carnevale alla Fenice

 

Tra gli ori e le luci, gli spettatori ascoltano il comunicato del teatro. Parla di agonia delle fondazioni teatrali, di accordi disattesi, di ultimi spettacoli: morirà la Fenice e il melodramma.

Nella buca dell’orchestra, gli strumentisti ascoltano attoniti, il comunicato parla anche di loro, delle orchestre stabili, delle loro vite, della musica così come la conoscono.

Fuori c’è il carnevale, una festaccia senza capo né coda, ma necessaria alla città e a chi partecipa sotto la pioggia fredda. Fosse solo per la fatica, i disagi, la spesa, bisogna divertirsi, fare il conto delle maschere, di chi si rappresenta per farsi vedere, e di chi guarda la meraviglia, anche dove non c’è. Va bene, va tutto bene, è una festa. Chiunque trova quello che cerca, come nella vita. Non era forse questa la funzione dei carnevali, ovvero trovarsi nell’alterità che viene conculcata dal quotidiano?

Il comunicato, prosegue per ipotetiche, afferma e conclude. Il pubblico è in silenzio, non crede che la Fenice morirà, ma è serio e preoccupato. Qualcuno mormora, e sento dire: ma chi è il carnefice di tutto questo? Chissà dove vivono. Non importa. Alla fine l’applauso sgorga forte, lungo, esorcizzante.

Ed inizia la musica.

Qui dovrei fermarmi perché cambio argomento, ma i nostri pensieri non vanno forse da un capo all’altro, senza obbligo di unitarietà di tempo, luogo e spazio? Non siamo noi ovunque, con i nostri pesi, raffronti, pensieri fissi e mobili?

E così continuo, perché così è stato.

Il melodramma ha una forza incredibile. Semplice, stereotipato, banale, ma senza che lo si voglia, muove sentimenti e lacrime. In un’opera come Boheme, almeno tre carichi da asso vengono calati: la giovinezza che si conclude, l’amore e la gelosia, la voglia di libertà e la voglia di amare. Alla fine il mix di musica, contesto e parole tocca le corde sensibili e commuove. Si pensa a sé ed alla vita e c’è tutto, anche il carnevale che impazza fuori, la tragedia del reale, la sua relatività, le vite che continuano, i rimpianti. Nulla sarà mai più come prima, eppure la vita troverà nuove strade.

Si esce con la musica in testa, compartecipi e non solo spettatori. Ecco la differenza, quello che rende vera la finzione e la fa agire sulla realtà. Ci riuscirebbe con questa forza il virtuale? Il melodramma e la musica che va al cuore, vince nel bisogno di epicità nel vivere, di proiezioni lunghe, nei programmi che, come a teatro, si concordano per gli anni a venire. Il discrimine è questo: vivere nel presente ed avere un futuro.

Non morirà la fenice, rinasce dal fuoco. Infinitamente rinascerà.

 

altstadt

C’è silenzio nella città vecchia, stanotte.

Piove e non si sente rumore. I canali di pietra raccolgono l’acqua che scivola come carezza, anche le luci sono solo riflesso. Tendendo l’orecchio si sente il ritmo di un pulsare silente, è fuori ed entra, muove e riempie l’aria della stanza.

Lo conosci il pulsare del silenzio? E’ un sorso lungo di vocali aperte, mischiate con l’aria. Le e, le o, al limite del suono, una sospensione che sembra non finire, poi un scivolare  lento verso l’esterno.

Aspira. Sospendi. Fermati a lungo. Espira.

E’ il silenzio del passato, una sentina gelida di cose non fatte, occasioni buttate, domande colpevolmente uccise. Uccise perché potevano mutare comode soluzioni, consuetudini senza motivo, soddisfazioni momentanee, voli senz’ali, estasi senza futuro.

Ma non è questo. Non solo.

E’… E’ che questo silenzio sottrae, adesso preme sui vetri, guarda dentro, fa trasalire e chiudere gli occhi sotto piumini caldi di corpo e di sudore.

