in sei mesi

In sei mesi. Mi racconti, e le lacrime vanno per loro conto. In sei mesi ti sei innamorata, hai toccato il cielo ed è finita.

In sei mesi, mi ripeti, e sembra un tempo lungo e corto assieme. Tutto nei sei mesi in cui non ci siamo visti.

Non sapevo nulla, forse la felicità ha circuiti più piccoli della tristezza, restringe il cerchio del comunicare.

Racconti ed ho riconosciuto le sequenze da manuale. Le tue, le sue, il ribadire la dignità dopo le sciocchezze che solo gli amori infelici sanno produrre.

Mi vergogno, dici, e ti rassicuro che tutto si fa, anche le pazzie, che sono tali solo dopo.

Mentre ti parlo penso che lui non era mai stato davvero innamorato e tu non te n’eri accorta.

A certi uomini dovrebbero togliere la licenza di far male, hai sospirato, ma non è così, dovrebbe esserci un’educazione alle parole e al discernere i sogni dalla realtà, ed accettare gli uni e l’altra.  

La buona fede non scusa. Già, ma lui non era innamorato. Gli pareva, l’hai coinvolto, forse s’è illuso, ma non si cambia davvero e  te l’ha solo raccontato.

Puoi contare su di te, su chi ti ascolta ed è dalla parte tua,  ti ho detto. E non è poco. 

Penso che dopo tutto il buio, la solitudine improvvisa, l’offesa, l’energia spesa nel lasciarsi meriterebbe di più. Un glossario delle parole del vero e del buono che è stato, capire dove si è per tracciare una direzione.  Insomma un educarsi al dolore per uscire da una relazione che continua altrove, dove l’ansia dell’abbandono si spegne e restano le persone.

Facile.

Parole.

 

sentimental journey

Ausculto i segni,

zampette di desideri,

i vaghi odori di dolce dai negozi chiusi.

Il silenzio si stende a pennellate larghe

nelle vampe di notte

tracce di luce, oltre i balconi aperti:

dispersi fotoni nell’aria, in cerca di superfici

su cui spegnersi.

Di notte il silenzio si allunga,

è un gatto annoiato, che agita lenzuola di seta,

e i pensieri, cartocci sudati

di notte fanno rumore.

A te penso,

un poco,

non basterà, non ti basterà.

E questo silenzio

sciacqua le rive,

e sale e scende

fino ad affogare il sonno.

Piccoli rumori preziosi,

sul tetto,

contro i vetri aperti,

una bava di vento ha atomi d’erba

e di te.

dizionario personale: naufragi

 

Ti parlo di un tempo in cui mare, terra e roccia si confondevano.

Il mare entrava nella terra ed i nodi  erano gli stessi nell’albero di prua o al giogo del vomere.

In quel tempo il marinaio andava e il pescatore era un contadino del mare che tornava la sera. Il pastore era un marinaio che percorreva mari d’erba con portolani di rocce e di stelle.

E il contadino restava a mezzo, parlando con gli uni e gli altri. Arrivavano pezzi di lingue strane e oggetti, assieme ai pesci, a volte il contadino costruiva barche e il marinaio seminava.

 In quel tempo la differenza era tra chi andava e chi restava e per parlare delle tempeste le parole si confondevano, le onde diventavano montagne e l’erba un mare.

Parole salse e parole di terra si mescolavano, restava la polpa di significato a tirare linee d’eventi, tempo e storie.

Allora, il naufragio non aveva salvezza, ma era nell’ordine delle cose. Come le vite, allora così poco conclamate come preziose, ma piante ed irreparabili in chi restava.

Il naufragio aveva lo stesso senso in terra e in mare e i contadini in cerca di terra buona in Brasile o in Argentina, si perdevano nei piroscafi senza scialuppe per loro.

Di quest’eco lontana, ti parlo, ed una traccia l’ho ascoltata ben dentro alla terra, tra i monti:

venivano i pescatori, con un cesto di pesce e d’aragoste, camminando per chilometri, e mio nonno offriva un pecorino in cambio. Poi il vino e il pane si consumavano assieme, parlando.

Ti parlo di un tempo in cui il mare, la terra e la roccia vivevano assieme. Poi venne altro a separare i luoghi, le priorità, i lavori, le persone.

Ed anche i naufragi, come i fallimenti acquistarono altri significati.

 

 

 

 

la ripresa del sogno

Vorrei parlarti di una cosa che ho capito dopo una giornata particolarmente intensa: ho voglia di riprendere a sognare.

