post notturno

Ci sono quelli che rifiutano il cambiamento perchè hanno paura di perdere qualcosa, quelli che diventano acidi e non va mai bene nulla, quelli che son bastian contrario per impotenza autoindotta. C’è un conformismo incongruo che fa storcere il naso senza odore: la fedeltà al paradigma del migliore dei mondi possibili. Ma non lo sentite questo alito di cantina, di sogni torpidi di benessere, di piedi calducci e sentimenti senza orizzonte? Viviamo tra luoghi comuni, abitudini che rendono tristi nei giorni tirati senza scorrere d’ore. Ci svegliamo la sera, increduli della stagione, del tempo, della stanchezza senza corsa, pronti all’infelicità del giorno dopo. I ragazzi si muovono, ci metteranno in discussione e ci riempiranno della merda che abbiamo creato, ci apriranno gli occhi chiusi alla realtà dalle nostre professioni. Sono più di vent’anni che non accade nulla, una generazione ha sofferto senza motivo, ripiegata nell’arricchitevi craxiano. Gli ex giovani di successo che ricordi hanno della loro giovinezza? E su quante speranze hanno costruito edifici fragili pensando che bastassero cose e denaro? L’infelicità è cresciuta nel nostro mondo, è dilagata nelle case con una balla collettiva, costante, ottundente. Un tempo chi scappava nella droga non sopportava la realtà, adesso ci si fa per lavorare, per esserci di più, per avere occhi lucidi risata e uccello pronto. Ci si fa di vino raccontato prima di berlo, di viagra, di donne e uomini interrotti. E’ questo il mondo che vogliamo?

Finalmente qualcuno comincia a svegliarci, a dire che il re non è vero e che un simulacro è al suo posto. Riprendetevi i sogni, ci dicono questi ragazzi, sono solo vostri, nessuno può sognarli per voi.

è cominciato molto tempo fa

E’ cominciato molto tempo fa, senza avvertire: un impegno in più, mezz’ora oltre il necessario, una cena di lavoro, un baluginare d’idee affascinanti, una responsabilità aggiunta. Le decisioni hanno serpeggiato tra il tempo d’altri e quello mio, sempre di più avvolgendolo in spire consenzienti. Avvolgere evoca protezione, un coprire caldo ed io, forse suggestionato dal calore che queste spire emanavano, mi sono lasciato prendere. Ma, si sa, i serpenti sono animali a sangue freddo, illudono con la lucentezza e con il magnetismo degli occhi per condurti verso il loro destino. Ed ora dovrei forse disporre le mie cose, le figurine, i soldatini in pile e file ordinate? (e scandendo su ogni parola per conservarne l’eco e il senso)

dovrei dare

loro

un posto

e ri-appropriarmi del mio tempo.

Con lentezza e serenità,

così

come

ho cercato

sempre

di

fare.

Oppureamanoapertaspazzareiltavolo, prendere a calci le povere, inconsapevoli, cose che ho generato, lasciar prevalere la furia che di rado esercito sugli uomini e guardare soddisfatto la rovina del mio tempo, del mio tempo, delmiotempoconsumato, precluso, disperso, mescolando bene e male, fallimenti e conquiste?

Dovrei questo?

Per far ciò basta aprire serenamente un file, cliccare alla casella opportuna di un format e scegliere.   Ed io la conosco la fascinazione dei flow chart, delle if, nidificate o meno che trasportano con nettezza ad un risultato. I flow sono il moderno gioco dell’oca, senza i simboli arcani della conoscenza. Conoscenza distratta al posto di quella antica che trasformava, induceva, mutava lo scorrere degli stimoli, delle connessioni, smagliando e ri-magliando reti, una conoscenza senza assoluti, senza fine. Era questo che volevo quando ho iniziato il gioco? Oppure era la geometria trasparente dell’azione-reazione che mi ha preso. Del tangibile e visibile, della capacità di trasformare senza lasciarti trasformare?

Oppure.

