Esiste un collegamento tra la libertà dell’amore e la fine tragica di gran parte dei racconti, romanze, opere che trattano d’amore ?
Solo nelle favole è ammesso il lieto fine, come se la vita reale avesse in sé i motivi per la scontentezza, infelicità, morte nel vivere comune. E non fosse possibile altrimenti, se non attraverso il prevalere dell’uno sull’altro, l’adattarsi, il ridurre il sé. E se invece di sono come tu mi vuoi, fosse sono come sono, che accadrebbe? Chi è arrivato fino a questa riga, si fermi un momento, perché vale molto il sono come tu mi vuoi nella realtà amorosa iniziale, ma questa condizione implica subordinazione e dopo l’entusiasmo iniziale, l’adattarsi implica un rapporto paritario.
In questo confronto tra sessi, che non voglio banalizzare, un punto di nascita c’è, ovvero l’idea dell’amore ottocentesca, dove la libertà di scelta è mitigata dall’eternità ed il sesso sublimato nella vicinanza assoluta/appartenenza. Dai beni economici ( la dote) si passa alla persona, come oggetto di scambio per la libertà amorosa. Ma visto che non siamo nell”800 se si introducesse l’eguaglianza vera, come muterebbero i finali delle storie? Eguaglianza significa reciprocità, possibilità equivalenti, libertà di essere ciò che si sente. Una quarantina d’anni fa ci fu un approfondire questi temi, provando e riprovando galileanamente. E si pensava che queste idee che sembravano così ovvie e lievi da non trovare peso oltre il ragionar cortese, fossero invece di grande impatto su molta della violenza che esisteva nei rapporti d’amore. Quello che ne è venuto, è solo un processo in corso dove coesiste il vecchio ed il nuovo. Forse il passo decisivo in più, è proprio la possibilità di ragionare e di convincersi su questa relatività che accompagna la libertà, come pure della non necessità che uno si debba modificare così tanto da non essere più sé stesso, ma che il discrimine dell’amore sia proprio l’accettare l’altro fino al punto di dire: oltre questo non riesco ad arrivare, non siamo fatti per stare assieme ovvero, abbiamo tanti punti di convergenza, accontentiamoci di questi.
Educare al lieto fine significa ammettere che solo le persone contano, che le storie proseguono, che la fatica di stare insieme implica interessi condivisi, che la sopraffazione non paga, non trattiene, né migliora. Lasciar andare è rispetto, andare è una scelta, voler bene un impegno.
Propongo la nascita del club del lieto fine, non importa come finisca, ma facciamo in modo che finisca bene. Ovvero che continui.
Da parte mia giuro che sto pensando da giorni a una storia col tuo lieto fine, ma non mi viene facile, aspetterò tempi migliori. Mi aspetti un po’? 🙂
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Vedi Faty è più facile ammazzarlo che farlo vivere. 😉
Oppure si pensa che viva in eterno solo se muore. Mah.
Aspetto quanto vuoi 🙂
il mio prossimo post non sarà allegro: pezzi facili, difficile è far ridere.
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Ma questo Willy perché tu parti dalla convinzione che esista, al momento io sto mettendo in dubbio proprio questo fatto.
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esiste, esiste. Ovvero dipende dall’umore prevalente. A volte basta aprire una finestra, socchiudere una porta. Non ho l’ottimismo beota degli inconsapevoli, piuttosto quello transitorio di vede storie positive, che nascono e muoiono e, meraviglia, si ripetono.
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Anche se le storie o progetti probabilmente finiranno male, noi dobbiamo sempre pensare che finiranno bene.
Io mi unisco volentieri al club del lieto fine.
Un saluto
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IL MIO “LIETO FINE
è quello di scegliere “consapepolmente” la MIA morte.Fare puf,uno sbadiglio e ridere comme d’habituude nel mentre una piccola lacrima scende nel blu.Sono stata brava a fare il verso o la rima?… Ciao.Una (che sarei io) che NON stà nel club ma fuor del coro.Come sempre e più che mai..Bianca 2007
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scusa la pignoleria antipatica. io parlerei di lieto continuo. il lieto fine non esiste, a meno che non finisca una sofferenza. e forse nemmeno in questo caso.
