mondi paralleli

Ho toccato spesso un mondo parallelo, quello in cui i parametri del denaro, delle priorità, dei principi sono differenti. Non è il mio mondo, mi sento fuori posto e se devo frequentarlo  nel lavoro, per reggerlo cerco l’umanità. E quasi sempre la trovo. E’ successo anche stamattina, dove oltre al lavoro, ben poco ci accumunava. Ma una caratteristica negli affari fa la differenza: la schiettezza. Non serve avere le stesse idee, ma è importante avere lo stesso obbiettivo. Chi mette soldi suoi spesso è sincero, va al nocciolo delle cose perché non fa beneficenza, dice di sì e di no. E se regala qualcosa lo dice, ma di solito non regala nulla. Anche se il progetto è grande, oppure evocativo, viene valutato per quanto può dare. Sembra poco, ma il denaro in questi casi è un gran regolatore. Anche per gli uomini coinvolti.

Poi ci sono i bastardi, quelli non li sopporto. Ti fregano le idee, cercano di modificare il contratto prima di firmarlo, di cambiare le carte in tavola. Naturalmente ci sono più tipi di bastardi, ci sono quelli simpatici che si vantano di esserlo. Ti mettono sull’avviso. Ci sono quelli che te lo dicono e si comportano in altro modo così non capisci più nulla. Ci sono quelli che non te lo dicono e li provi sulla tua pelle. Avere parametri di vita diversi aiuta, non c’è competizione, si resta sull’oggetto che ha messo assieme persone così disparate. Stamattina mi è stato fatto un elenco di passioni, case di vacanza o meno, di investimenti e capitali, ma anche di difficoltà. Le difficoltà dei ricchi, le banche voraci, i beni e le tasse, il lavoro senza limite. Quello tra noi era lavoro, non occupazione del tempo, mi sono stupito della competenza e decisione, non delle case e delle piscine. Anche nella vita è così, se cerchi di portare avanti un progetto con chi non ha i tuoi stessi intenti, e non percepisce l’utile, sarà un disastro. E di solito chi va al disastro è la parte meno attrezzata, meno stronza.

Vado avanti senza aver sviluppato forme di cinismo particolare, e mi stupisco ogni volta, quando mi fregano, poi sono più cauto, ma dura poco. Fino alla prossima. 

la rotta

E’ uno dei primi ricordi di cui mi resta memoria, segno che scavò un suo posto senza bisogno di ragionare. C’era un muro di sacchi di sabbia  tutt’attorno la cappella degli Scrovegni. Appena dietro, un lago d’acqua enorme, mai più veduto, che invadeva il teatro dei miei giochi di bambinetto. Con mia nonna, aggirammo il parco, passando sul ponte del corso, guardando attoniti, l’acqua invadeva l’intera luce delle arcate, fin davanti al teatro, sulla riva opposta. Di lì si vedeva l’acqua tracimata, il fiume interno che si era creato invadendo prima la “maresana” e poi le mura. Quelle mura avevano retto alla lega di Cambray ed ora erano impotenti, ma io mica lo sapevo, mi pareva così meraviglioso e naturale che ci fosse tutta quell’acqua grigio/marrone con chiazze arcobaleno, che correva ed allungava le dita, invadendo erba e pietra. Sciacquava piano, senz’onde quasi, e correva dove di solito io correvo, riunendosi più a valle, in posti in cui la nonna non mi lasciava mai andare. Era libera quell’acqua, più di me. Di tutto questo mi è rimasta l’immagine fotografica, il senso di stupore e le parole concitate dei grandi. La sera, a casa, la radio parlava del Po, della preoccupazione che era quasi una invocazione, una preghiera: basta, prima la guerra, poi la miseria di questi anni difficili e ancora disgrazie, basta. Non c’erano punti esclamativi, rassegnazione piuttosto. Quella notte il Po, ruppe, tracimò, invase, uccise, spostò popolazioni già provate in un esodo che per molti non ha avuto ritorno. Si riempirono le campagne e le città, di povera gente, donne, bambini, uomini, per lo più braccianti. Sfollati, loro che avevano accolto durante la guerra, chi fuggiva dalle città, erano adesso, erano ospiti d’altri. Si aprì una catena di solidarietà che coinvolse l’intero paese, anche noi demmo qualcosa, tra poveri ci si capiva allora. Per molto tempo la ferità divenne l’incubo annuale delle piene d’autunno. Poi, come accade per i disastri e le guerre, la memoria degli altri rimosse, coinvolta da nuove sollecitazioni e disgrazie, come se ciascuna disgrazia non fosse un problema a sé. Ne sanno qualcosa gli abitanti dell’ Aquila, che anche senza terremoti scompaiono dall’attenzione comune. A sessant’anni da quella che fu la più grande alluvione del Paese non c’è sicurezza che non possa riaccadere, ma forse non è neppure questo il problema maggiore. La tragedia ulteriore è la rimozione dell’accaduto, del dolore e del rivolgimento sociale che ne conseguette. Molti polesani andarono in Fiat, in Falk, nelle grandi fabbriche del nord, molti diventarono altro da sé, spinti da una forza che non aveva mediazione umana e quello che mi chiedo, anche in questi giorni in cui i giornali non hanno ricordato, e solo radio tre, si è cimentata con l’analisi e la memoria, quanto pesi non avere una memoria collettiva che tenga il disastro e la solidarietà, i singoli e la collettività nel nostro essere uomini. Tutti i giorni uomini, non solo quando qualcosa ci tira per i capelli.

