ulisse tre

Ulisse vorrebbe essere davanti al mare, con il mento appoggiato sulle ginocchia raccolte, la schiena su una parete ancora tiepida di sole. Guardo distante, c’è profumo di salso e di olii di erbe arroventate, ho un pensiero che respira come il mare. A sorsate lunghe e concavi vuoti d’onda.

Invece è in città, ulisse e legge. Succede alla sera, quando l’aria e la luce sono più dolci e lui si lascia prendere da uno struggimento senza nome. E’ quello che prova un animale a cui manca qualcosa, chessò, qualche penna essenziale, un’ala, una dimensione reale che si affianchi a quella impalpabile dell’assenza. Lo conosce da sempre, questo vuoto e se ne avvolge, mentre segue tra le parole, il racconto che si fa vero, l’alludere ed il dire diretto, le parole a fior di pelle che interpretano l’accapponare fugace del desiderio curioso, la scrittura che si fa gioco bellissimo e serio: la vita raccontata.

Si ferma, forse è stato percepito in lui qualcos’altro che non era, od almeno non credeva d’essere in tutto questo andare, muoversi, vedere ed introiettare? Ha la sensazione di essere sempre stato colto per pezzi utili, ma ulisse, è qualcosa di molto più complesso, pensa con le sfumature, si nutre di pelle e di tenebra, di razionalità e della follia delle sensazioni. La solitudine è la consapevolezza della fatica di essere circumnavigati, capisce che non può essere una pretesa. Forse neppure la misura di un’attenzione. Le complessità esigono pazienza oppure lame molto affilate per essere sciolte. E la consapevolezza non è rassegnazione, ma una misura di sé, di ciò che si vorrebbe e di ciò che si può chiedere.

Pensa alla sua capacità di capire, al limite che incontra. Alle donne che ha conosciuto. Si chiede chi è penelope davvero, se quella conosciuta, inseguita, immaginata, oppure quella letta nei racconti d’altri e se gli sarebbe piaciuto conoscerla, averla da qualche parte nel suo andare. La penelope degli altri risponde al desiderio del maschio che vorrebbe una donna rupe, forte e certa, ma ulisse ama la morbidezza, il flettersi e il pensiero erotico esclusivo per chi lo condivide. La sua donna non può essere solo un posto dove tornare, è il rischio di non trovare ciò che pensa di aver lasciato. La meraviglia dell’inquietudine è questa, pensa ulisse, l’esserci così profondamente per l’altro, come nessuno mai ed al tempo stesso sentire il sommovimento che pervade entrambi. Quel mutamento che conosce bene e che sa immutabile, ma al tempo stesso mutevole nel manifestarsi, come per la terra ed il terremoto, che muove ciò che sembra immoto e solo lo stolto pensa sia un assestamento.

Ogni mattina bevo un caffè nuovo, pensa ulisse, ogni giorno avrò un pensiero nuovo eppure legato al precedente. Un permanere ed un mutare, finchè la curiosità assisterà la meraviglia e viceversa. Deponendo e radicando: arenarie ed alberi da vento E quando pensa agli alberi da vento, pensa agli alberi di nave ed alla roccia che conserva, memorizza, testimonia ciò che siamo. Andare ed essere assieme. In questo gli manca qualcosa di tangibile che si è spostato verso le sensazioni senza nome, come si fosse privilegiato l’incontro di essenze, togliendo l’ombra del concreto. Troppa luce senza ombre. 

Andare seguendo l’inquietudine, l’odore del vento. Forse ho sbagliato, pensa ulisse, ma è abbastanza incosciente da non chiedersi mai troppo su ciò che fa o non fa, l’introspezione è una compagna, non un giudice senza misericordia.

Ora conosci qualcosa dell’ulisse interiore, dice tra sé, ma resta fuori l’ulisse che immagina,  le persone e i luoghi con un’ intensa realtà, li sente raggiungibili, parte dell’esperienza. E questo reale possibile lo sente ritmare nel suo giorno, che guarda, affronta, rischia, gioisce, dialoga con ciò che non è vicino, ma c’è. In questo ulisse, avverte la nostalgia di quel mare mentre percorre i giorni e il tempo. E nella sera, la nostalgia è più forte del giungere.

