L’uso quotidiano del sentire è poesia?

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Non saranno poi così importanti le cose che mi stanno attorno, colori, particolari, conformità d’umore, però entrano con continuità, e si fanno notare, creano legami e relazioni di pensieri. E non sono solo le cose, ma persone e situazioni, che portano al particolare.

La poesia è trovarsi nel particolare ?

La parola che individua la poesia sovrasta il contenuto, intimorisce e riporta ad altro che abbiamo letto o sentito subito come nostro, tocca il profondo. C’è un legame della poesia con l’esplorazione del sentire, e dei suoi meccanismi portati in scienza. E la grande poesia indaga, a volte troppo, mi fa conoscere la mia insufficienza, però mi riporta alla mia identità e mi risponde: sono ciò che sento. Questa è forse la ragione dell’uso discreto che si dovrebbe fare della poesia nel vivere, il troppo sentire ci porta a vedere con chiarezza le cose, a darne altra importanza e se così fosse per tutti, cosa resterebbe della comune, economica realtà? Meglio che il sentire resti ubbia dei singoli, meglio che la stranezza sia il sentire di più e la normalità l’indifferenza. Questo vien detto e senza neppure troppa creanza o rispetto, ma si perde qualcosa d’importante nel non vedere, e ci mancherà la consolazione delle cose, la realtà delle persone quando si lasciano un po’ andare. Non ci saranno sensazioni profonde difficili da condividere, non ci sarà la sensazione che le parole piane con cui la poesia ci parla di noi entrino e ci travolgano, in fondo questo è il prezzo che molti pagano al loro equilibrio, spacciato come realtà. E’ una scelta, per gli altri, maldefiniti sognatori, ci sarà la sensazione d’una bellezza continua che destabilizza, un essere troppo aperti e senza pelle, ma non è forse bello farsi frugare con amore?

Quanta inquietudine si maschera nel rifiuto di vedere appena oltre, il poeta, in fondo, è un coraggioso che parla di sé, spesso senza pudore e senza poi pentirsi, che è pure peggio. Cose generalmente poco ammesse, salvo che in vere e poche intimità. Il sentire induce alla nudità, ma cosa mostrare dipende poi da noi, da ciò che si condividerà. Torno a me e ciò che sento è mio, non ha ambizione universale, si ferma nella mia libertà nel vedere, ed è un sentire piccolo, senz’altra utilità, se non quella d’indagare e di stupirmi. Guardo le gocce sulla finestra e mi sembrano importanti come la pioggia di questa giornata. E’ cosa mia che fa star bene, se guardo più a fondo troverò qualche ragione che mi porta a delimitare il mio mondo in ciò che vedo e sento. In fondo, di piccole personali poesie è fatto il vivere e riconoscerle in ciò che scriviamo, fotografiamo, facciamo, non è solo dare sensazione all’uso dell’aggettivo impreciso bello, ma una riconoscere una parte di noi che, non di rado, se detta a orecchie indifferenti, c’imbarazza. Così scrivo senza curarmi troppo della logica e nel dire, penso che la stanza sia vuota. Sento la mia voce, la cadenza, correggo non la forma, ma l’approssimazione, e l’insoddisfazione non è misura dell’ altezza di ciò che dico, ma del suo esprimere ciò che sento. Questa è la vera distanza tra la poesia dei grandi e la mia piccola sensazione del vivere. Non si colmerà mai, non importa, è il modo di vivere che ho scelto ed è questo che poi mi può rendere a volte felice o triste. E’ mio, che volere di più?