griffe

Da qualche giorno, l’ucraino ha una bella camicia che sembra ricavata da un foulard. Grandi disegni a fiori rossi e blu su fondo bianco, alla Hermes. Indossa occhiali da sole con stanghette bianche alla Gucci. Calzoni larghi, di lino ecrù e sandali, un Trussardi datato. Ogni mattina prende il sacchetto con i panini dai cappuccini del santuario, mangia sulla cassetta del telefono davanti al bar e poi volteggia  nel piazzale con passi lunghi, senza meta. Non chiede carità, se qualcuno gli lascia una moneta, la tramuta in birra del supermercato. Per bere attraversa la piazza e si siede sotto il cedro, beve piano e osserva. Non l’ho mai visto ubriaco o dare confidenza, parla tra sè mentre con civetteria passa la mano a pettine, tra i capelli lisci e lunghi: un gesto compiaciuto e maschio. Starebbe bene con il panama bianco, calato sulla fronte. Ha solo sbagliato paese e storia.

la scelta

Andare o restare? Per quasi tutti la possibilità di scelta è solo teorica ed è un sogno che si consuma con il tempo. L’insofferenza sociale è cresciuta, molto più alta che durante la prima repubblica, assieme alla diminuzione della speranza di cambiamento. Eppure sappiamo che mai come ora c’è bisogno di idee fertili, di volontà forti, di poca acquiescenza. Solo che gli attori di queste possibilità sono schiacciati dai tempi lunghi del mutamento, così le loro esistenze si piegano e trovano una strada nel compromesso tra essere ed esistere. Tra i miei coetanei c’è un’idea malsana di politica, escludente e snob sino ad essere decontestualizzata: potrebbe funzionare su marte non in Italia. Come se alla fine venisse rifiutata la realtà per rifugiarsi in un quotidiano fatto di sogni già sognati. La povertà trasversale che oggi ci accumuna,  è l’assenza di sogni realizzabili.

pesci rossi

La nostra rete era l’ideologia, bastava essere di sinistra per entrare ed essere alternativi. Ci frequentavamo per assonanza, anche le litigate avevano un territorio comune da sfoderare al momento opportuno. I più imbecilli parlavano con ipse dixit e si incazzavano, gli altri si incazzavano pure, ma perchè erano più liberi e naïve. Tutti sapevamo con certezza che qualcosa ci teneva assieme oltre i ragionamenti. Non si spiegherebbero altrimenti tante conversioni adulte. Siamo stati credenti in una chiesa con preti esigenti e spretati. Le origini di molti, cresciuti nei patronati, avevano lasciato il segno. Non era difficile cogliere nel radicalismo i segni di una religiosità atea e primitiva fatta di morale naturale e principi originari. Chiesa con fedeli e poi credenti senza chiesa, l’agnosticismo politico era una bestemmia. Per fortuna. Ci sorprendeva che qualcuno non la pensasse genericamente come noi, genericamente, perchè anche le analisi profonde erano comunque de contestualizzate. Gli operai erano l’aristocrazia operaia e non solo un coacervo di bisogni, diritti, speranze di riscatto. E i padroni erano una categoria precisa, un ruolo, e loro si adattavano bene alla bisogna. Uno di questi, non capì allora il perchè di uno sciopero contro lo Scià di Persia, ma non lo capì mai, perchè non c’era nulla da capire nell’internazionalismo proletario. Mi è stato amico, però nella sua fabbrica non si fumava e neppure si sostava in bagno. Nelle trattative sindacali, le pisciate rapide erano di destra quelle con i giusti tempi di sinistra. Comunque, anche all’estero, essere compagno era il legante e l’ideologia ti faceva parlare a tono, anche quando non c’era nulla da dire. E faceva colpo sulle ragazze, permetteva di parlare di noi, di saltare le convenzioni precedenti facendo perno sulle nuove parole dove i sentimenti erano privato e politico assieme. Aderire a mezzo, era disdicevole, socialdemocratico sinonimo di traditore, fascista quasi tutto il resto. Dall’altra parte c’erano meccanismi analoghi, ma non il fatto di essere di massa. L’ideologia è stata una moda, un collante, un elemento di socializzazione, la risposta a molte domande fondamentali che hanno permesso di fare, essere, incidere sul reale. ha generato idee inusitate per menti, altrimenti attratte dal quotidiano, ha inciso sulla cultura facendone una necessità. I modi di dire erano piloni per sorreggere ragionamenti zoppicanti  e quando proprio si era in difficoltà d’argomenti: il problema era altro. E’ stata la coperta di linus, il surrogato della famiglia, certezza e dubbio. Quando si è via via spenta, nessuno l’ha celebrata. Eppure ha avuto meriti enormi accanto ai disastri: è stata l’acqua per noi pesci rossi, peccato fosse anche la boccia che ci faceva nuotare in tondo. 

