mi rendo conto

Nella hall dell’albergo meno del tacco 10 non e’ amore, le ragazze camminano portando avanti il bacino, la schiena continua l’arco all’indietro, fino alla testa, in equilibri strani. In un paese dove la paga media e’ meno di 100 euro, un paio di jeans alla moda e una pancina abbronzata sono un biglietto da visita inequivocabile. In questo posto mi rendo conto che spesso borbotto tra me, che parlo di legami deboli e di donne che tengono con guinzagli lunghi dando illusioni di liberta’. Qui dove la liberta’ c’e’ tutta, le donne ti chiamano amore perche’ e’ la prima parola che hanno imparato in italiano. E’ qui che i pensieri si avvitano sulle gradazioni d’amore, diventano spirali da percorrere scegliendo il senso di se’. Ma ogni tanto, nelle equazioni sentimentali, sarebbe utile fare tutti i passaggi e non enunciare il risultato raggiunto. 

E’ strano scrivere da una tastiera cirillica cose che fatico a pensare in italiano. E sento i limiti di tutto questo cercare di capire per vestire la realta’ di concretezza.

Lo so che l’importante e’ vivere e non pensare di vivere, ma ho attenuanti signor giudice, io vivo e sto cercando solo di accordare le corde per suonare.

parole foglie

Parole foglie, ora mutano gradevolmente. Chi ci legge stagioni pregresse, chi individua una persistenza nonostante, chi trova ragioni di caducità seguite da rinascite. Sotto altre forme riemergono articolazioni arcaiche, parlava il caldeo nella stagione vicina alle piogge incollando suoni su pulsioni eguali. I sentimenti sono gli stessi da qualche decina di migliaia d’anni, solo le regole mutano e ci vestono. La parola è nuda come le foglie, ma a noi, che vibriamo di paura per un terremoto, mentre la terra trema di continuo, cosa interessa che sia meno che attuale. L’amore che aspetta all’angolo stasera, è il futuro, il per sempre alla portata, che si sporca se, appena appena, la verità d’un pensiero viene lasciata correre verso il desiderio. Parole foglie con bisogno di vento in allegria di mulinelli. Le luci gialle, che ci fanno compagnia, guardano, ma guardano per non vedere, per non sentire il freddo che ancora si fa quatto. Il freddo che è assenza d’amore, che è solitudine rappresa, che è abitudine insensata. Al dio dell’autunno possiamo chiedere che la primavera ci redima, che i sogni dell’estate conservino calore, gli possiamo chiedere verità pazienti. Al dio dell’autunno possiamo raccontare ciò che non è sperando in un abbraccio. Comprensivo e caldo.

Solo l’amore è per sempre, non le stagioni.

 

alla prossima

Il convegno è andato bene, la sala era piena, le autorità partecipi, molte televisioni e interviste, discorsi densi, sollecitazioni. Al ministro era chiaro che gli avrebbero impedito di trasvolare, non è venuto, nessuno si è lamentato. Pochi gli sfaccendati disattenti, quelli che non hanno mai ascoltato una parola in vita loro. Tra questi, quelli che han mangiato sempre bene e si sono tarati per vincere una poltrona, poi il nulla, ma non era il loro convegno, non hanno disturbato. Gli altri, erano tanti, contenti e sorpresi.

Per chi conosce i propri limiti, le possibilità erano superiori e non accontentarsi fa parte dello stile e sostanza di vita. Due piani quindi: la soddisfazione esterna e la voglia di far meglio e di più. C’è movimento in tutto questo, è la positività vera della fatica, che la relativizza e ne fa desiderare altra, non per stordirsi ma per fare.