Sembra un silenzio senza portatori. Muto di figure vuote, che sembrano, seguono e non sono.

Fantasie!

Eppure questo silenzio consolida davanti al viso. Indaga. Si vedono le domande fondamentali: chi sono, cosa voglio, dove vado. Non ci sono più nascondigli, non una mano che possa essere stretta, il calore di un palmo, una indicazione esterna. Non ci si può sottrarre, bisogna lasciar entrare questo vortice che risucchia senza rumore, entrare in sintonia con il respiro. Aspira. Sospendi. A lungo. Espira. Man mano spariranno i pensieri, il silenzio divorerà i bordi ed avanzando spezzerà pezzi portatori di crepe. E di sé.

Ma non darà risposte. Non subito.

Bisogna lasciarsi portare oltre quello che si è, che si crede di essere, il ricordo che non si è stati.

Tutto assieme.

Tutto mescolato.


C’è silenzio nella città vecchia stanotte, le vecchie vite non parlano, la nostra vita ascolta.

Lasciarsi andare al silenzio come ad una amante accogliente, severa ed amorosa, gelosa del futuro, conscia del passato.

Il tempo non conta, non c’è rimpianto, né attesa, la coscienza si svuota di consuetudine, l’abbandono.

 


Nuotare contro l’entropia

Poi, rapido come una sciabolata di cosacco, accade. E ciò che sembrava solido, magari discutibile, e pronto ad evolvere col ragionamento, disgrega. Se andiamo alle ragioni meno apparenti, una crepa trascurata emerge. Di lì è iniziato. Ma ancora le dinamiche non sono chiare. E neppure le positività del futuro che si preannuncia. Insomma, si è avviati verso qualcosa di ineluttabile partendo da un segno marginale e debole.

Perché questa viscosità progressiva e poco motivata? Le ragioni si sentono appiccicate, la consequienzialità fa difetto. Non è un ragionamento lampante, non si illumina nessuna verità. Era, ed è, una possibilità che potrebbe essere ed anche non essere. Anzi, le ragioni perché non sia, sono più giuste e più forti. Perché allora, prevale il debole, l’ingiusto? Forse perché non è debole, forse perché nell’arroganza della ragione, dell’ evidente, si trascurano le entropie. Si pensa che il mondo evolva, il nostro piccolo mondo, sulla forza delle ragioni, dei numeri. E si attribuisce un’ oggettività a tutto ciò, come fosse il reale. L’unico reale. C’è chi sposa la terra perché è solida, tangibile, e non è fatta di questo interrogarsi e neppure di possibilità. Accetta la legge del più forte e stronca il debole. Od almeno pensa di farlo. Ma debole non è sinonimo di giusto, è debole che vuol diventare forte e per questo è disponibile all’ingiusto, all’alterazione della realtà. Vuole in sostanza che prevalga la sua realtà. Non è sempre così. In amore ad esempio si accetta il rischio, si fa e si sa che probabilmente si sbaglierà, ma lì funzionano i sentimenti, non è questo il caso. Qui parliamo di lavoro, di imprese, di persone.

Il terreno si è eroso, le possibilità diminuiscono. Ci si interroga sugli errori. Nessuno sembra così forte, i numeri danno ragione, ma non basta. Quel “preferirei di no” è diventato incoercibile resistenza. Adesso le difese sono arretrate e si deve decidere se morire od andarsene. Si capisce cosa prova con tragedia ben maggiore, chi si sente in trappola. Può essere una scacchiera, un amore finito, un conto aziendale pieno di speranza non condivisa con la banca, un progetto che s’ infrange, una vita chiusa, un fortino che non vede arrivare rinforzi. Andarsene, ricominciare altrove non elimina il senso della sconfitta e pone il tema del come uscire.

