vite interrotte

Mi porto dietro appunti, carte, ritagli di giornale. La mia casa è zeppa di libri, giornali non letti, cd, dvd, video cassette, nastri, dischi. Taccuini e fotografie emergono dai cassetti assieme a saggi, note, penne. Collezioni senza intenzione, nè speranza, affollano lo studio e il ripostiglio. A terra cartelle e stampe, incisioni, pochi quadri.

In questo angiporto, nelle mie tasche, ci sono le vite interrotte che attendono un completamento. Non sono riuscito a liberarmi di loro e queste si sono stratificate, assumendo un’ identità propria.

Scatole di libri attendono di essere aperte dopo il trasloco, oggetti vorrebbero entrare in funzione, ma ho delegato l’ordine ad un’altra età. Quale sia non lo so.

Mi gratificano le scoperte continue in questo paese dei balocchi: cose dimenticate che emergono e portano con sè, situazioni, persone, attese.

Tutto questo convive con il presente, ma ormai ha propria identità e spesso è prepotente.

Ho messo molte emozioni ad attendere e adesso nella mia casa si devono spegnere un pò di luci. Scegliere e ridurre il fardello di vite per allungare il passo.

risposte

Trovo le risposte, dipenderà dalle domande.

Spesso so cosa fare, non mi tiro indietro se uno cade, sbaglio e mi dispiace davvero. Non faccio finta nell’allegria e nella tristezza. Provo sentimenti forti, mi lascio prendere dalle persone, non mi proteggo più del necessario, non approfitto dei miei errori per cambiare. Sbaglierò ancora per amore, ma mi sembrerà diverso. Causo dolore e lo sento nella mia pelle, ma so che non basterà per ottenere misericordia. Cerco di vedere le ragioni dell’altro e difendo le mie. Non mi piego e a volte neppure mi spiego. Un fondo di malinconia non mi fa male, non mi rende cinico, aiuta la leggerezza e non impedisce l’allegria.

Eppure ogni giorno devo affrontare un mondo che mi prende al collo e che vorrebbe la mia anima. Persone che cercano di portarmi dalla loro parte, sentimenti sbattuti in faccia pensando che sia di pietra, ragioni urlate e accordi impossibili.

L’asimmetria è una condizione frequente nella mia vita: subita ed imposta. Ho un bel ripetermi che è una vita ricca, che commuoversi è umano, essere presi è bello.

Vorrei un pò di quiete, il tempo per capire e per rimettere in ordine il tavolo in cui ho steso quello che volevo scambiare.

Non trovo nel mio olimpo un dio che  giochi con me e che alla fine si riposi regalando pace soddisfatta. M’han detto che basta dire di nò?  Pare non sia sufficiente e la giostra continua a girare, solo che a volte non mi diverte.

memory

Noi siamo ciò che ricordiamo: è il mio rapporto con il passato; con quello che è evidente ed accetto e con quello che sommergo nell’oblio.

Apparentemente, perchè se la razionalità soccorre, il sogno fa giustizia e riporta equilibrio.

In tutto questo essere, la memoria dialoga con il tempo, anche se i piani temporali si confondono. C’è una dislessia tra tempo cronologico ed emozioni, come se le correlazioni non fossero così necessarie. Ci sono più tempi e tra gli altri, quello in cui le cose interrotte possono riprendere. Da questo nasce la consapevolezza del prevalere dell’esperienza. Non importa quale, se fattuale ovvero unicamente immateriale, ma l’esperienza si radica e mi modifica. E’ banale dirlo, ma sono la somma delle mie esperienze e la memoria è il mio catalogo, pur fallace temporalmente. E non solo. La memoria modifica l’esperienza, l’arricchisce di sensualità e di contenuti. Tutti noi mutiamo ciò che è accaduto in un insieme di evidenze positive o negative. La memoria enfatizza le sensazioni, i fatti, li attualizza, ma non è con lei che alla fine farò i conti per il mio mutamento, bensì con l’esperienza, vero motore vitale. E anche nell’occultare compirò lo stesso procedimento: apparentemente cancellerò ciò che è sgradevole, ritenendolo inessenziale, ben sapendo che continuerà a vivere e che, nell’altro me della notte, riemergerà trionfante. Per questo non mi preoccupo più molto della cronologia esatta degli avvenimenti: c’è un tempo delle passioni, delle emozioni, dei sentimenti in cui la consequienzialità non è così importante, proprio perchè tutto si mescola in me. Nei miei desideri, nelle malinconie senza nome apparente, nella gioia immotivata, nell’attesa di futuro, nei fastidi e nelle idiosincrasie. Tutto questo passato esperienziale emerge in piaceri strani e sensibilità personali e a chi posso raccontare la passione per il mare d’inverno o per il camminare, per il limes e per i suoni, per gli odori d’estate e per i silenzi, se non a chi, in altri momenti e per altre vie, è giunto ad assonanze che permettono la comunicazione profonda. Il mio tempo non interferisce con la memoria: c’è un prima e un dopo, ma non è così importante se è legato a ciò che sono. E’ così, cari amici, che lo voglia o meno ed è questa consapevolezza che mi dà una ragione del presente.

