rue Rousseau: l’homme armé

A Grenoble, in rue Rousseau, una piccola lapide ricorda la resistenza ebrea. Presso una fabbrica di môntres e di chincaglierie, si incontravano associazioni, gruppi, maquis ebrei. In questa strada, stretta tra case, resta l’eco delle voci sommesse che scambiavano sogni, paure, speranze. Cosa possiamo pensare ora di quelle vite? Abbiamo agi, non c’è la guerra in casa, le notti sono chiare di luce, e si parla senza precauzioni particolari. Ci difendiamo dal caldo, dai pensieri molesti, dalle zanzare con solerzia e partecipazione. Non sedimenta lo sdegno e ne facciamo giusta rimostranza, anche se lo lasciamo soverchiare da piccole cose senza prospettiva. La giovinezza dell’uomo in pace dura a lungo, protrae le dita verso la vecchiaia, l’abbranca e la tiene stretta, impedendole di infastidire. E’ un’occupazione anche questa. Ma la nozione di valore si allontana, tutto scade nell’immediato, si consumano i riferimenti con le ore di luce. Vien da pensare a come viveva il guerriero che intervallava il rischio di morte con le molte giornate d’ozio e la sua vita aveva senso se rispettosa dei pochi ideali che davano coesione ad una classe. La vita contava molto e poco, rispettava le cupidigie, si calava nell’ingiustizia, reimbiancava il proprio sepolcro di ori sottratti agli sconfitti, ai santi e ai poveri. E tra le virtù del potere c’era il muovere gli umani verso una speranza condivisa.

Poi il peggio diede misura di sè facendo emergere crudeltà inattese e il gruppo di ebrei che si riuniva tra banchi di lavoro, si trovò a difendere un diritto, un mondo nuovo che non rigettasse del tutto l’antico. Erano giovani, molti di loro non avrebbero visto la fine della guerra. Forse lo sapevano pur pensando e sperando il futuro,con la leggerezza dell‘essere giovani e già importanti per le idee che avevano. La lapide appresso, fa sentire il ritmare degli stivali della gestapo, le grida soffocate delle torture, i campi in cui sarebbero stati uccisi.

Non voglio chiedermi se queste morti, ora così mute, abbiano avuto troppa fiducia in chi li avrebbe seguiti. Vorrei per loro l’abbraccio grato e antico che li chiami, a noi immeritatamente, Benedetti. Per quanto ci hanno dato, compreso il lusso dell’indifferenza di adesso. 

Ed è bello pensarli con la febbre importante dei giovani, a progettare e amare, perchè finisse lo scempio. Adesso molti, importanti non lo sono mai. Neppure a se stessi.

Dizionario interiore: festa dell’unità

Le sensazioni, i sentimenti pubblici, i valori sono questioni personali, a maggior ragione passato il tempo in cui questo sentire era collettivo ed indiscutibile. Parlarne ora sembra discorso da vecchi, non c’è discussione e spesso viene usato ciò fa ancora più male: la lama dell’irrisione da parte di chi, guarda caso, aveva sempre saputo. Non è rimozione e tantomeno vergogna, è il pudore della propria giovinezza, degli atti e dei pensieri convinti, l’affermazione che gli amori non muoiono mai del tutto. Buttare la propria storia significa buttarsi via e giova aver capito, al contrario di molti politici, che il rinnovarsi non è facile, esige comprensione e non ammette scorciatoie. Almeno per chi vuol essere parte di un cambiamento collettivo. Oggi, assieme ai distinguo e alla confusione, circolano pensieri semplici e sintesi complicate. I pensieri semplici fanno riferimento ai pochi principi che dovrebbero sovraintendere lo stare assieme, nulla più di quanto mirabilmente veniva detto nella rivoluzione francese: eguaglianza, fraternità, libertà. Poi serve qualche attuazione politica chiara in termini di diritti: il lavoro retribuito, le opportunità reali per tutti, l’assistenza egualitaria perchè si è cittadini, ma soprattutto persone, il rispetto per il pensiero singolo e libero, la legalità come modalità del vivere, la laicità come professione di tolleranza ed indipendenza, il rispetto degli uomini in quanto tali. Su queste attuazioni incespicano le sintesi che con difficoltà fanno capire il nesso con i principi. Si dovrebbe lasciar fare, ma condividere le regole.. Facile e si dice anche, che non è necessario essere comunisti o liberali per rendere vitale tutto questo (vitale mi sta stretto e userei il termine professare come fosse una religione in senso crociano, ma queste distinzioni sembrano essere diventato anticaglia buona per stravaganti). Ma allora perchè non si attua nella prassi della politica progressista questa presunta eguaglianza dei termini alti del governo della società e tutto si svilisce in prassi bizantine ed ingiuste?