Bisogna andarsene quando ancora mancheremo, non quando saremo messi alla porta. Ho sempre creduto a questo assioma del ricordo positivo. Ma il momento vero dell’andarsene è colpo da maestri, intuito del guadagno vero, che non è quello economico, ma quello dello star bene. Ci dibattiamo sempre tra compatibilità, pensiamo di essere liberi nei nostri atti di disposizione eppure non corriamo nel bosco, ma su un sentiero con bivi e svolte ed in continuazione valutiamo convenienze, possibilità. La parola atto è così povera, sembra non racchiudere che la concretezza, ma quanto di immateriale si muove dietro quell’atto, la sciabolata dell’incipit, scompare. Preferirei che fosse gesto, parola che ha la tenerezza che ci dobbiamo, ed è comunicazione complessa. Ma queste sono mie fantasie, contano gli atti, non i gesti, i numeri che ti vengono rivoltati contro. Hai mai pensato a quanto fallaci siano le interpretazioni dei numeri? Ciò che per te è fatica, per chi sta a guardare diviene insufficiente, marginale, risibile. Eppure c’è il contesto, il mercato che schianta querce piene d’anni di lavoro. Non conta. Non conta nulla, perché il numero deve aiutare la teoria del debole che già si sente forte. Cos’è bastevole? Qual’è il limite oltre il quale inizia il successo incontrovertibile? Ed allora scopri che la crepa era dentro di te, che la tua sottovalutazione della debolezza altrui era sottovalutazione della tua debolezza. Servirà per il futuro? Non credo perché nella logica del vincere, l’errore è consustanziale ed il corollario è non fare prigionieri, non avere testimoni. Ogni errore piccolo o grande deve ridurre i testimoni, introdurre il dubbio sulla sua esistenza, fino a diventare verità. Non ci può essere dubbio. Ma tu non sei fatto così, l’hai sempre coltivato il dubbio, hai rafforzato la passione per conservare il dubbio, la generosità del gesto gratuito. Non serve se non a te, negli altri ti si è ritorto contro, ma non avevi alternative. Non perché tu sia migliore o più bravo, nessuno meglio di te conosce i limiti che ti porti dentro e dietro, ma perché pensi che fare senza un ritorno esplicito, valga per vivere. Ecco dove sbagli, ma non cambierai, continuerai così.

Il tempo comincia ad andare all’indietro, quando subentrerà lo scoramento, il senso dell’inutilità?  Bisogna eliminarlo, prima che accada andarsene, nel frattempo lottare. C’è ancora la possibilità di rovesciare il corso che sembra determinato. Giocare all’attacco, non in difesa, non subire e poi andarsene.

E’ l’ora di contrapporre iterazioni deboli a iterazioni che si credono forti. Un problema deterministico, in cui assumere la necessità dei livelli d’energia come stato del vivere. Ridursi a particella e fare il proprio lavoro. E’ allegra l’idea di una particella che decide e va per proprio conto, incanalata nei sentieri della coscienza di sé e delle forze che la circondano. Un vagare per lo spazio in cerca di comunicazione energetica non sottrattiva, nuotando contro l’entropia.   

A testimonianza che non basta la percezione della crepa per prevederne l’esito, ricordo, ma non sapevo.

https://willyco.wordpress.com/2007/08/20/increspatura/

 

 

giallo rosa

La vita è un romanzo giallo, in cui sin dall’inizio si conosce l’assassino e la vittima.

Ciò che serve è una buona storia che si complichi e si semplifichi più volte, finché con solare e incalzante logica, mostri la soluzione.

E non sempre l’assassino è il colpevole.


tempo e amore

‎”Ho corrotto il tempo per non lasciarti andare”

La frase l’ho letta da Faty e mi ha colpito perché s’ avvicina a quello che penso del rapporto tra amore e tempo. La frase esprime una volontà a posteriori, ma è naturale per gli amanti corrompere il tempo, alterarlo, farlo entrare nella percezione più acuta ed ignorarlo.