 

ulisse due

Per uscire dalle colonne d’ Ercole, ma anche solo per navigare con interesse tra persone sconosciute, bisogna possedere la vis di coltivare la propria ignoranza per conoscere. E’ l’inquietudine d’ esser volontariamente fuori dal codificato, dall’imposto La spinta a fuggire il banale e ciò che non dura nella testa e nel cuore.

Così mi ritrovo, a perseguire l’ignoranza,  a non leggere l’ultimo libro, a non ascoltare la musica che spopola, a lasciar perdere ciò che non mi piace, imponendomi, al massimo, ciò che è difficile, ma serve a capire.  Sono in accordo col mio tempo, perennemente in ritardo. E devo ignorare, per capire e vivere dentro la realtà che percepisco. Questo del resto è un mondo di solitari insoddisfatti, di ciurme alla ricerca di compensazioni. Essere fuori dal gruppo non significa non essere socievoli, ma avere la propria individualità, la propria strada all’ignorare ciò che è deleterio a sé. Correggo un verso: ogni uomo è un isola e ogni uomo è un costruttore di ponti, e i ponti non vanno ovunque, collegano ciò che è vicino, congeniale a quell’uomo. Giorni addietro abbiamo celebrato la giornata  della memoria, ovvero consumato un evento, ma siamo sicuri che l’orrore per quanto accaduto sia lo stesso in Europa, in Africa, in Cina, in Giappone?  Non è lo stesso, e neppure il nostro orrore per quanto accade in quei paesi è lo stesso di chi lo vive, ne ha esperienza, cultura. L’ignoranza è rifiuto dell’orrore codificato, è ciò che porta fuori dalla gabbia del conosciuto superficiale e conduce al bisogno di sapere emotivo, alla convinzione di costruire ponti.

Salpare dalle religioni senza cuore né uomini, andar via da ciò che rende uguali e non eguali. Condurre l’ignoranza sul limite di ciò che conta davvero: vita, morte, sesso, solitudine. Questo è il senso del viaggio, della sua metafora, delle difficoltà e del piacere del conoscere partendo dall’ignorare. Questo l’andare e il restare senza un tempo, che non sia il proprio.

 

 

 

altri luoghi

Le gambe allungate e tu che parli guardando la brace.

Due ore di parole dense, interrotte da silenzi lunghi. Ascolto la tua voce piana che lascia uscire pezzi di riflessione, che dice di te parlando d’altro.

Faccio altrettanto. Le nostre sono vite differenti, unite da un’amicizia strana e nata per caso. Ma del vivere in fondo, i temi fondamentali non sono tanti, spesso gli stessi ed una mano basta per contarli. Il ragionamento continua, uno parla, l’altro ascolta e sono parole che s’incastrano nella vita. Sempre impersonale, come se le individualità aspettassero per rendere reale l’astrazione. Il fuoco si abbassa e si alza. Il silenzio lo segue e non ha tempo a cui rispondere.

Fuori è notte, qui il bujo è più scuro, divora la luce delle case che si ferma appena oltre il vetro. Il viaggio di ritorno per me sarà lungo,ma non pesa, continuo pensare alla mia vita. Occorre tempo.   

 

      

la parola della settimana: memoria

Le nostre memorie ci svuotano della responsabilità di ricordare. Siamo pieni di tracce, di occasioni messe da parte: migliaia di fotografie che non guarderemo più, centinaia di migliaia di parole scritte, conservate, seppellite sotto altre parole, che a loro volta, verranno conservate.