Emma ha fatto una riflessione ben più accurata della mia e ricca di sollecitazioni sulla memoria:

http://milanovalencia.wordpress.com/2008/01/26/le-stagioni-della-memoria/

da lì, mi sono chiesto dove stava la mia affermazione che siamo ciò che vogliamo ricordare e mi è tornato in mente il gioco che facevo con mio figlio: il memory. Allegro perchè era un gioco e perchè eravamo assieme, allegro perchè c’era un futuro.

figurine

Vorrei riavere il mio album delle figurine. Ho bisogno di un posto in cui incollare facce note. Lo aprirei, oggi, alla pagina politica, con l’odore di coccoina nel naso e le figurine da incollare. Metterei anche quelle che non mi piacciono per la soddisfazione di avere la pagina completa. Invece troppi buchi vuoti: mancano i giovani, gli operai, le donne, i cinquantenni disoccupati, gli anziani. Vorrei la speranza di completare il quadro, di dare un posto a tutti, vorrei che il poligrafico di stato mi rassicurasse che stamperanno tutto e che il nuovo album avrà tutti dentro.

Prodi è caduto con onore, ma noi dove cadiamo?

bandiere

Nella piccola follia che mi accompagna, a volte, parlo di vessilli. E’ il mio modo di affrontare la giornata, quello di immaginarmi pronto per la battaglia. E per un miles avere una bandiera, in cui riconoscersi, è indispensabile per combattere e vincere. In questa insegna, mescolo i colori che vorrei nel mio giorno ed infine la colonna sonora che ascolterò, quando posso. Per domattina dedico una bandiera ad una amica in battaglia: Blù intenso, screziato di lampi rossi e incorniciato in verde tenero. Seta pesante, da marineria di corsa e alta sul pennone, che risplenda  e tranquillizzi. Vincerà.

scalino

Età e sera erano giovani. Abitavo all’ultimo piano e dalla cucina si usciva su un piccolo terrazzino: una lastra d’acciaio, con ringhiera verso il verde. La città allora, era simile a quella descritta da Bassani ne’ “gli occhiali d’oro”: case in pieno centro con giardini e orti interni.  Si vedeva il Santo dal balcone e confinavamo con un vecchio convento, che era assunto a nuova vita per la rieducazione delle “signorine” messe in libertà dalla legge Merlin. Chissà cosa potevano insegnare le suore, a ragazze che avevano fatto la vita per anni. Ricamavano, imparavano a far le sarte,le parrucchiere e la sera, anzichè canti religiosi, si sentivano le canzoni di Sanremo cantate in coro. Arrivava una tristezza di luoghi chiusi e le grida dell’allegria sodale. Quando alla fine sono sciamate chissà dove, a fare vite normali, se n’è andato il peso del sentirle prigioniere. Prima di cena, mi sedevo sullo scalino di legno e ascoltavo. A folate, arrivava aria tiepida, i suoni delle cene incipienti, qualche profumo forte di cucina, poi il fresco del verde. Si quietavano le scie dei giochi, il pullulare delle voglie, la preoccupazione scolastica da coscienza sporca: confluiva tutto in un equilibrio sospeso. Ho imparato i colori del veneto così, lasciandoli entrare fino ad essere colore. La nonna stava in silenzio, assorta per suo conto, c’era pace e lo sguardo era una carezza sulle cose. Mi avrebbero poi spiegato che quel vuoto era meditazione, ma per me era pieno di sensazioni nuove e non c’era bisogno di aggiungere pensieri:bastava lasciar correre i sensi. Anche oggi ho voglia di sedere su uno scalino a sera, spesso lo faccio e nessun ricordo pesa. Mi manca solo la voce di mia nonna che mi chiamava, piano per la cena.

papero (curriculum 3)

Parliamo d’altro. Tregua. Ho fatto un’ immersione lunga nei sentimenti spazzolando cervello, quinto quarto, spirito e blog e adesso l’aria difetta.