la grande truffa

E’ stata perpetrata una grande truffa, di cui noi siamo stati compartecipi, e che ha fatto credere ai nostri figli che fosse possibile vivere, guadagnare, crescere secondo le attitudini, le passioni, il lavoro. Il mito dell’essere contrapposto al dover essere, ha mietuto -allora ed ora- vittime pagate con delusioni, rabbie, dipendenze. Noi abbiamo creduto alle libertà attuate e che bastasse  mettere in discussione la società per assicurare altri tipi di crescita democratica. Ci siamo trovati ad avere libertà sessuale, economica senza la possibilità di ridiscutere il contenitore di queste libertà. E il contenitore sostanziale era esattamente uguale a quello di prima, solo che l’impostazione laica ed alcune regole di salvaguardia (la retribuzione e il valore sociale del lavoro) erano state tolte. L’università come parcheggio, lo studio scollegato da un lavoro, l’accesso precario all’indipendenza economica sono alcuni fondamenti di una frustrazione diffusa, del dilatarsi del tempo e della riduzione dell’orizzonte delle prospettive. I giovani diventano vecchi anzitempo, se pensiamo alla vecchiaia come alla riduzione della capacità di incidere su di sè e sulla società. Sono state inventate le lauree e le professioni più incredibili all’interno del sapere, senza chiedersi chi avrebbe pagato un esercito di specialisti nelle sottospecie della forestazione, agricoltura, diritto e comunicazione, psicologia e giornalismo, spettacolo e storia, medicina e sociologia. Tutti pezzi importanti del sapere travasati senza oggetto di futuro esercizio: una laurea in capoeira che mobilità sociale assicurerà? In realtà la mobilità  sociale non c’è più e continuare ad alimentare le attese significa sostituire retribuzione con soddisfazione, così si può lavorare gratis per anni e sentirsi realizzati. La grande truffa è questa e noi, il tramite di presunte felicità, siamo stati ingenui ed usati, oggi solo il genio emerge a fatica, per il resto serve la furbizia, ma quello è un corso di laurea a numero chiuso.

bisogna cercare dove si trova

A Palazzo san Gervasio, nel Vulture, famoso per la rappresentazione della settimana Santa, nessuno vuol fare Giuda e quest’anno il bacio verrà cancellato dalla sceneggiatura. Eppure hanno cercato, blandito, promesso, niente da fare. Finchè gli organizzatori hanno pensato di rivolgersi ad Antonio, il Giuda dell’anno scorso. Hanno bussato, spiegato, ma anche lui, il vecchio Giuda, si è negato. Pare che la sensazione che si era portata dietro dallo scorso anno fosse un fondo di malessere, di fastidio di sè. All’insistenza degli organizzatori, Antonio ha risposto: No, basta, il traditore non lo faccio, casomai posso fare il ladrone. Quello buono però. 

