Sola,
tra solitudini senza limite,
penso sia l’inquietudine che sospinge una cometa.
E che tenera, le insegni la via della sua luce,
da coltivare nell’indifferenza,
finchè per un bacio, l’accompagni,
scontrarsi lieta con un sole.
Da tre giorni piove senza convinzione.
Non è caduto nessun nuovo argine e l’acqua ci abbandona, queta e paga.
Trapela delusione tra i curiosi, le nuove disgrazie di chi ha già patito, sbiadiscono. Già sono stati ignorati prima, adesso perché si lamentano?
Restano le distruzioni, gli sfollati, i danni immani, le aziende che non apriranno più, il pericolo prossimo venturo. Poca, inutile cosa per la voglia di sangue che gira.
In fondo la natura è più misericordiosa, non ha bisogno di verifiche per sentirsi viva.
Tutto ciò che cresce affascina,
e fa paura.
L’anticamera dell’assessorato è uno stretto corridoio con 5 sedie, vicino alla fotocopiatrice. Sembra un’ astanteria da medici ad inizio carriera, dove la malattia sopprime l’accoglienza. Ma questa è una regione diversamente opulenta; attenta alla sostanza e all’evidenza dei bisogni, porta le sue attenzioni altrove. Solo che di questi bisogni non ne ho, e forse non ne ho neppure mai avuti e anche l’attenzione non può essere di maniera, perché le idee e la fatica hanno valore. Mi viene in mente il destino delle pietre scartate, utili da fondamenta, ma inadatte all’apparenza, reggono il peso con una libertà responsabile. Mi piace questa accezione di libertà, ricca di problemi, nell’esserci con aggettivi a larga gamma, imprevedibili per contiguità. Disponibile, riottoso, responsabile, fantasioso, solitario, socievole, comprensivo, caparbio, allegro, meditabondo, consapevole, ecc.ecc.
Insomma un pessimo individuo da anticamera , ma mi piace aspettare, lo considero un regalo a me stesso, ai pensieri liberi.
Alla fine entro, scrivanie d’epoca, qualche bandierina di partito decisamente fuori posto, un quarto d’ora a disposizione. Capisco che sa chi sono, spiego, non ho problemi, presento opportunità, ragionamenti di crescita. Il risultato non poteva che essere conseguente: inconcludente, senza alcuna prospettiva, francamente noioso.
Arriva l’inverno del nostro scontento. ma i rapaci quando si stancano di volare alti?
Via via, in fuga dai proclami, dalla banalità del sentir dire-ritrattare-ridire-ritrattare.
A cosa dobbiamo la sua presenza?
E’ solo curiosità, ma mi passa subito. Lo so che non mi riguarda, ma le chiedo, perché questo lasciarsi maltrattare, questo accettare le entrate a gamba tesa, in una confidenza senza creanza?
…
Lei mi vuol conoscere? Abbia la pazienza e la curiosità necessaria, poi scoprirà che non la interesso, ma non arrivi alla conclusione prima del tempo. Vede, il non interesse non è la banalità del disinteresse, valuta, è attenzione, e solo alla fine conclude che non è il caso. Parta dal fatto che sono una persona difficile, ed è difficile avermi davvero.
Altrimenti?
