Eravamo parecchi, molti sono qui ancora. E dove vanno? questo è un paese dove chi ha testa fa fortuna.  Tra noi ci trovavamo in casa, ma soprattutto in un posto nostro.Mica come adesso che si viene il venerdì al ristorante per cantare sole mio. C’era una villa – l’avevamo in concessione – dove quasi ogni sera c’erano feste. No, non era un bordello, non potevano entrare tutti. Era una specie di privè, per noi e per i nostri ospiti. C’era il bar, un ristorantino, le saune, le stanze riservate, le camere. Si poteva usare come foresteria, ma solo per noi. Ha capito?

Ogni sera c’erano feste, le ragazzine arrivavano, si rideva, si parlava. Non capivano un cazzo, non parlavano italiano, ma imparavano presto. Erano infagottate dapprincipio,nei loro maglioni fatti in casa, con i jeans da pochi soldi, le labbra senza trucco e le ascelle pelose. Sapevano di sapone da bucato. Dopo 15 giorni ti accoglievano già nude, sorridenti, depilate. Parlavano, dicevano qualcosa e ridevano. Mica si scopava e basta, si mangiava, si beveva, c’era la musica. Si faceva all’amore. Qui si dice sempre fare all’amore, scopare no, è da puttana, le ragazze non vogliono sentirlo.

Una volta ho portato due siciliani, dovevano aprire una fabbrica di dolci, uno si è innamorato di una ragazza, alla fine se l’è portata via. In Sicilia. E la fabbrica di dolci non l’ha fatta più.

Ad un certo pnto hanno ritirato la concessione, invidie verso di noi. Abbiamo dovuto chiudere il circolo e adesso il venerdì sera siamo qua. Poche feste e o sole mio.

Ambasciatore, ci dà una mano,se presentiamo una petizione?  Come per cosa? Lei non ha sentito vero? E’ un circolo, una cosa per noi italiani. ”  

Dopo mezz’ora la stessa voce:

“Domani sera alle 18, venite tutti. Anche voi due che non venite mai, l’abbiamo spostata apposta perchè alle 19 ci sono le partite su sky. Viene anche lei? è qua domani sera? E’ la messa per noi italiani, anche per gli altri naturalmente, ma in italiano. Venite mi raccomando, qui in chiesa ci sono solo gli uomini.”

Non ho mai avuto voglia di ascoltare questi racconti, nè di guardare queste facce. Ma non mi basta più dare del lei, tenere le distanze, dissentire. Anche se è per lavoro, anche se non è dappertutto così, non ho più voglia.