Molti anni or sono, ero a Napoli assieme ad un esponente dell’allora partito liberale, per strada incontrammo un sindacalista conosciuto da entrambi. Erano anni in cui essere della C.G.I.L. connotava vita e carriera e bevendo un caffè si cominciò a parlare dell’economia, ma soprattutto del lavoro a sud, degli sprechi, dei prenditori che si spacciavano per imprenditori, dell’iniquità dell’essere retribuiti non in ragione del proprio lavoro, ma in relazione  al luogo e al bisogno. Si scaldava il confronto e l’amico liberale, professore universitario, disse: l’ingiustizia di chi prevale sulla libertà altrui, non mi piace ed è anche per questo che sono anticomunista. Ci fu un momento di silenzio, il tempo per accendere una goluase, e poi il sindacalista, rispose: ed io invece, che non sono antiliberale, non posso fare a meno di protestare e battermi, non ho alternative perchè l’ingiustizia satura tutto ciò che mi sta attorno, e se stessi zitto sarei a mia volta ingiusto e connivente. Ecco forse in quel tempo essere comunista era anzitutto non essere connivente, pensare che l’ingiustizia fosse talmente pervasiva da modificare la possibilità di cambiamento di ognuno e di tutti. Forse nella coscienza dei più, oggi non è così, si pensa collettivamente che il bisogno sia una condizione transitoria, che tutti staremo comunque meglio, che i diritti individuali non siano proprio così determinanti, che la libertà sia un termine privo di connotazione se disgiunto dalla possibilità di avere, acquistare, prendere.

Nel mio territorio, ormai, di feste de L’Unita, ce ne sono poche, una importante con molte decine di persone che vi lavorano in agosto e si ostinano a chiamarsi compagni mentre cucinano o fanno i mille lavori della festa, ha raggiunto un compromesso chiamandosi festa de l’Unità per il partito democratico. Non credo che ci sia ironia, forse la cosa a cui tengono di più, è proprio quell’unità senza la quale è tutto più debole, anche il superamento dell’ingiustizia. Sono persone che non si sono più iscritte, néanche al PD, ma che continuano ad aspettare che qualcuno riprenda in mano idee semplici. Stanno male perchè qualcosa si è guastato, e non è un problema di comunismo, è il mondo intorno a loro che si è guastato e se non si rassegnano è per avere una speranza che sia la logica del vivere.

dizionario interiore: intento

Il giornale spiegato, il corpo proteso, le mani sulla pagina con le dita aperte che brancicano carta, parole, comprensione profonda. Quando gli occhi si alzano impiegano tempo per avvolgere l’interlocutore.  Ed anche il caffè si è freddato senza attenzione, in disparte. La parola scritta e lo sguardo che ascolta; l’attenzione sovrappone pensiero e lettura.

Intento è l’abbraccio tra il sè e l’oggetto che trasfigura in immagini, concetti. 

E il particolare occupa intero lo spazio,

il corpo,

la mente.

 

Dopo l’immergersi nel libro, alzando la testa, il volto era in fiamme, e l’aria sulle guance,  svegliava in una realtà povera di suoni e immagini. Sembrava triste il mondo, misero e grigio. Così nei pomeriggi che non volevano chiudere il libro e chiedevano ancora un capitolo, una pagina. E ancora un’altra, cacciando nell’angolo quei doveri ch’erano solo limitazione di libertà. Libertà d’essere e immaginare, libertà di vivere altro. Libertà di crescere.