Credo non ci sia nulla che annulli, faccia retrocedere, imprigioni il tempo, così a lungo come l’amore. Le emozioni, la paura, la gioia, il dolore, alterano la percezione del tempo. Lo tolgono alla quotidianità e diventano punti di riferimento della vita. Però si chiudono in un tempo breve, mentre l’amore rompe la trama del tempo a lungo, non la spezza, perché prima o poi il flusso riprenderà a scorrere, ma però quel tempo sospeso non sarà trascorso.

La mia testa si svuota. D’improvviso. Come non ci fosse altro intorno. E il modo di prolungare lo stato di grazia è il primo problema, per questo il tempo si deve annullare. anzi non vorrei esistesse il tempo. Ovvero non vorrei esistesse la consuetudine, l’ovvio, vorrei che le abitudini fossero nuove e senza tempo, che ogni momento fosse un inizio.

I sensi scandiscono le ore, i minuti, i secondi. In un libro di del Giudice, il pilota dell’atr 42, in difficoltà per il ghiaccio sulle ali, ripete ad alta voce le azioni, le colloca nei secondi. E’ impressionante vedere quante azioni complesse si possono fare in un minuto. Ma quel tempo rallentato non è lo stesso che si sospende, perché nel tempo dell’amore sembra non accadere nulla mentre questo corre senza la schiavitù della sequenza. E’ uno dei momenti, pochi della vita, in cui siamo veri e tutto è vero assieme a noi. Forse per questo non c’è bisogno del tempo. E anche nel lasciarsi momentaneo, il tempo si abbrevia e si dilata, pulsa con il desiderio della presenza. Si ripete e sembra nuovo. Non c’è un tempo fisico nell’amore, c’è il qui ed ora, che è passato e futuro assieme, ma di tutto questo gli innamorati sono ben coscienti ed al tempo stesso (?) indifferenti, perché è il loro tempo, senza bisogno di spiegazioni e che non sarà mai d’altri.

la famiglia

Si è conclusa sabato sera, una serie di tre puntate, su rai storia, dedicate alla famiglia. L’autore è mio figlio, e seguendo il principio secondo cui in famiglia, si lascia al caso, e all’attenzione altrui, il compito di giudicare quello che si fa, non ne abbiamo parlato. Ma se posso esprimere un’opinione, a me è piaciuto. Per la carica evocativa, forte per chi c’era in quegli anni ( si parlava di un arco temporale che va dagli anni ’60 agli anni ’80), per lo stupore che suscita la percezione che in pochi anni, è trascorso un evo, per quanto si è raccolto di un mondo sostanzialmente rimosso.

Siamo ancora nel guado delle opzioni in divenire. I temi sono sul tavolo, le soluzioni, nel frattempo, sono schizzate in ogni dove. Il risultato è una nuclearizzazione/personalizzazione dei comportamenti orientati allo star bene e alla felicità. Parola terribile, quest’ultima, nella sua volatilità e indeterminatezza, facile da evocare, impossibile da gestire. Eppure con i piedi collocati in spaccate acrobatiche tra passato e futuro, il mondo è andato innanzi.

Ed è migliore del precedente. Questo emerge dai filmati, di qualità inimmaginabile oggi, ricchi di analisi ed introspezione. Certo c’erano tesi, modelli morali codini, modi di essere senza comprensione, ma di quelli fa piazza pulita il pensiero attuale. Resta la realtà delle persone, gli occhi, i visi, le abitudini sociali. Famiglie patriarcali, patrimoni familiari in costruzione, (l’appartamento, l’auto), figli e mogli su divani di velluto damascato così veri e improbabili da sentirne l’odore familiare di polvere e legno. Le case, i mobili, gli abiti, i visi, le posture del corpo, sono in accordo con le parole, con la dovizia di sentimenti espressi. Famiglia luogo di sentimenti e di vincoli, eppure quella famiglia che sembrava così solida ed immutabile anche negli oggetti di cui si circondava, si stava modificando, cambiava profondamente in poco tempo.