I mangiatori di loto hanno trovato la coscienza che perdona il dimenticare, basta conservare. Non importa chi siamo, chi siamo stati, ma le tracce che sono a disposizione per certificare che davvero abbiamo un passato. Siamo così ricchi di memorie esterne che possiamo permetterci di non avere più memoria di noi e del mondo, e tutto ciò che è accaduto non lascia traccia sui nostri corpi di vetro. Cos’è accaduto ieri di importante? e un mese fa? ed un anno or sono dov’ero? cosa mi accadeva attorno? Restano le cicatrici senza contesto, di ciò che ci ha cambiato, fosse felicità o disperazione. Fatti personali privati dalla storia. E perdiamo spirito come gomme bucate, diretti verso un grigio in cui nulla è importante, in cui nulla accade davvero. Non tu, non io, neppure i drammi che accadono oltre i nostri vetri sono reali. Tutto smorzato assieme al freddo da un vetrocamera antisfondamento che permette di guardar fuori distrattamente, al caldo di un sé desideroso d’essere.

Nel fiume una cosa tondeggiante appare e scompare a pelo d’acqua, segue il flusso della corrente. Senza fretta, nel tempo giusto, potrebbe essere un tronco, un animale, qualsiasi cosa simbolo di tutti i gettati. Quelli che si sono consumati nei delta, senza neppure giungere al mare. Quelli che sono scomparsi al largo, fratelli di quelli giunti a riva. Quelli che neppure sapevano il perché di tanto accanimento e quelli che l’hanno intuito con angoscia  così forte da desiderare la morte. La cosa continua il suo corso, s’è affidata a chi poteva accoglierla. Non ci sono braccia amiche, neppure il numero impressiona più di tanto. Cos’è un numero? Qualcosa che si può superare con un piccolo sforzo. Ma lei a qualcuno è stata cara, qualcuno che non si consola nel numero, qualcuno che ricorda ciò che era vivo, sembiante, emozione, consuetudine, parola, silenzio, risata, tristezza e scoppio di voce.

Josif aveva il suo violino, i suoi cavalli, l’orso che faceva ridere di paura i bambini, ma di lui non c’è memoria. Neppure di Maria, lesbica orgogliosa c’è memoria, ma anche di Franz la memoria s’è persa assieme al suo compagno. Quanti erano, forse solo qualche milione in tutto, accumunati nell’oblio. Tutti nel fiume prima della foce, tutti senza l’orrore d’essere vivi. Alla fine è bastato poco, ma prima che fatica.

Alcuni hanno più storia, non memoria, erano in tanti, non bastò, ma contavano abbastanza. Fossero ebrei od armeni di loro è rimasta traccia senza dolore. Ovvero per chi li conosceva il dolore non s’è mai spento, ma per gli altri è bastato pensare che la follia può far questo ed altro. Solo la follia, non gli uomini.

Il musicista polacco che andò con moglie e figlio a Terezin prima di finire la sua vita ad Auschwitz scrisse un canto gioioso per il suo bambino, ci è rimasto solo questo, non il figlio o la madre. Della scrittrice già famosa, sono rimaste le pagine di un romanzo incompiuto. Dei molti ricchi, i conti seppelliti nelle banche svizzere. Dei proprietari delle barche ormeggiate nei laghi, il nome sulla prua ma del fiuto del vento nulla è rimasto. Anche loro perduti nel fiume, eppure fortunati d’una anagrafe, d’ un nome che li ha gettati sulla riva. Degli altri neppure questo.

E’ la cultura che fa la differenza, quella che uccide i despoti, conservandone l’atrocità. E’ la cultura che conserva le memorie distratte che ora non suscitano emozione. Senza Paolo Diacono dei Longobardi resterebbe il ricordo d’una vittoria dei Franchi, senza la cultura il numero sarebbe già sparito nei gorghi del fiume. Come è accaduto ed accade, per i rom ed i sinti, per il Darfour o per il Congo, per i Cambogiani con i khmer o i cinesi durante l’occupazione giapponese, per le vittime di Stalin o per i massacri in Bosnia, per i Libici e gli Abissini poco felici d’aver conosciuto gli italiani brava gente o per gli indios dell’america latina che degli spagnoli o i portoghesi hanno potuto apprezzare la ferocia. E quanti ancora senza la traccia della cultura a rivendicarne l’esistenza?