Oppure è cominciato molto tempo fa, senza parere ed ora non resta che l’unico gesto amico: fidare, fidare di me e di chi mi ama, aver memoria di un futuro che conosco e con mani piene di terra, buona, fertile, lasciarmi sgomentare dal’intelligenza muta dell’erba e con essa oscillare se appena un refolo accarezza.

non si fa

Alcune cose non si fanno, il confine tra il dire e il tacere è netto nei sentimenti. Non si può condividere il nuovo amore con chi viene sostituito. E’ pernicioso, ha un prezzo altissimo ed esacerba le ferite: non si fa e basta. Occorre affrontare la sofferenza di chi si lascia, soffrire un poco e non cercare comprensione. Via gli sms in diretta, via i telefonini, via le richieste di aiuto: non si condivide, non si può condividere. Quando ci si lascia far capire di più del necessario, è una violenza che cambia. Meglio non dire per rispettare, tacere e tenersi i magoni. Altrimenti resteranno meno che macerie: solo sale e terra bruciata. 

ich

E’ come dire IO ad alta voce e poi fermarsi per sentire bene il voglio che c’è racchiuso: consapevolezza d’essere, del proprio peso che calca la strada, dei muscoli sottopelle, del sangue che gira forte e piano a comando.

Ich,

qui adesso,

io,

sono.

E sostenere lo sguardo proprio, lasciar da parte i dubbi, ora che un’unghia è lama e che la vittoria è in pugno.

Anche seppoi della vittoria non resterà che un pensieromosca, fastidioso per quanto è stato, per come ero, per dove; adesso voglio, io, essere. 

musica maestro

Un tempo giocavo a bridge e mi piaceva. Il legame tra la licitazione e il risultato era un gioco di intelligenza, di attesa, alla fine emergeva lo scostamento e si pagava. Anche adesso sento dichiarazioni nette, anch’io ne faccio, mi metto da una parte, escludo alternative, accetto il rischio dell’errore. Però rispetto alle geometrie di un tempo, alle prese di posizione ideologiche preferisco sapere dove sono, come mi muovo, seguire una traccia, un tom tom interiore. Non escludo la sofferenza, cerco di darle un senso come alla felicità. E’ strano dare un senso a cose prive di continuità, perchè non si soffre, nè si è felici per sempre, ma per qualcosa di contingente che poi lascia una scia lunga nel tempo. Minnie dice che a parlare di sentimenti ci sono un sacco di persone, mentre a parlare di problemi dell’umanità si resta in due gatti. E’ vero, forse dipende dal fatto che il mondo, con la caduta delle ideologie, si è allontanato, sterilizzato di sentimenti. Ora non si lotterebbe e soffrirebbe per il Viet Nam e un disastro che non tocchi l’Italia, diventa più notizia che orrore, Ne parlava Emma della sofferenza silente e domestica sotto il cielo. Stento però a credere che questo ottundimento, sia definitivo. Lo dico da bradipo sentimentale e non solo per speranza, ma per convinzione che il personale e il collettivo si sovrappongano quando c’è necessità di cambiamento. Oggi questa necessità sembra passata sullo sfondo, divenuta non urgente e quotidiana. In questa stagione, mi sembra strano proclamare in modo assoluto: io sarò così, farò quest’altro, anzichè dire, cercherò di essere, proverò a fare sul serio. Il rigore interiore non deve per forza trasparire, anzi quando si sposa alla leggerezza diventa ballo della vita: passi certi, fantasia, divertimento, scioltezza progressiva, con la musica che suona dentro. 