Via via…
La plastica esiste sul serio da 50 anni, prima c’era la bachelite, la celluloide, quelle che oggi sono plastiche da gourmet, di cui i vecchi conservano memoria e qualche vecchia azienda adopera per penne stilografiche di pregio. Quello che è nato a partire dagli anni 50 è stato, invece, usato per fare qualsiasi cosa e deriva essenzialmente dal petrolio. Pensate alla singolarità di questo miscuglio di catene di carbonio, ossigeno ed idrogeno che, nato da vegetali ed animali variamente combinati dalla pressione e dalla temperatura, viene estratto liquido, in parte bruciato ed in parte ricombinato a formare prodotti assolutamente nuovi e mai visti in natura, ma talmente stabili che la plastica prodotta, è quasi tutta ancora in ambiente. Residuo del benessere e dell’opulenza, è in gran parte negli oceani e forma enormi distese di detriti che le correnti concentrano a profondità diverse. E siccome la natura non sta ferma a guardare, dai microorganismi sino ai grandi mammiferi, tutti si stanno dando da fare per capire se questi oggetti multicolori sono commestibili, immettendola plastica nella catena alimentare. Un ciclo che torna all’ inventore, che piano piano se la divora, nel sushi, nel pesce, nella carne alimentata con farine di pesce, nell’acqua con microparticelle in sospensione, nel latte, nei formaggi, ecc. ecc. Le catene dei polimeri si rompono sotto l’azione della luce, formano polimeri più piccoli, anche se, per ora, non si arriva facilmente ai monomeri, e questo è un freno all’irrompere massiccio nei corpi degli animali e dell’uomo, ma non durerà. Si calcola che sinora siano state immesse in ambiente un miliardo di tonnellate di plastiche varie, polimeriche. Considerato che non si è decomposto quasi nulla, ne abbiamo già per i secoli futuri. In qualche laboratorio si allevano microorganismi disponibili e voraci, in grado di aggredire le lunghe catene chimiche, ma quale effetto avranno queste bestioline sulle catene alimentari e sull’ambiente in generale, non è dato conoscere. Troppe variabili, troppa ignoranza, troppo distacco tra apprendisti stregoni e l’interconnessione che regola il pianeta. Si assume un atteggiamento fatalista, ci si ripete che in fondo è proprio la stabilità della plastica a salvarci, certo non è lo stesso con i pigmenti così mutageni e cancerogeni, e neppure per le molecole ad alta tossicità, ma per ora quelle fanno parte di una vita statisticamente più lunga e quindi tanto male non faranno. Con questi pensieri si lascia passare un effetto di mitridatizzazione che dovrebbe abituare gli organismi, ma non sappiamo se tutto questo diffondersi di ignoto genererà qualche mostro. La paura si arresta davanti alle oltre 6000 nuove molecole chimiche prodotte ogni anno e destinate a finire in ambiente. Cosa faranno? Non c’è risposta. Sarà un male sbilanciato, oppure le nostre cellule troveranno un bene che le equilibri. Chissà; è un ignoto talmente grande che ” il cor …si spaura “, ma non cessa di battere, semplicemente si distrae e quando non si sa, si rimuove e si spera.
Analizzare i rifiuti racconta tante cose. L’imprevidenza, la prodigalità, il tenore di vita, le abitudini, i vizi, le buone pratiche. In un’epoca apparentemente senza classi, i rifiuti definiscono i confini sociali. Hanno cominciato gli americani in sociologia, a scavare nei cassonetti per anni, prima per definire la middle class, e poi per fornire i dati alle aziende, oltreché alla comunità scientifica. Le abitudini e la capacità di reddito hanno un notevole valore nel programmare i consumi di massa ed i livelli di accesso al censo. Ma la plastica è trasversale, non definisce un confine di classe o di censo. Le borse di Vuitton dei cassonetti sono quelle napoletane o cinesi e non si era prevista la Cina, il vero re della plastica e dei nuovi consumi di massa. La plastica conformerà gli uomini, il mondo lo sta già conformando. E sarà un mondo fatto di plastica cinese, di bassa qualità, imprevedibile nella sua decomposizione e nella sua azione sugli organismi viventi. Ma in fondo a noi non è mai importato troppo degli organismi viventi e tantomeno dell’ambiente. E in fondo a Gea non è mai importato molto dell’uomo. I prossimi 50 anni saranno interessanti da questo punto di vista, ma in questa progressiva riconduzione degli individui dal sociale al personale ognuno se la vedrà da solo. Al massimo si medicalizzerà anche la plastica, non i comportamenti o la produzione. Solo la fine del petrolio permetterà un argine, ma manca ancora molto a questa svolta e quello che si produce, intanto finirà negli oceani, ad attendere, sornione, il morso del primo pesce o che il plancton lo ingoi senza decomporlo. E’ una spirale che con un balzo d’ingegno si ricondurrà all’inizio e ad ogni giro ciò che troverà sarà mutato. Ma nessuno ci pensa troppo, non sono gli anni di plastica questi? Facciamoci un Campari, và…
