ruggine

di quel cancello, ho la ruggine e la rugosità sulle mani.

Ci siamo scambiati una parola, arcaico, assaporandola come un bacio. Era tutto nel colore della pelle, nella postura eretta. Nei toni bruciati, che continuavano la terra sul corpo magro.

Arcaico per noi, da diluire con gli occhi. Pieno di fascino, per abitudine e ferite. Alieno fino al segno del sorriso.

Come si ride arcaico?  hai chiesto, ed io ti ho risposto: raccontando antiche barzellette.

Parole ripetute, ridendo e indicando il petto. E l’arcaico, serio, a ripetere accenti strani: pronuncia, significato, oggetto.

Alieni, noi, a mostrare il palmo delle mani e nasconderci l’un l’altro nei sorrisi. Abbiamo perduto significati senza batter ciglio, con sollievo, guardando oltre.

ho capito

…ho capito che la vita è una serie di storie d’amore, e ognuna è una reazione ad una storia precedente…

J.R. Moehringer l’ha scritto e io lo sapevo.

Lo sapevo che era così, che nulla è casuale, ma che la catena degli eventi ci risulta incomprensibile solo per la nostra incapace disattenzione.

libertà

Della libertà, come per tutti i desideri agognati, spesso non si sa cosa farne. Uscendo da un amore, nel tempo ritrovato, in una improvvisa fortuna, tutto appare eccessivo e non governabile. Come avessimo bisogno di guida, di catene, di vincoli. L’euforia del tram, finalmente senza binari, si esaurisce presto, deve trovare nuovi solchi, abitudini, strada. Sarà per questo che tanti ritornano sui loro passi, come uccelli che a gabbia aperta non escono, inadeguati al volo libero. Senza amarezza, preparandosi poco alla volta fino ad essere pronti al volo, per molti la libertà è difficile, finchè diviene naturale. Non ci sono benemerenze nelle scelte, solo consapevolezza e la necessità di star bene. Chi affronta il nuovo conta sul brivido dell’avventura mentre chi resta sa con quali fantasmi deve combattere, entrambi si alimentano di coraggio. Il mio cuore è vicino all’esperienza della solitudine, che è compagna difficile, ma non tradisce. Stanotte buon viaggio a chi torna e buon vento a chi parte.

mani grandi

le mani grandi, il culo raccolto, bello. Il viso l’ho guardato con attenzione, dopo.”

Il bar bologna non è solo aperitivo, ma fonte inesauribile di conoscenza applicata. Questo criterio di bellezza è nuovo per me. Dal tavolo vicino arrivano brani di conversazione a voce troppo alta per essere intimi. Mi giro, seguendo la voce, ordino un altro spritz e incrocio sguardo con due ragazze sui 40. Ragazze per quello che dicono, per la canottiera maliziosa, per la sigaretta abbandonata a fumare da sola.

Sorrido e ricambiano senza perplessità: non ci provo e si vede. Eppoi qui c’è il maturo gentiluomo che pensa al proprio culo e alle proprie mani. Forse sono nei canoni, ma non glielo dico.

Almeno per stasera.

uccelli

Uccelli instupiditi da caldo che volano bassi, tra auto a velocità incompatibili con la vita. Destini silenti, fatti di dolori senza traccia e mucchi di penne a segnare la strada. Poco più in là, simulacri di cani, di gatti, d’altri animali perduti al mondo e a noi.

Forse domani passerà la nettezza urbana, ma tanto le ruote impietose, consumano e disperdono.

Neppure le jene sono più sicure. Ci pensi chi ha fame contronatura.

ife 4

Del tempo atmosferico non si può dire nulla, solo subirlo o viverci dentro.

Oggi ero a Muggia e il cielo mutava in continuazione. Davanti, c’era il golfo di Trieste di una bellezza provocante. Ostentava potenza, capacità di regolare vite e desideri. Come se i colori e le nubi potessero appartenere.

La pioggia è arrivata a scroscio trasformando tutto in bianco e nero, con persone in fuga verso portiere riottose, mentre altri, divertiti e al riparo, guardavano fumando. Nell’ angolo del molo, alla pioggia, due africani fumavano e ridevano nelle cerate gialle.

E’ finito com’era iniziato, il tempo atmosferico, indifferente e perso in pensieri propri. Siamo troppo insignificanti perchè rida di noi.

