alienazione

 

Con grazia maldestra, permettetemi qualche sincretismo azzardato, nemico dei lettori potenziali. Il poligono è Weber, Giansenio, Marx, Heller. Nella tesi di Weber il capitalismo nasce perchè favorito dalla concezione calvinista della grazia, per cui il successo economico è segno della benedizione di dio. Lavorate e diventate benestanti, reinvestite nell’imprea e cresceranno le opere utili alla salvezza. Giansenio  invece propende per la sostanziale incapacità dell’uomo ad aver diritto ad alcunchè non gli venga donato da dio. Così s’arrabatta tra necessità e costrizione in cerca di libero arbitrio, sapendo che quest’ultimo non impedisce l’esistere di entrambe e che solo la costrizione non può essere rimossa. Un bel modo per affidarsi ad un destino già scritto e suggellato. Sono questioni di libertà individuale, con visioni della vita quotidiana e del potere molto concrete e generatrici di dispute ben gestite da gesuiti e domenicani.  Dovrei evocare Pelagio ed Agostino, ma lasciamo in pace entrambi, nei loro anni, afosi di deserto e d’africa romana, con imperatori poco attenti, ma tolleranti nel lasciar fare ciò che sembrava avere poca consistenza di minaccia. Questo per dire che il capitalismo aveva ragioni di background da questa parte del mondo, un’aria che tirava la volata e che mescolava problemi quotidiani con salvezza ultraterrena. Una questione tra cattolici e protestanti, senza fastidi orientali.  La ricchezza e il lusso finchè non sono stati reinvestiti nelle aziende hanno prodotto ingiustizia, sopraffazione, abuso e morte, ma sembravano rispettare il bello. Il capitalismo ha prodotto la necessità del concorrere, ha messo dio da parte, ha sollevato problemi di mescolamento tra diritti e appartenenza: una bella re-distribuzione per la società fatta da chi aveva e chi aveva avuto. Come non vedere che diritti e democrazia hanno ricevuto uno spintone dal capitalismo, impensabile per chiese e per nobiltà?

Tutto questo è già un frutto maturo nel primo ‘800, Marx, non si perde e resta all’essenza, guarda l’alienazione priva di credo: un dio perfido ha diviso il mondo, da un lato la fatica, la perdità del sè nella mercificazione della propria capacità di forza e d’intelletto dall’altra benedizioni e ricchezze prive di ragione che non sia la rapina del dovuto. Se crescere è stato segno di benevolenza divina e reinvestire i capitali, per avere sempre più ricchezza, il modo per dimostrare il favore del terreno e dell’ultraterreno, ora il dominio e l’asservimento, uccidono il dio benefico, chiudono la salvezza per sempre alla vista degli uomini. Finalmente il confronto si sposta sul dovuto: a ciascuno secondo bisogno e merito. In questo disvelare la civiltà industriale, il produrre attraverso la manipolazione delle cose e degli uomini, sta la realtà del dio che muore. Che muore nell’ingiustizia quotidiana.  E che cos’è l’ingiustizia dice il capitalista, io ho quello che è giusto, perchè ho investito, lavorato, remunerato. Un coro risponde che l”ingiustizia è in quello che non c’è ed è dovuto: i bisogni e il quotidiano, così pericolosi già ai tempi di Marx, i bisogni che affliggono la canea, il lumpen proletariat e ne fanno massa manovra della reazione. I bisogni che, analizzati nella accezione del quotidiano,  tolgono il lavoro alla comunista Agnes Heller, ebrea sopravissuta ai campi di sterminio, e la mettono al margine e poi all’esilio, dalla comunista Ungheria. La forza del quotidiano e dei bisogni è così violenta da rendere schiavi gli stessi carnefici, da annichilire i portatori di diritti. Non è il lavoro ad essere sotto accusa, e neppure il capitale, non la ricchezza e neppure la miseria, ma ciò che le generano. Un tempo c’erano le classi, si scivolava innanzi, spesso scartando come pesci e con una parola composita, mobilità sociale, si portava la speranza nel giorno che s’apriva. In quel tempo i giorni non erano eguali, non erano intrisi di call center e di partite iva, il cocopro era un verso da pollaio, il diritto, difficile, ma una certezza da iscrivere nella volontà. Per chi non aveva ricevuto, sognare un sogno, aspettare un’attesa, era normale e concreto. Come il lavoro, appunto. Qualcuno dubitava del valore legale del titolo di studio, ma i medici facevano i medici, e così gli ingegneri, gli avvocati, e i professori. Anche gli operai facevano gli operai e spesso sogghignavano pensando agli impiegati, ma  facevano studiare il figlio, ragioniere. Il lavoro alienante e sfruttante era condizione per essere, quasi come il militare per i ragazzi, fare bene il proprio lavoro, simbolo d’orgoglio, di pretesa giusta, di braccia sul tavolo e di diritti che sarebbero venuti veri. Collettivi e individuali, non solo i secondi, che sembravano un abuso. Nessuno da questa parte del pensare sociale, ha mai pensato che il lavoro fosse nemico: solo la parte in più, quella rubata, faceva male. Pane e lavoro era un grido di battaglia socialista, qualcosa che ribadiva un diritto, mai che qualcuno chiedesse pane senza fatica. Oggi, in questa alienazione nuova, ben peggiore, ciò che è stato tolto è il lavoro e la sua funzione. E’ come venir privati della bandiera in battaglia e non si sa più dove andare, chi colpire, da chi fuggire. La confusione regna quando la bussola impazzisce e solo l’individuo resta, non è più uno e tanti. Bisognoso, senza dio, senza salvezza, con un capitalismo ricco di forza e povero di diritti. Chissà se se ne accorgono gli uomini che dicono di gestire divinità buone che il mondo è invaso, che dio ha lasciato il campo senza avvisare e l’antiuomo è arrivato, che la misura occidentale è colma. Oltre il cristianesimo, oltre l’occidente, c’è una sensibilità per l’ultra terreno che allarga le braccia, che non pone condizioni. Salvarsi aveva un significato sociale e individuale, in occidente, nei senza dio poteva generare il diritto e il socialismo, ma per chi non si cura dell’uomo, cosa resta se non la religione del possedere. E se questa religione non ha limiti, perchè non divorare il proprio simile?

Pensieri senza costrutto: la tesi è che senza mobilità sociale il lavoro perde sostanza per l’individuo, la società diventa fabbrica in cui il consumo viene incorporato nella produzione, restano i bisogni, prepotenti, assoluti, ma questi non aggregano, non producono giustizia, spingono il quotidiano verso l’anomia del soddisfacimento immediato. Pur di avere un lavoro, una indipendenza, un amore, un progetto, si accetta alienazione e sfruttamento. Non è il lavoro ad essere sotto accusa ma il modo di porgerlo e d’essere utili.

Anche l’alienazione di Tempi Moderni oggi avrebbe più senso dell’anomia che destruttura il lavoro e lo fa sentire un’ eventualità del vivere.