Senza fede, io posso parlare di te,
chiedere ragione di ciò che accade
e ancor più
di ciò che non accade.
Posso chiederti ragione
dello specchio che non riflette,
della luce che non basta,
del cibo impudico gettato,
degli abbracci vuoti,
della sera ch’ è già notte.
Troppo facile sarebbe,
e di tutto questo mi farei ragione,
ma ciò che pesa è la stanchezza,
l’aria che s’incolla addosso,
che incauta entra nel sangue
ed avvelena, e trasuda
fino ai vestiti,
sempre inadatti al luogo,
al tempo,
all’incontro.
E’ come non aver bocca al tempo dei baci
e vivere nel desiderio,
scisso
dal presente, dal vero.
Quel vero che non è creato,
ma fatto,
(a Nicea queste finezze intendevano),
e scritto
nei giorni pergamena
con mani e penne
inadatte,
contando sull’estro,
sulle poche cose che ci portiamo appresso.
Ma quanto fragile è l’estro,
che non ha l’intelligenza cedevole dell’erba
e punge,
trafigge, stupido giudice severo,
senza appello, nè misericordia.
E come allora giustificare ciò che siamo,
come riportarlo tra sponde
tranquille del vorremmo,
sostenute da respiri, aria
e sabbie accoglienti?
Di questo chiedo ragione
a te che hai risposte,
e non hai domande,
ed io so che non è vero
e questa consapevolezza
sparge tristezza libera
e solitudine
lasciandomi esposto ad ogni vento
senza nome.