Abitiamo tutti nello stesso paese, le diverse età fanno aggio sulle emozioni, ma se tutti abbiamo qualcosa che un tempo era difficile e cioè la libertà di dire ciò che vorremmo e pensiamo, lo dobbiamo a molte persone che non ci sono più o che se ne stanno andando. Non capisco bene chi prenderà il loro posto, ma posso solo pensare che non sarà un posto vuoto. E’ sempre stato così.
Se rai 3, o un’altra rete, non potrà più dir cose scomode, avrà ragione il cav.Berlusconi, non è più lecito pagare un canone alla televisione pubblica. Se non potrà più esserci un telegiornale che non sia più che ossequioso, avrà ragione il cav.Berlusconi, in questo paese non serve una televisione pubblica. Come vedete non voglio troppo: lasciare uno spazio che non sia convenienza, un canale che i benpensanti possano cancellare dai loro telecomandi.
Una donna oggi, entrando a salutare Sandro Curzi, ha dichiarato al tg3: non lo conoscevo, ma le persone per bene non dovrebbero morire mai.
Ecco la necessità di questo paese avere persone per bene.
Ho evitato, per quanto possibile, di ostentare le mie debolezze. E per questo non sono stato meno vero. Penso non si possa trasmettere un battito di cuore repentino, una lacrima personale, la testa vuota di presente e ricca di sogni, perchè altro, per altri, è importante. Poi il sentimento si nasconde. Passa al quotidiano, ma rimane la sensazione che la vita sia là e che il passato sia una finzione perchè non passa. Mi dicevo un tempo, che la vita a due dimensioni era fondata sul denaro, che non ha spessore, mi sono accorto poi, che quelle dimensioni hanno appiattito tutto, anche le idee, i sogni, le vite.
Bilanciare l’intelligenza lasciando che la parte sinistra esondi su quella destra e viceversa.
Un contrappunto tra sentimenti e razionalità, facile a dirsi, molto meno a praticarsi.
Che accade se il razionale si lascia contaminare?
Tu lo sai quando ti incanti (termine veneto che ben definisce colui che si perde nei pensieri e vede cose che non vediamo, con lo sguardo apparentemente fisso nel vuoto) e sospendi il tempo del capire dalla tua vita quotidiana, mescolando contraddizione e desiderio, razionalità e attesa.
L’intelligenza lucida come lama, mi lascia indifeso, ne vedo la bellezza algida e non sento il calore. Sono per l’universo del presappoco, dove anche le galassie fanno il loro dovere amando i soli che contengono. Per questo mutano idea e collassano. L’entropia è il destino dell’intelligere senza speranza.
E dopo questa sbrodolata, il cielo si è fatto limpido ma il freddo non morde.
Abbiamo bevuto e parlato assieme: sciocchezze, risate, ma anche notizie di figli, lavoro, prospettive, politica. E’ così quando si è condivisa una camminata lunga, un pago io al bar a stemperare stanchezze: ci si sente partecipi di un gruppo, di una bolla d’atmosfera. Dopo la compagnia si è segmentata, qualcuno al cinema, altri a casa. E la conversazione è proseguita sul lato nero dell’anima: l’incompetenza, gli amori sconclusi, le scelte di convenienza, gli studi professionali dosati per coprire l’offerta politica. Ma come? prima eravamo assieme e tutti quei sorrisi, le battute, gli appuntamenti alla prossima, cos’erano: invidie e rivalità messe sottotraccia, giudizi codardi, regolamenti di conti tra imbelli.
E’ gossip? non mi piace e sono sempre più selettivo, o intollerante, che fa lo stesso: ridurrò le frequentazioni.
Oggi Bou parlava del tempo d’africa, degli orologi portati come braccialetti, degli appuntamenti scambiati sullo scorrere del sole:ci vediamo stasera, al solito bar. Domani, si va, passa da me. M’è tornata in mente Massaua, con le sue strade prive di luce pubblica e la sera a far da confine al vedersi. Se il tempo include l’attesa, non ci si annoia aspettando. Si parla, si legge, si guarda. Arriverà. Può succedere non ci si incontri: sarà domani. Dove il tempo fordista non ha cambiato gli uomini, kairos emerge con la sua forza dell’immediato e dell’opportuno. Finchè si può: accade, si ascolta, si sceglie, non si fa denaro, si vive e lavora.
Stasera la mia preghiera per il dio degli agnostici ringrazia di aver incontrato, visto, vissuto. E Bou che mi ha ripetuto ciò che penso: Il tempo è nuovo ogni giorno e vivo le stagioni, senza nome. Non mi nego la possibilità confinata in un’età trascorsa.
Ho imparato più oggi che in un anno e faremo belle cose assieme in Senegal.
