la nave

toscana 06 013

 

L’occasione, non è l’attimo che fugge, ma la nave che s’ annuncia per tempo e ci passa davanti, lenta, col suo carico di storie e possibilità. E noi non riconosciamo che quella è un’occasione, guardiamo la nave come fosse la luna e ci pare talmente grande da contenere tutti i futuri che non ci riguardano. Di tutte le relazioni che contiene -e che magari ci riguardano- pensiamo che la nostra storia sia tanto forte da soverchiare tutte le storie che incontra.

Così ragiona con noi, la nostra storia, seduta sulla bitta,  mentre pensa di poter costruire da sè la nave per navigare come e quando vuole. E non si rende conto di quanto intrecciate siano le nostre vite e di come il passato continui ad alitare sul presente in un nodo, che anche quando viene sciolto, conserva traccia e debolezza. Per staccarsi dal passato dovrebbe prenderla quella nave, accettare nuovi intrecci ma  è  per presunzione o per incoscienza che non sale? Forse è solo paura mascherata o  fiducia cieca sulla propria unicità. Oppure la paura di lasciare quella banchina da dove sembra sempre di poter partire e vivere un viaggio totalmente nuovo.

Solo quando un filo di fumo si scioglie con l’orizzonte capiamo che invece è passata la nave del presente, portandosi dietro una possibilità di noi: quella a cui tenevamo di più.

vorremmo

Vorremmo aver dipinto il tempo sulla vita ed aver fatto le cose giuste allora.

Vorremmo anni extra large e mescolare quanto fatto con quanto si farà.

Vorremmo – e non è troppo- che la vita fosse un tango, ma non tra un cieco e la bellezza.

 

Seconda versione per udenti su ritmo di tango:

Vorremmo aver dipinto il tempo sulla vita

mescolando quanto fatto, con quanto si farà.

E aver fatto, poi  vorremmo le cose giuste allora

indossando i nostri anni in sogni extra large.

Ma vorremmo -e non è troppo- che la vita fosse un tango

con un cieco che ci vede e una bella che non sa.

 

olè

il liberatore

Mio bisnonno liberava le suore. Quelle di clausura in particolare.

Faceva il muratore, era socialista e spesso lavorava nei conventi. Parliamo della fine dell’ 800, la condizione di miseria spingeva verso vocazioni e storie personali che avrebbero piegato vite, destini, famiglie. Il bisnonno usava immagini semplici e diceva: ‘ndè fora, tose, cossa fasio qua dentro, fora che xe la vita, i omeni, el mondo. Pitosto de stare qua, ‘ndè fare ‘e putane. Stanote ve lasso un buso nel muro del giardin, doman de matina lo stropo. ‘ndè via, bele, finchè si in tempo. (andate fuori, ragazze, cosa fate qua dentro, fuori c’è la vita, gli uomini, il mondo. Piuttosto di stare qua, andate a fare le puttane. Stanotte vi lascio un buco nel  muro del giardino, domattina lo chiudo. Andate via, belle, finchè siete in tempo)

Del resto lui aveva applicato anche in casa le convinzioni e la bisnonna che avrebbe voluto farsi suora, l’aveva sposato ed amato. Come si usava a quel tempo, anche se era un senzadio.

Lui, il liberatore, le aveva permesso di essere buona, di avere  dei figli, una casa e mangiare per tutti e quando se n’è andato, non mancava nulla dell’amore possibile. Da quello dei nipoti, a quello dei figli. Forse perchè non c’era nulla da dividere se non le poche idee forti e il culto della libertà. Mi piace pensare che capisse il libero arbitrio senza sapere cos’era e che l’uomo fosse davvero importante per lui, che conosceva il lavoro e la fame. Gli fu risparmiata la parte peggiore del fascismo e non fu poco.

