Ieri notte c’era una luna, sfacciata come diresti tu, che illuminava colli e case, senza ritegno nè regola. Chissà perchè seduto sulla pietra antica, ho cominciato a pensare a quando è iniziata la mia stranezza, il mio sentirmi diverso. Sono tornato molto indietro nel tempo, guardando curioso e comprensivo. Piccoli fatti su un piccolo uomo, comportamenti premiati ed altri conculcati, poi le piccole deviazioni che mutavano il percorso. Mi sono difeso e la mia stranezza è emersa, come riaffermazione di singolarità. Da allora ho rifiutato la mia comprensione profonda, se non come dono raro. Da dare a pochi.
Camminare è il prodotto di un equilibrio instabile ed oggi non mi pesano le occasioni perdute. E’ stata una vita ricca di passioni ed inquieta, quel tanto da alimentare perennemente la ricerca d’altro. Nell’inverno del nostro scontento c’è troppa disparità tra desideri e soddisfazioni, così spesso il percorso non si vede ed affiora l’inquietudine. Ho ripreso l’argine dei no per capire ciò che voglio e questo mi dona serenità. Mi fa bene.
Oggi, tornando in treno, ho capito più a fondo chi si confronta in me. E’ subentrato un senso di pace: mi sono sentito importante a me stesso. Ho chiuso il telefono e gli occhi, perchè non volevo che questa sensazione se ne andasse. Sono arrivato sorridendo.
Ieri sera, sentivo che la solitudine non mi pesava, che è una dimensione di me e si fa strada, pur con fatica. Quando ti ho detto ciò che sentivo, non hai capito e le parole inadeguate sono cadute a terra. Che tristezza. Solo il silenzio esposto e impudico giova a far emergere le sintonie.
Scrivo per me stanotte, come spesso accade. La musica, pur amata, era di troppo. E adesso c’è silenzio; la sensazione di misericordia rimane, come quelle vecchie parole, che ti sussurravo e non capivi: bisogna piangere le stesse lacrime per essere felici assieme.
Ma ora non sono importanti, non per me, non stanotte.