Non mutava, e questo meriterebbe un’analisi a parte, la scelta mediamente conservatrice del paese. La mia tesi è che della società precedente si gettò la parte che dava fastidio alla famiglia borghese, ma che la parte innovatrice che doveva investire la società, la politica, i rapporti di potere tra sessi, di fatto fu espunta e non si tramutò in una società riformista ed innovatrice. Quindi mutò essenzialmente la natura dei legami, ci fu l’irrompere del concetto che gli amori finiscono, che i patrimoni si possono dividere, che le solitudini non possono essere sanate ope legis. Significativa la lamentela dei nonni, spesso nonne, che non ricevono la visita dei nipoti e figli, appartamenti grandi e vuoti, testimoni della deriva di un problema che la famiglia patriarcale risolveva tenendo tutti assieme ed attribuendo criteri e poteri gerarchici di decisione non discutibili. In cambio forniva protezione, cura compatibile e misurata che ancor oggi, in altri modi, viene chiesta come antidoto alla solitudine dalle persone di qualsiasi età.

La famiglia mutava, noi lo sapevamo. Costruivamo quella nuova, ma era la nostra, non un modo condiviso di intendere. Un modello però venne e fu conclamata l’importanza degli affetti, dei legami veri, oltre la gabbia dolciastra del romanticismo funzionale all’economia borghese, insomma l’uomo prima della legge.

Da quegli anni emergono interpretazioni così nuove del mondo, che la positività di quello che accadde dovrebbe essere percepita da chi condivide età ed esperienza e trasformata in consapevolezza non in mito. Ed anche da chi venne dopo dovrebbe essere conosciuta, per proseguire il processo di mutamento e farne un nuovo paradigma sociale.

Se l’eterna giovinezza dei nostri giorni, oltre il ridicolo e la caricatura, viene intesa come energia, voglia di essere e di fare. Se è un allargamento e reinterpretazione dei cicli della vita dell’uomo, deve generare nuovi equilibri tra età, nuove funzioni e nuove felicità possibili, nuovi rapporti. Questa capacità di vivere di più nasce in quell’abbattere confini e ruoli che iniziò in quegli anni. Ma collegata c’era una nuova capacità e modalità di dare, e a questa bisogna fare riferimento perché non si origini una frattura, ma una ricomposizione. Uno stop and go che faccia ripartire la società nel suo insieme, basato su un ripensamento dei legami, della famiglia, delle libertà, delle protezioni, delle solitudini, del collante di tutto, ovvero come evolvere l’amore al tempo della destra.

fleurs

 

nell’evoluzione della specie,

di certo, sono stato fiore,

forse perché mi cogliessi,

attenta al colore,

al mio protendermi alla luce.

S’avessi potuto scegliere,

oltre lo sguardo, la mano, la parola,

avrei voluto essere tulipano,

di poca foglia e chiusa corolla,

un fiore paziente che sa

appena dischiudersi prima d’essere

sciolto al vento.

ulisse ultimo

Una persona di buon carattere e di pessima testa, ignorante per indolenza, abulico in attività costretta. Francamente noioso, come tutti quelli che macinano in testa pensieri che poi fatalmente indossano. Dalla noia di sé non si esce. gli altri si possono abbandonare, ironizzare, irridere, ma lasciare noi stessi è quasi impossibile. Quindi tanto vale accettarsi, non prendersi sul serio se non in ciò che davvero conta, tenere il lati buoni sempre a disposizione e quelli cattivi, ben a bada. Il lessico della testa esigerà qualche spiegazione pubblica aggiuntiva, mai dare nulla per scontato, mostrare i propri vizi per quello che sono. Un indolente è indolente per scelta, anche l’ignoranza non è nè vizio nè indole, è casomai da governare. Rifuggire l’invidia, questa sì. Cominciando da quella del pene, ovvero, con i suoi pensieri, tenersi il proprio. Anche sugli aggettivi cominciare a tracciare la propria mappa, meglio pochi e non svalutati dall’eccesso d’uso. Aborrire i diminutivi, buttare al macero le parole di moda e i modi di dire. Parlarsi francamente per quanto si può in questo bar dove gli avventori alzano sempre la voce. La riservatezza fa parte d’altro, ma la paura di dire non è riservatezza, è paura di mostrarsi. Qui sono vestito, per le nudità bisogna passare in altri contesti.