Tu mi vedi, pensi di conoscermi, quando succede si parla, anche se stabiliamo i limiti del condividere. La concretezza di quanto si dice è un limite, ad esempio, ed io spesso sono poco concreto, perchè parto dall’esperienza e cerco di estrapolare una regola. Però mi faccio condurre dalla consapevolezza.

 Una volta ti ho detto che acquisire una consapevolezza è un dono. Nel capire non sappiamo a chi dobbiamo essere grati, addirittura la consapevolezza può far male, essere rifiutata, pensando che è meglio non sapere. Ma se la consapevolezza ti riguarda, è un dono. Non mi pareva fossimo in sintonia, assentivi, ma pensavi alle parole più che a quello che c’era sotto, perchè la mia consapevolezza aveva un nome ed era tale da modificare la vita. E così è stato. Non capiamo quando il tempo si ferma, così si raccontano i giorni senza nome, quelli che diventano stagioni e non ci si accorge che non si aspetta il martedì. Perchè mai si dovrebbe aspettare il martedì, un giorno senza senso, come tutti quelli che stanno in mezzo alla settimana. Solo che così i giorni diventano stagioni e non parliamo di domenica, ma di estate, di feste, come se da un cesto qualcosa di buono dovesse pur venire fuori. E’ pensando al tempo senza nome che ho avuto la consapevolezza che non sogno più e che senza sogni non c’è presente.

Sarà stato allora che è iniziata la necessità di riprendere a sognare. Ho capito un po’ alla volta che non significava, avere smesso e poi ricominciare. Certo, spesso i sogni sono poco consistenti. Scherzi dell’alba, li chiamavo, per ridurli a cose senza traccia, mai pesanti, se non con la febbre. All’alba si è già digerito e il sonno rem è alle spalle. Sono sogni così, da passare il tempo, non da vita alternativa.

Se ho sogni erotici? A volte. Sono quelli che fanno pensare di più, ci si interroga sul significato, se siano desideri inespressi oppure semplici divagazioni fisiologiche. Ci si chiede, s’interpreta. Spesso si sorride poi si dimentica. Alle persone interessate non si possono raccontare perchè imbarazzano, tenerli è una deviazione, insomma non se ne fa nulla. Ma gli altri sogni, quelli che esigono una fatica diurna per avere una possibilità notturna, quelli erano spariti con la giovinezza.  Sono i sogni più difficili, quasi come il sognare a tema. Sarebbe bello sognare a tema, come andare al cinema. Forse è possibile con l’esercizio, e solo per alcuni temi, ma divago. Non impazientirti.

Riprendere a sognare significa mettere un ponte tra presente e futuro e renderlo così intenso da ascoltare il consiglio della notte.

Non sono impazzito, magari un po’ lo sono, ma non in questo campo. Cerco di spiegarti.

Quando spiego ho bisogno di qualcosa, un pezzo di carta su cui tracciare linee a sostegno delle parole, oppure un mezzo toscano. Si spiega bene col toscano, anche se a te non piace il fumo, ha la boccata lenta, una brace forte che dura e anche da spento si può tenere in bocca. Si spiega bene anche con il caffé, a piccoli sorsi, ascoltando e parlando. Comunque se proprio non si ha nulla bastano le mani e gli occhi. Qui non ho nulla di tutto questo, comunque provo a spiegarti.

Il sogno non può essere solo un desiderio, dev’essere una vita altra, qualcosa di plausibile che acquista dimensione e se questo ha riferimento con qualcosa che deve accadere, che vogliamo fortemente che accada, allora è la prosecuzione di un progetto. E che cos’è un progetto in nuce, se non un sogno che attende di essere vero.

Si pensa ai sogni come a qualcosa di immateriale ed invece sono molto tangibili, dirigono le vite, si scatenano perché pensiamo di dominarli. I desideri sono della stessa materia dei sogni, penseremmo mai che i primi non abbiano consistenza? Infatti prendono la vita e la orientano, stravolgono le giornate e le notti, condizionano il lavoro e le abitudini. Ma proseguono nella notte e così consigliano il giorno.

Capisci, allora, che riprendere a sognare è partire da una possibilità, farla propria, renderla importante oltre il significato che ha e dirle: tu sei in grado di cambiare il mio presente. Di notte emergeranno le paure e gli entusiasmi, molto di quello che abbiamo scartato di giorno. Ecco il presagio che fa continuare il dialogo. Posso fare e non fare, ma lascio che un sogno cresca e diventi vero.