Era il 14 novembre del 1951.

classe media

Forse dovremmo dire una cosa semplice semplice: un quarto del lavoro in Italia, è fatto di lavoro autonomo. Accanto a difficoltà enormi per molti di questi lavoratori, ci sono aree in cui l’arricchimento personale, non aziendale, sfugge a qualsiasi contribuzione che rispetti l’obbligo di equità. In quest’area si annida un voto conservatore che alimenta tutte le resistenze alla modernizzazione del paese. Questo è un pezzo di classe media non riconosciuta da quella storica, fatta di insegnanti e impiegati. Ma non c’è dubbio che per reddito, e consumi sia tale e far emergere questa anomalia è una sfida per l’ Italia, che può influenzare non poco l’altra sfida, ovvero quella dei mercati. Le mia testa pensa in termini egualitari, e l’equità non si separa dall’eguaglianza, quindi il privilegio è un nemico dell’eguaglianza e della sua possibilità pratica di cambiare la società.

Combattere i privilegi, dare origine ad una nuova classe media che divenga il nucleo fondante del cambiamento politico e sociale, del paese, è un obbiettivo che si colloca fuori dalla politica. E’ società civile, rivendicazione di differenza e identità. Non posso chiedere al liberale, liberista, Monti di fare questo lavoro al mio posto. Egli, come tutti i borghesi liberali, potrà comprendere e cercare un confine comune, nuovo, tra queste tensioni diverse nella società. Due mesi fa, sostenne a Cernobbio che una buona soluzione per ricomporre il paese, era arretrare i confini dei contendenti, di fatto creando una terra di nessuno in cui l’ideologia lasciasse il posto ai provvedimenti economici. Questo significa toccare pensioni, rendite finanziarie, patrimoni, ecc. Ma non basta per un cambiamento modernizzatore del Paese e anche i sacrifici sarebbero possibili, se emergesse lampante l’equità. Credo serva una nuova classe media, che riprenda il controllo del cambiamento e del paese. Tocca a questa società civile, proporre uno scambio generazionale e socio-economico di ricomposizione dello spread, questo sì determinante, tra ricchi e poveri nel Paese. Un annullamento dello spread (sto violentando questa parola su altri significati non economici, con gusto, ma l’abbandonerò dopo questa piccola soddisfazione) del futuro attuale, che è ben diverso tra quello della classe media e quello delle aree di privilegio. La classe media è trainante nella mobilità sociale, consente a chi è economicamente sotto di essa, di assumerla come obbiettivo compatibile. Un grande disastro di questi anni è stato il diffondersi dell’idea che si potesse saltare, dalla povertà alla ricchezza senza limiti, dal bisogno alla dissipazione. Entrare nella classe media non è solo un fattore economico, ma soprattutto un fattore culturale, ovvero quello che è più facilmente a disposizione come risorsa  di massa in questa società. Se l’idea della classe media diviene stabilmente conservatrice, la società è più ingiusta, ma il primo obbiettivo dell’ingiustizia diventa il corpo non reattivo della società, ovvero la stessa classe media e credo che una delle parti più importanti di quella che un tempo fu classe media, ovvero gli insegnanti, molto avrebbe da dire al riguardo. Quella classe media, maggioranza più o meno silenziosa, ebbe non poche colpe nella incapacità di autogovernare la propria idea di orizzonte sociale collettivo. E uno degli errori importanti della politica di centro e di sinistra è stato quello di confondere il consenso elettorale, che veniva da questa parte della società, con una presunta strutturazione stabile ed evolutiva di idee forza, che semplicemente non c’erano. C’erano sensibilità, attenzioni, rivendicazioni, ma un corpo forte e autocosciente non c’era, questo errore non ha permesso di far evolvere l’attenzione politica verso la liberazione della classe media dagli stereotipi, mentre il lavoro individuale, intanto, creava un paese economicamente parallelo, dove esso diventava il detentore della capacità economica. La classe media che evade non può essere egualitaria e tanto meno un motore di cambiamento, al più sarà conservatrice, più spesso pujadista e antipolitica, fino ad essere antisociale. Ma non è la maggioranza di questa classe media e mi chiedo cosa pensino gli altri che invece pagano tutto, impoveriscono e non hanno orizzonti. La scelta del presente e del futuro della maggioranza del paese è qui, nel riconoscere la propria capacità di cambiamento, di interesse alla cosa comune, di essere la parte creativa e riflessiva. In una parola: fare una scelta egualitaria per crescere.

