Ulisse vorrebbe essere davanti al mare, con il mento appoggiato sulle ginocchia raccolte, la schiena su una parete ancora tiepida di sole. Guardo distante, c’è profumo di salso e di olii di erbe arroventate, ho un pensiero che respira come il mare. A sorsate lunghe e concavi vuoti d’onda.
Invece è in città, ulisse e legge. Succede alla sera, quando l’aria e la luce sono più dolci e lui si lascia prendere da uno struggimento senza nome. E’ quello che prova un animale a cui manca qualcosa, chessò, qualche penna essenziale, un’ala, una dimensione reale che si affianchi a quella impalpabile dell’assenza. Lo conosce da sempre, questo vuoto e se ne avvolge, mentre segue tra le parole, il racconto che si fa vero, l’alludere ed il dire diretto, le parole a fior di pelle che interpretano l’accapponare fugace del desiderio curioso, la scrittura che si fa gioco bellissimo e serio: la vita raccontata.
Si ferma, forse è stato percepito in lui qualcos’altro che non era, od almeno non credeva d’essere in tutto questo andare, muoversi, vedere ed introiettare? Ha la sensazione di essere sempre stato colto per pezzi utili, ma ulisse, è qualcosa di molto più complesso, pensa con le sfumature, si nutre di pelle e di tenebra, di razionalità e della follia delle sensazioni. La solitudine è la consapevolezza della fatica di essere circumnavigati, capisce che non può essere una pretesa. Forse neppure la misura di un’attenzione. Le complessità esigono pazienza oppure lame molto affilate per essere sciolte. E la consapevolezza non è rassegnazione, ma una misura di sé, di ciò che si vorrebbe e di ciò che si può chiedere.
Pensa alla sua capacità di capire, al limite che incontra. Alle donne che ha conosciuto. Si chiede chi è penelope davvero, se quella conosciuta, inseguita, immaginata, oppure quella letta nei racconti d’altri e se gli sarebbe piaciuto conoscerla, averla da qualche parte nel suo andare. La penelope degli altri risponde al desiderio del maschio che vorrebbe una donna rupe, forte e certa, ma ulisse ama la morbidezza, il flettersi e il pensiero erotico esclusivo per chi lo condivide. La sua donna non può essere solo un posto dove tornare, è il rischio di non trovare ciò che pensa di aver lasciato. La meraviglia dell’inquietudine è questa, pensa ulisse, l’esserci così profondamente per l’altro, come nessuno mai ed al tempo stesso sentire il sommovimento che pervade entrambi. Quel mutamento che conosce bene e che sa immutabile, ma al tempo stesso mutevole nel manifestarsi, come per la terra ed il terremoto, che muove ciò che sembra immoto e solo lo stolto pensa sia un assestamento.
Ogni mattina bevo un caffè nuovo, pensa ulisse, ogni giorno avrò un pensiero nuovo eppure legato al precedente. Un permanere ed un mutare, finchè la curiosità assisterà la meraviglia e viceversa. Deponendo e radicando: arenarie ed alberi da vento E quando pensa agli alberi da vento, pensa agli alberi di nave ed alla roccia che conserva, memorizza, testimonia ciò che siamo. Andare ed essere assieme. In questo gli manca qualcosa di tangibile che si è spostato verso le sensazioni senza nome, come si fosse privilegiato l’incontro di essenze, togliendo l’ombra del concreto. Troppa luce senza ombre.
Andare seguendo l’inquietudine, l’odore del vento. Forse ho sbagliato, pensa ulisse, ma è abbastanza incosciente da non chiedersi mai troppo su ciò che fa o non fa, l’introspezione è una compagna, non un giudice senza misericordia.
Ora conosci qualcosa dell’ulisse interiore, dice tra sé, ma resta fuori l’ulisse che immagina, le persone e i luoghi con un’ intensa realtà, li sente raggiungibili, parte dell’esperienza. E questo reale possibile lo sente ritmare nel suo giorno, che guarda, affronta, rischia, gioisce, dialoga con ciò che non è vicino, ma c’è. In questo ulisse, avverte la nostalgia di quel mare mentre percorre i giorni e il tempo. E nella sera, la nostalgia è più forte del giungere.