Il futuro è spazio per noi che occupa il presente, si prepara, cresce quando si racconta, poi si misura con il possibile e continua ad inverarsi. Perchè negarsi il sogno e non occupare gli spazi liberi della vita: quelli liberi dalla costrizione, dall’impegno, dal lavoro. Lo spazio aggredibile è tanto, le abitudini ad esempio, i tempi a cui non è possibile dare nome, anche il sonno che prosegue il sogno cosciente. La ripresa del sogno come ripresa del sè. Adesso ho un progetto a tre anni e mi sembra di aver ritrovato coordinate temporali nella sequenza dei giorni senza storia. Ora subentra l’attesa, il gant del sogno, con le sue verifiche. Inizia una prospettiva: ti racconto… 

 

gaspard de la nuit

 

 

Nelle rotatorie, alterno, aggressività e cortesia, come in un tango. Nella notte, è bello il giallo agip , scomposto dalla pioggia, che non intristisce.  Verso le mura, il verde aggiotta l’acqua scura del fossato.  La notte è piena di sorprese e di colori, come questo mix mp3 che salta da Ravel al rock.

Se potessimo sommare le nostre sensibilità, stanotte, ti parlerei del colore nuovo dei tigli, dei semafori e delle luci scomposte sul vetro, della melancolia che m’ accompagna da sempre, ma non è  un problema per l’allegria. L’allegria che mi fa pensare che tra non molto, la primavera ( e poi l’estate) spazzeranno i pensieri più grevi. 

E’ anche questo piegarsi troppo dentro, che rende miope.  Ma un sentiero si sta aprendo, e ci sarà pur una scelta su dove andare.

Hai mai osservato che quando si sceglie non c’è nulla di epocale? E’ una cosa che doveva accadere, anzi è quasi già accaduta, per questo scegliere è una liberazione. Resta quel poco d’ansia e di paura che pone domande ed impedisce la noia.

la giusta misura

 

 

So che ci sei e che non sono solo. Ti leggo nei piccoli, inconsapevoli moti di me, quando ti penso, ti vedo, ascolto e mi misuro con te. Non devo eccedere nella facilità del capire quando riconosco parti di me, sono solo parti tue che assomigliano alle mie. E’ la tua diversità che mi attrae, non la copia di me. Mi sono chiesto se questo decifrare avesse a che fare con la solitudine, se il riconoscermi fosse la necessità di temperare l’assenza che ci portiamo dentro dal momento in cui ci scindiamo per nascere. L’abbiamo chiamata in modi diversi questa esigenza d’essere amati, abbiamo scambiato la somiglianza e l’assenso, con amore. Sentirci approvati era ri-allacciare quel cordone originale che ci nutriva. Ed invece in un giorno, incongruo per pensare, è emersa la consapevolezza d’essere soli, e proprio per questo,  poterci confrontare, amare liberamente, non per dipendenza o possesso. Ciò che m’interessa di te, ciò che ti rivelo, è la mia percezione; mi fermo sul tuo corpo, sui tuoi modi, su come metti assieme le parole per dirmi quello che non vedo. Colgo le espressioni di te, perchè m’interessi e ciò che ti mostro è come ti vedo. E’ vero che la nudità è pudica, si mostra solo quando è priva della necessità della superficie, si rivolge ad altro, al profondo inesauribile che posso darti. In parte, come io scelgo, perchè sono solo e questa solitudine non pesa. Forse dovrei chiamarla percezione di unicità, non solitudine, ma sarebbe così fuorviante, perchè assomiglio al 99% di ciò che conosci, e ritrovi in me una quantità incredibile di aspetti che hai vissuto e conosci. Ciò che mi rende solo e unico è quel pezzettino di me che ricombina ipotesi, mescola consuetudini, ti racconta i bivi in cui ho sbagliato a scegliere, ma mi hanno fatto così. Posso darti solo la mia solitudine, è la cosa più preziosa che ho, non l’avrai mai tutta perchè sarei te, ti invaderei. Ne avrai la giusta misura secondo la mia necessità. Chissà se riuscirai a sopportarla? Ma non è questo l’azzardo che fa aumentare l’interesse, lo trasforma in fascino ed apre alla sorpresa di riconoscere e di scoprire che ciò che è stato dato e ricombinato, non ha generato sbadigli e noia, ma energia e speranza di futuro. Non durerà questa comunicazione, non così alta per sempre, ma quando si scopre che la singolarità non è disamore, non si è più soli.