odori

Il vicolo dove abito è a 200 metri dal luogo in cui ho il primo ricordo di me. Avevo poco più di due anni e d’estate, la mamma mi caricava sul sellino della Legnano per andare ai bagni sul fiume. Dalla bici la città scorreva negli occhi come un film. Dopo il Prato, il Corso e, proprio davanti al bar bologna, dopo tanto sole, si entrava nell’odore dell’ombra del mastio.  Ero alla soglia del profumo del fiume che cresceva dall’androne, attraverso il boschetto e il campo di sabbia per distillare, infine,  nel misto di sapone, di doccia e di acqua di canale. Credo che da allora, gli odori siano stati importanti nella mia vita, tanto che delle persone e le cose conservo il ricordo dell’odore assieme al resto. In quel primo ricordo c’è mia madre giovane, prima in canotta e gonna e poi nel costume di allora. E’ accanto a me, che ho il cappellino di paglia e tanta sabbia in cui giocare, nel profumo d’alberi e canale. Poi tutto si mescola: brandelli di parole, fotogrammi di ragazzi grandi (chissà quanto grandi? ) che giocano a pallone, il profumo dei pezzetti di pesca. Frammenti tenuti assieme dall’olfatto, come se la vita fosse cucita dagli odori.

Adesso che abito a 200 metri, stasera guardo l’androne, dal mio aperitivo, sò che oltre quella porta ci sono io bambino che odoro di mamma, latte, giochi e sudorino. Una compagnia da accogliere e tenere con amore perchè adesso tocca a me, gli altri hanno già dato.

fatalità

Una frazione di secondo dura moltissimo.

Quando mi è venuta addosso l’auto, stamattina, il tempo non fluiva più. Era dalla mia parte. Veloce da frantumare ossa e muscoli e uccidere.

Lo scarto in corsa, con la mente fredda, neppure un’imprecazione.

Sarà così che morirò? Senza capire e senza paura.

Oggi non era la mia ora.

ife 2

E’ difficile Rachmaninoff, ma guardate le mani di Horowitz, immagine della vita: forte, apparentemente fragile, lancinante dopo la tranquillità. E poi di nuovo serena.

La scoperta di questo vecchietto dalle dita d’acciaio, trent’anni fa mi ha cambiato il modo di ascoltare. E sentire.

Dirige Zubin Metha, bravo, ma preferisco Ansermet sempre con Horowitz.

ife 1

i was five and you were six
we rode on horses made of sticks                                                                                                                      i wore black, you wore white
you would always win the fight
bang bang, you shot me down
bang bang, i hit the ground
bang bang, that awful sound
bang bang, my baby shot me down

ignorante

Incompetente e ignorante. E’ ciò che penso di me e sarà per questo che i miei colleghi di funzione mi annoiano: spesso li trovo vecchi e vuoti. Contenitori di nozioni e di abitudini. Un incompetente è costretto alla fantasia, ad inventarsi la vita. E l’ignorante si deve inventare una cultura, deve imparare. Appartengo alla genia di quelli che perdono tempo facendo apparentemente altro, che seguono gli istinti e il principio di piacere. Questo da sempre e non rimpiango nulla. A volte mi piacerebbe avere qualche strumento in più, per orientarmi, per analizzare. Ma in realtà so che devo semplificare e che quello che apprendo è solo una piccola parte di ciò che potrei sapere.

Sono a credito con la vita e -sembrerà strano- non mi accontento, nè mi fermo.

Pervicace, mi sono giocata la condizionale. 

stoffe

Il laboratorio era in cima ad una scala bianca, di gradini ripidi, in pietra tenera consumata. Una volta all’anno, veniva imbiancata e l’odore di calcina persisteva a lungo, a dar l’idea di un pulito, già contraddetto dai segni delle scarpe. Mia madre, mi teneva la mano e salivo cantando, poi ci sarebbe stata la discesa giocosa fatta di scalini a due, a tre, sussurrando filastrocche.

La porta bianca, il laboratorio, l’odore delle stoffe. Tutti conosciamo l’odore dei tessuti, ma dal sarto, il profumo della stoffa si mescolava a quello del gesso a scaglie, del tabacco e del vapore della stiratura.

Gli abiti venivano sfumati, con ferri pesanti e tela bagnata, su tavoli in legno, con un sentore lieve di bruciato della tela.  La stiratrice, immersa nel vapore, mi sorrideva. C’erano cinque o sei persone nella stanza, sedute su sedie impagliate o alla macchina per cucire. Un cliente piccolo era l’occasione per richieste, commenti, parole. Ma non era quello il mio posto, venivo accompagnato nel salottino di prova e attendevo paziente, tra vecchie riviste e mazzette di campioni. C’era Epoca, l’Europeo, Grand Hotel, ma la vera attrattiva erano i campioni di stoffa disposti in pile sul tavolo. Sia ben chiaro che non toccava a me scegliere, quello era compito della mamma, ma tra i principi di galles, occhi di pernice, covercoat, fustagni, pettinati, c’era tessiture, trame, morbidezze da percorrere in punta di dita.