Ecco, vorrei che senza imporla, la mia musica risuonasse, contando sulla curiosità e sulla forza di convinzione.

volume

Volume è parola tonda. Felice o preoccupata del proprio spazio, essa è destinata all’immagine, ad essere manipolata, adattata, espansa in orizzontale, verticale, ora anche in obliquo. Non a caso, parola importante nelle fortune contemporanee, compresa quella iniziale del presidente del consiglio, viene negletta, posta in seconda fila, non indagata. Discende, essa parola, nella regola pubblica, dalla presunzione d’ordine; mai sola nella sua attuazione: volumi concessi, edificati, trasformati, venduti, massimizzati, occultati. Con gli aggettivi sminuenti il volume acquista qualità sorprendenti: di servizio, comune, tecnico, ecc., Sono questi aggettivi, vere offese al volume e tali da fargli perdere fisicità, tanto che come per il censo, lo si può vedere diversamente: metro cubo sì, ma non come gli altri e perciò valere un terzo, un mezzo. Salvo poi risorgere economicamente, come sanno tutti quelli che abitano in un garage o magazzino trasformato, ma non è la rivincita del volume, è il trionfo dell’ipocrisia delle regole.

Parola poco indagata, volume,  soprattutto nella percezione dello spazio individuale e nella sua correlazione con la felicità e ancora giù nella scala verso benessere, accettabilità, indifferenza, malstare, disagio, incompatibilità.

Se noi rappresentiamo il nostro stato interiore – e non la sua proiezione – in relazione al volume disponibile, “nostro” o sognato, la sua concretizzazione può essere vista su spazi orizzontali dove espanderlo oppure collocato in alto, per vedere/dominare ciò che sta attorno. Il ritmo del costruire e quindi della città viene scandito da questa solidificazione di desideri, di rappresentazioni ovvero il mercato in sintesi è il prevalere del vedere fuori vs. il vedere dentro.

L’alternanza del verticale con l’orizzontale, inframmezzato da spazi verdi corrisponde ad un’ idea d’ordine nel quale riconoscersi o meno, ma comunque oggetto di comprensione ampia e confronto. Guardando una foto aerea, magari all’infrarosso, oppure meglio, vedendo la città dall’alto di un grattacielo, nella sequenza di spazi e nella collocazione fisica individuale, si legge la trama degli equilibri, del ben stare o del disagio, dell’anossia o della libertà.

Noi sappiamo ciò che è brutto, ci adattiamo al brutto cercando di trasformarlo, trasfigurarlo, mutarlo in sembiante del bello, dell’armonico, del vivibile. Come nei paesi dell’est, o nelle fabbriche casabottega degli artigiani del nord est, superato il brutto esterno, si accede al bello individuale, interno. Il volume ri-ordinato e manipolato internamente è imago del sè, con una forte corrispondenza tra ciò che abbiamo dentro e ciò che ordiniamo fuori, anche in termini di autoillusione. L’interiore assume il compito di rendere più piccola l’influenza dell’esterno, in un bilanciamento che ci permetta di dire: questo volume è mio, solo mio, ha la mia impronta, la mia cifra. Capita nelle vecchie case, anche riadattate, di sentire la presenza di chi ha abitato, come se i muri, un tempo rispondenti ad una diversa concezione del volume, ne avessero conservato l’impronta e permanesse un esistere non spento. 

Quindi questo dialogo con il volume esiste, è un a priori. Noi ci adattiamo al volume, esprimiamo desideri, sogni (chi non vorrebbe una villa con parco in centro?), ma alla fine ci adattiamo, lasciando che la compensazione avvenga all’interno, che sia stabilito un equilibrio tra essere e dover essere, che la testa si conformi e si adatti. Dovrei dire che, a parte uno spazio fisiologico, con l’evolvere dei desideri, è più importante l’esterno che l’interno ed è proprio questo confine che è il meno indagato, ma è forse l’unico a poter definire il vero volume aggettivato, quello fisiologico.

Il volume asseconda le nostre inclinazioni e non è solo per motivi costruttivi che il costruire verticale importante italiano è sporadico, e comunque spesso ricondotto più ai servizi che alla residenza. Mentre si opera su altezze spesso banali, fatte più della logica del mucchio che della intuizione costruttiva. Azzardo una suggestione: la stratificazione storica, che comunque ognuno di noi possiede, porta verso spazi orizzontali, verso domini netti, chiede comunità piccole, se possibili nucleari, come se la storia fosse di per se stessa aggregante e identitaria: non c’è bisogno dell’alveare, della megalopoli, ma piuttosto delle celle, delle unità.