il peso

Da qualche parte, a casa di mia madre, dovrebbe esserci una valigia che ricordo da sempre. Fatta di un materiale di un bel colore biondo, rigida, con le chiusure a scatto d’altri tempi, quella valigia aveva seguito mio padre e mia madre, sin dal loro viaggio di nozze di guerra. E la ricordo, pesantissima, da bambino, che d’estate si riempiva di spaghetti, “subioti” e altro, per le nostre lunghissime vacanze al mare, dove non c’era la varietà di cibo della città. C’era una gara, con mio fratello, per portarla su e giù da vaporetti, filovie, treni, poi sarebbe tornata leggera, come i nostri occhi, che si sentivano straniati guardando la casa, le scale, le cose mie e nostre, dopo tanto tempo d’assenza.

Ecco, quella nozione antica di peso, non la trovo più, le valigie hanno le ruote, i portabagagli sono diventati rari nelle  stazioni, negli alberghi il trasporto in camera, spesso, e’ su richiesta. Un campione di platino iridio giace a Sevrès, ma per chi sarà quella sensazione tangibile da palmo della mano? Sono i nuovi abitanti del mondo a circolare con enormi valigie e bagagli. Mani, muscoli, spalle, collo, testa, equilibrio, tutto connesso al quotidiano, ma ancor più alla nozione del vivere. Una nozione che sfugge ormai in occidente, nella civiltà dei colletti bianchi. Mi sono chiesto, vedendo le montagne di bagagli che seguono uomini e donne vicino a corriere, treni, aerei, da dove venissero quelle enormi valigie, quei borsoni a misura d’uomo, nel senso che possono tranquillamente contenere un uomo. La risposta, dalla Cina, e’ parte della domanda, perche questo significa che c’e un mercato compreso da qualcuno, che giustifica una produzione di massa, che esiste altrove una percezione di una realta’ del mondo fatta di grandi numeri rimossi dalla nostra necessita’. E quindi esperienza del reale, che vediamo e non capiamo perche’ la cosa non ci appartiene piu’. In Africa, in Asia, ovunque, ci sono file di persone in cammino, cumuli di fagotti, di scatole, valigie più o meno sfondate, una sensazione del peso che ci e’ sfuggita. Ci siamo gradatamente liberati dal peso per liberarci dalla fatica, adesso e’ la borsa della spesa a dare la misura, e tende a pesare di più, come sempre accade nei periodi crisi: le cose leggere costano di più, mentre il pane, la pasta riempiono e saziano. Gli anziani lo sentono di più per i limiti fisici e per il progressivo impoverimento. E il senso del peso indica la relazione tra popoli ed economia. In questo caso, riflettere sulla fatica si connette alla percezione del mondo, un rendersi conto di dove siamo e come stiamo mutando, noi, qui ed ora. Quasi un tracciare il limite del nostro recinto, culturale, economico, fisico che, nella liberazione della fatica ha trovato la propria ragion d’essere, ma non riflette e perde senso se non capisce che precarietà e peso sono condizioni del vivere e che lì c’è una delle contraddizioni dell’economia eguale.

