C’era un cinema estivo vicino a casa. All’aperto, col rischio del temporale, gelati mezzi sciolti, e sedie a listarelle di legno. Lì vidi per la prima volta : la grande guerra. La sera dopo ci portai mia nonna. Non gradì, si offese. Lei, così ironica, non riusciva ad immaginare che si potesse ridere sulla tragedia che le aveva portato via il marito e sconvolto la vita. Le serviva una ragione per mitigare il dolore, ma la ragione non c’era. Dal mio canto, forse per la prima volta, capii che si poteva ridere anche dopo la morte, che la tragedia si univa all’uomo anche attraverso il sorriso, che così il dolore ritrovava la sua dimensione e rendeva possibile la vita.
Delle polemiche di questi giorni non parlo, chi ha rispetto per la vita deve rispettare chi se la toglie, magari rispettare meno chi butta via quella degli altri, ma i nostri moralisti tacciono su questi ultimi ed alzano la voce sulla coscienza alta. Paura? Forse. Di chi rifiuta, che al pari di chi resiste, e ha una dignità sconosciuta ai più, guarda in faccia con il libero arbitrio e non cala lo sguardo.
Penso a Monicelli, al suo incarnare la definizione di pessimista, ovvero l’ottimista che sa come vanno a finire le cose. Penso al termine alto di comedia dove l’uomo si rappresenta, non viene rappresentato. Penso all’essere di sinistra di Monicelli, così tranchant, privo di fronzoli e con la libertà di dire, insofferente perchè la sofferenza non è uno stato della normalità, perché in accordo con la convenienza, col tornaconto. Già, sinistra dovrebbe essere libertà di dire e di essere, rispettando il soggetto, ovvero l’uomo.
Era Lui, con i suoi privilegi di cui era cosciente, con la fortuna d’aver fatto un mestiere che gli piaceva, con i silenzi che venivano interrotti dalle battute al vetriolo, dai giudizi senza appello. Eppure lo immagino guardare ironico, il disputare di questi giorni, e dire con la faccia seria: mi fate un po’ da ridere.
Lui, un presunto cinico, era esattamente il contrario del cinismo, così lo percepivo nei suoi film mai chiusi alla speranza. In Lui, i difetti degli italiani si riscattavano in qualcosa di più alto e serio, pur restando evidenti e veri. Partivano dal grottesco per approdare all’uomo. E’ stato un interprete alto dell’unità del paese, perché le sue diversità territoriali erano forti e condivise, ma ciascuno rimaneva sé stesso con un paese per tutti.
Era vecchio, ma non pareva, mancherà proprio perché rimane.
E adesso silenzio.