il bello non è normale

Il pietrischetto di silice 
curva l'asfalto biondo. 
Steli di fiori al bordo della strada 
e gli alberi, colmi di tenero verde, sui declivi a sfondo. 
Il bello non è normale
eppure è dappertutto,
troppi verdi mancano nelle nostre parole.
La radio racconta di economia lontana, 
una mano sul mondo, che si apre e si chiude, ansimando 
come gli uomini quando leggono solo la propria passione. 
E la Barbagia scorre di meriggio: 
è ostracismo di continente, 
braccia di liberi forzati che stringono e s'aprono. 
Appena un segno a rigare labbra chiuse, 
il dolore ha dipinto di nero il palmo delle mani, 
le rughe, gli abiti della festa e del lavoro.
Nel legno di cirmolo odoroso, 
la pazienza scolpisce e vince.
Sempre.

bisogna cercare dove si trova

A Palazzo san Gervasio, nel Vulture, famoso per la rappresentazione della settimana Santa, nessuno vuol fare Giuda e quest’anno il bacio verrà cancellato dalla sceneggiatura. Eppure hanno cercato, blandito, promesso, niente da fare. Finchè gli organizzatori hanno pensato di rivolgersi ad Antonio, il Giuda dell’anno scorso. Hanno bussato, spiegato, ma anche lui, il vecchio Giuda, si è negato. Pare che la sensazione che si era portata dietro dallo scorso anno fosse un fondo di malessere, di fastidio di sè. All’insistenza degli organizzatori, Antonio ha risposto: No, basta, il traditore non lo faccio, casomai posso fare il ladrone. Quello buono però. 

Eppure bastava cercare negli ambienti giusti.  Ad esempio, nei ripensamenti della politica, che portano a cambiare casacca e cuore: lì il tradimento assume altri nomi più nobili e l’anima non ne è tocca. 

notte brahmsiana

Le luci dei semafori brillano impudiche in questa notte troppo scura: costruite per il buio temperato, violano stupite, l’armonia della notte. Da qualche parte un circuito ha ceduto, un interruttore, una disattenzione e la mia parte di città affoga nella pubblica oscurità. Solo vetrine, assieme a qualche luce gialla dei piani bassi rischiarano persone frettolose. Piccole inquietudini tradotte in passettini, trajettorie verso luci decise, caldo, volti e voci conosciute. Anche il bar bologna ha chiuso anzitempo, così si è vuotata la piazza e solo i russi/rumeni, pernoituttiuguali, del giardinetto continuano a parlare e fumare. Le città dell’est sono spesso così, la luce si riserva alle persone non alla pietra. E come si potrebbe altrimenti, con 100 dollari al mese, la luce è un lusso anche per le città.

Rallento il passo, mi piace la città che respira ravvoltolata su sè stessa come un gatto. I negozi verso il prato, stanno chiudendo e le commesse salutano a voce più alta, bisogna pur aggrapparsi a qualcosa prima di scivolare nella notte. Le pozze di nero ritmano i portici, fuori, dentro, fuori, come un mare che si coccola. Per radio danno musica di Brahms, prima il concerto per violino e orchestra op.77 e poi la seconda sinfonia.  Dio, che meraviglia mettere alla porta i pensieri, ora solo note, buio, respiro e il leggero fresco di una primavera che canta con il terzo movimento: allegretto grazioso (quasi andantino).

Dedicato alla notte e alla vita che l’accoglie. 