Ma di tutto questo viaggio, mi resta un’idea fissa: è un apprendistato alla capacità di amare.

sedotti e seduttori

Altra più bella sollecitazione sul tema del seduttore su: http://wildestwoman.wordpress.com/2011/02/08/il-pifferaio-magico/

 

 

Sembrava che la seduzione fosse diventata merce rara, soppiantata dalla libertà sessuale, dall’espressione diretta del desiderio ed invece il gioco seduttivo mantiene il suo fascino come confronto di intelligenze, di ferormoni accessori, di guida verso l’abisso.

L’abisso è il nostro interiore, quello che prima di tutto fascina noi stessi, ma in quell’abisso c’è la verità, la cifra segreta che può mettere una persona nel potere d’un altra. Questo disvelare il sé, lasciar entrare è per me una lacca,ovvero una delle forme più delicate per far risaltare un contenitore depositando strato su strato di colore e lucentezza, per magnificarne il contenuto ed al tempo stesso far capire la preziosità della chiave. Chi seduce e chi è sedotto, oggi, possono stare in un rapporto paritario, fatto di disvelarsi reciproco, ma c’è sempre uno che inizia e che conduce il gioco. Per evitare di cadere nella sindrome di don Giovanni, ovvero nel non veder neppure la conquista, è necessario che il seduttore sia conscio della sua capacità di condurre, ne abbia il tempo, sia aperto alla meraviglia, ossia non s’accontenti dell’apparenza. Il fascino, arma principe del seduttore diviene contenuto, modo di porgere, attenzione vera, non finalizzata. Il seduttore dev’essere disposto  a dare e ricevere, deve saper scegliere ciò che vuole e governarlo. Se un seduttore s’accontenta di un bel corpo, è poca cosa, non ha intenzione seduttiva, vuole scopare e basta. Ma se il seduttore accetta il confronto, esce dal braccio di ferro più ovvio e si sposta nel campo sottile ed insidioso per entrambi, dei sentimenti. Il seduttore rischia in ogni momento d’essere sedotto. Ed allora se cade nel suo stesso gioco solo il sentimento lo potrà salvare, quello di quella/o che sembrava altro e che alla fine ha vinto.

La seduzione è un diverso modo di trattare il conflitto tra il ruolo assegnato e ciò che realmente si agita nel profondo. Il seduttore sublima il ruolo, accetta di esteriorizzare ciò che ha dentro purché questo non lo renda debole. E quale altro modo se non trasferendo una possibile vulnerabilità nella sfera competitiva più congeniale all’idea di sé, che si porta indifferentemente il maschio o la femmina come ruolo sociale. Una componente forte della seduzione è il mostrarsi, facilitare la possibilità per l’altro di confrontare tratti conosciuti. Non è condiscendenza, serve molta forza per esercitare la seduzione ed il confronto esige che vi sia il capire profondamente l’altro. Non i punti deboli, cosa semplice, ma la sua complessità. E questo implica sentire le negatività, chiedersi perché esistono, cosa nascondono. Ma soprattutto il seduttore accetta il sedotto, perché questo è la sua misura, si riconosce nell’oggetto di seduzione e ne cerca i punti di coincidenza con sé, man mano procede può innamorarsi del sedotto e la seduzione continua trasferendosi in un altro ambito di sentire.

