Tra gli ori e le luci, gli spettatori ascoltano il comunicato del teatro. Parla di agonia delle fondazioni teatrali, di accordi disattesi, di ultimi spettacoli: morirà la Fenice e il melodramma.
Nella buca dell’orchestra, gli strumentisti ascoltano attoniti, il comunicato parla anche di loro, delle orchestre stabili, delle loro vite, della musica così come la conoscono.
Fuori c’è il carnevale, una festaccia senza capo né coda, ma necessaria alla città e a chi partecipa sotto la pioggia fredda. Fosse solo per la fatica, i disagi, la spesa, bisogna divertirsi, fare il conto delle maschere, di chi si rappresenta per farsi vedere, e di chi guarda la meraviglia, anche dove non c’è. Va bene, va tutto bene, è una festa. Chiunque trova quello che cerca, come nella vita. Non era forse questa la funzione dei carnevali, ovvero trovarsi nell’alterità che viene conculcata dal quotidiano?
Il comunicato, prosegue per ipotetiche, afferma e conclude. Il pubblico è in silenzio, non crede che la Fenice morirà, ma è serio e preoccupato. Qualcuno mormora, e sento dire: ma chi è il carnefice di tutto questo? Chissà dove vivono. Non importa. Alla fine l’applauso sgorga forte, lungo, esorcizzante.
Ed inizia la musica.
Qui dovrei fermarmi perché cambio argomento, ma i nostri pensieri non vanno forse da un capo all’altro, senza obbligo di unitarietà di tempo, luogo e spazio? Non siamo noi ovunque, con i nostri pesi, raffronti, pensieri fissi e mobili?
E così continuo, perché così è stato.
Il melodramma ha una forza incredibile. Semplice, stereotipato, banale, ma senza che lo si voglia, muove sentimenti e lacrime. In un’opera come Boheme, almeno tre carichi da asso vengono calati: la giovinezza che si conclude, l’amore e la gelosia, la voglia di libertà e la voglia di amare. Alla fine il mix di musica, contesto e parole tocca le corde sensibili e commuove. Si pensa a sé ed alla vita e c’è tutto, anche il carnevale che impazza fuori, la tragedia del reale, la sua relatività, le vite che continuano, i rimpianti. Nulla sarà mai più come prima, eppure la vita troverà nuove strade.
Si esce con la musica in testa, compartecipi e non solo spettatori. Ecco la differenza, quello che rende vera la finzione e la fa agire sulla realtà. Ci riuscirebbe con questa forza il virtuale? Il melodramma e la musica che va al cuore, vince nel bisogno di epicità nel vivere, di proiezioni lunghe, nei programmi che, come a teatro, si concordano per gli anni a venire. Il discrimine è questo: vivere nel presente ed avere un futuro.
Non morirà la fenice, rinasce dal fuoco. Infinitamente rinascerà.

Willyco, la devi smettere di scrivere testi cos’ belli da essere incommentabili. Aggiungere anche queste poche righe pare un insulto, il goffo tentativo di inserire una nota dentro uno spartito esemplare. Sei un musicista?
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troppo buono Enzo. Non sono musicista, ma mi piace la musica e ancora di più quello che muove.
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