parliamo d’altro

parliamo d’altro

È una pressione continua.  Una notizia elide la precedente e tutto alla fine sembra uguale. Chi produce realtà sa che bisogna alzare la posta, colpire l’immaginazione e il sentire, perché le notizie vengono e svaniscono subito. Siamo finiti in una dittatura del presente senza futuro.

Sembra che il rifiuto della condizione di incertezza produca una bulimia di nuovo senza conclusione. Ed è aria mossa da chiacchiere che si sovrappongono, di cui non resta traccia se non in quel senso di mancanza che fa capolino quando ci si ferma. Anche tutto questo connettersi, il mi piace senza il contrario, la conversazione momentanea, è un chiudersi al rischio del rapporto profondo, alla domanda del che fare di noi.

È sommamente triste dipendere dalla velocità di una risposta e dalla riconferma che se l’indeterminato altro esiste allora, forse, anch’io esisto.

p.s. nulla come il walzer, per me, rappresenta il rifiuto di ogni fine. La maschera del momento che dura il tempo della festa.

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