galleria del vento

Nella galleria del vento si è illuminata una vetrina. Dopo tante chiusure e polvere accumulata, è una buona notizia. Ancora non si capisce chi siano i nuovi inquilini, manca persino una tenda per schermare l’open space: sono tutti in vista.

Dietro due scrivanie, lampeggiare bluastro di schermi, l’ovattato trillare di telefono che arriva in galleria e un viso alza gli occhi. Mi guarda, poi distoglie lo sguardo e fissa il muro, ancora privo di intimità.

Benvenuti signori vicini.

Ci siamo rivisti al bar, sono ancora esistanti, un po’ spaesati. Mentre gli scafati aggrediscono insalate dai nomi allucinanti, loro, in attesa di capire, optano per  rassicuranti, panini di salame.

Sono una speranza per la galleria del vento; credo lo sappiano e questo anonimato non è anomia.

Mettendo passi verso l’ennesimo caffè, pensiamo : magari d’ora in avanti,  la crisi ferirà solo, anzichè uccidere ancora.

non mandare a chiedere

Questo è il secondo contributo alla iniziativa di Tereza (quitereza.blogspot.com), molto, molto libero. Ma tant’è, nei libri si può essere meno che liberi?

E siccome questa idea di Tereza mi piace assai, coinvolgo sette liberi sodali nell’impresa, solo perchè il sette mi piace più del tre:

Incauta, Neru, Enne, MissMinnie, Rapida, Melania, Rob.

Quasi tutte donne. direte.

Embè, le donne leggono e poi ne parlano e gli uomini ascoltano.

 

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Posso dirti che non vale? Avrei voluto una fine differente, per te, per lei, per me che vi avevo seguiti attratto dallo stesso nome e dalle stesse passioni. Se tu fossi rimasto vivo, Maria avrebbe corso con te ovunque, da una parte all’altra della terra, in cerca di polvere e botte, di alcool e di respiri spezzati. Maria era bellissima, l’ho vista nel film, lo sai che era anche Ilsa in Casablanca? E non poteva essere un caso, tu potevi vivere con lei, prima di finire in qualche università americana o canadese ad allevare scrittori che avrebbero migliorato l’america. Oppure restare a Parigi, dopo aver fatto il maquis. Ti avrebbero trattato bene a Parigi, a partire dalle donne e poi l’accademia di Francia, il governo, le cantine di Borgogna, le spiagge di Normandia e del Rossiglione. Ma dovevi passare i Pirenei, non crepare dietro a un masso, dovevi portare tra la neve qualcuno, avere vicino Maria e farti fotografare da Kapa. Come in quella foto che avevo vicino alla scrivania: per me, eri quel miliziano col bimbo in spalla e ti eri salvato ed eri pronto per un nuovo appuntamento con la vita e con la morte. Tu ci sapevi fare con le donne, i fucili, la dinamite, le idee, gli ideali, i dialoghi. Ma sapevi stare zitto, con quel silenzio che toglie respiro alle voci vuote, che riempie di colore l’aria, che riporta dentro e sedimenta.  Sei stato il primo della mia raccolta di silenzi, prima di Rieux de la Peste, o di Johnny il Partigiano, sei arrivato prima di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, di Bogart in Casablanca e nessuno ti superava.  Magari era il silenzio di Caporetto che odorava di gas e di iprite, oppure quello della tigre sul Kilimangiaro, o il silenzio del torero in Fiesta, o ancora il silenzio dopo la sbornia, simmetrico a quello di prima della sbornia.