Non nobis domine: per cortesia signore, spara su un’ altro.

Mi sono impedito, affascinato e partecipe della luce, ma transeunte è il giorno, di gironzolare nel mondo oscuro d’attenzione. La scoperta del buio sollecita e riordina priorità e importanza, apre alla concretezza.

Incarnato papero, cammino prima d’entrare in acqua e guardo le  zampe eleganti, stupito di vederle intrise di tanti residui d’onda, disseminati sulla riva dei sentimenti. Ma fra poco si nuota e il movimento riporterà tutto al posto assegnato.

Papero consapevole: felice della sua strana andatura, lento sulla terra, veloce nell’acqua, privo di freddo.

I ruggenti sixties accumulati sono necessità geometrica di un segno grosso sulla sabbia e la felicità è camminare con le zampe che ballano tra l’una e l’altra parte del limes. Voi la conoscete l’allegria di una coda che danza?

Come per il cerchio di gesso, basta ricordare che la vita è un gioco: a volte serio, a volte ilare. Banale mai.

rizo identità: ovvero curriculum 2

Sono stato foglia, colore nel colore, verde, rossogiallo mutante, marrone, prima morbido e poi croccante, accarezzato e frusciante. Il suono si è insinuato nel piacere di camminare, ha mobilitato gli altri sensi, finchè, con il panino e l’acqua, nessuno era in disparte. Ho fermato il passo per  guardare la foglia appesa, roteante come un sufi nel primo vento serio di stagione. Non si è staccata, incongrua nella sfida e sfrontata nel contraddire la mia ragione. Allora è emersa la consapevolezza dell’identità, quella che porto negli oggetti, che nascondo nel paesaggio complice. Con i colori, l’aria leggera, la solitudine senza la sensualità dell’estate, che mi aiutano ad accarezzare le cose con gli occhi e rendono netti i bordi. Il pensare/essere obliquo è nel limes in cui mi muovo, nutrito di situazioni, cose, sentimenti, in parte scelto e gran parte eredità. E’ la freccia dell’ inquietudine, fatta di azione, passi nel bosco e nella vita, che procede per similitudini e analogie. C’è una certezza meravigliosa su ciò che mi attornia e coinvolge: che questo sia diverso e mio, che mi accolga perchè siamo della stessa natura e specie analoga. Lo pensavo da bimbo, dei giochi felici e del bello che accadeva: la sera e il sonno li avrebbero solo sospesi, pronti con me, a riprendersi dalla pausa notturna, il dì seguente.

rossogiallo

Ho camminato a lungo nel bosco con il sudore che incollava i vestiti e fiato, fino alla cima. I piedi cercavano solidità sotto il tappeto bruno di foglie di faggio. Solo il suono dei miei passi strascicati a farmi compagnia. La testa ha bevuto il verde, i rossigialli, l’aria già sottile, fino all’ebbrezza. Poi con la schiena appoggiata al legno del bivacco è scesa la pace, il vuoto dei finti pensieri. Sono stato felice.

curriculum

Ho piccole abitudini, passioni forti, emozioni mutevoli. Mi lascio stupire dalle persone, dalle cose. Sono ingenuo, senza sembrare. La fantasia del mondo entra e mi cambia; mi deprime la complessità artificiosa, la consequenzialità senza nesso. Per questo la musica occupa tanto spazio nelle mie emozioni, assieme alle storie delle persone, dei libri, dei film. Cercare un percorso è più facile oggi, perchè non conosco il sentiero e non c’è traccia. La vita assume nuovi connotati e le emozioni sono il portolano in questo navigare. La terra è un odore, un refolo fresco tra spruzzi di salso e mare: amo entrambi, si può far senza? Come per la relatività, c’è una freccia del tempo, ma adesso la direzione è compagna di viaggio, non una minaccia.

(continua)