del commuoversi per nulla

Sarà perfettamente naturale, ma il fiorire del rosmarino in questi giorni mi commuove. E mi rende contento la nuvola di profumo del timo, dell’ultimo basilico e della santoreggia, appena mossi con la mano.  C’è un parlottare basso di foglie mosse dal vento, ed un suggerire che non tutto è fatto di forza, che quello che resta nasce dal contrasto momentaneo e dalla pazienza. C’è una profonda differenza nel placarsi nella natura ed, invece, cercare di accordarsi con essa, ascoltarne il respiro. Anche se attorno le case mostrano l’inizio dell’inverno e il verde di città è rado, la vita è più forte di sempre. Ciò che non è uomo, è lentezza, determinazione, accanto a furie che si placano. Un dire che è fatto di rumori forti e moltissimo, naturale, silenzio. Il silenzio ha più forza dell’urlo. E più disciplina.

Ieri parlavo delle parole e del silenzio, nel commento di Nicoletta c’è il ricordarmi che polemos è madre fertile, e che il silenzio è il rifiuto del contrasto, quindi sterile in sé. Io credo nella forza del silenzio, nella sua violenza e disciplina, esercitata su sé prima che su altri. Nel silenzio c’è una forza comunicativa che si modula e che contempla tutto il dicibile: il rifiuto, la riprovazione, la meditazione, l’accoglienza, l’accettazione. Il silenzio è un contenitore che si riempie di significato e di paure, è la misura della sicurezza e del dubbio.

Non essendo un monaco, non pratico il silenzio come privazione, mi tengo la parte dell’ascolto visto che le parole fanno molto parte della mia vita. Per necessità, per scelta parlo più di quanto vorrei, perché non riservare a chi conta l’intera gamma del dire, ovvero tutti i significati. Di questi il silenzio è una presenza forte, intensa di sentimento. anche quando è distanza, sofferenza, cerca di comunicare e stabilire un ponte. Mi piacerebbe a volte, avere l’energia, la pervicacia  che le persone abituate al confronto, alla competizione, mettono nei rapporti, ma non sono io. Sono poco portato alla competizione, ho abbastanza forza per difendermi, ma alle mie regole. La scorciatoia di mettere tutto nelle parole e nel confronto di queste, è peculiare di questi posti, in fondo si tratta di un dialogo traslato dove c’è comunque un dominus. Questo significa che si accetta di rispondere a tutto? Non nel mio caso.  E non per evitare il contrasto, ma perché sarebbe un contrasto ineguale, dove alla fine l’ultima parola l’avrei comunque io. Preferisco altri mezzi per parlare con la velocità del confronto. Per me questo è un luogo di lentezza, anche quando si parla dell’ultimo avvenimento. Altri preferiscono altro, guardo, mi interessa, ma non sono io. Il fatto è che cerco di assomigliarmi anche qui e che il silenzio, fa parte del mio modo di vivere. Stranamente lo esercito di più con le persone a cui tengo, al telefono mi chiedono se ci sono. Credo dipenda dalla necessità di rendere importante l’interlocutore, di confrontarmi davvero con quello che mi sta dicendo. Probabilmente c’è un atteggiamento snobettino in tutto questo, un sentire che sono importante a me e che le mie regole valgono. Accettare le regole dell’altro è già un ridurre quello che si è. Stabilire il campo, le regole comuni, dev’ essere fatto prima del confronto. Il mio post precedente, riguardava poco il silenzio e molto il mio rapporto con le parole, riflettere su come uso l’assenza di parole è una sollecitazione di cui sono grato. 

Ci penso, magari in silenzio 🙂 e poi vi dico.

Forse.

p.s. forse è utile dirlo, sono anche un po’ dispettoso. Allegramente dispettoso.