Eppure bastava cercare negli ambienti giusti.  Ad esempio, nei ripensamenti della politica, che portano a cambiare casacca e cuore: lì il tradimento assume altri nomi più nobili e l’anima non ne è tocca. 

il cerchio del lupo

Allo zoo di Basilea un lupo, male in arnese, girava in tondo. Una gabbia larga, una fossa che neppure pareva recinto e lui a girare, a sbattere il muso sul vetro mostrando  denti. Mio figlio mi chiese: ma è questo il lupo di Cappuccetto Rosso? Ed io gli risposi: no, non proprio lui, un parente. Un poco di silenzio e poi, coi lucciconi già evidenti, disse: andiamo via, papà, andiamo via.

riserbo

Parliamo di cose generiche, alludiamo, diluiamo riferendo di sguardi e di sensazioni. Qualche volta, quando fa più male, le emozioni circolano allo stato puro. Com’ è consentito, secondo educazione e rispetto della privacy altrui, che di questo in fondo si parla quando si lavano i panni: di me posso dire, ma degli altri è necessario tacere. Si parla della ferita e non del coltello, ma basta? Naturalmente ognuno ha il suo stile, però quel che è chiaro è che, mentre si piantano picchetti per difendere il proprio orto, lasciamo porte aperte in cui tutti entrano attirati da un misto di comunicazione/aiuto, contemplazione narcisistica del sè visto all’esterno, approfondimento dell’ introspezione personale. Questo nasce dal fatto che scrivendo capisco di più di me stesso, e scrivendo d’altri vedo le loro relazioni con me e con il mondo. Scrivendo mi misuro con la parola e la incollo sulle sensazioni e sul reale, attraverso la parola riproduco e creo il mio mondo. Scrivendo mostro le mie nudità e gli abiti suntuosi, ma a chi sto parlando e qual’è il limite del riserbo? Ci sono più piani comunicativi, fino alla conoscenza diretta, terrò conto che se il riserbo è eccessivo il contenuto è privo d’interesse, giocherò tra il mostrare e il velare, ma non basterà. Oggi ogni mio percorso è tracciato, l’intimità è violata ripetutatemente da telefonini, macchine fotografiche digitali, password trascritte, pubblicità che scruta le mie preferenze, archivi che posseggono il mio nome e stabiliscono relazioni, mi interrogano ed ora mi leggono. Questo è il salto di qualità dell’intromissione sulla comunicazione libera, dove l’interesse è morboso e sganciato da me, perchè è chiaro che non sto parlando solo a voi, ma a molti altri che conosceranno il mio umore e le mie debolezze e, come riporta l’articolo allegato, potranno usare queste informazioni contro di me. La piazza digitale non è più virtuale e da libera si sta trasformando in qualcosa di diverso, ne devo essere consapevole e se la libertà non viene tutelata, diventerò sempre meno libero nel dire, mi uniformerò a chi presumo legga fino al silenzio. Ricordate i Tre giorni del condor? Qualcuno legge tra le righe e cerca di capire chi sono, dove vado, chi frequento oltre quello che dico. E’ questo che voglio?

Ecco, la risposta a questa domanda racchiude tutto quello che posso pensare di chi mi governa o vuole governarmi.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5657&ID_sezione=&sezione=

Signor Presidente

Signor Presidente Napolitano,

accolga l’invito del signor Englaro, vada ad Udine, porti il Paese davanti a quel letto. Poi non ci dica nulla, non vogliamo foto, non vogliamo sapere oltre, vorremmo solo che un Italiana potesse avere testimonianza che il diritto ha certezza in questo paese, che una famiglia fosse meno sola, che una tragedia accaduta 17 anni fa, finisse.

La ringraziamo Presidente, per quanto ha fatto, forse non poteva fare altro, ma in questo paese dove molto è strumentalizzato, di una cosa siamo certi, che Lei l’ha fatto solo per dovere e rispetto della legge e per tutti noi.

Vada ad Udine, Signor Presidente, anche se una tragedia non ha bisogno di verifiche e neppure di parole, porti a chi soffre, con la Sua presenza, la testimonianza e l’affetto dell’Italia.

Per chi ne ha volontà, è possibile scrivere al Presidente della Repubblica : https://servizi.quirinale.it/webmail/