senza rimpianti

La mia famiglia paterna ha disperso cose e persone per l’europa. Ogni parente che si installava in casa per settimane, faceva riemergere persone e pezzi di passato, ma non c’era più niente di tangibile. Di case, ricordi, lavori: era rimasta solo una cultura orale di città, fatta nella lingua madre, il veneto.  Una guerra aveva spazzato via la casa natale di mio padre in germania, quella successiva aveva raso al suolo, la casa dei miei genitori. E ciò che non era stato distrutto era stato sottratto, ma non ho mai sentito un rimpianto, che non riguardasse le persone. Come se questo essere sballottati dall’una all’altra parte, l’aver mutato condizione, fosse stato parte della vita. Anche i racconti, sempre pudichi e frammentari, parlavano di abilità, di pericoli scampati, di occasioni rifiutate, mai di proprietà. Tanto che gli ultimi resti di queste, sono transitati, con indolenza, al patrimonio dello stato. In questo clima gli oggetti sciamavano in un pulviscolo indistinto, con fotografie rare e ingiallite. E le mie domande additate, cos’è questo, dov’è ora? ricevevano risposte vaghe, indifferenti. Le soffitte dei traslochi inghiottivano mobili, le stufe facevano il resto, senza rimpianti.

Nulla era importante se non le vite vissute con la forza dell’essere.

mantra

Occorre pazienza e forza per smontare i problemi. Una forza particolare, fatta di muscoli rossi e lunghi che dialogano con il cervello, per governare sè e lo spazio compatibile. Cogliere le necessità comuni prima dell’altro e combattere una schermaglia d’intelletto che mantiene il movimento senza scomporsi. La pazienza è collocare equilibri compatibili in un diagramma delle forze.  Difficile quando verrebbe da rovesciare il tavolo, richiamare che c’è un giudice a Berlino, gettare in faccia la malafede.

Quando le colpe e le ragioni sono scompensate e le une, le nostre, non hanno mai il peso delle altre, occorre una forza paziente per risolvere i problemi. Anche per accettare che la soluzione non sia una moderata insoddisfazione per tutti.

taglia

Il mio capo me lo ripeteva: taglia via tutto quello che non è essenziale, riduci, lascia solo i fatti. I sentimenti non servono. Ed prima scrivevo a mano libera e poi tagliavo quello che non ci stava, sceglievo e tagliavo. Pensavo che abbiamo poche parole, l’essenziale e i fatti bastano. Eh sì, ma cos’è essenziale, come sono i fatti senza attori? Se guardo in alto, di notte, vedo un pulviscolo iridescente fatto di frammenti di volti, di situazioni, di fatti non narrati, di emozioni spente a forza. In un universo parallelo, questi mondi possibili hanno avuto parabole da percorrere sino in fondo, le vite si sono intrecciate guidate da mani sapienti e hanno generato nuovi fatti e nuove storie. L’impercettibile, il casuale ha serpeggiato nel rumore bianco fino a distinguersi e ricombinarsi nel nuovo e così ha colpito inatteso e senza merito. Lasciando senza fiato per la meraviglia.

volume

Volume è parola tonda. Felice o preoccupata del proprio spazio, essa è destinata all’immagine, ad essere manipolata, adattata, espansa in orizzontale, verticale, ora anche in obliquo. Non a caso, parola importante nelle fortune contemporanee, compresa quella iniziale del presidente del consiglio, viene negletta, posta in seconda fila, non indagata. Discende, essa parola, nella regola pubblica, dalla presunzione d’ordine; mai sola nella sua attuazione: volumi concessi, edificati, trasformati, venduti, massimizzati, occultati. Con gli aggettivi sminuenti il volume acquista qualità sorprendenti: di servizio, comune, tecnico, ecc., Sono questi aggettivi, vere offese al volume e tali da fargli perdere fisicità, tanto che come per il censo, lo si può vedere diversamente: metro cubo sì, ma non come gli altri e perciò valere un terzo, un mezzo. Salvo poi risorgere economicamente, come sanno tutti quelli che abitano in un garage o magazzino trasformato, ma non è la rivincita del volume, è il trionfo dell’ipocrisia delle regole.