palindromo autunno

Il filare dei platani alza il grigio dei tronchi verso un trionfo giallo e bruno. Le strade dei contadini e dei signori erano piacevoli all’occhio, toglievano il peso dell’andare, almeno per poco. Oggi era il giorno in cui i fittavoli caricavano famiglia e poche cose nei carri ed andavano verso un nuovo podere. La sofferenza si consumava, prima e dopo, nel limite della fame e della fatica prima, nel confronto aspro ed ineguale, che annullava casa, luogo, poi.
La mezzadria, i patti agrari, il bracciantato sono termini che nessun giovane conosce, quelli della mia età li hanno rimossi. In cinquant’anni  un paese agricolo si è trasformato in industriale, poi in generatore di servizi e marchi di moda, adesso non si capisce bene verso cosa vada. Stamattina ero in mezzo alla campagna, all’inaugurazione di un impianto fotovoltaico a terra da 2.7 MW, cinque ettari di pannelli, un tempo ci vivevano due famiglie a grano, vino, orto, pollaio. Non mi piacciono gli impianti a terra, sono solo soldi senz’anima e per giunta, faceva freddo, c’era il vento giusto per il primo raffreddore di stagione. Una classe di ragazzi di un istituto tecnico, faceva folla, interessati ad un lavoro futuro, ma forse meno alla precarietà dei contratti che lo sostengono. Il prete ha parlato a lungo con Genesi e preghiere, la nascita della luce e il fotovoltaico, più stringato e concreto, l’amministratore della società tedesca ha tagliato il nastro. Io pensavo a Olmi e all’albero degli zoccoli e mi parevano fuori posto quei ragazzi, con i vestiti degli studenti di campagna, fatti di strati di felpe da mercatino e calzoni sformati di jeans, con la professoressa giovane, piena di freddo, vestita per altra occasione, non per quel posto in mezzo ai campi, (calza giusta, vestito di lana a pelle e giubbino da bar del pomeriggio), con l’insegnante maschio, incapottato e desideroso di tornare nel caldo di una stanza. Ne ha viste, e provate, abbastanza, lui, per essere scettico sulle promesse solenni della politica, ma soprattutto sa che non dipenderà da lui quello che quei ragazzi davvero potranno fare nella vita. Sono i nipoti dei fittavoli, a loro non è rimasta memoria dei san Martino di famiglia. E’ rimasta solo una data, che qui si festeggia e oggi quanto mai palindroma. Anzi i proprietari dell’impianto hanno scelto le 11, per l’inaugurazione, ora ancor più evocatrice di influssi astrali. Chissà funzioni davvero per questi ragazzi la baggianata delle coincidenze, che nasce da sistemi di misura inventati da ometti che neppure sanno ordinare bene il mondo in cui vivono. Intorno c’è la campagna della bassa, così bella d’autunno che (lei si davvero palindroma e insensibile), si può leggere in senso inverso e lo dice : io c’ero prima e ci sarò anche poi, voi no. Ed io mi faccio travolgere dal pensiero di ciò che è stato, così immobile di stagioni e fertile di mani, il pensiero trasversale di un sistema di numerazione basato sull’11, mi fa sorridere della capacità che abbiamo di entrare ed uscire dal reale. Come fossi davanti al mare di foglie giallo brune di vite e di platano, pensando che qui, in questo luogo, può nascere qualsiasi pensiero, qualsiasi idea che poi righerà il mondo.

P.S. oggi è anche l’anniversario del mio trasloco in questa casa, con il riscaldamento che funziona a mezzo e con l’idraulico e l’elettricista che parlano di schede digitali e di relais, ed io, tranquillamente, penso che tutta questa tecnologia del benessere e del risparmio è più caduca di noi e del nostro bisogno. Ridiamoci sopra, và, che in confronto ad una scheda elettronica, siamo immortali.

l’ultimo chiuda la porta

Ma davvero dobbiamo mettere in ordine la vita, completare le età precedenti? E se il vivere fosse un flusso, dove se qualcosa resta aperto non c’e bisogno di chiudere, ma solo di procedere e nuotare?

Tanto si e’ quello che si e’ in ogni momento, non siamo quelli di allora quando qualcosa è andato in un verso diverso (rispetto a che, rispetto a cosa? l’esame delle vite possibili si rifà sempre a stereotipi di cui non abbiamo misura di felicità non avendoli vissuti e che sarebbero stati altrettanto insoddisfacenti quanto quelli nostri, visto come è andata ai nostri coetanei).