Si generalizza, ci si chiede parlando al plurale, ma io che ne so di ciò che muove gli altri per scrivere nei blog, allora meglio parlar di me. Non mi chiedo più perché scrivo, ma per chi scrivo. E se scrivere e pubblicare sia davvero ciò che voglio. Scrivere mi piace, è un vizio solitario e terapeutico. Se mi pongo dubbi, in realtà sono io stesso che li genero col mio modo di alludere, di girarci attorno e di far guardare il dito perché la luna è riservata a chi la sa vedere. Finora è valsa la pena di fare questa fatica-piacere e chi leggeva, era comunque gradito. E’ una parte parte buona del parlare, l’essere ascoltati, ma non è tutto, ai nostri interlocutori chiediamo di capirci oltre, di far fatica per noi, altrimenti il piacere di scrivere si sazia con inchiostro e pennino, riservando a sé. Le passioncelle private comunque circoscrivono ciò che si scrive in questi luoghi e il resto lo tengono altrove. Finora mi pareva qui andassero bene le furie e le riflessioni generali, le analisi forzatamente brevi e la cronaca, il lasciar intravvedere sé, l’accennare. Esemplificando non provo gusto a parlar male di Berlusconi o di Bossi, con analisi troppo facili, spesso velleitarie nelle conclusioni. Mi sento in quota parte responsabile di quanto è successo a questo paese e parlarne non mi aiuta più di tanto se non perseguo una soluzione, ma questo vale per ogni problema. Mi colpisce di più l’acriticità di chi stimo, che non muta e non s’impegna. Di chi si lamenta, distinguendo la sua diversità, ma non si muove. In fondo vorrei parlare a questi, non ai già convinti. Ed in questo parlare che differenza c’è tra una notizia ansa ed una riflessione sui temi del giorno? Moltissima se c’è qualcosa di nuovo, qualcosa che muove a fare, nulla se è il ripetere di pensieri già sentiti o già pensati autonomamente. E’ vero che, come per la televisione, basta spegnere, che si possono visitare solo i blog che ci parlano davvero. Che frequentare poesia e vita dà sempre molto e fa pensare a sé, ma questo è parte del mie scelte d’attenzione, per quanto scrivo il discrimine è il non annoiarmi di me stesso. E’ sempre più difficile, conservare equilibrio e voglia, ora credo debba prevalere il mondo visto dai miei occhi. Osservare senza pretese, in quel gioco dentro-fuori che è soliloquio, ma potrebbe essere conversazione. Non ho mai tenuto un diario del guardare, ma c’è tempo. Il tempo rallenta con l’età, si capisce più a fondo, si dice il necessario a sé. Quello che fa piacere, non quello che si vuol sentir dire.
Viaggio sempre più spesso da solo. Non mi pesa, devo solo regolare i tempi con la stanchezza. Stanotte ero tra i monti della Barbagia: ho incontrato 4 auto in 70 chilometri. Il viaggio era iniziato con un’ immersione nei verdi e nei marroni d’autunno, masse di colore nella luce diffusa del pomeriggio; si respirava una solitudine da assenza, come se l’uomo se ne fosse andato da poco. Al ritorno, il bujo senza luci rendeva i volumi delle rocce e degli alberi, compatti, l’auto seguiva la strada e i suoi fari, era semplice: bastava lasciare che si accordassero pensieri e guida. C’è equilibrio in questo assecondare movimenti e pensieri, la malinconia o l’allegria scompaiono, basta non opporsi ed il ritmo trova l’ accordo. Apprendere la morbidezza che abbiamo e la guida diventa un dettaglio, le emozioni covano quiete. Non mi sento solo in questo andare, magari un po’ orso, mi da fastidio quando mi viene imposto ciò che non cerco, non le mie scelte. Almeno non sempre. Segno degli anni. Ma forse è conseguenza del distacco consapevole tra ciò che si può essere e ciò che abbiamo lasciato da parte in attesa. Si riordina la vita, la misura cambia, anche il bisogno d’essere assieme.