vento del sud

Questo vento è fatto di refoli, di lunghe dita curiose che accarezzano l’acqua, sciolgono le rocce di arenaria e granito e alimentano di sabbie le rive. E’ un vento caldo che odora di deserto, di legna disseccata, di fuochi accesi a  mitigare la notte, porta con sè i profumi e gli echi di voci. E’ dolce lasciarsi avvolgere, ascoltare i brividi leggeri che strie di fresco alzano sulla pelle. Il vento, forse non sa leggere, ma percorre da sempre queste pianure, ha visto alternarsi imprese e sconfitte, generare nuove solitudini e creare illusioni. Ogni esercito pensava che le bandiere, gli orifiamma, gli stendardi pieni d’aria fossero segno del destino propizio ed invece era lo stesso vento che seppellì l’armata di Cambise. Sembra indifferente il vento mentre gioca con i mulinelli di paglie e sabbia, ed invece parla con le rocce più antiche del mondo. Da queste parti, molto tempo fa, uno sparuto drappello di homini si mise in marcia. A volte usavano ancora le braccia per dare stabilità all’andatura e seguivano l’acqua, con una vita dietro l’altra, da mettere sovrapposte a guadagnar distanza. Fuggivano? Cercavano? Non si può sapere perchè un ambiente enorme divenne troppo stretto per pochi individui. Del loro sapere, ben poco serviva nel deserto, eppure conoscevano il vento e i suoi segreti, ben più di quanto noi lo conosciamo, lo usavano e conversavano con lui. Ogni generazione ha guadagnato palmi di lontananza, si è fermata, contaminata ed è ripartita e 1000 di questi drappelli, sono morti senza memoria. Sono disciolti e trasportati dal vento, nascosti e dispersi nella piana. Stanotte, dopo la furia, sono emerse scisti vulcaniche, selci acuminate ed ora un falco si aggira sospettoso. Si muove cauto, non conosce il paesaggio mutato e neppure teme gli uomini, ha necessità di cibo e spiega le ali in cerca d’altro: da sempre, siamo troppo grossi  per essere interessanti. 

prato

Quando parlo di prato, intendo il Prato della Valle, una enorme piazza di Padova, dove si svolge il mercato del sabato e molto d’altro.

Così, per la precisione.

Da stamattina, i quasi quattro km dell’anello, sono stipati di bancarelle di ambulanti provenienti da tutta europa. Un tripudio di cibo, oggetti, piante, stoffe, odori, gente. Nel prato interno, tra le statue, sull’erba i ragazzi prendono il sole, parlottano, amoreggiano, sotto lo sguardo dei pellegrini affranti dal caldo.

La mattinata è trascorsa parlando di Sardegna interna, con un sassarese che vendeva salsiccia, pecorino e pane fresa (naturalmente assaggiati), con manate sulle spalle e sorrisi finali.

Gli irlandesi mi hanno convinto a prendere una polo da rugby bellissima e forse non tarocca. I francesi, hanno ceduto, con lo sconto, una padella, alla deriva tra finti laguiole. La tovaglia antimacchia provenzale, ocra con olive e api, me l’ha venduta un tizio, a tratti senza erre, tutto tarocco. Sia la erre moscia che la tovaglia

Vivere in una città media dà molto, è sostanzialmente, un posto in cui è bello tornare. Poi il resto è eguale. Vi ricordate di “innamorarsi a Milano”? Beh, cambiano le cartoline, ma ciò che conta è lo stesso.

 

campania

Sono tornato stanotte da Salerno: strade pulite, pullulare di attività, traffico intenso, persone ospitali e buoni clienti per il mio lavoro. Di immondizia nessuna traccia, anzi Salerno è più pulita della mia nordica città.

Nei giorni scorsi ero nel Casertano, anche qui poche tracce evidenti del disastro rifiuti, invece molta preoccupazione nelle persone. La munnezza, mi dicono, è principalmente in alcune parti di Napoli, nei comuni del circondario e in altre località, ma non dappertutto, però seppellisce tutto anche dove non c’è.

 Mi ero fatto l’idea dell’intera regione sotto uno strato di rifiuti: non è quello che ho visto e le considerazioni che seguono sono mie impressioni, senza pretese di analisi.