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lieto continuo? Neppure tu, Aspettatore, scherzi quanto ad ottimismo, credevo di essere una mosca bianca 🙂
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probabilmente si dovrebbe andare molto più indietro dell’800 per la ricerca della subordinazione della donna, soprattutto, nei rapporti amorosi. Ma essendo sabato, e non essendo noi sociologi di mestiere, penso che ci abbia rovinato il caro vecchio zio Walt : perchè tutte abbiamo pensato di essere Cindarella al ballo, o la bella addormentata nel bosco, giù giù fino a Pretty Woman…la storia d’amore così perfetta da continuare ben oltre il the end. Già MissRossella cerca una via d’uscita, anche se alla fine si aggrappa al cancello quando Rhett se ne và. Ma proprio lì non chiude ripiegata su se stessa, s’impone di pensare Domani è un altro giorno.
Auguri agli happyendisti, e anche a chi si barcamena, a chi pensa che morto un papa se ne fa un altro (e in effetti in 2000 anni è successo così), a chi pensa che la storia migliore sarà la prossima, a chi le lascia tutte appese come calzini ad asciugare, a chi dice domani lo lascerò ma domani è in realtà Godot. D’altronde Willy fosse già deciso che le storie necessariamente finiscano con il lieto fine sai che palle tutta la vita con il medesimo uomo 🙂
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@aleph: per avere voglia, volontà di costruire progetti e storie bisogna pensare che finiranno bene. Poi sarà quello che sarà, ma avremo messo quello che si poteva mettere perché andassero a finire bene.
@minnie: le storie finiranno, le storie finiscono anche quando finiscono bene e continuano perché si rinnovano. Il pensiero sull’amore occidentale ottocentesco è nella volontarietà dell’amore borghese, non sulla subordinazione della donna. Lo scambio libertà d’amare vs patrimonio trova un corrispettivo/correttivo nell’eternità dei vincoli, ovvero dal contratto al vincolo volontario.
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Il lieto fine è un’invenzione patetica, una mistificazione, un non-senso.
Meglio essere attrezzati con un kit di sopravvivenza, per una persona, sola.
G.
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ma nell’800 le donne erano veramente libere di scegliere chi volevano come sposo? o ci si sposava per ceti : nobili con nobili, borghesi con borghesi, poveri con poveri? per unire patrimoni, rendere più forte un ramo della famiglia? era contemplato l’amore in questi matrimoni o era contemplata la discendenza, il numero dei figli nati vivi, la fortuna di avere un marito che ti tradisse con discrezione ? forse erano un pochino più libere le donne che iniziavano a lavorare, le attrici, le scrittrici : donne eccentriche, fuori dal coro. ma non era contemplato l’happy end nelle loro storie : non si sceglieva, si subiva. e ancora oggi assistiamo , proprio nel nostro paese, alla ribellione delle giovani pakistane che non vogliono sposare l’uomo imposto dal padre e dalla famiglia, ma l’uomo di cui si sono innamorate. Fanno una brutta fine, c’è da dire. Per loro l’happy end è ancora tutto da inventare.
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Era una tendenza, Minnie, di cambiamento (e parliamo di borghesia e d’occidente), il costume mutava a partire da chi faceva l’opinione pubblica, esattamente come adesso. I patrimoni si univano, ma nella letteratura, nella musica, nella pittura iniziava la possibilità di scelta. La scelta d’amore, il bello irrompe nel quotidiano e supera l’utile e il necessario. E’ un tendere in corso, non è ancora finita. E soprattutto è il modo occidentale di intendere l’amore, già ad est la cosa è diversa. Molto. Il lieto fine è il finire bene, non il non finire e questa è la libertà di cui parlavo.
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una storia finisce bene quando finisce da entrambi le parti, laddove c’è simmetria. diversamente non può finire bene.
buona serata 🙂
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Eh, l’Ottocento, momento di esagerazioni.
Forse la vita, quella vera, si presta poco ad essere circoscritta tra un inizio ed una fine.
Le favole non spiegano mai cosa sia successo “dopo”. Il come-tu-mi-vuoi va bene per innamorarsi, e ormai dovremmo esserci accorti che l’amore, quello che potrebbe (anche) durare tutta la vita, è un’altra cosa. Ecco, questo mi sembra un grande equivoco: cercare perennemente l’emozione dell’innamoramento pretendendo che duri negli stessi termini.
E poi, se Biancaneve fosse stata una che spreme il dentifricio dalla parte sbagliata?
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Secondo me Biancaneve spremeva il dentifricio dalla parte sbagliata, il principe azzurro sbiadiva e alla fine si e’ innamorato di Grimilde. Dopo anni di ménage altalenante ognuno per suo conto. Biancaneve con l’istruttore di pilates e il principe con lo specchio magico.
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