abbiamo bisogno di rassicurazioni

Non riesco ad immaginare la tua vita adesso. Le solitudini e le compagnie degli animali di cui ti circondi. C’è sempre qualcosa di vivo che zampetta o dorme, oppure si struscia, litiga, cerca compagnia e cibo, gironzola e aspetta. Non riesco ad immaginare i tempi dettati dalle esigenze di creature vive che hanno bisogno e lo manifestano, ma sono anche pazienti e sentono quello che avviene attorno a loro. Compresa la possibilità di essere soddisfatti.

Non riesco ad immaginare la tua attività, la scansione della giornata, gli appuntamenti della settimana, lo svolgersi degli affetti, le speranze. Hai speranze urgenti? L’ordinato programmare delle cose necessarie e dei divertimenti ormai brevi, circoscritti e limitati negli spostamenti. Hai qualcuno che ti fa battere il cuore, che ogni tanto aspetti, la cui voce apre il sorriso e muove qualche muscolo interiore? E nel sentire la tua vita portata innanzi cosa ti spinge, il tempo, la determinazione, la pazienza che attende che finisca e una vita differente abbia modo di esprimersi?

Non riesco ad immaginare gli effetti di questo periodo che non finisce, sulle passioni, quelle minuscole e quelle più forti. Se lo facessi lo farei sulle mie passioni, sul relativo che via via ha preso il posto della visionarietà, dello smalto, delle realtà accessorie che ciascuno porta con sé e che costituiscono il pullulare di vite lasciate da parte ad ogni bivio.

Le attenzioni acuite che avevi le hai ancora? Forse sono diventate più forti e ti circondano di percezione, di piccole simbologie che dialogano con l’estrema praticità di un vivere soli. Le domande che mi pongo per te in fondo sono generali e nella diversità di ciascuno, riguardano quelle persone che non hanno rinunciato a sentire emozioni, a sperare, a fare sogni, a costruire mondi possibili e in ogni problema pratico, in ogni pericolo hanno sviluppato la capacità di conservare tesori che mantengano questa possibilità. Un insieme di opportunità vitali, non sopravvivenze, e che sia pronto a esplicare i suoi effetti. A dire se si è in grado di vedere la bellezza, se la si coglie in se stessi per quanto basta a star bene, se ci si sente a posto con il proprio mondo, se tutto ciò che muta non riesce a demolire i principi su cui si è costruita la capacità di stare con gli altri. Se tutto questo ci rassicura nell’inquietudine, ci permette di alzare lo sguardo e vedere il verde, l’azzurro, il grigio, attendere l’acqua dal cielo e che i fiori eccessivi di questa primavera si spargano attorno nel prato e ai piedi dell’albero. Lo sguardo che avevi li vedeva assieme e uno per uno, sentivi che la vita si muoveva sopra e sotto l’erba e la sentivi dentro in un percepire difficile da raccontare. Ma qualche volta ci hai provato. Ma adesso com’è il mattino e la sera? Sono ancora il ripetersi di una corsa che lascia cadere a notte la stanchezza e sogna?

Non so immaginare come le onde abbiano spianato la spiaggia. Mi raccontano che il mare la divora e se la porta nelle profondità, nutre pesci e crostacei e riduce la terra agli uomini, li castiga per tutte le loro malagrazie estive color pastello, per il silenzio deturpato da voci che non parlano più perché sanno solo tacere o urlare. Mi dicono che gli alberghi deserti hanno portieri e cameriere solerti che tolgono ogni giorno la polvere dai tavoli e puliscono i tappeti, lucidano i rami in cucina, perché in qualche modo deve venire sera. E che la vista del mare dalle finestre aperte, fa loro male perché non è affollata di ombrelloni, non odora di creme e di abbronzanti e la cucina non sforna fritture di paranza a profusione per persone che non si mescolano e sono solo impazienti di attendere con le posate in mano sulle tovaglie bianche mentre il cestino del pane è stato vuotato. Ma tu sceglievi un mare più solitario, ricco di scogli e con la tua compagnia cercavi posti dove star soli. Della spiaggia e dell’abbronzatura non ti sei mai curata se non per dire che la natura faceva cosa mirabili e ci trasformava come trasformava le rive. E ora che sono anni che le tue vacanze le passi in orto cosa farai che differenzi questo tempo che s’avvicina? Forse nulla e lo lascerai sfuggire via, perché ci sarà una nuova normalità fatta di attenzioni differenti, ma i tuoi amici animali non lo sanno e vorranno fare come prima. Poco male per loro, ma tu dove cercherai la speranza e la bellezza, chi ti parlerà con voce convincente che il mondo e la vita ti saranno amici e che anche in questa nuova avventura le cose che contano resteranno le stesse. Accetterai che il tuo cuore riprenda a battere forte e non ti curerai del tempo passato. Quello che ha scavato così tanto dentro di te e che hai respinto nel profondo perché facesse i conti con ciò che eri davvero. Una guerra di silenzi e di lotte senza quartiere dove tu hai cercato la tua vita, i tuoi equilibri e da cui è venuta quella sensibilità così acuta e bella capace di imporporare le guance, ma anche di avere giudizi sferzanti su di te.

Abbiamo bisogno di rassicurazioni, di sapere che non mutiamo, che ciò che ci dà identità a noi stessi è integro e forte. Abbiamo bisogno di tempi definiti e di scenari possibili, abbiamo necessità di sentirci protagonisti delle nostre vite e di non subire, di non essere travolti per ignavia. Abbiamo bisogno di speranza che si fa materia di sogno e poi cosa concreta.

Non so come vivi ma non sarà accaduto tutto invano. Non deve essere accaduto invano tutto ciò che ci investe e costringe a guardare altrove, e vedere quello che magari tu hai visto da molto tempo e che non ti ha stupito. Lo aspettavi, ma sono sicuro che non era così e che anche tu hai bisogno di essere rassicurata.

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