Abbiamo perso la memoria di noi stessi, ci accontentiamo di tracce e simulacri, guardando il grigio tutto è relativo, per ricordare abbiamo bisogno di una giornata per la memoria, che non ci cambia, non ci interpella, non ci aiuta a capire chi siamo, domani si può tornare a dimenticare.

Anche per le nostre vite è così, prive di un giorno all’anno che ci ricordi davvero noi stessi, che si appoggi su un ricordo che ci cambia, che ci faccia trattare una comunicazione dove non esista solo l’io di qui, subito, adesso, ma quello che vorremmo gettare in avanti, farlo vivere e volare, quello che ha un passato e vuole avere un futuro da ricordare.

il caso e la libertà

Lasciar andare, non fermare, non oppormi.

Se torno indietro con la memoria, ritrovo questo agire come il mio modo d’essere nel mondo, tra le persone. Non ho mai fermato nessuno. Forse perché credo alle parole, ai gesti, alle vite degli altri. Il caso ci segue, mette assieme i desideri, le propensioni, aggiunge di suo, vorrebbe modificarci ed invece poi s’accontenta di modificare le nostre vite. L’ho sempre accolto così, un generatore di possibilità, ma ciò che accadeva poi, dipendeva da noi e diventava destino. Ed ho sempre lasciato che la libertà dell’altro fosse libertà davvero.

Quanta sofferenza costa tutto ciò? Molta, moltissima, perché fa più male ciò che non è stato ed avrebbe potuto essere, rispetto al ricordo. In fondo è il ricordo della possibilità che si incide nella carne, il futuro negato, ma la libertà include la sofferenza. C’è una linea sottile su cui viviamo ed è la linea che separa lo star bene dallo star male, è ciò che si traduce nei nostri atti separando il bene dal male. E quasi sempre ciò che sembra male o bene, poi alla prova dei fatti si rivelerà diverso: un errore in buona fede.

Ho sempre lasciato andare, senza oppormi, perché romantico lo sono davvero, Perché la libertà è una religione, e se mi muovo su rotte sconosciute con portolani imprecisi, accetto la sofferenza e la solitudine, e fa parte della vita che posso vivere.

 

 

 

l’età dell’innocenza, ovvero libertà/decenza

Inevitabile che queste parole così parte della mia giovinezza, siano in mente. Dignità e liberazione sessuale allora, erano temi su cui si discuteva molto e riguardavano tutti, anche i farisei ed i benpensanti, coinvolgevano nella loro spinta egualitaria, prima le donne e poi maschi. Erano il paradigma dei tabù da rompere, la liberazione in cui collocare le persone, agenti/agiti, all’interno del quadro sociale. Decenza era sinonimo di dignità personale. Si leggevano Reich, Fromm, Lowen, si cercavano giustificazioni sufficienti per riconoscere che la morale pruriginosa e la repressione sessuale erano l’espressione del dominio sull’uomo. Si scopava in parità di genere, c’era ricerca del rapporto non del solo piacere. La decenza era il limite del non toccare la sensibilità/dignità dell’altro, era un nuovo costume paritario e soprattutto non cercava il consenso dei portatori di tabù, ovvero dell’autorità ecclesiastica.  Certo c’erano disastri emotivi, difficoltà enormi nell’equilibrio, nel dover comunque rinunciare a qualcosa per avere rapporti alti, profondamente coinvolgenti. Troisi lo rappresenta bene nella normalità del ” ricomincio da tre”, ma adesso mi chiedo quanto distante sia quel tempo, sorta di statu nascendi dell’innocenza ritrovata, rispetto alla prevaricazione, all’uso degli altri, così ben definito dal termine di fruitore finale. Cos’abbia a che fare col sesso e con la sua forza il mito machista e giovanilista che viene proposto nelle cronache delle feste private (?) del premier. Qual’è il nesso con l’oggi? Perché la triade libertà/ decenza/dignità, è scomparsa dal lessico con significato univoco? Certamente non sotto una pressione libertaria, e neppure in nome di una nuova etica condivisa, è scomparsa sotto il più becero degli scopi, ovvero la propria soddisfazione usando il denaro e il potere. Quanto di più indecente si possa immaginare. Il primo reato da eliminare dovrebbe essere il reato di prostituzione ed inasprito quello di sfruttamento, perché il primo vende del proprio, il secondo fa mercimonio d’altri. Non mi chiedo perché la chiesa non parli, e al massimo, in ritardo, balbetti; la risposta è nella premessa: non è la schiavitù che fa paura, ma la libertà e in questa visione il potere gestisce la propria differenza, l’eccezione, il fate ciò che dico io posso fare quel che faccio. Non penso ad una età dell’innocenza di allora, non eravamo innocenti, ma c’era una tensione nel porsi domande, un de strutturare per trovare ciò che stava prima. E la decenza/ libertà era nel limite della dignità reciproca, nel sé che non usa altri.