I nostri nonni chiudevano le fasi della vita, le scandivano ed erano incapaci di una carezza. La riconquista dell’affettività senza tempo e’ una grande opportunità (forse presente per la prima volta in questa misura nella storia umana) che lascia aperte un sacco di porte e lotta ad armi pari con il senso di morte. Essere coscienti di avere un futuro rende positivo il presente e quasi sempre allegro il passato. Le cazzate  sono passate e basta, adesso è tempo di quelle nuove e solo il ridicolo attuale dovrebbe far paura. Ed addestrarsi a riconoscere il ridicolo e’ una grande scuola di vita. Il problema del ridicolo è che gli altri lo percepiscono prima di noi. Per amare la vita bisogna tradire le aspettative, dice Chinaski. Quante aspettative abbiamo tradito e quante invece abbiamo ottemperato pensando di essere diversi solo per i nostri strani comportamenti. Credo che le due parole, tradire e aspettative, abbiano contenuti profondi da scandagliare con pazienza. Non ora, ma cos’è tradire se si segue se stessi? E le aspettative di chi ci pensa a sua somiglianza quanto devono essere ottemperate? Il fatto è che le nostre esistenze interrotte sono fatte di compromessi tra le aspettative e la nostra “vocazione” ad essere. E salvo i casi in cui le porte vengono davvero chiuse, anzi sbattute, questo compromesso da l’idea che una parabola si sia interrotta nella sua fase ascendente. Potevamo essere e quindi ci consideriamo incompiuti. E se la compiutezza in realtà non esistesse davvero e la persona avesse contemporaneamente tutte le età, quelle attuali e quelle precedenti? Allora potremmo vivere più tranquilli, mostrare quello che siamo, non quello che siamo stati. E godere dei nostri tempi ora. Forse la vera differenza è proprio in questo star bene ora senza dover per forza, recuperare ciò che recuperabile non è. 

le stranezze della “democrazia”

Certo che la democrazia è una bestia strana, viene evocata ogni volta che le cose non vanno nel senso del desiderio in politica. E ancora deve essere un po’ puttana, se cambia così spesso amanti per restare a galla. Poi pare, abbia lasciato da tempo la sua compagna: la responsabilità. Anzi quest’ultima viene evocata quando si sta annegando e preferibilmente chi dovrebbe esercitarla è all’opposizione. Questa della responsabilità di chi non ha proprio “la responsabilità” di governare è una cosa curiosa, molto cattolica (nel senso che la santità degli altri serve ai peccatori), che pare piaccia a quelli che hanno dubbi sul loro consenso e rielezione e ai mercati, che notoriamente sono molto responsabili.

Questa democrazia, pare consideri un optional l’oggetto per cui dovrebbe esercitarsi, ovvero il bene dei cittadini e del Paese. Cioè quando i principi sono andati in dissoluzione (dovrei dire a puttane, ma chissà cosa pensereste), pare sia il meccanismo democratico ad essere il principale interesse della democrazia. E quindi andremo a votare con una legge antidemocratica per avere la democrazia. Oppure, in nome della democrazia, si eviterà di fare un governo di transizione che permetta di affrontare la crisi e le regole comuni di convivenza, perché c’è convenienza nel limitare il danno elettorale sui disastri già compiuti. Insomma di stranezze la democrazia si circonda, ci vive, si alimenta, e magari è il migliore dei compromessi possibili, ma se almeno la vedessimo per come è, forse non verrebbe caricata di responsabilità che non ha e che dipendono, mai come in questo caso, dagli uomini che evocandone il nome, in realtà hanno fatto passare ben altre concezioni dell’esercizio del potere. 

disciolto

Disciolto è il risultato dell’azione di un solvente nei confronti di un composto solubile. Il solvente non bada a chi ha davanti, ma solo alla sua attitudine ad essere sciolto, impiega tempo, e continua la sua azione. Viviamo in un paese che si sta disciogliendo. Dissoluto e dissolvere hanno la stessa radice, ma indicano due azioni diverse, la prima si concentra su di sé, una sorta di autosoluzione e mostra il risultato agli altri, la seconda è l’azione violenta che muta un composto cambiandone natura anche senza un solvente. Portate nel sociale, queste accezioni diventano negative e il loro lato oscuro è che non resterà significativa traccia dei tempi e delle persone, se non per gli effetti di ciò che è avvenuto. E basterà un aggettivo per definire questo tempo fatto di dissoluzione, ma del buono, non resterà che il nostro vissuto. E’ questione di tempo, speriamo sia poco e che un atto sciolga il prodotto creato dal convergere di una stagione in cui nessuno ha fatto ciò che doveva. Nessuno di quelli che contavano, intendo. Il berlusconismo non è stato un accidente, ma la risposta ad un bisogno, investigare questo bisogno consentirebbe di trovare la radice di molti malesseri, ed anche le terapie necessarie, ma come diceva Gaber non è la paura di Berlusconi che deve condizionare chi non la pensa come lui, ma piuttosto la ricerca del berlusconismo che ci portiamo dentro. Come dire che non sempre l’arma è nella mano dell’aggressore, ma a volte è nelle nostre mani. Una strada la indicò molti anni or sono, dopo la morte di Falcone e Borsellino, il giudice Caponnetto, insegnando che la battaglia per la legalità, ovvero per il rispetto comune, cominciava con i piccoli atti: pagando l’autobus, evitando le furbizie che erano piccole ruberie, le sopraffazioni, le alterazioni del giusto. Da lì dovremo ripartire per ricondensare il paese, tanto più oggi che una coesione interna vale nei mercati internazionali più di una manovra economica. Ricacciare il lato oscuro e far emergere il buono. Credo servirà pazienza, costanza, un uso intelligente del ricordo, perché ricordare è premessa per il giusto. E non premiare oltremodo i transfughi, perché questo sarebbe un altro germe di futura dissoluzione. Il programma del nuovo governo dovrebbe essere: risaniamo noi stessi, cominciamo dalla giustizia come pratica, rimettiamo assieme le persone per un progetto comune. Un progetto per qualcosa e non contro qualcuno.