Alla prossima.

attesa

L’ho capito ieri mattina, la vetrinetta dove tengo una piccola collezione di solidi geometrici di cristallo, manda bagliori. Tracce di luce sulle pareti da seguire pensando ad altro. E ogni mattina, mentre non ci sono, lo spettacolo si ripete in silenzio, come un amore trascurato. Non pensiamo a chi ci sta vicino, non lo vediamo distratti dal mondo, mentre questo attende silente, sciorinando meraviglie senza spettatori. Cose d’ordine antico e immobili, desiderose d’ una mano che tolga polvere: basterebbe un gesto d’ammirazione in cui credere per farle attendere fedeli.

il giovane blogger

Alla ricerca di un nik inagibile, rovisto tra blog abbandonati: c’è un’umanità che si è stancata presto. Una notizia di sè, un commento del 2004, poi più nulla. Alcuni neppure quel commento e morti di solitudine. Per motivi economici, abbiamo decine di migliaia di blog, nulla viene cancellato, forse nella speranza che la vita rifluisca, ma credo che in fondo non interessi a nessuno. E’ come osservare le lapidi di un cimitero, senza curiosità necrofile, per capire dov’era la vita, ricostruire le storie scrutando volti, mettendo assieme parole e interessi. Per provare un giovane blogger si è cercato un’altra identità, ha costruito un’idea di sè e l’ha poi abbandonata dopo poche o molte parole. Schiuma d’intelligenza, di comunicazione. Cerini per la notte. Il blogger cerca di toccare qualcosa. Si protende, guardando dentro a raschiare sensazioni e molto fuori, in attesa di conferme, dialoghi, comprensioni. Il blogger offre la sua solitudine e aspetta, curioso di sorprese, con il vestitino buono. Come ogni scrittore, dipende dal lettore, dall’attenzione comprensiva. Oltre il piacere della parola ben levigata, c’è una speranza che qualcuno alzi il telefono dicendo: ci sono. Picchettare un territorio e lasciare la porta aperta, come nella notte quando la solitudine non ha paura del buio, del silenzio, ma dell’anima rigata che altera le dimensioni. E basta una presenza, ad animare la notte.

Ma poi ci si stanca e non è da uomini vivere di schiuma.

tabacco

A sera abbiamo giocato con il tabacco. Fiutato e masticato per ridere e poi sigari, con il fumo aspirato dal baloon, ricco di agricole  ventenne.

Trasognati e distesi, ascoltando racconti di Cuba, è arrivata la notte. E i gamberi, da mangiare con le mani, con le patate arrostite. Alberto sosteneva che il vino era fuori posto, allora soda, acqua tonica e rhum. Vomitando discretamente in un angolo del giardino, pensavo alle regole dell’amore discusse tra adulti consenzienti, strafatti di cibo, sole e chiacchere. In queste occasioni si creano filosofie e regole a posteriori, per spiegare errori da ripetere. E tutti a parlar d’altri, a stupirsi a voce alta, per eliminare il brusio delle proprie insensatezze. Si ascolta: gli occhi chiusi, il mondo che gira, le parole sconclusionate di etilica limpidezza e rumbe per collages di sogno e realtà.  Senza scegliere, fino alla prima luce dell’alba, fradici di umidità e di parole. 

E rientrare. Finalmente.  

di genuina bontà

Non leggo i messaggi minatori, le disperazioni vaghe a cui non mettere rimedio e metto in campo azioni di genuina bontà. Rifiuto, allontano, distacco perchè, complice la stagione, non sopporto. Quando il segno viene superato anche il necessario diventa troppo, provoca ripulsa, trattenuta per cortesie antiche e ricordi comuni. Ecco che di genuina bontà faccio professione per non esserci più, per essere “basta” senza alzar la voce. Ognuno ha in serbo tal forza e malgarbo da far annichilire: armi non previste dalle convenzioni, ma d’uso comune nelle pareti di città. Nell’ insistenza, nel volere che le asimmetrie diventino simmetriche si distorce tutta la realtà e ciò che non c’è non diviene passato. La Didone è sempre abbandonata, ma tutto è più normale: è settembre, è solo la vita che abbandona il sontuoso caldo, gli ozi e i pensieri circolari: l’autunno sarà clemente. Si spera.

Ci sarà pure un luogo

Ci sarà pure un luogo dove accade ciò che accade e alle parole non occorre aggiungere significato. Stasera i gabbiani, dopo aver segato di grida la spiaggia, tacciono galleggiando. Resta in riva chi non sa dove andare e la notte gli pesa oltremodo. Non serve scrutare l’orizzonte, e neppure le voci amiche bastano, di skyline e parole usurate è piena l’aria. Per questo i gabbiani tacciono e non volano: son divoratori di carogne di parole. Satolli, finalmente.