 

leggo

Ci pensavo oggi, sollecitato da un tuo testo, alla passione insana dello scrivere. Insana perché pretende di farsi leggere da altri, insana perché non distingue il limite del lecito, ovvero quando le parole si spezzano per troppa usura. Pensavo a me stesso, conscio come sono dei miei limiti e dell’uso che faccio della penna. Vera o virtuale che sia. La coscienza d’essere ignorante non scusa nulla, tantomeno l’indolenza passata, o il pensare allora d’altro. E’ come dire che non s’è mai capito di matematica e vantarsene. Della mia ignoranza posso aver coscienza, ma come posso gloriarmene? E così delle parole, anche quando assumono per me forma di verso, ne vedo il limite e la funzione, non faccio confusioni con la poesia. Scrivere è una fatica solo per chi non ne ha voglia, per gli altri è un piacere. La libertà che in questi luoghi ci è data, ma anche in libreria, è dire che qualcosa non ci piace. Tu lo sai bene dove si perde tempo inutilmente. Si evita, si getta, per un poco il narcisismo di scambio funziona, ma perché mentire, basta semplicemente non passare più, gettare in disparte per non perdere il meglio che aspetta. Il fatto che le cose si facciano per diletto non esclude il giudizio, anzi. Leggo anch’io testi troppo pieni di parole d’altri, digestioni mal digerite, esposizione di saperi senza vita. Mi stupisce sempre l’ambiente accademico, perché si trovano conoscenze che scavano talmente da fare delle ali di un coleottero ragioni di vita. almeno per un poco. E’ come un avvitarsi lungo una spirale che accumula conoscenze e scopre del nuovo, ma non esaurisce. Forse per questo gli eroi moderni sono spesso fisici che semplificano l’universo, oppure medici o scrittori che mostrano come guarire l’uomo. Da sè soprattutto. Lo scrivere sembra essere il genio a portata di mano, un’immagine diventa la verità scavata che rende grande un poeta. Lo sai? Otto milioni di poeti ci sono in Italia. E vuoi che non venga l’idea che qualcosa che suona bene non faccia credere d’aver aperto il cuore dell’uomo? Basta sapere cosa si sa e cosa si scrive. Aver coscienza che questo serve, ma soprattutto a noi e a chi trova qualcosa di rilevante in quello che pensiamo. Ma non basta perché mi passi per la testa d’essere scrittore. E se lo si capisce per tempo, allora la forza terapeutica dello scrivere può dispiegarsi, farà bene anzitutto a noi, e a chi è curioso di noi, o ci vuol bene. Scoprire un’affinità è gran cosa in questo tempo dove anche i bar non sono più caffè e per trovare un tavolino dove fermarci bisogna aver conoscenze non da poco. Mi pare d’aver sempre scritto, forse come fuga alla necessità dei linguaggi che dovevo adoperare per lavoro, forse per bisogno per capirmi meglio, forse per leggerlo ad alta voce e sentire se suonava con la musica che avevo dentro. Forse per narcisismo e il Narciso parla prima con sé stesso, forse per vedere se sapevo far di meglio, forse per presunzione o eccesso di fiducia. Forse … Ma non ho ho smesso di conoscere il mio limite e se parlo molto con me è proprio perché qui sono ad armi pari. Dalle altre parti che frequento (bella libertà davvero) trovo i pensieri che m’affascinano e stupiscono, le parole che vorrei aver pensato e scritto. Ma io lo so che non le avrei pensate e questo è il mio limite e la mia piccola felicità.  