Parola poco indagata, volume,  soprattutto nella percezione dello spazio individuale e nella sua correlazione con la felicità e ancora giù nella scala verso benessere, accettabilità, indifferenza, malstare, disagio, incompatibilità.

Se noi rappresentiamo il nostro stato interiore – e non la sua proiezione – in relazione al volume disponibile, “nostro” o sognato, la sua concretizzazione può essere vista su spazi orizzontali dove espanderlo oppure collocato in alto, per vedere/dominare ciò che sta attorno. Il ritmo del costruire e quindi della città viene scandito da questa solidificazione di desideri, di rappresentazioni ovvero il mercato in sintesi è il prevalere del vedere fuori vs. il vedere dentro.

L’alternanza del verticale con l’orizzontale, inframmezzato da spazi verdi corrisponde ad un’ idea d’ordine nel quale riconoscersi o meno, ma comunque oggetto di comprensione ampia e confronto. Guardando una foto aerea, magari all’infrarosso, oppure meglio, vedendo la città dall’alto di un grattacielo, nella sequenza di spazi e nella collocazione fisica individuale, si legge la trama degli equilibri, del ben stare o del disagio, dell’anossia o della libertà.

Noi sappiamo ciò che è brutto, ci adattiamo al brutto cercando di trasformarlo, trasfigurarlo, mutarlo in sembiante del bello, dell’armonico, del vivibile. Come nei paesi dell’est, o nelle fabbriche casabottega degli artigiani del nord est, superato il brutto esterno, si accede al bello individuale, interno. Il volume ri-ordinato e manipolato internamente è imago del sè, con una forte corrispondenza tra ciò che abbiamo dentro e ciò che ordiniamo fuori, anche in termini di autoillusione. L’interiore assume il compito di rendere più piccola l’influenza dell’esterno, in un bilanciamento che ci permetta di dire: questo volume è mio, solo mio, ha la mia impronta, la mia cifra. Capita nelle vecchie case, anche riadattate, di sentire la presenza di chi ha abitato, come se i muri, un tempo rispondenti ad una diversa concezione del volume, ne avessero conservato l’impronta e permanesse un esistere non spento. 

Quindi questo dialogo con il volume esiste, è un a priori. Noi ci adattiamo al volume, esprimiamo desideri, sogni (chi non vorrebbe una villa con parco in centro?), ma alla fine ci adattiamo, lasciando che la compensazione avvenga all’interno, che sia stabilito un equilibrio tra essere e dover essere, che la testa si conformi e si adatti. Dovrei dire che, a parte uno spazio fisiologico, con l’evolvere dei desideri, è più importante l’esterno che l’interno ed è proprio questo confine che è il meno indagato, ma è forse l’unico a poter definire il vero volume aggettivato, quello fisiologico.

Il volume asseconda le nostre inclinazioni e non è solo per motivi costruttivi che il costruire verticale importante italiano è sporadico, e comunque spesso ricondotto più ai servizi che alla residenza. Mentre si opera su altezze spesso banali, fatte più della logica del mucchio che della intuizione costruttiva. Azzardo una suggestione: la stratificazione storica, che comunque ognuno di noi possiede, porta verso spazi orizzontali, verso domini netti, chiede comunità piccole, se possibili nucleari, come se la storia fosse di per se stessa aggregante e identitaria: non c’è bisogno dell’alveare, della megalopoli, ma piuttosto delle celle, delle unità.

Ma questa ipotesi o qualunque altra, contrasta con la rendita immobiliare, con il valore determinato dalla trasformazione dei suoli. I delitti contro il volume, compatibile con noi, si compiono qui e non nella legittima attesa della remunerazione del capitale investito, bensì piuttosto nella sua massimizzazione smodata. Si può osservare che gli alveari umani sono sempre esistiti, solo che un tempo erano il prodotto della povertà, del bisogno adesso invece, diventano modo d’essere e pianificazione delle relazioni.