Il ricordo del gusto dell’amaro affonda nella mia fanciullezza quando la nonna, con cui vivevo, mi faceva assaggiare e magnificava le doti di certi brodi ottenuti dalla bollitura di radicchi di campo per depurare il sangue. Non ho mai capito perchè il mio sangue avesse queste necessità di depurarsi, che poi ben altro era l’effetto e mi pareva poco affine al sangue, ma la cosa aveva un certo fascino ed anche corrispondeva ad un’idea equilibrata del vivere dolce. Il tutto veniva arricchito con splendidi panini croccanti alle quattro del pomeriggio, che ospitavano i suddetti radicchi saltati in padella con lardo o pancetta. A farla breve, ho imparato a distinguere ed apprezzare presto che esisteva un amaro non connesso alla punizione, e che questo gusto così sapido, esaltava il dolce successivo e lo trovava in parti piccole ovunque. Tra le tante pratiche strane e formative di un bimbo di città, nella quotidiana uscita ai giardini dell’arena, c’era lo scapicollarsi nella macchia folta poco potata e soprattutto una costante lezione su ciò che era commestibile e ciò che era velenoso tra quelle bacche che le stagioni e la dovizia di verde mettevano a disposizione per i giochi. Assaggiavamo, sotto la guida di maldipancia più anziani di noi, come il colore fosse quasi sempre ingannevole ed invece un dimesso proporsi, procurasse scie di dolce in bocca. Le bacche per gli inchiostri, prima genesi di una passioncella futura, erano ben distinte da quelle destinate ad essere munizioni per le battaglie serotine, portando alle tasche, le munizioni da bocca che avrebbero striato di dolce il gusto. Era un dolce tenue, per animali poco assuefatti a biscotti e che si nutrivano di panini, spesso fantasiosi, ma per me, già ammaestrato all’amaro, quelle bacche e quei panini provocavano un piacere particolare. Se la felicità davvero consiste nel vivere la vita nelle sue manifestazioni di gioia e tristezza, di passione e di quiete, allora il gusto si è, allora, educato alla felicità dell’assaporare il dolce, il salato, l’aspro attraverso l’amaro. Era giocoforza con simili premesse che, quando fu ora di bere forte, il fernet eppoi l’amaro Udine diventassero dimostrazione di virilità. Distinzione tra maschi e femmine, ma soprattutto tra maschi, chè alle femmine qualche indulgenza protettiva bisognava pur darla. Questa sensazione d’amaro mi è rimasta, quasi fosse una coda dell’ottocento, il secolo di mia nonna, che si protendeva verso me/noi, nati dopo una guerra che aveva sovvertito il sentire e portato il dolce come gusto di massa. Una passione, ormai abbandonata per la distillazione, frutto dei malintesi anni chimici, ha più volte restaurato il tastar in punta di lingua per discernere alcool da sapore e mi fa sorridere pensare che la mia generazione preferiva gli amari senza dolci a mitigarli, quasi che l’amaro fosse bastevole al gusto e non emendabile perchè non aveva necessità nella sua purezza d’altro che se stesso.
Il dualismo amarodolce si ricompone ora, nella mia testa, a partire dal caffè che senza preferenza asseconda l’uso locale e la voglia personale: spesso molto dolce a sud, altrettanto spesso, a nord, in purezza per conservarne il gusto a lungo. Troppo facile usare il gusto come immagine della vita e del vivere, indebita la perifrasi, ma se non si vuole per forza fermarsi sulla soglia dei significati, se si vuol trovare l’assonanza tra l’estensione del gusto in ciò che lo descrive, non sembrerà arbitrario pensare che l’amaro, che vien prima, aiuta a trovare maggior gusto nel dolce ed a limitarlo nella sua eccellenza, senza farlo sconfinare in brodaglie bulimiche, prive di parola. Tale sarebbe la vita e il kairos che l’accompagna come misura, opportunità e rischio e camminar sul limes. Ma questa è altra storia, oltre il vaneggiamento della sera.
Per fare il nostro uomo, non serve uno specialista, bensì un tipo curioso: uno che legga molto, che si lasci prendere in giro, ma non per i fondelli.
Uno che sappia quel che dice e non si impressioni per il ridicolo del nuovo, che ascolti molto e capiscaspesso. Uno che se non capisce non si arrende, presumendo di poter capire poi e sia ben conscio della propria ignoranza.
E’ la curiosità che lo spinge, la passione indifferente agli anni, che svaluta quanto accumulato, e rende prezioso il futuro.
Sorprende perchè il suo lavoro sembra interessante, ma lo è molto meno della vita e delle cose disparate che conosce.
E’ un mix, un prodotto dell’evoluzione, un deviante insofferente di un ruolo che sia un contenitore. E la laurea, lo studio, l’esperienza, i lavori non gli sono sufficienti per dire sono arrivato, anche perchè arrivo e partenza sono per lui la stessa moneta.
Alma Rosé, sorella di Arnold, era in Olanda, quando arrivarono i nazisti. A nulla valse la fama del quartetto che aveva ispirato compositori, riempito teatri, la portarono a morire, in un lager. Lei come tanti musicisti dei Berliner e polacchi e russi, francesi e tedeschi, tanti da formare orchestre nei campi di sterminio per suonare durante appelli ed esecuzioni.
Di quel quartetto fondato da Arnold, grande era la consonanza, la fusione di suono. I talenti creavano una somma superiore al valore dei singoli. Come mai una ideologia, il nazismo, che esaltava il bello e il gruppo non riconosceva la capacità della diversità di essere sè stessa e molti assieme?
Pochi ebbero il coraggio in quegli anni di dire, molti fecero finta che l’arte fosse superiore alle piccole cose degli uomini e tacquero, ignavi o infingardi. Non ne siamo ancora usciti da questa scissione tra bello e giusto, tra libertà della maggioranza e umanità. E nello straniero non si coglie la capacità di consonanza e di bellezza.
Adesso anche Lei, Alma, è nel vento, con tanti altri. Basta ascoltare.