Ma questa ipotesi o qualunque altra, contrasta con la rendita immobiliare, con il valore determinato dalla trasformazione dei suoli. I delitti contro il volume, compatibile con noi, si compiono qui e non nella legittima attesa della remunerazione del capitale investito, bensì piuttosto nella sua massimizzazione smodata. Si può osservare che gli alveari umani sono sempre esistiti, solo che un tempo erano il prodotto della povertà, del bisogno adesso invece, diventano modo d’essere e pianificazione delle relazioni.

Immaginiamo una operazione mentale che ci veda entrare nella parola volume, che come in un cartone animato, si apra una porticina su una superficie riflettente, ma che forma ha questa superficie per noi? E’ geometrica, un cubo, una sfera, un parellelepipedo oppure è qualcosa di mobile come una bolla che muta, una forma amebica che può avere spigoli assieme a curve? Già dalla forma cominciamo ad entrare nella parola e nel nostro significato di volume. Il passo ulteriore sarà nella nostra percezione della superficie del volume: tranlucida, trasparente od opaca. Vogliamo vedere, oppure isolarci? L’operazione si chiude da dentro collocando parola e significato nello spazio intorno a noi e rappresentandolo come contesto includente, ma al tempo stesso rispettoso. E’ in questo dialogo tra interno ed esterno, da come noi avremo collocato il nostro concetto di volume che si avrà la percezione dello spazio vitale.

Questo dialogo intimo è già punto d’arrivo, ininfluente se non ha una manifestazione esterna, politica nel senso di relazione, di polis, ma comunque fonte di consapevolezza. In questo estrinsecarsi dei desideri/bisogni, una variante di piano regolatore assume un’ influenza sulle nostre vite, ben superiore alla percezione usuale: sarà questo atto il regolatore dei volumi, dei nostri volumi. E darà senso, all’essere dentro al volume e al camminare esternamente ad esso, ci permetterà di predisporre condizioni al benessere oppure di partire con l’handicap di un malessere da incongruenza di spazi. La necessità individuale si misurerà con le condizioni che le regole consentiranno al costruire, è qui il vulnus che verrà perpetrato alla nostra concezione di volume e qui bisogna agire. Compatibilmente, ma agire.

Non mi sono sforzato a mettere in ordine i pensieri, nè ho cercato di renderli chiari. Una traccia può essere sintetizzata nel dire che se si parte dal significato di volume si arriva allo spazio che abitiamo interiormente ed esteriormente. E che la possibilità di vivere più o meno bene nello spazio dipende da un oggetto di cui ci occupiamo molto poco: il piano regolatore. Fonte di fortune economiche e di riordino di relazioni, ma anche di infelicità collettive e di difficoltà del vivere.

Bene, se le cose erano così semplici, perchè adoperare tante parole?  Perchè le cose non sono semplici e il significato che io attribuisco a queste cose, non è necessariamente il Vostro. Come direbbe un’ Amica: mi posso permettere solo questo appartamento, non posso complicarmi la vita. Tu butti sempre tutto in politica. E invece io penso che l’appartamento che affitta questa amica potrebbe essere diverso e avere lo stesso costo e farla vivere meglio e in maniera meno complicata. Ma questa è un’altra storia. 

O forse nò?

mare

Due giorni di solitudine al mare, fatti di code in auto, vaporetto, sole. Senza fretta nè programmi le ore si dilatano. Il sole scioglie i buoni propositi programmati e li sostituisce con funzioni naturali: pensieri lenti e a volumetria decrescente, sonno, letture. Qualche appunto, solo per il fascino di un concetto che si perderà. Mi sorprendo sulla spiaggia a raccogliere conchiglie e legni. Ma per poco, poi nuovamente sui massi, al sole. Non capisco la fatica delle barche a motore, l’ansia di correre, come se il mare fosse terra e il sole, il caldo della città.  Una ragazza ride forte tra gli spruzzi del barchino a tutta velocità: paura e sesso si mescolano. Qualcosa è nell’aria. Desideri altalenanti, telefono al minimo. Il tramonto lo vedo al bar e parlare è eccessivo.

anni

Anni pesanti, anni leggeri.