Immaginiamo una operazione mentale che ci veda entrare nella parola volume, che come in un cartone animato, si apra una porticina su una superficie riflettente, ma che forma ha questa superficie per noi? E’ geometrica, un cubo, una sfera, un parellelepipedo oppure è qualcosa di mobile come una bolla che muta, una forma amebica che può avere spigoli assieme a curve? Già dalla forma cominciamo ad entrare nella parola e nel nostro significato di volume. Il passo ulteriore sarà nella nostra percezione della superficie del volume: tranlucida, trasparente od opaca. Vogliamo vedere, oppure isolarci? L’operazione si chiude da dentro collocando parola e significato nello spazio intorno a noi e rappresentandolo come contesto includente, ma al tempo stesso rispettoso. E’ in questo dialogo tra interno ed esterno, da come noi avremo collocato il nostro concetto di volume che si avrà la percezione dello spazio vitale.

Questo dialogo intimo è già punto d’arrivo, ininfluente se non ha una manifestazione esterna, politica nel senso di relazione, di polis, ma comunque fonte di consapevolezza. In questo estrinsecarsi dei desideri/bisogni, una variante di piano regolatore assume un’ influenza sulle nostre vite, ben superiore alla percezione usuale: sarà questo atto il regolatore dei volumi, dei nostri volumi. E darà senso, all’essere dentro al volume e al camminare esternamente ad esso, ci permetterà di predisporre condizioni al benessere oppure di partire con l’handicap di un malessere da incongruenza di spazi. La necessità individuale si misurerà con le condizioni che le regole consentiranno al costruire, è qui il vulnus che verrà perpetrato alla nostra concezione di volume e qui bisogna agire. Compatibilmente, ma agire.

Non mi sono sforzato a mettere in ordine i pensieri, nè ho cercato di renderli chiari. Una traccia può essere sintetizzata nel dire che se si parte dal significato di volume si arriva allo spazio che abitiamo interiormente ed esteriormente. E che la possibilità di vivere più o meno bene nello spazio dipende da un oggetto di cui ci occupiamo molto poco: il piano regolatore. Fonte di fortune economiche e di riordino di relazioni, ma anche di infelicità collettive e di difficoltà del vivere.

Bene, se le cose erano così semplici, perchè adoperare tante parole?  Perchè le cose non sono semplici e il significato che io attribuisco a queste cose, non è necessariamente il Vostro. Come direbbe un’ Amica: mi posso permettere solo questo appartamento, non posso complicarmi la vita. Tu butti sempre tutto in politica. E invece io penso che l’appartamento che affitta questa amica potrebbe essere diverso e avere lo stesso costo e farla vivere meglio e in maniera meno complicata. Ma questa è un’altra storia. 

O forse nò?

incosciente rap

Penso ad altro stamattina, al semaforo c’è rosso, c’è la musica che gracchia, un vestito nuovo addosso,

vorrei essere in montagna sotto un albero a sognare, poco vento che accarezza, la tua bocca da baciare,

ed invece ragazzino, nell’incrocio hai tagliato, sul tuo nuovo motorino, forse pensi: è un pensionato,

marcia, freno, ruote ferme, sbuffo azzurro scappamento, non è ancora la tua ora, ma dovresti stare attento.

perdonato ho il sorrisetto, il tuo sguardo strafottente, anche mamma ho perdonato, assieme al casco inesistente.

M’hai graziato ragazzino, non so se l’hai capito, il sorriso ho ritrovato, sto alzando allegro il dito, ma eri un carico pesante, eri un carico importante e non esser stato il fato, fa piacere veramente.