Le curve, il lago, la notte densa. Guardo. Ad ogni scollinamento, paesi si stagliano sullo sfondo: Macomer, Nuoro, frazioni, casolari, macchie di luci a mezza collina. Ma è la litania musicale dei nomi dei paesi che attraverso che mi risuona come un mantra: Ottana, Orzai, Tiana, Ovodda, Ollolai, Teti, Austis. Nel pomeriggio coglievo i resti di costruzioni, qualche nuraghe. Dopo un attimo geologico le pietre tornano ad essere pietre: quelle accatastate dall’uomo si confondono con quelle spinte dall’immane cozzo dei continenti e giacciono accanto, frantumate dalle sequenze di sole, pioggia, gelo. Tutto acquista un posto, una ragione, ed è buffo pensare che non c’è senso, solo continuità.
Guido e passo accanto al campo della tosse, non gioca nessuno, solo caldo e qualche folata di scirocco. E’ sera ormai. Le finestre cominciano ad accendersi, sono ancora aperte, la notte le farà chiudere. Se mi fermassi sentirei il profumo di minestra, ma sarebbe lasciare entrare il mare del vissuto nella diga del presente. Seguire la strada, accordare i pensieri: non c’è nulla che si ripeta, non c’è nulla da ripetere. Ogni volta è nuovo, ogni volta il presente manifesta i suoi diritti sul passato e confina la solitudine. Già. La solitudine è il passato che prende alla gola il presente. Una rissa di tempo in cui si soccombe. Basta accordare i pensieri e la guida. La strada, le curve, sinistra, destra, sinistra. Come un ballo. Canticchio ad alta voce, seguo un pensiero, la strada, guardo, sorrido, guido.
Chi sono gli sono gli sconfitti delle lotte e delle vittorie sociali degli anni 50’/70′? Gli operai che votano lega? Gli impiegati e quadri che votano Berlusconi? Oppure la sinistra attuale con i suoi birignao e l’incapacità di leggere la realtà? Tutti questi e il paese che arretra nei diritti comuni ed eguali. La scuola, la sanità, l’assistenza, il lavoro e i suoi contratti, la stessa funzione del produrre sono oggetto di erosione. Manca un futuro condiviso, il perché si sta assieme. Nella mia testa si fa strada il pensiero che la sinistra come l’ho conosciuta abbia assolto il suo compito più facile e su questo sia collassata. Il compito di affrancare i molti bisognosi, trasformare le lotte in benessere diffuso, accompagnarle con diritti che sembravano inalienabili. Così i braccianti ed i mezzadri sono diventati coltivatori diretti, gli operai, artigiani e poi piccoli imprenditori. Le ‘500 sono diventate medie cilindrate e suv, i figli sono andati all’universatà. Placando il bisogno primario è implosa la solidarietà. Quella sinistra è finita, non il bisogno e l’ingiustizia, ma la sua capacità di renderli problemi comuni, condivisi. Al resto del paese poco importa quello che accade a Pomigliano o a Termini Imerese, questioni locali che se diventano nazionali avranno una attuazione differente a seconda dei territori. Anche la disoccupazione, il non lavoro, la precarietà sono diverse: dipende da dove si nasce o si vive. Leggere la realtà non come snobbettini che hanno comunque il sedere al caldo, ma come parte di una comunità che ha un presente o un futuro. Ha ragione Blair, si parla troppo di Berlusconi e non del progetto del cambiare ciò che non va bene. Ciò che è stato devastato nel senso comune dovrà essere recuperato, ma non come prima. Oggi, in questo paese che è ridicolo solo agli occhi di chi non ha interesse personale, ricostruire una coscienza collettiva sui valori, è impresa immane. Ma bisogna pur farlo, partendo da ciò che c’é, dalle paure e dalle (poche) speranze. Allora era magico dire: le lotte operaie. Si teorizzava il sapere senza università, adesso abbiamo l’università senza sapere. La coscienza di contare era così diffusa che gli operai democristiani discutevano sulle opere pubbliche. Non i comunisti, i democristiani! L’idea di non avere un futuro che cresce per tutti, è questa la vera sconfitta. Poi la deriva è il lasciarsi andare quando il naufragio non ha terra all’orizzonte. Si muore così, ricordando ciò che è stato, ciò che poteva essere e la speranza lascia prima il cervello, poi le abitudini e scivola dalle mani.