Basta far evaporare il liquido, perché dalla soluzione si possa tornare al solido. Non la stessa forma, ma la sostanza, quella buona che non evapora, c’è ancora.

p.s. nella interpretazione del cambiamento, spesso ci si imbatte nel giudizio di valore: è cambiamento il ritornare ai principi o è conservazione. Credo che senza una solida base condivisa di regole non ci possa essere cambiamento e progresso e la riconquista cosciente delle regole comuni sia la vera rivoluzione che in questo momento possiamo fare.

piccole felicità

Trieste ti prende le braccia, da dietro come in gioco di ragazzi, e ti taglia l’urgenza del fare. Ti prende il cuore, non ascolta le tante inutilità che vorresti dire, e ride, mentre risale alla testa e ti muta i programmi. In cambio t’investe di sole, di vento, di profumo di cipresso e di platano potato, di erba alla soglia del mare, di terra, di falesia, di sasso e ancora non finisce di stupirti. Solo i pesci guardano muti tanta profusione insensata che ancora non si ferma e posa.

Dal molo Audace si vede intera piazza Unità, un anfiteatro di palazzi che si fida del mare, che accoglie chi arriva. Dovrebbero attraccare qui le navi, come un tempo, ma non quei mostri multipiano che in ogni porto abbandonano in città, l’equivalente degli abitanti di un paese. No, dovrebbero attraccare  i piroscafi, le navi svelte di una volta, quelle piene di speranza, e non di noia, e fargli scendere piano i passeggeri per dare, intera, la sensazione del suolo che si ferma. Fargli sentire le gambe che hanno voglia di correre, e spingerli a lasciar liberi gli occhi, di scorrere sui marmi e sulle pietre della riva, perché ognuno abbia la sua personale meraviglia. E poi fare una corsa dal molo fino a piazza Unità, senza sentirsi ridicoli, ma felici del sole, di tanto essere uomini in sé, in questo luogo, che è qui e altrove. Come in ogni mare, perché senza essere pesci è il mare che ci unisce. 

Cammino. Lastricato, palazzi, tavolini e caffè all’aperto. Respiro. Cammino.

Respiro soprattutto, il savor di salso, di casa, di buono, di attesa, di pomeriggio, che si stende pigro e promette. Sul mare, tra la marittima e il molo, i canottieri vogano veloci e ridono di mille sfide.  Dall’altra parte, il porto vecchio. Sorgeranno nuovi quartieri, abitazioni, grandi negozi, una nuova città davanti al mare. Smonteranno e demoliranno tutto il possibile, ma speriamo lascino una gru di banchina, una di quelle alte, che finiscono in un becco e sembrano un grande uccello posato tra le navi. Se non per altro dovrebbero lasciarla per ricordare il lavoro, la testa dei costruttori di un tempo, il passo ondeggiante dei facchini, l’odore lontano della merce che arrivava.

Magari davvero la lasceranno davvero. Il sole illumina il porto, le fabbriche, le case, ma soprattutto il mare e il cuore si apre e mi commuovo. E penso alla libertà, al senso del tempo, a ciò che mi e’ stato dato e che spesso mi sembra un fardello. E improvvisamente sono felice di essere qui, in questo tempo.