bevo caffè, alcoolici e fumo il toscano

Tra le tante cose che non sopporto piu ci sono i concerti di capodanno, (plurali perché adesso, oltre a Vienna, li deve fare ogni teatro, teatrino, piazza di paese, fa fino e intelligente, pare). Ma non sopporto neppure la musica classica che comincia a parlare di natale a novembre, la passione secondo Matteo, a pasqua, le major che propongono l’ultimo cd di Lang Lang o Yo-Yo Ma. Non mi piacciono i concerti imbalsamati, con la musica piaciona perché la prima fila o il palco reale, sonnecchiando, possa riconoscerla nella canzonetta che cantava tanti anni fa, insomma non sopporto l’uso distorto della musica per persone che se ne fregano tutto l’anno di lei. Uso il pronome perché, per me, la musica è una persona collettiva, esattamente come la poesia, e va rispettata, considerata, ascoltata. Tutto l’anno, come si vuole e senza occasione, la musica è come la speranza e la razionalità, si esercita ed ascolta ogni giorno. I luoghi comuni anche nella musica, sono perniciosì, illudono gli stupidi e seminano altri luoghi comuni, infine assolvono dal disinteresse e dalla mancanza di intelligenza, e così occultano e devastano.  Per la diretta televisiva, un bel concerto hard rock sarebbe una buona apertura al nuovo, anzi meglio, se spostassimo il concerto del 1° maggio a capo d’anno, qualche milione di persone, tra diretta e presenza in piazza sarebbe felice, parlerebbe di futuro e magari s’incazzerebbe perché è un capo d’anno di qualcosa che, per ora, non promette nulla di buono per lavoro, eguaglianza, possibilità di crescita. Invece si insiste su questa zuppa intelligente, con una coreografia così tradizionale che neppure Zeffirelli saprebbe rendere il tutto, più mieloso e autoconsolatorio, con voci suadenti, che commentano a bassa voce, sempre con le stesse parole: i fiori della riviera, il corpo di ballo, i posti esauriti già l’anno prima. E non potrebbe essere altrimenti, perché non c’è nulla di nuovo da dire e nella sala del Musikverein si vorrebbe far rivivere un’atmosfera morta un secolo fa, ben consci, gli organizzatori, che molto più del nuovo, il ricordo e il malamente sconcluso sono in grado di spillare denaro. Funziona, ma funziona lì e sarebbe giusto lasciarla in quel posto, con tutti i luoghi comuni che si trascina dietro, con i grandi direttori, con il finto scandalo dell’introdurre nuovi brani rispetto al programma canonico, con la sua storia dal 1939 in poi,  con la Radetzkj marsch alla conclusione e tutti che da allora battono le mani a tempo (chissà se si allenano a casa), con la scelta di Strauss jr. che trascinava al ballo, e ridendo portava sfiga mentre la società scivolava verso la guerra e la sua fine. Insomma è una rappresentazione, un’icona che poco ha a che fare con la musica, il futuro e il nuovo che dovrebbe annunciarsi. Peggio, molto peggio, le copie, gli scimmiottamenti che avranno positività locali, forse, ma sarebbe meglio un concerto di zampognari, una banda in piazza, una sciamanica cacciata degli spiriti cattivi piuttosto di far finta che improvvisamente la musica sia importante davvero.

Dopo questa tirata sul concerto di capo d’anno è meglio dirlo : sono una persona a mio modo strana, non medito su quanto fatto una volta all’anno, non ho buoni propositi   conseguenti, continuo a bere caffè, alcoolici e fumare il mezzo toscano, senza eccedere il piacere nella dipendenza. Più o meno come un tempo, e se non sopporto più la fine d’anno e il suo banale inizio, dopo le epoche dei vestiti da sera, dei fifì, dei mantelli, delle bizzarrie che prescindevano dalle ricorrenze, è perché non conta davvero più. E’ solo una data burocratica, che altrove ha forti significati di bilancio aziendale da aggiustare, ma obbligo da rifiutare, assieme al vincolo collettivo di far festa. Dopo il natale, festa dello spirito per i cattolici, serviva un contraltare laico, qualcosa che incitasse alla trasgressione ludica perché non se ne poteva più e l’anno fosse davvero nuovo, come le missae jouculatores del medio evo, i carnevali a parti invertite, ma non è cambiato nulla della pressione di ciò che non va, si è solo dislocata altrove nella società, con gli stessi invariati meccanismi di subordinazione agli interessi di potere. Se la trasgressione è conformismo, che c’è da festeggiare se non c’è cambiamento, se non inizia nulla d’interiore? Questo sarebbe il vero mutare di tempo, quello che supera la confusione del leopardiano venditore di almanacchi.

L’ ottimismo non mi manca, ir- ragionevolmente cambierà, anche il nero impero della ragione dei vincoli cambierà in una nuova ragione delle possibilità.  Se l’anno si sta chiudendo, è solo un fatto burocratico, ma quello nuovo dipende da noi, dalle nostre fortune e dai limiti che abbiamo e che ci poniamo. Tutto assieme. Se posso farvi un augurio, oltre la salute, le soddisfazioni, la serenità nostra e di chi amiamo, è quello di avere passioni. Passioni di quelle importanti, illimitate, bulimiche di crescita. Passioni che facciano vedere il positivo nelle nostre storie. Passioni che prescindano dal piacere fugace, passioni forti e chete, passioni che restano.

E’ quello che auguro a me.