 

Per un’amica invincibile, sempre in corsa contro il tempo e naturalmente si legge a ritmo di rap

placebo

Gli artifizi, le scorciatoie momentanee: tutto per raccogliere un pò d’energia. Da pettinare e rimettere in ordine, pronta al gioco. Se fossi stato bimba parlarei di bambole da accudire, di volti di porcellana a cui parlare. Ma un bimbo parla alle macchinine, ai soldatini, ad un meccano. Tutti alter ego difficili, che finiscono nella cesta. Riservando la fatica dell’immaginare geometrie di giochi, già nell’estrarli uno ad uno. Sarà da allora che è nata questa stanchezza del mantenere l’ordine ai pensieri, per farli seguire da atti coordinati. Non c’è presunzione di giustezza, solo necessità d’armonia che tolga fatica nel vedere cose fuori posto.

Il call center della vita oggi mi ha messo in attesa, l’armonia aspetta e tra poco sarà comunque sera.

tromba d’aria

Il cielo ha dato spettacolo, dal sole sfolgorante a nubi mai viste: scagliesovrapposte come rettile. I venti in quota mutavano con tale rapidità che nessuno prendeva più il sole sulla schiena. Tutti a guardare il cielo. Poi il nero, addensato verso il Cavallino e le casse di colmata, ha svuotato la spiaggia. Docce rinviate nelle case, tutti sulla riva, verso la laguna, donne, ragazzi, pescatori che rafforzavano gli ormeggi e un chiacchericcio timoroso e continuo. Non c’era esperienza confrontabile e lo dicevano i vecchi. Finchè una meraviglia contagiosa ha percorso la riva quando, in molti, l’hanno vista formarsi, la tromba d’aria. La voce bassa ad additarla in mezzo ai fulmini continui.  Meravigliosi anch’essi, i fulmini, verticali, di inusitata potenza e mai visti eguali. Lo spettacolo dalla riva era terribile ed affascinante. La tromba d’aria ingrossava, si divincolava dalla terra che la teneva, si riformava. Una coda tra il cielo e il mare, con il vento che mutava in continuazione dal libeccio al maestro, al garbin, al levante. Acque correnti con aria, a pelo contrastante, sollevavano spruzzi e nebulizzavano istantaneamente. I commenti dei vecchi: Mai vista, cussì  e lo scambio di pareri indecisi e contrastanti. Rivarala fin qua, o la se desfa prima?  Intanto la colonna si agitava come serpe presa per la coda, voleva liberarsi dalla terra, a volte ci riusciva, per essere poi, ripresa.  Così più volte finchè di colpo come era nata, tra folate di vento freddo, si è staccata dal terreno e dissolta in una nube roteante. Solo allora è arrivato l’odore di pioggia, di terra e polvere bagnata, di salso sollevato. La tensione accumulata nelle teste, se n’è andata con le prime gocce, mentre  la gente rientrava dicendo: pora zente chissà cossa sarà sucesso. Ti te ricordi chea volta del Cavallin.  E il ricordo si è sovrapposto allo scampato pericolo. In realtà la tromba d’aria ha arato dai Colli verso Padova e il disastro ha lambito la mia casa. Poco danno: squarciata la tenda della terrazza, ma altrove alberi divelti, case scoperchiate.

Bell’esercizio sulla relatività: possiamo guardare ammirati e contare sulla misericordia della fortuna. Ma solo su quella, quando la natura ci restituisce la nostra dimensione vera.

effilèe

Serve une lame effilèe: si prende un concetto, un’idea, sè stessi e si toglie, per sottili strati successivi, facendo scorrere la lama orizzontale, dal corpo verso l’esterno. Fino al limite del dicibile. Il giusto è dove il pensiero si chiarifica ed ha bisogno di attenzione per essere compreso appieno.  Dire poi, ciò che resta e come nelle migliori comunicazioni, attendere che si completi nella testa dell’altro prima d’ essere espresso. Scarnificare non fa male, lascia ciò che conta, ed è disciplina per sè.

L’empatia è gradita per perdonare il giusto eccesso.