Poi ci sarebbe stata la cerimonia delle misure e intanto l’attesa era un tempo sospeso e piacevole, fatto di odori e tatto.

Le voci di mia madre e del sarto contrattavano: prezzi, tempi di consegna, modello. La foggia, non lasciava scampo, al massimo si discuteva sui due o tre bottoni della giacca. Aspettavo curioso, del colore, della pesantezza, della lunghezza dei calzoni. Ho atteso, per molto tempo che i calzoni fossero lunghi anche d’estate, salvo poi ricredermi subito sull’utilità di quel pezzo di braga in più.

Alla fine iniziava il tormento delle misure, i centimetri giusti, mia madre che diceva che crescevo in fretta, il vestito che nasceva un pò lungo e largo.   Dopo due settimane, la prima prova, quella in cui fatalmente gli spilli avrebbero punto. Ma il vero imbarazzo sarebbe giunto con la domanda se lo portavo a destra o a sinistra. All’inizio non capivo, non credevo ci fosse una possibilità alternativa e tantomeno una scelta, ma quel lieve aggiustamento del sarto alla seconda prova, mi imbarazzava terribilmente.

Quando ero già adolescente, l’imbarazzo su queste “confidenze” cresceva e pensavo a come evitarlo, ovvero pensavo che sarebbe stata meglio una sarta, pensavo… Era solo un momento, poi il rossore spariva. E di lì a poco sarei uscito nell’odore di calcina, le stoffe che avevo accarezzato sarebbero rimaste in pezza, il vestito dopo un mese l’avrei avuto addosso.

Non è durato poco, ma i jeans erano in agguato e poi tutto sarebbe mutato. Mi è rimasto solo il dubbio se lo porto dalla parte giusta.

signora della notte

A te, signora della notte

che accendi l’alba,

chiedo:

d’ogni attimo silente

fammi grazia d’attesa.

Non scordarti di me

che t’ho vegliato,

lascia che il ricordo

mi travolga

e tendi un ramo

perchè appeso ad una foglia

mi senta salvato.

A te signora della notte,

rendo ciò che ho avuto:

cambialo in nuovo

questo sogno usato.

16 marzo 1978

La notizia del rapimento mi aveva seguito per strada, fino alla Camera del Lavoro. Ero sindacalista. Ci fu una riunione rapida e appena proclamato lo sciopero generale, iniziarono le assemblee nei posti di lavoro. Chi non ha vissuto in quegli anni non può capire gli errori, il senso di precarietà che circolava. A Padova c’era autonomia, chi nel sindacato si era schierato col PCI era un obbiettivo, la notte c’erano telefonate silenziose, paura e diffidenza.

Quanto sto per dire può essere fastidioso, ma l’impressione che ebbi dalla prima assemblea era di interesse limitato per l’accaduto. Come facesse parte della normalità, fatta di morti ammazzati, di bombe, di precarietà. Qualcuno sollevò il problema della giornata persa in busta paga, altri zitti, sarebbero andati a lavorare. Li guardavo e pensavo che erano lavoratori come me, che Moro era democristiano come gran parte di loro, che dovevano sentirsi colpiti almeno quanto noi. Non c’era diversità tra di noi nella difesa dello stato, se non ci fossimo opposti sarebbe passato tutto, citai la resistenza, le lotte. Ma restava la distanza e alla manifestazione ci furono gli indomiti, i convinti, i precettati, non il sentimento corale della ferita subita. Nei giorni successivi fu sempre più difficile, discutevamo, ma il tira e molla della trattativa, rendeva tutto più distante. Mi occupavo di servizi e pubblico impiego, ma continuava l’impressione dolorosa di una separazione tra le persone e l’accaduto. Parlavamo della scorta, di 5 poliziotti ammazzati per il loro lavoro, dell’insicurezza come cappa che ti stava addosso e ti faceva star sveglio quando in treno passavi le gallerie dell’appennino. Ciò che percepii allora era un paese già stanco di battaglie, che rifiutava la politica e le brigate rosse, che si chiudeva nel proprio quotidiano per lasciar fuori l’interesse civile. Sulla questione della fermezza dello stato spesso prevaleva la pietà, ma sembrava ininfluente la manifestazione, lo scendere in piazza. L’epilogo colse di sorpresa, anche gli indifferenti, credo che moltissimi speravano, credevano, che l’enormità non sarebbe stata compiuta e se Moro fosse stato rilasciato, le brigate rosse avrebbero avuto qualche consenso insperato. La mia sensazione è che già allora si fosse consumato molto del tessuto che teneva assieme vita civile e politica, quotidiano e lotta per i diritti. Molti di noi hanno cominciato a vedere la DC diversamente dopo il sequestro Moro, a distinguere e considerare che non tutto era eguale, che l’ideologia era una scorciatoia, non una visione del vero. Quell’evento cambiò molti e il dolore successivo non fu solo pietà, ma la consapevolezza della fine di qualcosa.