pesci rossi

La nostra rete era l’ideologia, bastava essere di sinistra per entrare ed essere alternativi. Ci frequentavamo per assonanza, anche le litigate avevano un territorio comune da sfoderare al momento opportuno. I più imbecilli parlavano con ipse dixit e si incazzavano, gli altri si incazzavano pure, ma perchè erano più liberi e naïve. Tutti sapevamo con certezza che qualcosa ci teneva assieme oltre i ragionamenti. Non si spiegherebbero altrimenti tante conversioni adulte. Siamo stati credenti in una chiesa con preti esigenti e spretati. Le origini di molti, cresciuti nei patronati, avevano lasciato il segno. Non era difficile cogliere nel radicalismo i segni di una religiosità atea e primitiva fatta di morale naturale e principi originari. Chiesa con fedeli e poi credenti senza chiesa, l’agnosticismo politico era una bestemmia. Per fortuna. Ci sorprendeva che qualcuno non la pensasse genericamente come noi, genericamente, perchè anche le analisi profonde erano comunque de contestualizzate. Gli operai erano l’aristocrazia operaia e non solo un coacervo di bisogni, diritti, speranze di riscatto. E i padroni erano una categoria precisa, un ruolo, e loro si adattavano bene alla bisogna. Uno di questi, non capì allora il perchè di uno sciopero contro lo Scià di Persia, ma non lo capì mai, perchè non c’era nulla da capire nell’internazionalismo proletario. Mi è stato amico, però nella sua fabbrica non si fumava e neppure si sostava in bagno. Nelle trattative sindacali, le pisciate rapide erano di destra quelle con i giusti tempi di sinistra. Comunque, anche all’estero, essere compagno era il legante e l’ideologia ti faceva parlare a tono, anche quando non c’era nulla da dire. E faceva colpo sulle ragazze, permetteva di parlare di noi, di saltare le convenzioni precedenti facendo perno sulle nuove parole dove i sentimenti erano privato e politico assieme. Aderire a mezzo, era disdicevole, socialdemocratico sinonimo di traditore, fascista quasi tutto il resto. Dall’altra parte c’erano meccanismi analoghi, ma non il fatto di essere di massa. L’ideologia è stata una moda, un collante, un elemento di socializzazione, la risposta a molte domande fondamentali che hanno permesso di fare, essere, incidere sul reale. ha generato idee inusitate per menti, altrimenti attratte dal quotidiano, ha inciso sulla cultura facendone una necessità. I modi di dire erano piloni per sorreggere ragionamenti zoppicanti  e quando proprio si era in difficoltà d’argomenti: il problema era altro. E’ stata la coperta di linus, il surrogato della famiglia, certezza e dubbio. Quando si è via via spenta, nessuno l’ha celebrata. Eppure ha avuto meriti enormi accanto ai disastri: è stata l’acqua per noi pesci rossi, peccato fosse anche la boccia che ci faceva nuotare in tondo. 

la forza del relativo

Basta leggerla appena dipresso a noi, nel suo flusso che ci contiene e guarda, mentre afferma la sua ragionevolezza e  accompagna i nostri slanci. E’ lei, la forza del relativo che aspetta lo spegnersi di assoluti, le gittate del momento e il quieto borbottio della passione oltre il desiderio. Non è un adattarsi, un ritorno a casa riducendo le aspettative, nò, è proprio una forza possente come un motore marino che parallela ci accompagna e rimette le cose a posto. Con pazienza amorosa, ogni volta, e per ogni slancio, aspetta di ricondurre al vivere tutte le cose, anche quelle più scombinate ed ostiche, perchè ha con sè l’ironia, e la usa fornendola allo sguardo e alla parola. Il relativo,  ridimensiona i giganti, mette il genio a nostra portata, ed è democrazia delle cose e degli uomini perchè ad una vetta ne segue un’altra che ricolloca la prima. Consente il volo verso nuovi cieli, e ci sospinge come il sole la nuca, mentre il pendolo oscilla mandando avanti il tempo.

dell’erigere barriere

Pianto solide palizzate, mi isolo tra libri e musica, incontro per necessità e piacere, progressivamente scelgo dentro me quello che serve davvero. Attendo muti e che la fatica dell’erigere barriere riveli la sua inconsistenza. Stamattina tra il vapore dello specchio ho cercato, senza trovarle, le tracce d’allora. Di quando passavano i venti in questa casa.

Sei cambiato m’hanno detto, in peggio, hanno aggiunto. Ma che peggio ci può essere nel futuro, quando si cammina?