Il tutto mi ha riportato ad altri anni a Trieste, con calzoni a zampa d’elefante senza tasche, camicia attillatissima, stivaletti neri mangia calzini.

Radici su altri grigi e speranze di caldo: se non in giugno, quando?

ordinary man

Stanotte sembra che ci siano forze nell’aria: donne e uomini che si stanno rendendo conto, pensieri che si rafforzano e prendono sostanza.

Che toccando le dita circoli il sorriso e si trasformi la rabbia in mutamento.

differenza

C’è una differenza sostanziale tra il lasciare e l’ essere lasciati. Il primo esprime un’esigenza e il secondo un bisogno. Il primo vuol correre, aspirare vita, immergersi nel mare e il secondo rallenta, diviene immobile aspetta passi e respira piano. Come se l’amore, di sè innanzitutto, si potesse economizzare riducendo le funzioni vitali.

Quando chi ha lasciato incontra chi è stato lasciato, sembra si siano messe assieme due necessità ed invece è il bisogno che soggiace all’esigenza.

L’esigere è stima di sè e chiarezza interiore. Luce che affascina ed ustiona gli incauti. 

Il mare era limpido,

cristallino e freddo hai detto,

come fosse un’ingiuria.

Non hai sentito il calore

che ti corre dentro

dopo l’essere riemersi?

 

faust

Il mondo va troppo veloce, ma quando è stato il momento in cui avete cominciato a rallentare?

Quando le speranze, gli entusiasmi, che si sovrapponevano come onde allegre, si sono quietati?

Indagate il momento, la situazione, i perchè di ciò che è avvenuto.

Prima c’era una lentezza piacevole, un’indolenza che si scatenava in esplosioni di energia, passioni, voglie, competizioni. Poi si è trasformato tutto in vischiosità crescente.

E’ stata forse la responsabilità, la fine della giovinezza, il riconoscimento della realtà, oltre i sogni?

Da quanto tempo non volano più le farfalle in pancia, la notte è troppo breve e al tempo stesso priva di sogni nuovi?

Da quanto non vi sorridete allo specchio? Perchè?

A risposta libera, il candidato non ha limiti di tempo per rispondere alle domande. Rileggere prima di consegnare alla vita.

l’inverno del nostro scontento

Ieri notte c’era una luna, sfacciata come diresti tu, che illuminava colli e case, senza ritegno nè regola. Chissà perchè seduto sulla pietra antica, ho cominciato a pensare a quando è iniziata la mia stranezza, il mio sentirmi diverso. Sono tornato molto indietro nel tempo, guardando curioso e comprensivo. Piccoli fatti su un piccolo uomo, comportamenti premiati ed altri conculcati, poi le piccole deviazioni che mutavano il percorso. Mi sono difeso e la mia stranezza è emersa, come riaffermazione di singolarità. Da allora ho rifiutato la mia comprensione profonda, se non come dono raro. Da dare a pochi.

Camminare è il prodotto di un equilibrio instabile ed oggi non mi pesano le occasioni perdute. E’ stata una vita ricca di passioni ed inquieta, quel tanto da alimentare perennemente la ricerca d’altro. Nell’inverno del nostro scontento c’è troppa disparità tra desideri e soddisfazioni, così spesso il percorso non si vede ed affiora l’inquietudine. Ho ripreso l’argine dei no per capire ciò che voglio e questo mi dona serenità. Mi fa bene.

Oggi, tornando in treno, ho capito più a fondo chi si confronta in me. E’ subentrato un senso di pace: mi sono sentito importante a me stesso. Ho chiuso il telefono e gli occhi, perchè non volevo che questa sensazione se ne andasse. Sono arrivato sorridendo.

Ieri sera, sentivo che la solitudine non mi pesava, che è una dimensione di me e si fa strada, pur con fatica. Quando ti ho detto ciò che sentivo, non hai capito e le parole inadeguate sono cadute a terra. Che tristezza. Solo il silenzio esposto e impudico giova a far emergere le sintonie.

Scrivo per me stanotte, come spesso accade. La musica, pur amata, era di troppo. E adesso c’è silenzio; la sensazione di misericordia rimane, come quelle vecchie parole, che ti sussurravo e non capivi: bisogna piangere le stesse lacrime per essere felici assieme.

Ma ora non sono importanti, non per me, non stanotte.