 

parole sproporzionate

 

Viene un tempo in cui le parole non bastano, e neppure gli aggettivi c’ assomigliano. Da qualche parte si trova un silenzio impronunciabile, qualche nuovo moto dello sguardo appare, assieme a gesti che rivelano il consumo del tempo. E’ il tempo di sedere, respirare piano, sorseggiare un caffé che sia il riassunto del vissuto, la perifrasi del presente. Non il futuro. Per quello viene da piegare il ferro nella testa, prima che con le mani, come un fabbro d’altri tempi, così da confondere sui palmi ruggine e tagli.

Le lacrime che lavano, rigano e lavano, si mescolano ai sorrisi nel tempo ch’è fatica di capire, ma non da vivere. E non sempre esiste una parola, un vaso in cui mettere noi, ciò che siamo, sentiamo, vogliamo. Ovvero quella parola esiste e ci percorre dentro e non ha vocali e consonanti che bastino al bisogno, per cui frulla nella testa, si posa da qualche parte e resta. Oh si che resta.

 

felice di piacerti

In questa centrale che macina tempo, esperienze, attenzioni, talora capita di ricapitolare tra sé l’eccezione di un incontro condiviso. Felice di piacerti, ha la consistenza di un mantra, della vita, del regalo ricevuto.

 


i giorni più belli della mia vita

Mi hanno raccontato parecchi giorni più belli della mia vita. Hanno iniziato con la prima comunione, avevo 6 anni. C’è una mia foto, con un vestito da adulto, quasi da sera, però tutto bianco, comprese scarpe e cravatta. C’è mia madre, che è una bella ragazza, a fianco. E si vede che me l’hanno già detto, perché sono tutto rigido e perplesso, e non devo far vedere che non capisco cosa ci sia di bello. M’ è rimasto il ricordo di una Ferrari rossa, ricevuta in regalo, assieme a qualche domanda. Era una macchina stupenda, che sputava scintille dallo scappamento. Si poteva cambiare la pietrina e le scintille continuavano a prodursi. Di fatto un accendino senza fiamma. Un prodigio della tecnica, che non dovevo farmi togliere, anche se la questione del più bel giorno, continuava a non essere chiara, Così a domanda divagavo. Col tempo, i più bei giorni inflazionavano, finiti quelli religiosi, cominciarono quelli d’iniziazione. La pubertà, la scoperta del sesso, ma anche qualche piccola vittoria sportiva. Trovavi sempre chi ti convinceva che quello era il più bel giorno della tua vita. I dubbi continuavano, non che fossi uno scettico sistematico, ma semplicemente qualcosa sembrava non collimare tra attesa e risultati. Gli innamoramenti, qualche tappa vitale vinta senza imbrogliare, insomma c’era della soddisfazione che si generava in me, ma bastava che non me lo raccontassero prima. Ero diventato un esperto di giorni più belli della mia vita, senza accorgermene. Lavoravo in proprio e restituivo ai giorni la loro relazione con me. Così le volte che mi sentivo pieno di vita, ma proprio pieno che sembrava uno sballo, allora era il più bel giorno della mia vita. Non quello più bello in assoluto, ma quello che provavo in quel momento e che rimetteva in ordine gli altri. Da allora non ho più smesso. Certo succede di rado, ma finché lo vivo, so che il giorno più bello non è il più bello e che altri ne verranno. Come dire: ho scoperto la relatività dell’assoluto senza rinunciarci.