Dopo la lettura di “Ragazzo” di Massimo Fini, gli anni dovrebbero essere di piombo. Per fortuna, non è così. Molte delle cose scritte sono vere, è solo il tono che toglie aria ed accorcia l’orizzonte. Forse per l’autore fare il bagno nell’acqua gelata rinvigorisce, a me toglie il piacere del nuoto. Comunque condivido molto e mi sento sollecitato a confrontarmi con gli altri, per capire se esiste differenza nel sentire e trattare l’età.

Nei giorni scorsi, ero lontano per lavoro, ho incontrato un amico di poco più vecchio, a cena. Nel darci appuntamento per la mattina dopo, mi ha detto: “vengo a prenderti all’albergo dopo aver portato mio figlio a scuola”. Un sorriso per chiedere l’età e la risposta “8 anni”, mi ha fatto pensare alle paternità tardive, nate quasi sempre con nuove compagne, magari a suggello di un amore che non si nega nulla.

Tutto giusto, ma vale solo per chi lo desidera e ne conosce le implicazioni, solo allora non è un problema e un figlio ringiovanisce.

Ricordo un collega amministratore, che allegramente iniziava riunioni, parlando a tutti del suo figlio appena nato. A lui, che aveva 65 anni, era nato un bimbo. C’era un misto di orgoglio, di vecchiaia esorcizzata, di felicità amorosa, di vita che pretendeva prospettive. Tutto giusto, adesso quel bimbo ha 10 anni e spero giochi con il padre, lo guardi con gli occhi con cui i figli dovrebbero guardare i padri, spero che la gioia e le difficoltà siano lievi ed equamente divise in una vita utile a tutti, al figlio innanzitutto.

I sessantottini, non vogliono invecchiare. Siamo la prima generazione che rifiuta il declino, abbiamo visto più cose cambiare nelle abitudini e nella società di molte altre generazioni precedenti. Eppure non c’è stanchezza. Siamo solo patetici, a volte, e senza volere, con donne giovanissime a fianco, con l’ostentazione di una diversità presunta e intrinseca. Come se il dna si fosse modificato apposta per noi.

Tutto questo non significa non avere progetti, speranze, passioni, amori, bisogna solo capire ciò che fa star bene. Ed è una fatica, ammettere, che ciò che fa star bene, limita, che non sfasciarsi nel corpo, è fatica, che usare ciò che si è appreso, impazientisce. Continuare a lavorare per necessità, perchè lavorare è  più importante dal punto di vista personale di molte altre possibilità.

Ho paura del troppo tempo a disposizione dopo una vita così piena, mi piace ancora mettermi alla prova, crescere, capire. Però i 100 metri non li corro, se non per gioco e se faccio a braccio di ferro con mio figlio, è per allegria. Ed entrambi, rossi in viso, ridiamo, felici. Io perchè ho ancora forza, lui perchè rinnova una complicità e non gli dispiace.

Capisco da poco, che esiste una via personale agli anni, che il passo deve essere misurato sulla felicità del camminare. Per conservare la gioia dell’andare, non per altro.

altro

Con leggerezza di stile, precisiamolo: io sono altro.

Ribadiamo la diversità, il nostro pensiero singolo, l’essere con altri, ma noi stessi. E’ un diritto, sta in noi esercitarlo o meno. Possiamo uniformarci, lasciarci prevaricare, a partire dai sentimenti per finire nella politica, ma lo sappiamo bene che il prezzo del quieto vivere è l’insoddisfazione. E questa non ci lascia scampo, è un tarlo a volte sottile e spesso annichilente, che porta al relativo, dove noi siamo il relativo rispetto alla vita voluta, desiderata, sognata.

Trovare assonanza dei gesti con le proprie note interiori, come esercizio costante, da accompagnare prima nei dì di festa e poi nel quotidiano. Una fermezza gentile in regalo a noi stessi, come augurio comune.