  • il disastro è grave e noi vediamo le situazioni peggiori perchè il sensazionale fa più notizia, ma la realtà è composita;
  • è in atto un regolamento di conti tra politici locali e nazionali, che parte dall’evidente inefficienza degli amministratori attuali, con l’obbiettivo di arrivare a un cambiamento di governo regionale e locale;
  • chi si propone di sostituire gli uscenti è in politica da tempo e spesso ha amministrato, quindi sapeva e non ha parlato nè fatto;
  • i danni provocati all’ immagine e all’ economia sono immani. Mozzarelle e verdure si producono, ma prendono origine in altre regioni per essere collocate sui mercati. La provenienza campana non è gradita ai consumatori;
  • la Campania è una regione che ha molte attività economiche legate al territorio, tra queste, l’orto-frutticultura, il lattiero-caseario, l’allevamento, il turismo; tutte stanno colando a picco, con disdette di massa per le prenotazioni e le vendite. Un patrimonio costruito con fatica, viene disperso;
  • la situazione attuale dei rifiuti verrà risolta in qualche modo, ma ciò che sta emergendo è una regione inquinata da decenni, con materiali provenienti da tutta Italia, che dovranno essere rimossi con bonifica dei terreni: questa è l’immagine vera del disastro destinata a durare ben più dell’attenzione politica e giornalistica;
  • la camorra dopo il business dei rifiuti potrà fare anche quello della bonifica;
  • se quello che si teme di trovare in Campania è anche in altre parti del Paese, la situazione è ben più grave;
  • nella solidarietà una parte dell’Italia è contro un’altra parte, questi giudizi e insofferenze quando si radicano sono destinati a produrre effetti profondi che si pagheranno in altri momenti;
  • se non si riesce affrontare collettivamente un disastro, il sistema paese non esiste e questo in un’economia globalizzata non dà speranze;
  • la cosa più semplice è mandare a casa chi non ha saputo governare, la cosa più difficile è trovare chi governerà bene;
  • bisogna eradicare la camorra e la malavita dalla politica, dall’economia, dalla vita civile della regione.

Per quanto mi riguarda dalla costiera amalfitana al matese le località turistiche sono integre e accoglienti. Ho deciso: quest’anno andrò in vacanza in Campania, poca gente, prezzi bassi e panorami mozzafiato.

teti

Nomi antichi come le abitudini e i modi di chi li porta. In queste persone c’è la cortesia sottile del rispetto conscio d’essere. Efisio, Franca, Costantino, Maria, Pietro, Tore: nomi che accompagnano cognomi solidi, pezzi di storia. Anche se le famiglie sciamano nel mondo, si conservano radici, come le viti di questa terra: profonde e penetranti nella roccia. Anche gli alberi hanno identità precise e condivise, vengono scelti per restare nelle case: ho visto travi contorte, solide come acciaio e vecchie di secoli, messe a reggere passi e persone di cui non c’è memoria. Nel grande caminio dell’agriturismo dove dormo, c’è fuoco sin dal mattino, odore di legna e saluti semplici, diretti. I consigli sul percorso sono pochi, c’è abitudine all’autosufficienza e alla discrezione. Cammino nella pioggia, che rende questi colli simili alla Scozia, pascolo brado, cavalli che corrono liberi da cavalieri, molto verde. Anche a casa di Maria, la madre del mio ospite, c’è il camino acceso e un dolce appena fatto. E’ il dolce per sant’Antonio, un mix calorico di pasta, miele, frutta secca da gustare piano. Il tempo c’è e si parla poco. In questa parte del paese, d’estate, venivano i ragazzi Berlinguer, in una casa dei Siglienti. Hanno continuato a venire anche da grandi. Capisco, perchè mi piace la barbagia, la sua natura antica e scabra, i silenzi degli abitanti e dei luoghi. Le emozioni lunghe, che diventano sensazioni, esperienza. Bisogna avere tempo, per camminare e per ascoltare, rendendole attività sincrone. I sensi sono mobilitati, la testa verrà saturata con lentezza e l’emozione resterà. La meraviglia la riservo al mare, alla costa difficile dove si mescolano nidi di uccelli e rifugi di pastori. Un gregge scende verso l’acqua, ogni pecora ha un suono diverso, accordato e il pastore conosce le pecore una ad una. Come duemila anni fa: il tempo a volte guasta la conoscenza.