La seduzione di cui parlo è mentale, anche se è assurdo separarla dalla componente fisica. Il fisico viene valorizzato dalla seduzione, resta da capire quale sia il livello necessario perché il sedotto ne colga l’unicità. Cosa si agita nell’animo del seduttore? A mio avviso una doppia necessità, la conferma di sé e della propria unicità, la speranza che chi si incontra sia all’altezza. Il seduttore è un individuo solo, teme di non trovare un simile. Questo elemento viene confuso con il narcisismo, ma non è così. Il narciso è autosufficiente, non ha bisogno d’altri che di sé stesso. Il seduttore ha invece bisogno di capire se ciò che propone è accettato. E cosa propone il seduttore? Sé stesso. Nel maschio, il seduttore può estrinsecare qualità ritenute femminili senza perdere ruolo, anzi la seduzione viene considerata un tratto importante dell’essere virile (qui il rischio del don gionvannismo è molto alto, perché si risponde ad altri e non a sé).

Infine il seduttore comunica e oggi, non è così usuale. Per farlo, è attento all’altro, e più il gioco si fa alto più il seduttore ne è attratto. Mostra di più, comunica su tutti i livelli a disposizione. Il flusso delle parole, si mescola con i gesti e con tutta la comunicazione non verbale. Per entrare nell’altro, mette in moto tutti i sensi, illudendosi di condurre il gioco. In questo mostrarsi si scopre, si intravvede l’essenza vera e quindi il limite, a questo punto, il sedotto può rovesciare al situazione e far prigioniero il seduttore. Che è bene dirlo, a volte sarà ben contento di lasciarsi prendere prigioniero, lasciando il dubbio su chi abbia vinto davvero.

 

 


ulisse uno

Io mi commuovo e non me vergogno.

Così pensa ulisse, ma non è stato facile arrivarci.

Non è una cosa da vecchi, mi è sempre successo.

Pensa a dove non capiva le parole, agli sguardi, alle situazioni. E soprattutto quando gli pareva di sentire i pensieri anche se  la lingua era di segni. Allora non c’erano parole da dire, e la comunicazione era il silenzio ed il sentire forte.

Mi commuovo per la percezione del dolore, della disperazione,  per la gioia, la pienezza, ma soprattutto la sensazione di ciò che muta violentemente qualcosa. Non succede spesso, ma succede. Lo pensa mentre guarda le raccolte di foto, i libri fotografici accumulati sul tavolo, i ritagli e le fotografie appese alla bacheca in cucina. Pensa alla commozione che gli suscita il principio dell’amore, la percezione di ciò che nasce in sé e nell’altro, i pensieri che si crede d’indovinare e che sono la proiezione del nostro bisogno d’amore che incontra un altro bisogno. E per una magia che nessuno spiega davvero, tutto risuona, nell’abbandono, rifiuto doloroso, accettazione, abbraccio, abbandono. E alla commozione che segue, precede, accompagna. E’ come essere investiti da una percezione, scossi profondamente, piegati dal vento ma non spezzati. L’immagine nella testa di ulisse, è quella del bamboo che oscilla e canta nelle bufere. Pensa che la commozione faccia parte di questo, dell’essere nel mondo, bufere comprese.

A volte la sento come una mia inermità, una vulnerabilità. Ho imparato a difendermi nel tempo, a chiudermi e contrattaccare. Non credo di aver mai attaccato per primo in vita mia, ma se mi difendo, lo faccio davvero. Alza lo sguardo, davanti ci sono i tetti, una borsa capiente attende, piena di carte. Sa che quelle carte tra poco non serviranno più a nulla, che bisognerà viaggiare leggeri, conservando il necessario.

Portare con sé i sentimenti, la capacità di sentirli.  Questa percezione delle emozioni, mi ha difeso dall’aggressività, pensa, mi ha fatto togliere i recinti ed al tempo stesso reso cosciente di una mia identità propria, non determinata da altri. Sono capace di soffrire e gioire per mio conto, posso condividere, ma non vivo di luce riflessa. Per questo non mi vergogno se mi commuovo, sono io e basta.