Perchè le donne non stanno zitte dopo l’amore?  Su questo fa perno il mondo: quello fuori e quello dentro. In ogni grande emozione la differenza è tra chi deve mettere una toppa alla smagliatura spazio-temporale della consuetudine e chi in quel buco si tuffa, allargando la strada appena accennata  del nuovo. Maria stava zitta, era fatta del tuo stesso pane, allargava la smagliatura e voleva passare con te. L’alternativa di Robert era la tua alternativa: mai fare la stessa cosa allo stesso modo, perchè la ripetizione spegne il genio. Vorrei parlarti dei silenzi di adesso che ci inzaccherano di parole, dei silenzi delle idee, della solitudine degli inquieti. Non servirebbe, qui tutti tengono troppo alle loro vite calde per avere uno straccio di ideale da agitare nel freddo delle parole vuote. Robert era guidato dalla sua inquietudine, proprio come succedeva a Te, e poteva vivere se metteva in conto di morire. Avevi cominciato così anche tu ad impiastricciarti di silenzi e di sangue, prima sul Pasubio, poi alla guerra greco-turca, poi nelle arene delle corride. Anche nelle corride i cavalli rischiano con il torero e nel pomeriggio c’è lo stesso odore dolce, lo stesso orrore dei muli e dei cavalli, coi legamenti tagliati e gettati in mare assieme ai greci.  Robert aveva una donna che aspettava e l’ultimo colpo per sè, da dietro quella roccia, poteva vedere passato e futuro, il presente contava solo per questo, poteva svuotare la testa assieme al caricatore, perchè le donne aspettano. Sono brave le donne, non si curano dell’evidenza, conoscono l’amore e non è possibile trattare l’evidenza e l’amore nello stesso corpo. Così sei rimasto dietro ad una roccia  a sparare , aspettando altri silenzi. In pace con Lei che avrebbe aspettato, con te che risolvevi l’inquietudine. Senza cercare avevi trovato, ma non ti era bastato.

Non è bastato neppure a me e una domanda è rimasta appesa, e non era cos’era meglio, ma per chi.

La risposta, che oggi fatico a dare, la conosco: era per te, per noi.

n.b. per chi suona la campana, non riesco a togliermelo di torno, Ernest l’ho conosciuto nei pomeriggi alla biblioteca americana, nella traduzione di Fernanda Pivano e i miei disastri scolastici sono dipesi anche da questo amore giovanile.

 

un passo oltre il limite

 

Prendiamo farmaci per conservare la memoria,  in palestre tecnologiche attiviamo endorfine per dimenticare. Procedendo per ossimori navighiamo decisi verso l’infelicità come condizione vitale, mentre le volte che siamo felici, l’ossimoro è scisso e ne scegliamo la parte immemore: quella del qui e ora.

Bisogna accettarsi, fare un passo oltre il limite che ci si è posti – è passata quasi un’ora – fanno 100 euro.

Quando si è stati troppo dentro di sè e si riemerge, intorno le cose hanno dimensioni strane: le facce, le ore non son giuste e l’aria taglia il viso e le mani e stupisce perchè non è lei quella che conosciamo. E offende, anzichè accarezzare, e risveglia senza garbo, togliendo una goccia di saliva dimenticata al bordo della bocca, così, di malagrazia. 

Appena fuori, le gocce scorrevano e sbavavano le luci. E’ solo tempo perso -pensava- è solo inverno, anche dentro, ché di primavera la luce accende la pioggia, colora l’incolore e la porta verso il verde. Basta guardarla che, tiepida, ripulisce dentro. In questo freddo, l’acqua è incongrua, nè carne, nè pesce, è solo fastidio.

Ma così si pensa ad un passo oltre il limite dell’autunno. I dolori, in primavera non sono meno feroci, c’è solo l’attesa dell’estate che salva, del sole, del corpo immerso nell’aria e nel calore, delle giornate lunghe che neppure sembrano, perchè la notte non basta e il giorno corre.

Con cerchi oscillanti andava verso una decisione a termine: sapevo che sarebbe durata finchè non ci fosse stato un nuovo singulto di memoria. Che a raccontarlo fanno 100 euro. Siamo fatti malamente, ci manca troppo il nulla che non c’è per sua natura, eppure dovrebbe -o potrebbe- esserci e così si frusta la convinzione d’essere impermeabili, di aver veduto e vissuto a sufficienza per imparare. Mentre il freddo non si impara e imbeve tutto e piega la bocca quando ti parlano d’un sentimento guizzante. Di qualcosa che appena lascia scia e profumo e tu sai che è quello che conta, ma che non si può dire, perchè vorremmo essere orafi ed invece facciamo i manovali.

Mentre tornava, pensava come le gocce: facendo finta di rigare il vetro. Ci si atteggia, ma non siamo di vetro –pensava- o forse sì, a volte, quando ci lasciamo andare – e una consapevolezza s’era fatta strada, tra l’acqua che cadeva già sporca, inzaccherando uomini e cose – il mondo è una pozzanghera, ma è passata la nottata, non conta più, per domani si ricomincerà da dove s’è lasciato.

Magari no, non proprio, meglio da un passo prima del limite.